37. Gli Anni Settanta e il caso del “Biondino della Spider Rossa”, che biondino non è mai stato

l Biondino della Spider Rossa - Caso Sutter-Bozano

 

«Anni affollati, per fortuna siete già passati…». Così canta Giorgio Gaber nel 1981, riferendosi agli anni ’70.

Sono gli anni di piombo, preceduti dalla strage di Piazza Fontana a Milano (1969) e culminati con l’esplosione alla stazione di Bologna (1980).

Sono gli anni dei rossi e dei neri, del terrorismo e della malavita. Sono gli anni dell’attivismo, delle manifestazioni, delle occupazioni e delle prime conquiste sociali.

Nasce in questi anni una nuova generazione di cantautorato colto, che racconta il suo tempo e che fa da cornice agli umori del paese.

Quei cantautori si chiamano Claudio Lolli, Claudio Rocchi, Francesco Guccini, Francesco De Gregori, solo per citarne alcuni.

Guido Crainz definisce questo periodo come «gli anni della strategia della tensione».

Una strategia della tensione volta a indirizzare verso destra l’opinione pubblica. E porre le basi per “governi d’ordine”.

I moti del ’68 iniziano a rimettere in discussione il giornalismo italiano. Ma per un vero cambiamento nei gioornali ci vuole una bomba, ci vuole Piazza Fontana.

Giorgio Bocca, in un suo articolo del 1995, rileva che: «dopo Piazza Fontana avevamo capito in tanti che il rapporto con le autorità costituite non era più attendibile. Allora ci rendemmo conto che si sarebbe dovuto fare dell’informazione democratica.»

Da qui nasce la «controinformazione», legata alla necessità di indagare più a fondo, senza basarsi solo sulle fonti ufficiali.

L’innovazione del giornalismo non riguarda solo i giornali di sinistra. Esso modifica il modus operandi dell’intera stampa italiana.

È in questo contesto storico e sociale che si sviluppa il caso, ancora di fatto irrisolto, di Milena Sutter e Lorenzo Bozano.

Un caso che per quegli anni, non ancora “digitali”, ha avuto una risonanza mediatica enorme.

È questa la storia di un “rapimento” a Genova – ma non è sicuro sia corretto definirlo così – e di un incerto caso di omicidio di una ragazza di 13 anni.

Secondo la ricostruzione della Corte d’Assise d’Appello di Genova (sentenza del 1975), una ragazza proveniente da una nota famiglia dell’alta borghesia genovese viene rapita e uccisa per mano di un giovane.

Il giovane, Lorenzo Bozano, è il proprietario di una spider rossa. E’ soprannominato in quell’occasione “il Biondino della spider spider”, anche se non è magrolino e non è biondo.

Secondo Erving Goffman, studioso dell’interazionismo simbolico, «naturalmente nella vita quotidiana esiste la comune convinzione che le prime impressioni siano quelle che più contano».

È questa senza dubbio un’affermazione valida nell’applicazione alla quotidianità di ognuno. Ma può valere per un caso eccezionale? Ha senso affidarsi alle prime impressioni in un caso di cronaca nera?

È giusto ridurre al minimo indagini e testimonianze e concentrarsi su un capro espiatorio, per quanto esso sia una figura all’apparenza credibile di “assassino”?

Ciò che colpisce nel caso del Biondino della spider rossa è questa tendenza a “soffocare” i sospetti più spiacevoli. Si lavora, insomma, far emergere una verità che, forse, è più utilmente mediatica che storica.

 

Milena Sutter e Yara Gambirasio - il dramma di due tredicenni

 

La ricostruzione del caso di Milena Sutter

È giovedì 6 maggio del 1971 e un caso di cronaca nera sconvolge Genova e scuote tutta l’Italia.

Milena Sutter, una giovane di 13 anni scompare poco dopo le 17, all’uscita della Scuola Svizzera.

La sua è un’importante famiglia industriale di origini svizzere.

Due settimane dopo la scomparsa, giovedì 20 maggio 1971, il corpo della ragazza viene ritrovato in mare a Priaruggia, 10 km oltre il porto di Genova.

La morte viene fatta risalire alle 18-18.30 del giorno della sparizione. E la causa è subito attribuita, dai medici legali Franchini e Chiozza, a strozzamento e probabile soffocamento.

Questa tesi viene però contestata nell’aprile 1973 dal medico legale Giacomo Canepa, perito della difesa di Lorenzo Bozano.

Sin dall’inizio della vicenda, l’unico sospettato è Lorenzo Bozano, 25 anni, di famiglia alto borghese, con alcuni piccoli precedenti penali.

I giornalisti lo soprannominano “il Biondino della spider rossa”, ma non è magro né biondo: 180 cm di statura, costituzione robusta e capelli castani.

Durante la perquisizione della stanza di Bozano viene ritrovato una sorta di “piano di rapimento” composto da tre fogli.

In merito a questo Bozano sostiene sin da subito che si tratta di una «fantasiosa ipotesi di rapimento» ispirata dal sequestro di Sergio Gadolla, a Genova, nell’ottobre del 1970.

Il giorno successivo alla scomparsa di Milena, in mattinata, un uomo telefona ai famigliari della vittima, ripetendo tre volte, scandendo bene le parole: «Se vuole vedere Milena viva, 50 milioni prima aiuola Corso Italia».

Curioso che la chiamata non sia stata né registrata, né intercettata. E’ stata solo riferita dal maresciallo di Pubblica Sicurezza, Luigi Calanchi.

Lorenzo Bozano viene fermato per la prima volta tra sabato e domenica 9 maggio 1971. Viene rilasciato qualche giorno dopo: è tenuto sotto controllo perché si spera che porti al luogo dove tiene nascosta la ragazza.

La sera del ritrovamento del corpo di Milena – il 20 maggio 1971 – Lorenzo Bozano viene arrestato.

Nel 1972 è rinviato a giudizio. Nel 1973 Bozano è assolto in primo grado dalla Corte d’Assise di Genova per insufficienza di prove.

Nel giugno 1975 Bozano è condannato in appello per sequestro a scopo di estorsione, omicidio e soppressione di cadavere.

La Cassazione nel 1976 conferma la condanna all’ergastolo. Bozano, però, fugge in Francia. Nel 1979 viene catturato, espulso in Svizzera e quindi estradato in Italia.

Ora sconta, in regime di semilibertà, l’ergastolo a Porto Azzurro, all’Isola d’Elba.

Bozano non ha mai fatto richiesta di revisione del processo, dichiarandosi comunque sempre innocente.

Con queste parole, in un’intervista con Maurizio Corte, Lorenzo Bozano fa riferimento alla famiglia della vittima: “Se in tutti questi anni vi è stato qualche mio comportamento o qualche mia affermazione che può aver ferito i famigliari di Milena, ne sono molto dispiaciuto”.

Prosegue poi Bozano: “Se talora alcune mie affermazioni possono essere sembrate irriguardose o insolenti, non è mai stata mia intenzione mancare loro di rispetto o venir meno al sentimento di sincera comprensione che provo verso di essi e per il loro dolore”.

Il giudizio di colpevolezza nei confronti di Bozano si presta a molte contestazioni storico-scientifiche.

Non sarebbe più utile a questo punto lavorare partendo dal presupposto che cantava Battiato: «Niente è come sembra, niente è come appare […]»?

 

Milena Sutter e Yara Gambirasio - i casi di Genova e Bergamo

 

La verità storica, tra accuse non verificate e indizi mancanti

Per citare un noto articolo di Tommaso Besozzi, il più grande cronista italiano di nera, «di sicuro c’è solo che la ragazza è morta».

Infatti la verità giudiziaria relativa al giorno, all’ora e alle cause della morte di Milena Sutter non coincide con l’analisi svolta da autorevoli studiosi di Medicina Legale.

Questo elemento fa pensare. E’ però più facile affidarsi alla prima impressione, a ciò che “appare”, anche se niente è come sembra.

Ci sono però alcuni motivi che portano da subito l’attenzione su Lorenzo Bozano: i precedenti penali, alcuni comportamenti e certe menzogne.

Il giovane in poco tempo diventa l’unica pista che si sceglie di approfondire, lasciando altri indizi che potevano forse essere rilevanti.

Di enorme importanza sono le voci di una sua presunta ammissione di colpa che Bozano avrebbe fatto a un suo difensore, l’avvocato Francesco Marcellini, da lui poi sostituito.

Queste voci influenzeranno tutti: giornalisti, magistrati e giudici.

C’è poi il discorso delle soste di Bozano di fronte alla Scuola Svizzera, da lui adesso confermati, per farsi notare con la sua spider dalle ragazze.

Ci sono le testimonianze che lo collocano sul Monte Fasce per nascondere il corpo della vittima. Testimonianze che avrebbero meritato un migliore approfondimento.

Molti elementi, insomma, sembrano inchiodarlo.

Le cornici interpretative che portano all’accusa di Bozano sono essenzialmente due.

Da un lato tanti indizi e testimonianze portano a pensare ad un rapimento e ad un omicidio premeditati per estorcere denaro alla famiglia della ragazza.

A questo si somma la rappresentazione di Bozano come un giovane dalle pulsioni sessuali incontrollabili, incline a comportamenti devianti e dallo stile di vita inconcludente.

Vi è un passaggio della sentenza di condanna che pesa sulle accuse a Bozano: «La morte provocò la perdita delle urine, che bagnarono il sedile dell’autovettura ed i pantaloni color prugna del responsabile, sulla coscia anteriore destra: o nel momento in cui attirava a sé il corpo esanime, portandolo appunto sulla propria gamba destra, per poter abbassare lo schienale del sedile accanto e ribaltare il cadavere nello spazio posteriore dell’abitacolo, idoneo a riceverlo ed occultarlo; o in un momento successivo in cui dovette prelevare e recare la salma in braccio».

L’indizio dell’urina (che avrebbe perso la vittima) e la macchia d’urina ritrovata sui pantaloni di Bozano, sembra proprio inchiodarlo.

Ma è stata accertata la corrispondenza certa fra la macchia sui pantaloni di Bozano e l’appartenenza dell’urina a Milena Sutter?

L’esame del Dna sulla macchia d’urina sui pantaloni di Lorenzo Bozano non è stato fatto nel 1971 perché ancora quell’esame non c’era.

Non è stato possibile farlo nei decenni successivi perché i pantaloni di Bozano sono stati distrutti pochi anni dopo la sua condanna definitiva.

Va ricordato, nell’ambito di questo indizio, che sulla spider di Bozano non ci sono tracce della ragazza. Tanto da pensare che la connessione tra i due fatti – possibile perdita di urina da parte della vittima e pantaloni dell’indagato – sia un forzata.

Vi sono poi le piste che sono state trascurate, trattate nel libro di Laura Baccaro e Maurizio Corte “Il Biondino della Spider Rossa. Crimine, giustizia e media” (Cacucci editore, Bari, 2018).

Il rapporto di Polizia e Carabinieri dell’agosto ’71 recita così: «Milena frequentava al sabato il Park Tennis di via Zara dalle ore 9:30 alle 10:15 e la Piscina dalle ore 10:30 alle ore 11:30. Non è emerso che abbia fatto amicizie o compagnie di gruppo».

Il diario personale della vittima, però, smentisce questa affermazione degli inquirenti.

 

Caso Sutter-Bozano - Il Biondino della Spider Rossa - Sandro Curzi, Franca Leosini, Giorgio Bocca - 1996 - RaiUno

Caso Sutter-Bozano. La trasmissione “I Grandi Processi”, su RaiUno, novembre 1996. In studio Sandro Curzi e Franca Leosini. In collegamento il giornalista Giorgio Bocca. 

 

Infatti la ragazza aveva allacciato rapporti di amicizia con due ragazzi alla pista di pattinaggio di Albaro.

In particolare con Claudio, del quale parla come di una vera e propria simpatia, descrivendo il fatto che lui ci provasse “più discretamente e seriamente” con lei di quanto non facesse l’altro ragazzo con l’amica Isabelle.

La seconda pista trascurata è quella del “Biondino Svizzero”.

Il 29 novembre 1996, nonostante la forte opposizione della famiglia della vittima – e questo è indicativo –, la trasmissione televisiva  “I grandi processi” di Sandro Curzi dedica la puntata al caso di Milena.

Durante la puntata arriva la telefonata di una persona che desidera restare anonima, la quale racconta di essere stata avvicinata, nel maggio del ’70, da un “biondino svizzero” per invitarla ad una festa, invito che la ragazza accetta volentieri. Ma il “biondino svizzero” si presentò con un amico, con il quale la accompagnò in una casa dove i due tentarono di farle violenza senza riuscirvi.

La ragazza comunque ricevette delle percosse.

La vittima descrive così il ragazzo che l’aveva adescata: «Era un ragazzo svizzero, un biondino, giovane. Diciamo un classico bravo ragazzo, a cui si dà fiducia. Non era un capellone, era un ragazzo a modo, di buona famiglia».

L’elemento più importante è che questo giovane conosceva Milena.

La vicenda non era mai venuta fuori prima perché la signora ne aveva parlato con persone vicine al caso, che le avevano sconsigliato di andare avanti.

Possiamo parlare, in questo caso, di “insabbiamento”? Perché non si è voluto andare a fondo, nonostante la rilevanza che dimostrano le due storie?

Un giallo nel giallo è quello che innesca un articolo comparso sul Secolo XIX il 19 giugno 1973, poco dopo l’assoluzione di Bozano.

Scrive il Secolo XIX: «Labbra misteriose e invisibili hanno detto ‘Qualcuno sa chi ha ucciso Milena S., ma non può rivelarlo perché è vincolato a un segreto.’ Da tempo a Palazzo di Giustizia circolava la voce della confessione di Bozano al suo primo difensore, avv. Francesco Marcellini. È stata fatta l’addizione, così come due più due fa quattro. Ed è venuto il terremoto».

Questo porta alla ferma convinzione di alcuni circa la colpevolezza di Bozano.

Tutto si basa in realtà su “parole”, sulla fiducia in un avvocato, su nulla che sia scritto e concreto.

Perché allora l’ipotesi della confessione viene subito avvalorata?

Altro punto fondamentale è l’alibi mancante di Lorenzo Bozano.

Come può non essere stato notato mentre girava per i grandi magazzini di Genova, proprio quando Milena spariva?

Gli indizi che tendono ad accusare Bozano sono numerosi.

Fra questi vi sono le soste nei pressi di via Orsini, vicino a dove abitava Milena, e quelle in via Peschiera, dove c’era la Scuola Svizzera.

Per via Orsini l’accusato dichiara di aver provato interesse per la donna di servizio di un appartamento al civico 3, versione che sarà in qualche modo confermata da questa signora.

Sulla Scuola Svizzera, nel 1971 e al processo nega di esservi mai fermato, se non una volta per un guasto alla spider. Solo oggi ammette quelle soste.

Per quanto riguarda il “piano di rapimento”, Bozano dice che è stato frutto di fantasia e di una serata dal grado alcolico elevato. Giustificazione che non convince i giudici dell’appello.

Quanto all’avvistamento di Bozano sul Monte Fasce, e alla conseguente ipotesi degli inquirenti che fosse lì per seppellire il cadavere, è giusto chiedersi se le testimonianze siano attendibili.

Potrebbe, per esempio, essere stato scambiato con qualcun altro.

Per quanto riguarda la macchia d’orina sui suoi pantaloni, Bozano spiega che gli era stata procurata da una giovane donna cui aveva prestato soccorso. Anche questa sua spiegazione lascia spazio ai dubbi.

Numerosi sono insomma gli indizi contro Lorenzo Bozano. Il numero non significa, tuttavia, che si possano considerare prove certe, oltre ogni ragionevole dubbio.

Colpisce l’affermazione dell’avvocato Silvio Romanelli – suo difensore nel processo del 1973 – che usa queste parole durante l’arringa: «Avete fatto piangere, avete fatto anche odiare. Ma agli indizi ci avete girato intorno, avete svicolato».

È forse questo il nodo fondamentale della vicenda: le lacune nelle indagini. Il fatto di aver sottovalutato – e in alcuni casi ignorato – particolari importanti.

 

omicidio genova sequestro Milena Sutter - Lorenzo Bozano - IlBiondino.org

 

La persona Lorenzo Bozano: gli aspetti psicologici

Quello che viene dipinto nella condanna della Corte d’Assise d’Appello nel 1975 è un “mostro”, demonizzato e giudicato facendo ricorso anche al pregiudizio.

Questa demolizione dell’accusato è legata anche al fatto che contro di lui non vi sono prove schiaccianti. Vi è, nel ritratto che ne esce, solo una confessione “presunta” (e lasciata sottotraccia) e comportamenti devianti non sempre verificati.

Bozano è accusato inoltre di essere un mentitore seriale. Anche in questo caso ci si basa più su un pregiudizio e su alcune dichiarazioni del padre, Paolo Bozano, che su fatti concreti.

L’uomo Bozano tratteggiato nella sentenza di condanna ricorda – in piccoli dettagli – il personaggio descritto da De Gregori nella sua canzone “Il ragazzo”, scritta proprio negli anni ’70:

Il ragazzo ha capelli rossi ed occhi blu
Pantaloni corti ed uno strappo proprio lì
Amici nel quartiere non ne ha
E quando va a giocare dove va?

Il ragazzo sale molto spesso sopra un albero che sa
Sceglie un ramo e cerca il punto esatto dove muore la città
È quasi ora di cena quando viene giù
Suo padre ormai non lo capisce più

E con gli occhi dentro il piatto lui
Mangia molto ma non parla mai
Ha una luce strana dentro agli occhi
E qualcuno l’ha chiamata cattiveria

Ma poi
Chissà la gente che ne sa
Chissà la gente che ne sa
Dei suoi pensieri sul cuscino, che ne sa
Della sua luna in fondo al pozzo, che ne sa
Dei suoi segreti e del suo mondo

 

 

Questa canzone ci dà l’immagine di un ragazzo solitario, poco socievole e incompreso dal padre, proprio come Lorenzo Bozano.

Ma che ne sa la gente dei suoi pensieri sul cuscino?

Perché si classifica Milena come una “bambina”. E con altrettanta immediatezza si etichetta Bozano come un giovane borderline?

Un altro elemento di rilievo – che è stato di certo sottovalutato – risiede nel fatto che le abituali relazioni sentimentali di Bozano avvengono con donne più mature di lui, quindi per nulla paragonabili a Milena, una giovane di 13 anni.

A dirlo è la criminologa e psicologa giuridica, Laura Baccaro, nel libro “Il Biondino della Spider Rossa. Crimine, giustizia e media”.

I giudici sono stati influenzati dalla narrazione negativa e ostile fornita dal padre di Bozano, senza considerare il suo forte coinvolgimento emotivo.

 

giornale L'Arena - inchiesta sul caso di Milena Sutter e Lorenzo Bozano - Il Biondino della Spider Rossa - 2011

 

La “verità mediatica” sul caso Sutter-Bozano

 «Ma la televisione ha detto che il nuovo anno porterà una trasformazione, tutti quanti stiamo già aspettando…», cantava un saggio Lucio Dalla nel 1979.

Già allora i media avevano un ruolo fondamentale, pervasivo, che sta tutto in quel “tutti quanti stiamo già aspettando”.

Nella vicenda del “biondino della spider rossa” i media rivestono un ruolo cruciale sia per quanto riguarda la rappresentazione di Bozano come “mostro”, sia per quanto riguarda il fatto di dipingere Milena come una “bambina”.

Ma tra i due, quello che deve emergere è Bozano, in tutta la sua negatività. Bozano è il colpevole perfetto.

L’esposizione mediatica di Bozano, considerata la delicatezza dal caso, e il periodo in cui è avvenuto, è notevole.

Convoca conferenze stampa, concede interviste, finisce sui giornali di gossip, si parla di lui alla radio e per televisione.

In questo modo il caso Bozano anticipa di anni la rilevanza mediatica dei casi di cronaca nera.

I giornali sono stati fondamentali nel racconto della vicenda.

Verità storica e verità mediatica in questo caso si intrecciano e si sovrappongono.

I media sorvolano invece – affidandosi ad un’unica lettura – sulla verità medico-legale.

Infatti, se viene data molta importanza alla spider, alla presunta devianza di Bozano, alla cintura da sub e alla macchia di orina, viene invece trascurato il fatto che all’interno dell’auto del “biondino della spider rossa” non vi siano tracce di Milena.

Non vi è stato neppure un esame tossicologico – fondato in modo scientifico – che potesse verificare le effettive condizioni fisiche della vittima.

«Viviamo basandoci su deduzioni». Ma a volte ci affidiamo alle deduzioni più semplici e lineari senza approfondire i dettagli all’apparenza meno rilevanti. Quando a volte basterebbe un piccolo dettaglio per risolvere un grande caso.


Greta Anna Cattaneo
Copywriter e comunicatrice

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