Nel film, il genere thriller psicologico ridotto a un racconto scontato e disfunzionale.

Nel cinema, la narrazione visiva per raggiungere risultati convincenti si avvale di due concetti fondamentali: la sintesi e l’economia.

Un calderone pieno zeppo di elementi narrativi rischia di disorientare lo spettatore, le troppe azioni confondono e la storia non progredisce.

Logica e coerenza sono i valori strutturali da rispettare quando si costruiscono le azioni per un ecosistema narrativo.

La donna alla finestra è un prodotto cinematografico che, attraverso una storia criminale, fornisce spunti di racconto in grado di arricchire la disciplina dello Storytelling legata ai racconti dei casi reali di cronaca nera.

La trama del film possiamo farla rientrale nella categoria del genere thriller psicologico.

La storia dei media è lì a dimostrarci che un prodotto mediale rappresenta il crimine e la giustizia con una narrazione ricca di elementi visivi, che alimentano sentimenti di ansia e apprensione nello spettatore.

Il linguaggio visivo del film si fonda sul massiccio utilizzo di azioni ed elementi simbolici. Tante scene, tante azioni e tante sequenze vengono inserite per un motivo ben preciso: raccontare la storia senza servirsi delle parole.

Le azioni che comunicano qualcosa e fanno procedere la narrazione in avanti, senza aver bisogno del sostegno dei dialoghi tra personaggi, sono preferite alle parole.

Perché? Perché raccontano in modo esauriente la storia attraverso le immagini.

Nel caso del film La donna alla finestra abbiamo invece un abuso di azioni che scatenano l’effetto contrario, una reazione avversa alla pellicola stessa.

Il thriller si nutre di troppi simboli narrativi che vanno ad alimentare una serie di cliché legati al genere stesso.

In questo modo si ottiene l’effetto contrario al coinvolgimento: l’alienazione dalla storia da parte dello spettatore. Chi guarda, insomma, anziché essere coinvolto, si allontana.

Eppure, le intuizioni alla base di questo thriller psicologico sono giuste. Alcuni simboli sono davvero in grado di innescare spunti di riflessione interessanti. Vediamo quali.

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La casa, specchio dell’anima tormentata della protagonista

La casa è il primo simbolo che subito risalta all’occhio, nel film La donna alla finestra.

Il film ha inizio con una sequenza di riprese in alcune stanze dell’abitazione che fa da location della vicenda.

Si tratta di un ambiente circoscritto in quattro mura: un mondo che rispecchia il disordine emotivo e psicologico della protagonista.

Ogni angolo della casa ospita un ammasso confuso di oggetti, il disordine è il padrone assoluto di ogni stanza.

Gli spazi tangibili dell’abitazione rispecchiano la condizione caotica presente nella testa della protagonista, che vive un periodo di malessere psicologico.

Confusione, disordine, caos, sono i tre elementi predominanti sia nel personaggio che nell’abitazione che racchiude la sua esistenza quotidiana.

La casa insomma è il riflesso dello stato d’animo fragile e disturbato della donna, prigioniera nella sua testa e rinchiusa in quattro mura.

Nella sequenza d’epilogo finale assistiamo a un cambiamento radicale. Le riprese all’interno della casa ci mostrano un ambiente pulito, sgombro da ogni oggetto, ordinato e luminoso.

Sono trascorsi nove mesi dagli eventi drammatici che hanno sconvolto la vita della protagonista.

Nove mesi sono serviti alla donna per risalire dall’abisso di profondo malessere in cui era sprofondata e ripristinare la sua salute mentale dopo l’omicidio a cui ha assistito.

Anna Fox vende la casa. Ora è vuota, libera dal caos che la riempiva. Il cambiamento è avvenuto. Si è svuotata di tutto lo sconforto e il dolore.

“Devo andare adesso. Mi mancherai”, queste le ultime parole della protagonista prima di chiudersi la porta alle spalle per sempre.

Eppure, c’è un pezzo di lei che non vorrebbe lasciarla. La casa è stata forse un nido, le ha fornito protezione e cure quando ne aveva più bisogno.

Dopo nove mesi, la donna rinasce, una nuova vita l’attende lontano da Manhattan.

È un caso che siano trascorsi proprio nove mesi dagli eventi traumatici che le hanno fatto toccare il fondo?

Anna Fox è adesso una donna libera, pronta a vivere la sua seconda vita. È una donna rivisitata nell’animo e nella mente, pronta a riscrivere la sua storia.

Ma come fa la donna a riprendersi e ristabilire il suo equilibrio psico-fisico così dal nulla, soprattutto dopo tutti gli inciampi rappresentati dall’omicidio del suo inquilino, dalla sua “quasi morte” e al fondo toccato con l’idea del suicidio?

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Dal nulla la vediamo sorridente, serena, senza strascichi paranoici di nessun tipo, pronta ad affrontare una nuova vita. Com’è riuscita a raggiungere quell’alto livello di benessere?

L’arco narrativo assente nella struttura del personaggio di Anna Fox non ci permette di comprenderne le azioni. Si passa da un estremo all’altro senza descrivere come il cambiamento avvenga.

Manca il sentimento di sofferenza che cresce, si acuisce, per poi sfociare nell’irreparabile. Così come manca la forza necessaria alla donna per riprendersi. Nulla di tutto questo viene narrato.

Per questo motivo alla fine del film lo spettatore rimane frastornato, si sente preso in giro.

Come fa Anna Fox a rimanere altri nove mesi nella stessa casa dove è stata uccisa una persona sotto i suoi occhi; e dove lei stessa ha rischiato di morire?

Con un equilibrio instabile come il suo, di certo tali eventi avrebbero dovuto peggiorare la situazione, per cui un allontanamento da quella casa sarebbe stato necessario.

Come fa la protagonista a provare un sentimento di nostalgia, misto ad affetto, per il luogo che è stato la sua prigione nel periodo più buio della sua vita?

Non viene fornita una risposta logica a queste domande, confermando i buchi di trama e le lacune narrative presenti sin dal primo ciak. 

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Le finestre, schermi televisivi con la funzione d’intrattenere

Altro elemento dall’impatto visivo potente del film La donna alla finestra sono le finestre dei palazzi nel quartiere.

Sulla facciata delle case di fronte la sua abitazione, la protagonista può osservare tutto quello che succede ai vicini durante il giorno.

Le loro finestre sono tutte uguali e hanno la stessa forma di uno schermo da smartphone.

Non esistono tendine, i contenuti che si alternano tra i vari schermi sono molteplici e variegati.

Il movimento della macchina da presa segue gli occhi della protagonista del film, che osserva curiosa le vite degli altri spostando gli occhi da uno schermo all’altro in modo compulsivo.

Dietro alle finestre ci sono persone che fanno cose, si muovono, mettono in scena microstorie di pochi secondi.

Rendere la vita delle persone uno spettacolo da esibire su uno schermo è la chiave di lettura dietro l’atteggiamento quasi invasivo, ai limiti della legalità, della donna affacciata alla finestra.

Un atteggiamento del genere però non è così lontano dalla realtà. Mettere il naso nella vita degli altri è un passatempo che distrae la gente dai propri problemi.

L’ossessione patologica per tutto ciò che riguarda la quotidianità dei vicini di Anna Fox riflette, quindi, il comportamento invadente che le persone assumono nella vita reale di tutti i giorni.

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La neve, gancio che unisce il sogno alla realtà

Il mondo onirico protegge la protagonista dai traumi del passato relegandoli in un angolo buio della sua testa, prigionieri di una psiche instabile avvolta da nebbia e confusione.

Proprio l’incapacità di ricordare il passato permette ad Anna Fox di proteggersi dal dolore.

Quando la donna è sveglia e vigile, c’è uno scudo che la difende dai ricordi traumatici. È irrequieta, affetta da disturbi psicologici, manifesta sintomi che celano un problema, ma ne ignora la fonte.

Le difese si abbassano quando dorme. I ricordi dolorosi cercano di salire in superficie perché non più trattenuti dalla coscienza che vigila sulla psiche.

Spesso nel dormiveglia, infatti, Anna Fox vede scendere dei fiocchi di neve. Non sembrano reali, li avvolge una nebbia che ne sbiadisce i contorni. 

I fiocchi sono fermi a mezz’aria. Il luogo e l’angolazione da cui si assiste alla loro caduta non sono chiari. L’intero contesto è indefinito.

La donna sta sognando? Cosa sta sognando? Perché sogna proprio dei fiocchi di neve?

La neve è un gancio tra i ricordi tenuti nascosti del trauma e l’incertezza sulla veridicità dei fatti autoimposta nella realtà, entrambi aspetti che caratterizzano la protagonista.

Anna Fox non vuole ricordare cos’è successo alla sua famiglia. Non vuole nemmeno ricercare la fonte del suo trauma, che gli causa così tanti problemi.

Non vuole farlo perché è consapevole che il disagio che prova, vivendo in questo modo disturbato, non è nulla rispetto al dolore penetrante dovuto alla realtà dei fatti che le sono successi.

Preferisce affrontare le conseguenze di una vita imperfetta e inadeguata, piuttosto che soffrire dietro alla consapevolezza di una vita dai ricordi traumatici.

La neve è la prima cosa che Anna Fox vede quando si risveglia dopo l’incidente e scopre l’amara verità sulla sua famiglia.

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Anna Fox e il rapporto con il suo gatto

Il gatto e la volpe nel mondo delle favole sono due imbroglioni, losche figure da cui stare alla larga.

Descritti come falsi amici, traditori e approfittatori, sono da sempre considerati gli antagonisti dell’eroe.

Quello su cui poco si riflette è che questi personaggi sono legati da un rapporto molto stretto. Si spalleggiano l’un l’altro, si completano a vicenda.

Sono una coppia inseparabile, tanto che vengono nominati sempre insieme.

Il profondo legame che lega entrambi viene capito e apprezzato solo da loro stessi. Sono come anime gemelle che non possono esistere separatamente. Hanno senso solo insieme.

Questo stesso legame unisce Anna Fox al suo gatto persiano.

Forse è un caso che il cognome della protagonista sia proprio “volpe”, forse si tratta di una semplice coincidenza, fatto sta che l’unico essere vivente capace nella realtà di aiutare davvero la protagonista ad affrontare questo brutto periodo sia proprio il suo gatto.

Grazie alla sua presenza, Anna Fox riacquista lucidità riuscendo a non impazzire del tutto.

Il gatto persiano è l’unica presenza vivida e chiara che la tiene ancorata alla realtà; è il gancio tra il labirinto contorto che è il suo passato e la vita complicata che è il suo presente.

Il gatto di razza persiana, inoltre, ha un carattere docile e affettuoso. Socializza con facilità, ma allo stesso tempo non soffre la solitudine. Tra i suoi tratti distintivi c’è la pigrizia.

Si direbbe quasi lo stesso carattere della sua padrona. Anna Fox non ha problemi a stringere rapporti di amicizia con i suoi vicini; parla con loro ed è anche molto accogliente e disponibile nei loro confronti.

Allo stesso tempo non soffre la solitudine, le piace stare da sola ed è così pigra da rimanere in vestaglia da notte per intere giornate.

Il gatto è un po’ il suo alter ego, la parte di Anna Fox che ha bisogno di protezione e che la costringe, seppur relegata in casa, a non perdere i contatti con la realtà fuori.

Non è un caso che sia proprio grazie al gatto che la donna riuscirà a trovare la prova delle tesi che afferma riguardo alla presenza della vittima di omicidio nel suo salotto di casa.

Quando nessuno le crede, lei si ricorda di una foto scattata al suo amico domestico. In quella stessa immagine c’è il riflesso di un volto nel bicchiere di vino: si tratta della donna che poche sere prima è stata uccisa davanti ai suoi occhi.

Il gatto, quindi, aiuta la protagonista a non apparire pazza come tutti vogliono far credere. Anna Fox ha davvero conosciuto la vittima e assistito al suo omicidio.

Inoltre, il fatto che il viso della vittima appaia riflesso e non vivido in una foto, avvalora l’ipotesi della presenza di un limbo tra realtà e dimensione onirica in cui il trauma ha costretto Anna Fox a rifugiarsi.

Non c’è chiarezza perché la donna non è lucida. Il suo riflesso è quello che scorge anche dalla finestra quando spia i vicini.

La sua memoria, i suoi ricordi, la sua stessa persona, sono sbiaditi e non vividi come foto precise della realtà, ma sono solo riflessi dai contorni smussati e poco chiari.

Tutta quest’attività di rincorsa tra i ricordi confonde il pubblico. Tanti simboli, assortiti alla rinfusa, generano la reazione contraria al coinvolgimento.

Pochi simboli, puntuali, precisi e diretti, avrebbero reso la pellicola più interessante.

Il pasticcio ricreato, invece, ha solo fatto in modo che i simboli conducessero a un linguaggio visivo pieno di cliché che fanno storcere il naso allo spettatore.

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Il pasticcio narrativo del thriller psicologico pieno di cliché

Stabilire il genere di un’opera cinematografica significa definire la precisa emozione che si vuole far provare al pubblico.

Il genere deve essere chiaro sin da subito. Già nei primi minuti di narrazione, il pubblico deve avere la possibilità di farsi un’idea su cosa sta guardando e dovrà essere così fino alla fine del film.

Per fare in modo che il prodotto funzioni e venga apprezzato, è importante che il ritmo narrativo rispecchi sempre lo stile del genere assegnato al film.  

La donna alla finestra sviluppa il genere thriller, cerca di calibrare i suoi ingredienti con scarsi risultati: a una trama confusa vengono mescolati troppi elementi sia narrativi che visivi.

Per sviluppare un genere in grado di non confondere il pubblico, c’è bisogno di lavorare su quattro aree:

  1. L’emozione innescata nel pubblico dalla narrazione
  2. I modelli che formano il genere
  3. L’effetto sorpresa in grado di rimescolare i modelli e fornire nuove combinazioni narrative
  4. Lo stile e il tono adatti al genere scelto

Ogni storia funziona solo se è capace di coinvolgere il pubblico attivando la sua sfera emotiva tramite le emozioni.

Le emozioni, proprio come altri elementi della sceneggiatura, devono essere precise.

Mescolare troppe emozioni contrastanti e magari lontane dal genere narrativo, genera maggiore confusione e il prodotto ne risente.

Nel film thriller La donna alla finestra c’è un frullato di emozioni solo accennate, così deboli da non riuscire nemmeno a tenere testa al ritmo. Il risultato è un gran soufflé che si affloscia su se stesso alla fine del film.

Emozioni come l’ansia e la paura, che il pubblico si aspetta di trovare in un thriller psicologico, vengono addirittura mescolati a sentimenti più dolci di compassione e tenerezza nei confronti della protagonista.

Nessuno di questi sentimenti raggiunge il suo apice tramite uno stabile arco narrativo, per cui è impossibile entrare in stretta connessione con la storia.

Il pubblico non viene trascinato all’interno della narrazione, non ha un appiglio stabile a cui aggrapparsi, non gli viene fornito il tempo di seguire un flusso di emozioni perché queste cambiano e si evolvono all’improvviso.

Questo lavoro di frenesia emotiva non porta a nulla, se non a realizzare un prodotto del tutto caotico e poco interessante.

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Modelli narrativi di un genere senza effetto sorpresa

Proprio come succede con le emozioni, il pubblico ha delle aspettative sui modelli che caratterizzano il film thriller. Si aspetta di vedere una struttura e degli elementi narrativi legati al genere.

La trama de La donna alla finestra è simile alla trama di tanti film di questo genere. La sfida era quella di rimescolare i modelli che compongono il thriller psicologico e creare combinazioni inedite e mai viste prima.

I modelli utilizzati nella pellicola di Joe Wright non apportano nuovo valore alla storia. Assistere a un omicidio dalla finestra della propria abitazione è qualcosa di già visto.

Condire elementi già narrati con l’aggiunta di tanti ingredienti diversi tra di loro, ha dato vita a un impasto non omogeneo.

Il pasticcio narrativo composto dall’apertura di troppi capitoli fa sì che allo spettatore vengano fornite tante domande. Con tanti quesiti, il pubblico pretenderà altrettante risposte.

Se la matassa di intrecci rimane tale, è preferibile avere pochi filoni narrativi fatti bene che tanti spunti buttati a caso nel mazzo, scombinati e fatti male.

Ascoltare la voce fuori campo del marito della protagonista, uomo che non si vede mai agire sullo schermo, fa sorgere il dubbio che non esista nella realtà, ma che viva solo nella testa della donna.

Sin da subito si insinua il dubbio che Anna Fox in realtà parli con un morto. Ecco un primo cliché legato al genere.

Vien da chiedersi: cos’ha a che fare questo legame stretto con un personaggio morto ai fini della storia?

Potrebbe essere importante per via del processo di guarigione della donna, ma non vengono forniti all’interno della pellicola indizi che conducano in questa direzione.

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Assistere alla scena dell’incidente d’auto presenta al pubblico l’innesco che ha condotto la protagonista nello stato delicato in cui si trova.

Così viene svelato il trauma, la ragione per cui Anna Fox si trova in una condizione psicologica fragile e disturbata all’interno della narrazione.

Il modo e il motivo per cui avviene delude ogni aspettativa. È qualcosa di così forzato da far rimanere con l’amaro in bocca il pubblico.

Si scopre che lei è un’adultera che sta per divorziare dal marito e che in un momento di distrazione, durante una tempesta di neve, fa finire l’auto fuori strada. Troppi input in una sola scena girata nell’interno angusto di un’automobile.

  • Perché Anna Fox ha tradito il marito?
  • Cosa c’era di instabile nella sua vita già prima dell’incidente stesso?
  • Sono importanti le risposte a queste due domande per far progredire la narrazione?
  • E se non hanno nulla a che vedere con la storia, perché inserire elementi di contorno?

Non solo non vengono fornite risposte esaudienti capaci di chiudere il cerchio e dare un senso logico alla narrazione. Ma addirittura queste notizie non sono nemmeno utili ai fini della pellicola stessa.

Ed ecco, quindi, ulteriori modelli che vanno ad arricchire il pasticcio narrativo senza avere una ragione per farlo.

Una scelta più d’impatto sarebbe stata quella di girare la scena dell’incidente senza introdurre elementi superflui, ma concentrandosi sul legame familiare.

Invece, il motivo per cui avviene l’incidente è così forzato da rendere ridicola la scena. Poteva essere evitato. Nevicava e la strada era scivolosa, sarebbe bastato questo.

Manca l’effetto sorpresa perché il pubblico è inondato fino alla nausea da cliché che appiattiscono il tono della narrazione stessa.

Inoltre, raccontare le cose di fretta ne ha reso impossibile la comprensione. Troppe informazioni in poco tempo.

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Stile e tono disattivano la tensione durante la narrazione

Il thriller psicologico è un genere che utilizza uno stile e un tono coordinati in modo tale da scatenare un forte impatto emotivo nel pubblico.

La narrazione, che si serve di questo genere per raccontare la storia, deve essere in grado di attivare un sentimento di tensione.

È facile a questo punto scivolare sui cliché che si insidiano nella stesura di uno script.

Con La donna alla finestra, il regista non solo non ha rispettato del tutto i canoni del genere stravolgendoli con modelli e filoni narrativi superflui, ma non è nemmeno riuscito a stupire il pubblico con combinazioni inedite.

Il primo cliché narrativo riguarda la struttura dei personaggi. La netta distinzione tra buoni e cattivi introdotta all’inizio del film, fa capire subito che alla fine ci sarà un capovolgimento dei ruoli.

Perché forzare la natura dei personaggi con atteggiamenti troppo evidenti?

Il padre violento, l’affittuario galeotto, il figlio abusato e debole, sono tre personaggi rappresentati con tale enfasi da renderli delle caricature.

La logica dei thriller psicologici vuole che i buoni alla fine si rivelino cattivi e viceversa. Lo scopo è di depistare lo spettatore in modo da stupirlo alla fine.

In questo caso si è forzata così tanto la mano da rendere tutto più intuibile proprio perché lo schema era troppo chiaro e palese.

Il comportamento distaccato e superficiale dei poliziotti e del medico nei confronti della protagonista è così accentuato da risultare irritante.

La donna non viene creduta, non viene nemmeno aiutata in un momento di instabilità psicologica evidente.

Anzi, viene lasciata sola ad affrontare un mistero che peggiora la situazione e la mette addirittura nella posizione di perdere la vita.

Avere il mondo contro e affrontare le difficoltà da sola sono due sfide che di solito spettano sempre all’eroe nelle storie.

Lo scopo è di rendere più pericolosa la narrazione così da stimolarne il coinvolgimento e aumentare l’interesse del pubblico.

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Il genere thriller psicologico, inoltre, è costruito in modo tale da toccare il senso di inquietudine nello spettatore. 

Per riuscirci deve premere sulla solitudine e le difficoltà dell’eroina, in modo da amplificarne lo stato angoscioso e rendere per questo la narrazione più attraente.

La psicologa con un trauma evidente, di cui tutti sono a conoscenza, lasciata sola e addirittura vista e giudicata con disprezzo dalle persone che dovrebbero fornirle supporto e assistenza, la dice lunga su un certo cliché narrativo.

Quel cliché che intende solo potenziare il valore del thriller, forzando così una situazione che nella realtà non si verificherebbe mai.

I poliziotti già durante il primo incontro assumono un atteggiamento arrogante e antipatico nei confronti della donna. Non ci sono ancora ragioni per comportarsi in questo modo, non conoscono ancora i fatti né tantomeno la donna.

Allora quali sono le ragioni dietro quei loro comportamenti?

L’atteggiamento di diffidenza impostato e sostenuto con convinzione da questi personaggi va a discapito della narrazione stessa. Si tratta di un’ulteriore forzatura che, invece di arricchire il genere, diventa cliché e lo svaluta.

La ricerca del perdono, l’elisir che guarisce la protagonista

L’ultimo cliché narrativo riguarda la protagonista.

Anna Fox è una psicologa che si occupa di bambini e ragazzi con disturbi psicologici.

All’inizio del film vediamo una donna che sa fare bene il suo lavoro, dotata di una spiccata intuizione. Diagnostica i problemi e sembra far centro con facilità. Eppure, la sua testa viene ingannata.

Come fa Anna Fox ad essere così lucida da fornire una diagnosi precisa sui problemi dei vicini che vanno a farle visita?

Come fa ad esprimere un giudizio traendo delle conclusioni affrettate sulle facoltà cognitive di questi personaggi?

Come riesce a trovare le soluzioni e a suggerire le terapie, se lei stessa è affetta da disturbi psicologici che di sicuro inibiscono le sue capacità professionali?

La sua situazione le rende difficile svolgere bene il suo lavoro, tanto è vero che se fosse stata nel pieno delle sue facoltà mentali, si sarebbe accorta degli inganni e delle bugie dei suoi interlocutori.

Nel film si è voluto incanalare il personaggio nella direzione sbagliata, per costruire il colpo di scena alla fine.

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La logica del thriller vuole che il pubblico all’inizio della narrazione venga ingannato, affinché lo stupore sia inatteso quando la situazione verrà ribaltata.

Purtroppo, ne La donna alla finestra viene sottolineata così bene la bravura della protagonista nel suo mestiere, che è facile pensare a un depistaggio iniziale nella narrazione.

Creare una netta distinzione tra i buoni e i cattivi e costringere il pubblico a crederci, non genera più stupore. Alla fine, la reazione sarà di pura delusione.

Anche in questo caso viene forzata troppo la mano. L’atteggiamento impeccabile della donna nel contesto imperfetto in cui agisce rende il cliché narrativo così riconoscibile da far scoprire subito gli intenti.

C’è un solo elemento però in grado di stupire davvero il pubblico, perché ben nascosto all’interno della narrazione.

Il carburante dell’intera narrazione viene svelato alla fine, quando Anna Fox in una sequenza struggente viene costretta a ricordare il trauma subìto che le ha complicato la vita.

La chiave per superare i suoi problemi attuali è connessa alla sua famiglia. La protagonista per l’intera durata del film va alla ricerca del perdono, chiede a suo marito e a sua figlia di essere perdonata.

Solo quando riesce a chiedere perdono alla sua famiglia si nota uno scatto. Da qui la donna inizierà a risalire dal profondo stato depressivo da cui era stata risucchiata dopo l’incidente.

Approfondire quest’aspetto avrebbe dato nuova linfa alla pellicola migliorandone le sorti. 

Il tema del perdono è il filo conduttore, unico collante tra pezzi di collage narrativi scollegati e disfunzionali. Ma purtroppo rimane tale: una linea accennata e quasi invisibile ad occhio nudo tra elementi ingombranti, appariscenti e gonfiati. 

Nicoletta Apolito

Esperta di Transmedia Storytelling e Comunicazione

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