Anni Settanta/3: Dopo il boom economico, prima l’austerity e poi il consumismo

Anni Settanta - dall'austerità al consumismo - Libro Il Biondino della Spider Rossa

Gli anni settanta, sul piano economico, segnano la fine del boom economico. Negli anni sessanta, superata la crisi del dopoguerra, l’Italia si era rialzata. Investimenti, nuove iniziative, opere pubbliche, lavoro, benessere più diffuso avevano rilanciato il Paese.

Negli anni settanta la crisi della politica – con il succedersi dei governi a guida democristiana – fa mancare la guida necessaria per far fronte a una situazione complicata sul piano interno. E su quello internazionale.

I bilanci delle aziende pubbliche e private, così come quello dello Stato, vedono l’aprirsi di voragini determinate dalla instabilità del governo. A sottolinearlo è Luca Pollini, nel suo libro “I Settanta. Gli anni che cambiarono l’Italia”.

Gli investimenti sono in discesa. I consumi conoscono una contrazione che porta al blocco della produzione industriale. E al crollo dell’occupazione.

A questo si aggiungono le tensioni internazionali sul petrolio, l’oro nero come viene chiamao. Il prezzo sale e il governo vara una politica di austerità.

Dal 1973 la domenica si va a piedi. E’ vietato l’uso dell’automobile (nella foto sopra): solo mezzi pubblici, bicicletta e per chi vive in campagna il vecchio cavallo con il calesse.

Scarseggia e costa caro il petrolio. Ma oltre all’oro nero scarseggiano anche le monete in metallo. Si ricorre allora ai “mini-assegni” che sostituiscono i pezzi da 50, 100 e 200 lire.

Anni Settanta - un miniassegno che sostituiva la moneta - Libro Il Biondino della Spider Rossa

L’inflazione galoppa e crescono evasione fiscale e debito pubblico

L’inflazione galoppa e la zecca di Stato non riesce a tener dietro alle necessità: anziché emettere moneta metallica, stampa banconote. Va poi detto che dai juke-box ai telefoni delle cabine, dai flipper nei bar alle biglietterie elettroniche, tutto sembra fatto apposta per consumare monete.

Dal 1972 al 1973, l’aumento del costo della vita passa dal 10% al 20%. Basti pensare che a marzo del 1976 un giornale quotidiano costava 200 lire. A maggio 1976 è schizzato a 300 lire.

Il costo della vita mette alle corde soprattutto i lavoratori dipendenti. La scala mobile – che indicizza i salari al costo della vita – riesce solo in parte a tamponare l’aumento dei prezzi.

Chi sta bene sono i liberi professionisti, gli artigiani e i commercianti. Possono aumentare i prezzi, per recuperare la perdita di valore d’acquisto della moneta. Questo aggrava, però, il problema dell’inflazione, in una spirale che si autoalimenta.

L’evasione fiscale di liberi professionisti, artigiani e commercianti fa sì che il buco nei conti pubblici si allarghi.

La politica, da parte sua, non fa nulla per porvi rimedio: vi è anzi la spartizione delle aziende pubbliche fra partiti. Mentre la privatizzazione di alcuni enti e la pubblicizzazione di altre aziende favorisce solo il grande capitale.

In questo quadro di inflazione a due cifre che galoppa, aumento del deficit dello Stato e mancanza di una programmazione economica… i capitali di chi ha i soldi prendono la via dell’estero. 

Si tratta di capitali da un lato sottratti agli investimenti e a creare ricchezza per tutti. Dall’altro di soldi su cui non sono state pagate le imposte allo Stato.

Il quadro di un’Italia avvitata nella crisi economica e senza guida politica stabile

Cala l’occupazione sia in agricoltura che nell’industria. Nell’agricoltura i lavoratori occupati passano dal 17,2% del 1971 al 12,8% di dieci anni dopo. Nell’industria l’occupazione passa dal 44,4% al 36,3%. Commercio e terziario registrano invece un boom: passano dal 38,4% al 50,9%.

Ha inizio l’invecchiamento della popolazione, a causa del calo del tasso di natalità. Nel 1971 l’età media degli italiani è di 34,8 anni che diventano 36,3 anni nel 1981.

In compenso, si riduce l’analfabetismo (3,1% della popolazione) e vi è una crescita consistente dei consumi alimentari.

Si riducono le dimensioni delle grandi aziende, mentre prende vigore l’Italia delle piccole e piccolissime imprese. Sono aziendine che spesso lavorano in nero (in tutto o in parte), occupando i famigliari.

Ha così inizio l’espansione dell’economia “sommersa”: quella del lavoro nero, dell’evasione fiscale, dell’occupazione senza previdenza e senza garanzie sindacali.

L’immigrazione dal Sud e lo Statuto dei lavoratori

Tra la fine degli anni sessanta e il 1972, ci ricorda Pollini (nel libro I settanta. Gli anni che cambiarono l’Italia), riprende l’immigrazione verso il triangolo industriale Milano, Torino e Genova.

Due le cause: la crisi dell’agricoltura, che rende sempre meno; e l‘attrazione che le grandi città esercitano sui giovani del Sud e del Nordest. Sono giovani decisi a fare fortuna, affascinati anche da quanto la televisione mostra loro.

L’immigrazione crea problemi di convivenza nelle grandi città del Nord-ovest d’Italia. Provoca tensione abitativa, con la richiesta di alloggi. E mette in difficoltà la scuola, alle prese con alunni che spesso parlano il dialetto e che provengono da famiglie senza cultura.

Il decennio, per il mondo del lavoro, si apre comunque con una grande conquista: è del 1970 l’approvazione della legge che introduce in Italia lo Statuto dei Lavoratori, voluto dal ministro socialista del Lavoro, Giacomodo Brodolini. Lo Statuto dei Lavoratori introduce una serie di garanzie a difesa del lavoratore e dei diritti sindacali.

Dall’austerità in economia all’affermarsi del consumismo

La ricchezza nascosta e circolante provoca il fenomeno del consumismo. Ne è un esempio il numero di automobili circolanti: oltre 11 milioni di autoveicoli.

Il boom dell’industria automobilistica condizionerà in modo pesante lo sviluppo dell’Italia sul piano della gestione del territorio. E su quello delle infrastrutture.

La costruzione di strade viene preferita al potenziamento dei mezzi pubblici, treni inclusi, di cui vi sarebbe un gran bisogno. Mentre più automobili significa più inquinamento.

Superato lo choc petrolifero del 1973, riprenderanno i consumi di benzina. Un elemento, di curiosità, resta fermo: l’orario delle 20 per il telegiornale della sera, sul primo canale Rai. Un tempo il telegiornale era alle 20.30 e durava, come oggi, mezzora. Dal 1973, con la crisi petrolifera, viene invece anticipato.

Da un lato si pensa all’austerità, riducendo le ore serali davanti alla tv. Dall’altro lato l’introduzione entro il decennio della televisione a colori ci dice che nuovi stili di vita e nuovi consumi si vanno diffondendo.

Maurizio Corte (articolo a cura di)

“ANGOSCIA METROPOLITANA” – Claudio Lolli (1972)

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2018-12-05T14:16:54+00:00Anni Settanta|