Milena Sutter, così nasce lo studio sul “Biondino della Spider Rossa”

Polo Didattico Zanotto - UniVerona - libro Il Biondino della Spider Rossa

 

Come nacque l’idea di una ricerca universitaria sul caso del “Biondino della Spider Rossa”?

Come potevo interessarmi a un fatto di cronaca nera, sepolto nella mia memoria adolescenziale? Ogni tanto ci penso. E sorrido. E’ l’unico sorriso che mi concedo,
in quest’avventura umana che mi ha fatto – e ancora oggi mi fa – commuovere.

Era una mattina di primavera del 2010. Un venerdì, al Polo didattico Giorgio Zanotto dell’Università degli Studi di Verona. Lì si tenevano (e si tengono) le lezioni
del corso di laurea magistrale in Editoria e Giornalismo.

Avevo appena finito la lezione di Giornalismo Interculturale. C’era una ventina di studenti e studentesse (per lo più donne) che il giovedì e venerdì mattina seguivano le lezioni.
Il centro dei miei interventi a lezione era il rapporto fra “media e immigrazione”, su cui stavo scrivendo un nuovo libro che sarebbe uscito nel 2014.

Ricordo che era una bella giornata. La classe era molto interessante: studenti e studentesse attenti, nell’aula 1.1, al primo piano del Polo Zanotto.

Cercavo di spiegare loro l’approccio critico al giornalismo. Mi sentivo un po’ come un prete (un “sacerdote della notizia”) che, avendo fatto ricerche di Teologia, spiegava i suoi dubbi
su Dio a un gruppo di seminaristi.

Se non avessi creduto nel giornalismo, del resto, non avrei assunto un atteggiamento critico. Era di per sé evidente.

IL GIORNALISMO ITALIANO E I MIGRANTI
Ciò che mi urtava del giornalismo italiano era la mancanza di rispetto per le persone più deboli. Fra queste vi erano i migranti.

Mio nonno Alessio e mia bisnonna Pina erano stati bambini migranti. Il primo in Lombardia, dopo la prima guerra mondiale dove aveva perso i genitori.
Bisnonna Pina era emigrata in Brasile alla fine dell’Ottocento.

Non avevo dubbi sul fatto che la povertà, l’emigrare, le difficoltà esistenziali e sociali non potevano in alcun modo giustificare l’illegalità. La legge va sempre rispettata.

Quello che non potevo accettare – e nonno Alessio me lo aveva insegnato – era il piegarsi alle verità ufficiali. E sulla base di quelle verità andare addosso ai poveracci
da una posizione di potere, come quella dei media.

Offendere i migranti era per me come offendere le mie adorate nonne, Elda e Maria, che erano state lavoratrici. Elda era stata una mondina, nel Basso Veronese e nel Mantovano.
Maria era stata donna di servizio prima nel Padovano e poi a casa di un preside di un liceo veronese.

Come potevo io, giornalista e istruito e ormai borghese, offendere la memoria dei miei nonni e delle mie nonne? Come potevo osare offendere, come giornalista,
i migranti che erano gli specchi umani delle mie radici?

La legalità non significa offesa alla dignità umana. Checché ne dicano giornalisti, magistrati, avvocati e uomini di potere seduti sulle loro comode poltrone.

CRONACA NERA? NO, GRAZIE
Quando Laura Leonesio, alla fine di quella lezione di venerdì, mi si avvicinò chiedendomi di discutere la tesi di laurea, mi risentii un poco. Mi proponeva una tesi di cronaca nera.

“Cronaca nera? E chi se ne frega”, pensai. “Mi occupo di altro. E di argomenti ben più seri”.

Laura aveva però nel suo arco una freccia importante. Anzi tre. Era una studentessa attenta, volonterosa e seria. Amava fare ricerca negli archivi. E aveva una grande passione
per la cronaca nera.

Io, che predicavo il rispetto per la “diversità culturale”, come potevo ignorare la sua passione per quella forma di giornalismo?
La ragazza mi mise alle corde. Era così, del resto, che fanno i migliori studenti e le migliori studentesse.

Vincendo la mia antipatia verso la “diversità” rappresentata dalla cronaca nera, feci a Laura una promessa: “Fammici pensare. Se trovo un tema adatto, ne riparliamo”.

E il “Biondino della Spider Rossa”? Di quello non pensavo proprio nulla. Non era neppure nell’anticamera della mia mente…

Maurizio Corte
@cortemf
www.corte.media
(Diario di Bordo/1)

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2019-01-28T17:43:49+00:00Diario|