Sei ragazzi drogati con vite fatte di vuoti e cattiva sorte. Ci pensa l’eroina, omicida silenziosa, a lenire il loro dolore.

La serie televisiva Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino ci mette di fronte a quel killer particolare che si chiama tossicodipendenza.

Esistono varie tipologie di assassini, come sappiamo. Di solito sono persone che per rabbia, moventi più disparati o semplice fatalità tolgono la vita ad altre persone.

Nella serie televisiva drammatica tedesca Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino, il killer non ha un volto umano. Assume invece le sembianze di una polvere bianca che – l’eroina – nel silenzio di una stazione della metropolitana di Berlino, uccide le sue giovani vittime.

SERIE TV CON UNA NARRAZIONE CRUDA

Una narrazione cruda dall’alto impatto visivo fa luce sugli effetti che una vita di dipendenza da droghe può avere sui ragazzi.

I dialoghi sono pochi, presenti solo quando la narrazione lo richiede, funzionali al solo apprendimento dei fatti.

Si parla poco con le parole, e al contrario, molto con le immagini.

A parlare con toni alti e forti sono le sequenze di scene talvolta disturbanti che urlano al pubblico il malessere di giovani vite spezzate.

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“Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino”: la storia vera dietro la serie tv

Non c’è una sigla di apertura, nella serie tv su Amazon.

All’inizio di ogni episodio viene solo precisato che: “Questa serie è basata sulle vicende di Christiane F. Singole persone, così come eventi narrati nella cerchia di amici o familiari, sono liberamente romanzati o inventati”.

Chi è Christiane F.?

Nel 1978 la giovane Christiane Vera Felscherinow pubblica con i giornalisti Kai Hermann e Horst Rieck il libro Wir Kinder vom Bahnhof Zoo in allegato alla rivista Stern

Il libro è stato poi tradotto e pubblicato in Italia con il titolo Christiane F. – Noi i ragazzi dello Zoo di Berlino, disponibile su Amazon libri.

Il racconto autobiografico sulla vita della ragazza Christiane F. ben presto diventa un fenomeno editoriale anche al di fuori dei confini tedeschi.

Nel 1981 ne viene fatta anche una versione cinematografica con la colonna sonora di David Bowie, simbolo di una generazione alla ricerca del proprio posto nel mondo.

CHRISTIANE E LA DIPENDENZA DALLA DROGA

Christiane e la sua cerchia di amici combattono senza tregua contro le dipendenze da stupefacenti. Il loro agire serve per colmare un vuoto, una necessità di cambiamento.

Le decisioni sbagliate prese sono la conseguenza della ricerca frenetica verso la felicità e la libertà.

Il ritmo della vita viene scaturito da momenti di euforica follia. I ragazzi vogliono lasciarsi alle spalle tutti i problemi quotidiani che li affliggono.

Christiane inizia a fare uso di droghe all’età di 12 anni. Ben presto per procurarsi l’eroina inizia a prostituirsi.

Nelle poche righe d’introduzione agli episodi sulla piattaforma streaming si legge che: “La serie è un’epopea sbalorditiva che dipinge con un’immagine provocatoria, controversa e impressionante il rapporto con la droga e la vita nei club di Berlino”.

Sei amici, sei difficili esistenze

La serie, oltre alla vita di Christiane, si concentra anche sulle vite altrettanto difficili di cinque ragazzi.

Alcuni nomi dei personaggi si differenziano da quelli citati dalla vera Christiane nel libro. Altri sono gli stessi. Quello di cui non si sa molto riguarda le loro effettive storie.

La serie, infatti, romanza alcuni passaggi. Non tutto quello che si vede è successo davvero.

Quello che risalta all’occhio però sono le ragioni che spingono i personaggi a drogarsi. Ciascuno entra nel vortice di perdizione per un motivo diverso dagli altri.

Sono sei gli incidenti scatenanti che danno il via alla narrazione. Un “incidente scatenante” per ogni personaggio:

  • solitudine,
  • noia,
  • rabbia,
  • tradimento,
  • depressione,
  • eccessiva sensibilità

A fare da sfondo una cupa Berlino, che enfatizza ancor di più i toni già resi freddi dalla fotografia e dallo stile narrativo.

Una Berlino ancora divisa dal muro che separa le democrazie occidentali dal blocco sovietico.

Il risultato finale è capace di gelare lo spettatore a tal punto da inserire una lastra di ghiaccio tra il pubblico e la serie, che rende difficile entrare davvero in sintonia col dolore dei personaggi.

Si percepisce il loro dolore, ma rimane tutto in superficie.

I MOTIVI DIETRO LA SCELTA DELLA DROGA

Christiane inizia a fare uso di droghe perché sente il peso della solitudine opprimerle le spalle. Come un macigno che le causa ansia, si costringe a stringere delle amicizie e a tenersele per paura di rimanere sola ancora.

Così conosce Benno, ragazzo benestante. Forse l’unico del gruppo a non soffrire di squilibri familiari. All’inizio è contrario a fare uso di droghe.

Viene costretto dal suo migliore amico Michi, in segreto innamorato di lui, a provare una dose.

Ben presto non potrà più farne a meno, tanto da derubare il suo stesso padre pur di continuare ad avere soldi a sufficienza per procurarsela.

Michi è un ragazzo abbandonato a sé stesso, conduce un’esistenza in solitudine.

È gay ma non lo dichiara, vive con rabbia la sua omosessualità ed è geloso della relazione del suo migliore amico con Christiane.

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Stella cade vittima dell’eroina perché tradita dalla madre, che non crede alla figlia quando le confida di essere stata violentata da un cliente del bar di sua proprietà.

Mentre cerca di crescere i due fratelli più piccoli al posto della madre alcolizzata, Stella decide di lasciarsi alle spalle la sua vecchia vita e di iniziarne una nuova.

Infine, ci sono Axel e Babsi, gli unici due per cui si prova una certa compassione. Anime in pena, innocenti e tormentate. Sono gli unici ad avere i mezzi per potersi disintossicare.

I RAGAZZI MORTI DI OVERDOSE

Le loro storie sono sotto-trame a cui viene dato minor spazio rispetto alle storie degli altri. Saranno gli unici due amici a morire per overdose.

Axel, ragazzo gentile e sensibile, è l’unico a non prostituirsi per comprare l’eroina.

Ha un lavoro ben retribuito in una fabbrica. Il suo capo cerca in ogni modo di allontanarlo da quel mondo, purtroppo invano.

Babsi vive con la ricca nonna. Suo padre, morto suicida, le ha lasciato un tremendo vuoto dentro.

Non riesce a gestire il caos che sente, a volte vede e parla col padre defunto.

Ha un rapporto amore e odio con la nonna che la costringe più volte ad entrare in un centro di riabilitazione senza ottenere i risultati sperati.

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I paralleli tra realtà e finzione, tra persone e personaggi

Nella fiction la protagonista è l’eroina. I personaggi principali le gravitano intorno in quanto unico elemento che li accomuna tutti.

Ma la droga è anche il simbolo di una conseguenza più grave: l’assenza di supporto familiare.

Proprio il mancato agire da parte dei genitori complica un equilibrio già instabile.

Nel libro Christiane conosce gli altri ragazzi al Sound, una discoteca molto in voga a Berlino negli anni ’70.

Sono dei ragazzini, hanno poco più di 12 anni. Non è un caso che in tedesco vengano definiti “Kinder”, ovvero bambini.

Iniziano sin da subito a fare uso di droghe.

Eppure, nella serie televisiva i ragazzi sono degli adolescenti, qualcuno di loro già maggiorenne.

Sono, quindi, degli adulti consenzienti senza particolari traumi alle spalle che decidono di sballarsi per dare un senso alla propria vita.

Questo è uno tra gli elementi che non permette di entrare davvero in empatia coi personaggi.

LA DROGA E IL CONTESTO SOCIALE

Non solo. Il contesto sociale dell’epoca è un’aggravante da non sottovalutare per delineare i contorni del quadro già reso precario dalle condizioni disagiate in cui vivevano le famiglie nella periferia tedesca in quegli anni.

Condizioni che di sicuro hanno contribuito ad aumentare il grado di difficoltà esistenziale per questi ragazzini.

Eppure, nella ricostruzione seriale non se ne fa riferimento.

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Altro elemento che nella serie ostruisce il canale di connessione intima tra i personaggi e il pubblico è la mancata descrizione del rapporto di questi ragazzi con le famiglie.

Nella fiction si accenna solo alla violenza e all’irascibilità del padre di Christiane. Tanto che la ragazzina incolpa addirittura la madre se lui ha deciso di abbandonare il tetto coniugale.

CHRISTIANE E LA VIOLENZA DEL PADRE SU DI LEI

Christiane viene dipinta come una ragazzina viziata in cerca di attenzioni, che fa di tutto per attirare su di sé i riflettori.

Nella realtà, confidata dalla stessa Christiane nel libro, la ragazzina è stata addirittura violentata dal padre.

L’uomo era violento e maltrattava sia la moglie che le figlie.

A peggiorare la situazione c’era la madre della ragazza, che taceva e negava ogni cosa.

Cosa succede nella psiche di una bambina quando entrambi i genitori, simbolo di rifugio e conforto, diventano loro stessi l’uomo nero da cui in tenera età si cerca di essere protetti?

Cosa succede quando le mura domestiche non sono più un posto sicuro?

Questa condizione non avrebbe di certo giustificato l’utilizzo di droghe, ma quantomeno avrebbe favorito la comprensione dei fatti narrati.

Benno nella realtà si chiama Detlef R.

Si tratta forse dell’unico ragazzo i cui tratti narrativi della fiction combaciano con la sua reale persona.

Non aveva particolari problemi alle spalle. Negli anni ’80 riesce a disintossicarsi.

Michi non esiste. È stato aggiunto alla narrazione per vestire i panni dell’antagonista e contrastare la relazione tra Benno e Christiane.

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Babsi era Babette Döge. Con il suo personaggio nella serie le similitudini sono tante.

Forse è per questo che si riesce a provare empatia nei suoi confronti.

È vera, toccante, dispiace per la sua condizione di orfana.

Babsi è quasi costretta ad abbracciare il suo destino, non è lei a decidere per la sua sorte.

Non si ribella alla vita, ma accetta la sua condizione facendosi guidare dalla depressione e dal trauma che il padre suicida le lascia appiccicato addosso.

A 14 anni la sua vita venne stroncata da un’overdose. Fu una delle vittime di droga più giovani d’Europa in quegli anni.

Il vero nome di Stella era Catherine Schabeck. Sua madre era davvero un’alcolizzata, vizio che poi in tarda età prenderà anche lei.

Nella serie tra i personaggi che rimangono in vita è l’unica a non godere di un lieto fine: diventa una sfruttatrice di prostitute minorenni.

Infine, Axel era davvero il migliore amico di Detlef, morto di overdose nel suo appartamento.

IL RUOLO DEL CONTESTO FAMILIARE

C’è una sola ragazzina che nella serie non appare.

Si tratta di Suzanne Kuhn, detta Kessi, che proprio grazie all’azione tempestiva di sua madre, evita di fare la fine dei suoi coetanei.

Esempio di quanto il contesto familiare abbia la sua bella parte di responsabilità nelle fasi di crescita dei propri figli.

Un’intervista del 2014 a Christiane F. edita da Rizzoli Libri

La “seconda vita” di Christiane F. protagonista – prima del libro, poi del film e ora della serie televisiva – di Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino, viene raccontata da lei stessa in un libro.

Si tratta di Christiane F. La mia seconda vita, libro edito da Rizzoli, nel 2014, e disponibile su Amazon libri.

Qui di seguito il video in cui Christiane F. racconta di sé stessa.

Il tema dell’abbandono nelle periferie

Sia la serie tv che il libro inducono a riflettere sul tema dell’abbandono declinato in diverse varianti.

La tipologia più evidente è l’abbandono da parte delle famiglie che per quanto cerchino di aiutare i figli a disintossicarsi, vanno incontro a risultati sempre scadenti.

Ma sono le famiglie stesse a subire a loro volta le conseguenze di un abbandono.

I GENITORI NELLA SERIE TV DI AMAZON PRIME

Se nella serie tv i genitori sono persone deluse, rassegnate e passive di fronte alla dipendenza dei figli. Nella realtà estrapolata dal libro non si è poi così distanti dalla verità.

La poca e talvolta mancata azione da parte delle famiglie li rende genitori inefficienti.

Tale inefficienza è aggravata dal loro stato psichico.

Si tratta pur sempre di famiglie frustrate dai gravi problemi economici e sociali, e che vivono in condizioni difficili, conseguenza dell’abbandono da parte dello Stato.

Le periferie diventano ancora una volta i luoghi dell’emarginazione, degli ultimi trattati da ultimi. Nuclei familiari abbandonati a loro stessi, in balia di dinamiche difficili da superare senza un supporto concreto.

I panni sporchi si lavano in casa. Sono eccezioni alla regola, lontane dalla realtà vissuta da altri, e per questo sottovalutata e relegata a un problema di periferia.

I problemi di pochi non esistono perché non toccano quelli di tutti.

Eppure, esiste un sottobosco che pullula di marciume ma che spesso la società decide di non voler vedere.

Il contrasto tra i tossici, i vagabondi, gli ubriachi che si aggirano nella stazione metropolitana stona con il tran-tran delle persone che, invece, per conto loro prendono la metro continuando a vivere indisturbati la propria esistenza.

È il ritratto di una società menefreghista che di fronte ai problemi degli altri si acceca la coscienza. Non vede, non sente, non dà importanza a quello che li circonda.

LA PERIFERIA E LA CREAZIONE DEI “MOSTRI”

La periferia partorisce mostri? In questo sottobosco proliferano i batteri della società?

La periferia abbandonata a sé stessa contribuisce a ricreare il mito del disagio da cui nascono le menti più malefiche.

Non è un caso che i serial killer nei thriller provengano quasi tutti da famiglie disagiate e in condizioni economiche e sociali precarie, che hanno vissuto forti traumi prima di iniziare a compiere omicidi.

Il mondo del cinema e delle serie tv contribuisce a confermare questa credenza. Crimine e periferia convivono in una relazione molto stretta.

Nel caso della serie tv I ragazzi dello Zoo di Berlino, la periferia partorisce un nemico ancor più pericoloso, la droga, perché capace di uccidere le sue vittime in silenzio senza per questo essere condannato.

L’eroina non subisce processi, ma sentenzia la vita di chi ne fa uso condannandolo all’ergastolo.

Questo killer silenzioso, dal volto senza sembianze umane, viene rappresentato nella serie televisiva Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino, su Amazon Prime.

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Nicoletta Apolito
Storyteller Specialist

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