32. Lorenzo Bozano e la grafologia. Storia degli studi grafologici dalle origini a Padre Moretti

Milena Sutter - Rapimento e omicidio - Genova - 6 maggio 1971

 

La grafologia e il caso di Milena Sutter hanno alcuni punti in comune. Non vi è dubbio su questo.

E’ interessante verificare come il cosiddetto piano di rapimento di Lorenzo Bozano – collegato dagli inquirenti alla vicenda del 1971 a Genova – possa essere letto su un piano grafologico.

C’è allora da chiedersi – al di là della lettura grafologica degli scritti di Bozano – quali origini abbia la grafologia.

E capire, così, le origini di questa disciplina che trova nella Scuola Grafologica Morettiana di Verona una sua espressione di studio, di ricerca e di insegnamento.

Ripercorrere la storia della grafologia è utile per capire questa disciplina. E quanto sia importante studiarla in modo scientifico.

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Scuola Grafologica Morettiana: la storia della Grafologia

Il desiderio di indagare il significato profondo della scrittura manuale ha radici antiche: già Gaio Svetonio Tranquillo (70-140  d.C.), scrittore e biografo di epoca romana, nell’opera Vite dei dodici Cesari frequentemente fece riferimento alla scrittura degli imperatori per integrare i tratti delle loro personalità.

Osservando la scrittura di Ottaviano Augusto, in particolare, Svetonio fornì un’originale e interessante testimonianza di “analisi”.

Egli infatti riportò che “nel modo di scrivere [di Augusto] ho notato soprattutto queste particolarità: non divide mai le parole e se non può mettere certe lettere alla fine della riga, non le riporta alla seguente, ma le  scrive  sopra  la  parola, circondandole con un tratto di penna”.

Non rispettava assolutamente l’ortografia, “vale a dire quell’arte di scrivere  correttamente le parole, fondata dai grammatici e sembra che seguisse di preferenza l’opinione di coloro che pensano di dover scrivere come si parla. Infatti spesso invertiva le lettere e le sillabe intere, o addirittura le saltava”.

Per secoli, la ricerca dei rapporti esistenti tra la scrittura e il comportamento umano ha assunto le sembianze di una “divinazione”, di una grafomanzia: ciò non stupisce se si pensa che da sempre e in ogni cultura popolare la scrittura e gli alfabeti sono stati intesi come un “prodotto divino”: implicitamente interpretare (divinare) la scrittura significava leggere il messaggio divino in essa contenuto.

Da questa prospettiva ci si staccherà via via in maniera sempre più netta a partire dal Settecento quando, forte anche della spinta illuministica, l’approccio alla tecnica grafologica si fece sempre più scientifico, sperimentato e sottoposto a verifiche.

Dall’Ottocento il gesto grafico iniziò ad essere studiato come un’attività cerebrale complessa, e quindi frutto di una dinamica non solo intellettiva e affettiva ma anche neurofisiologica.

Il Novecento è il secolo che vide il germogliare di nuove ricerche, collaborazioni interdisciplinari, confronti: gli studi hanno cominciato a specializzarsi nei differenti ambiti applicativi e ad essere rivolti a tutte le espressioni grafomotorie, comprese quelle dei bambini e degli adolescenti.

Si sono perfezionati notevolmente gli strumenti di ricerca nell’ambito peritale-giudiziario e la scrittura ha assunto rilevanza anche in ambito psicoanalitico, psichiatrico e medico, poiché – al pari di tutti gli altri comportamenti – sottoponibile a valutazioni e ad osservazioni.

Ma esiste un documentato e storico punto di inizio?

Da quanto comincia, convenzionalmente, lo studio sistematico sull’analisi interpretativa della scrittura? E come si è svolto nel corso dei secoli?

A queste domande si cercherà di rispondere ripercorrendo le tappe fondamentali e le personalità straordinarie che hanno fatto la storia della grafologia cercando di dare una continuità cronologica agli eventi più significativi partendo da Prospero Aldorisio e dal suo Idengraphicus Nuntius.

 

Lorenzo Bozano - particolare del piano di rapimento del 1971 - sequestro Milena Sutter

Il cosiddetto “piano di rapimento” di Lorenzo Bozano. Fu scritto, secondo Bozano, la notte dell’8 marzo 1971 come un atto di fantasia

 

La storia della Grafologia

Il napoletano Prospero Aldorisio nel 1611 diede alle stampe il trattato in latino Idengraphicus nuntius, contenente 72 assiomi attraverso i quali, per la prima volta, sono definiti alcuni principi di base necessari all’analisi della scrittura.

Non si parla ancora di grafologia ma di idengrafia, ossia di una filosofia naturale (come la definì lo stesso Aldorisio) che permetteva di comprendere l’essere umano attraverso l’osservazione della sua scrittura.

Di Aldorisio e della sua idengrafia si hanno le prime notizie grazie alla testimonianza di tale Giovanni Frigiolo che, in vacanza a Napoli, aveva conosciuto Aldorisio: si tratta della Lettera nella quale si ragiona intorno alla nuova scienza detta l’Idengrafia da Prospero Aldorisio ritrovata, pubblicata nel 1610.

Napoli non diede solo i natali ad Aldorisio ma fu anche il teatro in cui operò a lungo lo straordinario medico Marco Aurelio Severino, celebre per la sua opera di anatomia comparata.

Egli pubblicò, tra le altre opere, il trattato Vaticinator, sive Tractactus de divinazione literalia.

Se da Napoli ci si sposta a Bologna si scopre che anche Camillo Baldi, laureato in medicina e in filosofia, professore di logica e di filosofia all’Università di Bologna, nonché custode del museo Aldrovandi della stessa città, pubblicò un saggio rimasto tra i più celebri in ambito storico-grafologico: Come da una lettera missiva si conoscano la natura e la qualità dello scrittore (1622).

Nel trattato, Baldi mise in risalto l’importanza della missiva privata come documento utile per la comprensione del carattere dello scrivente, perché spontanea e non condizionata dagli aspetti formali e dagli orpelli stilistici presenti nelle lettere ufficiali.

L’opera di Baldi è molto interessante ma si è ancora molto lontani dalla trattatistica grafologica per la quale si dovranno attendere almeno due secoli.

Un’altra importante testimonianza che vale la pena di annoverare tra i punti salienti della storia della grafologia viene dalla Svizzera: si tratta dell’opera di Johann Kasper Lavater (Zurigo 1741-1801), ben lontano dall’Illuminismo dell’epoca, a cui anzi si oppose fermamente, egli fu influenzato dal Leibniz e da Rousseau.

Letterato, filosofo e teologo, Lavater fu autore di uno dei più celebri trattati sulla fisiognomica di tutti i tempi, il Frammenti sulla fisiognomica (Von der physiognomik), opera scritta in collaborazione con Goethe, nella quale pubblicò un gran numero di profili e di ritratti ottenuti mediante tecniche pittoriche che permettevano la realizzazione di rapide silohuette.

L’opera di Lavater è ricordata in ambito grafologico perché alla scrittura fu dedicato un intero capitolo dal titolo Carattere delle scritture proponendo alcune leggi per la loro interpretazione.

La scrittura, secondo Lavater, costituisce il movimento più complesso compiuto dall’uomo.

Sarà però solo agli inizi del XIX secolo che un’opera integralmente dedicata alla relazione tra la scrittura e il carattere viene data alle stampe: si tratta di L’art de juger de l’esprit et du caractère des hommes sur leur écriture attribuita al belga Edouard Hocquart (1787-1870).

In quest’opera, per la prima volta, lo studio sulla scrittura avvenne su basi sperimentali. Dell’opera stupisce e affascina l’attualità delle osservazioni grafologiche.

Per Hocquart infatti: il gesto è più espressivo di qualunque parola; la scrittura è il gesto che rende l’unicità dell’individuo.

La grafia – secondo Hocquart – segue il percorso evolutivo di ogni uomo; la scrittura individuale conserva l’impronta dei momenti fondamentali della vita di ogni persona; l’intelletto e il sentimento si riflettono nel gesto grafico.

 

Jean Hippolyte Michon: la grafologia diventa sistema

Ciò che storicamente fissa il primo tentativo di affrancamento della grafologia come scienza  sono gli studi, le ricerche e le pubblicazioni dell’abate Jean-Hippolyte Michon (1806-1881).

Figura passionale, poliedrica, originale, eclettica e coltissima, il religioso Michon si interessò di botanica, di archeologia e di storia.

La sua bibliografia conta decine di pubblicazioni tra cui celebri sono rimaste quelle polemiche nei confronti del conservatorismo ecclesiastico.

L’esempio più eclatante in questo senso è rappresentato dal celebre romanzo, pubblicato in forma anonima col titolo Le Maudit (Il maledetto), tradotto anche in italiano, che suscitò clamore in tutta Europa.

Michon si dedicò completamente alla grafologia nella seconda parte della sua vita, trasformando quella che inizialmente fu per lui una passione, in una vera e propria missione.

Uno degli incontri più importanti e significativi della sua vita fu quello con l’abate Julien Flandrin (1809-1864), che lo introdusse allo studio del gesto grafico.

L’altro incontro fondamentale per Michon fu quello avvenuto nel 1863 con Adolphe Desbarolles (1804-1886), conte d’Autencourt, pittore, studioso di chiromanzia e di frenologia.

Egli finanziò il progetto e lo studio di Michon che sfociarono in un trattato già pronto nel 1871 ma edito solo nel 1872 col titolo Les mystères de l’ècriture. L’art de juger les hommes sur leurs autographes.

La collaborazione tra i due non durò a lungo: le loro posizioni e il loro approccio alla scrittura era diametralmente opposto: scientifico e rigoroso, quello di Michon, legato invece all’occultismo e più romantico quello di Desbarolles.

Nel novembre del 1871 fu pubblicato il primo numero di Le Journal des Autographes, in cui, per la prima volta nella storia, è utilizzato il termine grafologia a cui viene attribuito il valore di scienza: la rivista fu ideata, curata e redatta da Michon – che si firmava col solo nome.

Sempre nel 1871 Michon fondò la Société de Graphologie e nel 1875 pubblicò la sua opera fondamentale, il Système de Graphologie. L’art de connaitre les hommes d’àpres leur écriture.

Nel 1878 diede alle stampe il Methode pratique de graphologie a cui poi seguirono altre pubblicazioni, e non solo di natura grafologica.

A Michon è attribuito il merito di aver accompagnato la grafologia verso la ricerca sperimentale. Creando così i presupposti affinché si istituissero delle regole grafologiche, principi e leggi che consentissero il definitivo distacco dalle discipline esoteriche.

Se alcune delle teorie michoniane sono ancora discusse in ambito grafologico, non accolte totalmente o non pienamente esaustive, è indubbio che Michon ha posto, per primo, le basi per uno studio rigoroso sulle scritture.

 

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Jules Crépieux-Jamin e la scuola francese

Un altro francese, Jules Crépieux-Jamin (1859-1940), raccolse l’eredità michoniana e strutturò la grafologia su basi sperimentali e suscettibili di costante verifica.

Anche la personalità di Crépieux-Jamin fu singolare, poliedrica e ricchissima, così come la sua formazione.

Rimase celebre il suo coinvolgimento come perito nel cosiddetto Affaire Dreyfus, un caso politico, prima ancora che giudiziario.

Nel 1885 Crépieux pubblicò il Traité pratique de Graphologie e nel 1889 L’écriture et le caractère, iniziò quindi a collaborare con la rivista La Graphologie e divenne ben presto uno dei maggiori referenti della grafologia francese.

La sua opera fondamentale è l’ABC de la Graphologie, pubblicata per la prima volta nel 1929.

La grafologia jaminiana parte da due assunti fondamentali: la scrittura è un prodotto unico ed individuale; la scrittura manifesta ed esprime lo psichismo personale e individuale.

A conferma dell’unicità della scrittura,  Crépieux-Jamin condusse infiniti esperimenti, tra cui quello sul numero 1 e sulla lettera I.

Riuscì a dimostrare la variazione della scrittura durante l’ipnosi e collaborò a lungo con la nascente psicologia. In questo senso da non dimenticare è la figura di un altro studioso straordinario, Alfred Binet (1857-1911), anch’egli ricercatore indefesso e coautore della celebre scala Binet-Simon sulla valutazione del QI.

Binet nel 1906 pubblicò Les révélation de l’écriture, scritta grazie all’attiva partecipazione di Jamin.

Particolarmente interessanti in ambito grafologico sono molti degli articoli scritti da Binet e pubblicati nell’Anneé Psychologique.

Tra tutti si citano La graphologie et ses révélations sur le sêx, l’âge et l’intelligence e la Revue générale sur la graphologie nel quale l’autore fece una bellissima e rapida rassegna della grafologia jaminiana.

Pubblicò inoltre il disegno di uno strumento ideato dall’italiano Obici, il grafografo, grazie al quale sarebbe stato possibile comprendere i movimenti delle dita durante la scrittura.

Crépieux-Jamin approfondì le condizioni che agiscono direttamente nel gesto e nel tratto grafico.

E seppe dar seguito alle sue sperimentazioni arrivando a codificare e a classificare i segni grafologici, includendoli in Generi e suddividendoli in Specie e Modi.

Uno dei più complessi e affascinanti ambiti di approfondimento jaminiano fu quello relativo alla rilevazione dell’armonia e dell’organizzazione della scrittura. Studi talmente rilevanti per Crépieux, da diventare la variabile fondamentale di ogni scrittura.

 

La grafologia in Germania

Si abbandona la Francia per approdare in Germania dove, tra i primi autori va menzionato Adolphe Henze (1814-1883) che nel 1862 pubblicò la curiosa Chirogrammantomantie.

Benché questo studio possa essere posto al confine con l’occultismo e nonostante appaia come una sostanziale e poco organica raccolta di intuizioni, si ritiene opportuno non dimenticarlo.

Henze godette di una certa notorietà in Francia (Desbarolles fu uno dei suoi grandi estimatori). Inoltre il suo autore fu tra i primi ad osservare la scrittura come comportamento umano.

Di tutt’altro orientamento fu invece lo studio intrapreso dal tedesco d’adozione, William (Wilhelm) Thierry Preyer (1841-1897).

Avvicinatosi alla Medicina, Preyer studiò dapprima a Parigi, quindi a Berlino e poi a Bonn dove si laureò.

In ambito grafologico Preyer va ricordato per aver studiato la scrittura dal punto di vista fisiologico, come processo motorio.

Si tratta di un approccio che decreterà un orientamento sostanziale per tutta la scuola grafologica tedesca e che influenzerà anche Ludwig Klages il quale vedrà proprio nel movimento la sintesi globale dell’individuo.

La sue opere grafologiche fondamentali sono Zur Psychologye des scribens (La psicologia della scrittura) e Scrittura e carattere.

Non si possono tuttavia dimenticare Die Seele des Kindes (L’anima dei bambini) e Specielle Physiologie des Embryo (Fisiologia embrionale).

Preyer fu il primo a dimostrare che le variazioni della scrittura non dipendono dal movimento della mano. Sono semmai il frutto di una complessa attività cerebrale.

Tale attività complessa trova la “spinta di base” in due dinamiche opposte e sostanziali: la contrazione e l’espansione, quindi la tensione e il rilassamento. Rilevabili tutte in mondo incontrovertibile attraverso strumenti diagnostici.

Preyer dimostrò come esse potessero essere registrate con precisione anche dal gesto grafico.

Certamente la figura più nota, controversa, affascinante della grafologia tedesca fu il filosofo Ludwig Klages (1872-1956).

Laureatosi in chimica, frequentò il laboratorio di psicologia di Wilhelm Maximilian Wundt, fu fondatore del circolo dei Kosmiker, attraverso il quale ambiva al recupero dei valori dionisiaci della vita.

Determinante fu il suo incontro con Preyer, che lo indusse ad approfondire lo studio sulla scrittura.

Studiò la grafologia francese, da cui poi prenderà le distanze per creare una propria concezione grafologica.

Nel 1897 con lo psichiatra George Meyer fondò la Società Grafologica Tedesca che si esprimeva attraverso il Bollettino della Società Grafologica Tedesca diretta, dal 1904, dallo stesso Klages.

Certi che la grafologia klagesiana non possa intendersi interamente se non inserita nel vasto e articolato quadro filosofico nel quale l’Autore si muoveva.

A Klages va riconosciuto il merito di aver introdotto quello che diverrà uno dei più complessi e ricchi strumenti di valutazione della scrittura: il ritmo.

Esso diventerà lo strumento che permetterà al grafologo di approdare alla conoscenza più intima dello scrivente.

Posto agli antipodi della cadenza, il ritmo della scrittura fu contemplato da Klages come il frutto dell’antagonismo tra opposte tensioni, tra due forze: da una parte, nell’anima (apersonale e cosmica, incosciente e legata agli istinti) e dall’altra allo spirito (personale, cosciente e legato alla volontà).

La complessa e articolata opera di Klages convoglierà nell’assunto grafologico più celebre, il Formniwo, esprimente, per Klages, l’essenza dell’individualità, cioè il grado di pienezza vitale (e animica) posseduto dallo scrivente.

Dal Formniwo (Livello di energia vitale) dipenderà il significato dei segni grafologici, che infatti per Klages avranno una duplice valenza, positiva o negativa a seconda del grado di Formniwo.

Accanto alla figura di Klages si deve quantomeno menzionare quella di Roda Weiser che continuò ad indagare le ricerche sul ritmo nella scrittura. E che condusse approfondite ricerche particolarmente sulla scrittura dei criminali.

L’altro autore che vale la pena di menzionare, quando si parla dello sviluppo del ritmo in grafologia, è Robert Heiss (1903-1971).

Nato a Monaco, Heiss studiò filosofia e psicologia e fu docente di psicologia a Köln e a Friburgo dove, nel 1943, fondò l’Istituto di Psicologia e Caratterologia.

In ambito grafologico rimane celebre per la pubblicazione del fondamentale L’interpretazione della scrittura (1943).

Ad Heiss va ricondotto il merito di essere riuscito a riunire le esperienze della grafologia classica alle conoscenze della psicologia.

Alla base della teoria grafologica heissana sta il principio in base al quale la scrittura rappresenta un fenomeno espressivo globale, specchio dell’essenza individuale, che comprende i movimenti volontari e quelli involontari.

Il metodo interpretativo di Heiss prevede, alla base di tutto, un movimento il cui esito è la struttura che organizza lo spazio nel quale si inserisce. E quindi si realizza in una forma specifica seguendo un determinato modello.

Le tre parti fondamentali di cui si compone la globalità del gesto grafico, dunque, si riassumono per Heiss in Movimento – Spazio – Forma.

Ciò che consente a queste tre dinamiche di convivere e di organizzarsi è, appunto, il ritmo.

Grafologo tedesco ma francese d’adozione Walter Hegar discostandosi dalla grafologia intuitiva di Kalges,  contemplò una grafologia che registrasse in maniera oggettiva il tratto grafico.

L’opera hegariana più celebre è Grafologia attraverso il tratto.

Introduzione all’analisi degli elementi della scrittura (Parigi, 1938) nella quale sviluppò il proprio sistema grafologico.

Un sistema basato solo sul tratto, considerato l’unico elemento misurabile e quantificabile poiché l’unico manifestamente in contatto con il foglio.

 

Scuola Grafologica Morettiana - articolo del Trentino e dell'Alto Adige sul piano di rapimento di Lorenzo Bozano - sequestro e omicidio Milena Sutter

Un articolo sul lavoro della Scuola Grafologica Morettiana sul caso di Milena Sutter

 

Grafologia e neurologia: un nuovo approccio allo studio della scrittura

Rudolph Pophal si laureò in medicina e fu assistente alla Clinica Universitaria di Greiswald, dove ottenne una specializzazione in neurologia nel 1925.

Dal 1945 al 1958 tenne la cattedra di Grafologia ad Amburgo.

A lui va riconosciuto il merito di aver fondato un nuovo campo di indagine grafologica: quello neuro-psico-motorio.

La sua opera più nota è Scrittura e cervello.

La grafologia alla luce della teoria stratigrafica, nella quale chiarì le condizioni di natura neurofisiologica, biotipologica e psicologica che inducono alla produzione degli stati di tensione nella scrittura.

A Pophal va riconosciuto il merito di aver definito e codificato i gradi di tensione nella scrittura.

Benché gli studi e le ricerche condotte sinora sulle attività cerebrali si siano molto raffinate, l’opera pophaliana resta di un’attualità straordinaria. Questo grazie agli assunti antropologici che restano, di fatto, senza tempo e sempre attuali.

 

grafologia - scuola grafologica morettiana

 

Grafologia e psicoanalisi

Il primo studio comparato tra grafologia e psicoanalisi ricoduce a Max Pulver (1889-1952) che si laureò in filosofia nel 1913 con la tesi Ironia romantica e la commedia romantica.

Autore di saggi filosofici, opere letterarie, poetiche e teatrali, approfondì la conoscenza della mistica, della psicologia, della fenomenologia e dell’antropologia.

Nel 1913, in seguito ad un viaggio studio a Parigi, conobbe la grafologia: forte della variopinta gamma delle sue conoscenze nonché delle amicizie di cui godeva soprattutto in ambito psicologico e psicoanalitico, tra cui, le più celebri, quelle di Jung e Freud, Pulver fornì un contributo straordinario allo studio della scrittura.

Fondò la Schweizerische Graphologische Gesellschaft (Società Grafologica Svizzera) di cui fu presidente fino alla morte e fu docente di grafologia presso l’istituto di Psicologia applicata di Zurigo e perito del tribunale della stessa città.

Nel 1931 pubblicò La simbologia della scrittura, unica opera tradotta e pubblicata in italiano, che lo rese celebre: Pulver pubblicò decine di articoli e saggi di grafologia, scritti anche a più mani.

Grazie all’elaborazione pulveriana la grafologia acquista un sistema normativo assolutamente unico e nuovo rispetto a tutte le scuole già presenti in Europa.

L’assunto di base dell’intero impianto dell’opera pulveriana è l’assunto che la scrittura possa intendersi anche come processo proiettivo capace di rendere manifesta la personalità inconscia.

Personalità inconscia che, disse Pulver, “rappresenta i quattro quinti dell’essere umano”.

Tra le numerose teorie pulveriane più note ed adottate poi anche in ambito piscoanalitico, si ricorda quella legata al simbolismo del campo grafico.

Partendo dal presupposto che lo spazio esteriore è una proiezione della spazialità psichica dello scrivente, il foglio bianco, ovvero lo spazio grafico, diventa uno spazio simbolico. Spazio che risponde a vettori, anch’essi simbolici, universalmente ri-conosciuti.

Il foglio, con Pulver, e lo scritto in esso fissato, assumono profondità, verticalità, orizzontalità e pluridimensionalità.

Non si osserva più il solo movimento grafico ma il “luogo” grafico nella sua interezza.

Questo approccio, assolutamente nuovo, sarà accolto in toto da Ania Teillard Mendelssohn, allieva di Jung, la quale, partì dall’assunto di base della grafologia pulveriana.

In base alla grafologia pulveriana, il simbolo rappresenta l’anello di congiunzione tra il segno grafologico e la psiche individuale.

Su questa base, Ania Teillard Mendelssohn codificò grafologicamente le funzioni (estroversione-introversione) e i tipi junghiani (sentimento-Pensiero; Sensazione-Intuizione). Nonché le immagini junghiane di anima e animus.

L’opera grafologica di riferimento è L’âme et l’écriture (1948). Va tuttavia ricordata anche l’opera Il mondo dei sogni. Simboli e significati intepretazioni.

Va anche evidenziato il ruolo avuto dalla Teillard nell’elaborazione dei principi grafologici che consentirono di individuare l’immagine junghiana di anima e animus, metafora simbolica della polarità femminile/maschile.

 

Padre Girolamo Moretti

Padre Girolamo Moretti

 

La grafologia in Italia: padre Girolamo Moretti

Di padre Girolamo Moretti l’ideale sarebbe tracciare un unico schizzo, un tratto semplice, efficace, di quelli meravigliosi che solo lui era in grado di dipingere riassumendo l’essenza di un uomo in una parola.

Probabilmente sarebbe sufficiente definirlo genio. Ma si è certi che, così facendo, qualcosa di lui rischierebbe di sfuggire, allo stesso modo in cui la sua immagine scivola dai tentativi di ingabbiarla in una biografia rigida, fredda e anonima.

Padre Moretti nacque a Recanati il 18 aprile del 1879, di venerdì.

Umberto – questo è il suo nome di battesimo – era il terzo di 18 figli.

Nel 1905, in un pomeriggio afoso d’agosto, per una strana irrequietezza che gli impediva di fare il consueto riposo, Moretti si era messo a leggere “l’Avvenire d’Italia” e l’occhio gli cadde su uno strano articolo dal titolo La Grafologia.

Lui non ne aveva mai sentito parlare e si meravigliò di sapere che ci fosse uno studio “speciale” sulla scrittura.

Fin da bambino, quando gli capitava sott’occhio un manoscritto, Girolamo Moretti riusciva a scorgere l’autore dello scritto nei suoi movimenti più spontanei: nel suo modo di ridere, di piangere, di muoversi, di conversare, di imporsi, di reagire.

Ripensò alla grafologia per tutto il giorno e la notte si sognò che una moltitudine di persone si presentassero da lui per fargli vedere delle scritture da esaminare.

Il giorno dopo si mise a cercare gli autori che parlavano di grafologia e gli capitò di leggere un’opera di Alfred Binet. Moretti si infervorò e, dopo Binet, andò a cercare un volume di Crépieux-Jamin.

Lo trovò e si mise a leggerlo con voracità ma si accorse subito che non rispondeva alle sue aspettative. Lo accantonò, riproponendosi di rileggerlo più tardi.

Si mise così di proposito a stabilire un suo sistema, iniziò a sperimentare lungamente il metodo per consentire a chiunque di vedere quello che lui stesso coglieva nella scrittura.

Moretti aveva l’impressione che la sua abilità grafologica fosse incomunicabile.

Inizialmente non riusciva a spiegare per quale motivo egli riuscisse a vedere le particolarità psichiche e somatiche dello scrivente.

Grazie all’insistenza e all’aiuto di molti suoi confratelli, egli riuscì a creare un sistema grafologico complesso, codificato e strutturato.

Era composto da circa un centinaio di segni quantificabili in decimi, la cui rilevazione e combinazione, abbinata al significato sostanziale del segno, delle sue caratteristiche, ecc., permette di comporre un quadro estremamente preciso della persona.

Grazie al lavoro dei suoi allievi e dei suoi successori, Moretti ha costituito una dimensione grafologica assolutamente unica nel panorama internazionale.

Al punto da vantare la paternità dei cosiddetti capolavori morettiani ossia l’aver riconosciuto e precisato alcuni segni grafologici che in nessun altra grafologia sono stati codificati né individuati.

E’ il caso del cosiddetto Disuguale Metodico, che è il segno del genio per definizione; il Sinuosa, che è invece il segno della capacità di penetrazione psicologica, l’Angolo C ovvero l’emblema del savoir faire o ancora la Triplice larghezza, una sindrome di segni che mettono in luce le caratteristiche intellettive dello scrivente.

Il 26 luglio del 1963 Girolamo Moretti muore ad Ancona. E oggi sepolto nel cimitero di Mondolfo.

A lui e alla sua opera si ispira la Scuola Grafologica Morettiana.

La sua imponente opera conta decine di saggi e trattati: il più noto, benché non esaustivo del suo sapere è Trattato di grafologia. Intelligenza e sentimento che resta una pietra miliare del suo sapere.

Carla Salmaso

Carla Salmaso

 

 

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