Il sospetto giudiziario annulla la ricerca della verità dei fatti.
C’è una stanza segreta in cui le parole d’amore si trasformano in atti d’accusa.
Nel labirinto della giustizia degli uomini, il confine tra l’innocenza e la colpa si fa sottile, fragile come un ponte di fortuna gettato sul vuoto.
Spesso prendiamo lucciole per lanterne, e lo stesso accade nei palazzi di giustizia e nelle redazioni dei giornali, dove la fretta e il rumore coprono il beneficio del dubbio.
Il cinema francese ha saputo dare forma a questa angoscia con un’opera di grande spessore claustrofobico: parlo de La camera azzurra (La chambre bleue, 2014) – che il pubblico italiano evoca talvolta con il titolo di La camera celeste – diretto e interpretato da Mathieu Amalric, tratto dal capolavoro letterario di Georges Simenon.
Il giudizio sul tema centrale di questa pellicola squarcia un velo: il sistema giudiziario, al pari del racconto dei media, non cerca la verità sostanziale dei fatti nel suo scorrere caotico.
Il sistema giudiziario cerca una trama. Costruisce un racconto coerente estraendo frammenti di vita dal loro contesto interno, fino a fabbricare il perfetto colpevole.
L’ho potuto constatare nella mia inchiesta – e nella contestuale ricerca scientifica sui media – a proposito del caso di Milena Sutter e di Lorenzo Bozano (Genova, 1971).
Se ascolti il podcast che ho registrato sulla vicenda (Il Colpevole Perfetto), o se leggi gli articoli che ho scritto, ti rendi conto di quanto viene raccontato da Simenon nel romanzo La camera azzurra, lo si ritrovi poi nella realtà di tutti i giorni.
La giustizia degli uomini non cerca lo scorrere caotico della vita reale, ma ha bisogno di una trama ben strutturata. Lo possiamo chiamare storytelling giudiziario.
Il rischio più grande è che, pur di completare il puzzle, si sostituisca la presunzione d’innocenza con un’inarrestabile presunzione di colpa.
La presunzione d’innocenza, pilastro civico di ogni civiltà democratica, cede il passo a una devastante, sotterranea presunzione di colpa.
L’individuo viene schiacciato dall’ingranaggio burocratico, che rilegge la debolezza umana con la lente della premeditazione criminale.
La trama e le stanze del dramma
La storia de La camera azzurra si sviluppa attraverso una struttura paratattica, un montaggio di fotogrammi che unisce il passato della passione al presente dell’interrogatorio.
Julien Gahyde vive una vita tranquilla con la moglie e la loro bambina.
Questo equilibrio grigio si rompe quando l’uomo ritrova Esther Despierre, una vecchia conoscenza d’infanzia.
Tra i due nasce un’attrazione viscerale, consumata in segreto nella stanza azzurra di un hotel di provincia. È un luogo di sensi, di morsi, di respiri sospesi.
Un pomeriggio, dopo l’atto d’amore, Esther pronuncia una frase in apparenza innocua, una domanda sul futuro: “Se io fossi libera, tu riusciresti a liberarti?”.
Julien, distratto, risponde con un pigro assenso. Non immagina che quel momento di intimità segnerà il suo destino.
Di colpo, la realtà accelera. Il marito di Esther muore in circostanze non chiare.
Poco tempo dopo, anche la moglie di Julien perde la vita a causa di un avvelenamento. Julien viene così arrestato con l’accusa di avere avvelenato a morte la moglie.
Il film si apre in medias res, tra le mura fredde dell’ufficio del giudice istruttore.
Il giudice seziona ogni parola, ogni lettera, ogni silenzio di Julien, alla ricerca della prova di un complotto omicida nato in quella camera.
È la stessa cosa che nel 1971 il giudice istruttore Bruno Noli fa con Lorenzo Bozano: ogni gesto, ogni atto, ogni errore del suo passato – persino della sua giovinezza – sono atti d’accusa.
Anzi, per il giudice tutti quei dati sono prove della sua colpevolezza: l’essere il sequestratore e l’assassino di Milena Sutter, 13 anni.
I protagonisti e le loro interpretazioni, nel film La camera azzurra,si articolano in un quadro di rara precisione:
Julien Gahyde (interpretato da Mathieu Amalric): un uomo ordinario, commerciante di macchine agricole, schiacciato dalla sua stessa superficialità verbale.
Esther Despierre (interpretata da Stéphanie Cléau): l’amante magnetica, il cui desiderio di libertà innesca la spirale del sospetto.
Delphine Gahyde (interpretata da Léa Drucker): la moglie legittima, vittima silenziosa il cui decesso trasforma una passione clandestina in un caso di omicidio.
Il giudice istruttore (interpretato da Laurent Poitrenaux): l’incarnazione dell’ingranaggio burocratico, che analizza la vita privata attraverso la fredda successione degli atti processuali.
L’ingranaggio della colpa e la distorsione del contesto
Da studioso dei media e giornalista d’inchiesta, estraneo alla logica del tifo innocentista o colpevolista, guardo a questa pellicola come a una straordinaria lezione di media literacy.
Il nucleo dell’analisi risiede nella lacerazione profonda tra il vissuto reale e la sua restituzione documentale.
Il giudice istruttore e la polizia selezionano i dettagli con un metodo che ricorda da vicino il newsmaking delle redazioni.
Estraggono frammenti – una goccia di sangue, una lettera d’amore, una confidenza sussurrata sul letto – e li dispongono secondo una successione cronologica estranea alla fabula originaria. Creano un intreccio artificiale, insomma.
In questo processo, il contesto interno del fatto viene alterato.
Julien non è, nella realtà, un freddo stratega del crimine. È invece un uomo debole, travolto da una passione che non sa gestire e da un linguaggio di cui ignora il peso sociale.
La sua colpa originaria è la superficialità, l’incapacità di dare spessore alle parole. Tuttavia di fronte alla legge, l’assenza di malizia diventa un’arma a doppio taglio.
Ogni sua spiegazione suona come una scusa recitata, un tentativo di manipolazione. La stessa cosa è accaduta a Lorenzo Bozano.
Addirittua, nel caso di Bozano, l’aver studiato in carcere – dopo la condanna all’ergastolo, la fuga e il rientro nel 1079 in Italia – è stato classificato da una giudice di sorveglianza come uno strumento per celare la sua indole criminale.
Nel caso del film La camera azzurra,la presunzione di colpa si nutre proprio di questa asimmetria relazionale.
Il magistrato occupa una posizione superiore (one-up), mentre l’imputato si trova confinato nella posizione inferiore (one-down).
Ogni risposta di Julien viene registrata dalla macchina da scrivere del cancelliere, privata della carne, del tono di voce, della confusione emotiva che l’ha generata.
Il testo scritto cancella la vita reale. E la sostituisce con un surrogato di verità sostanziale che risponde solo alle esigenze del verdetto.
La giustizia spettacolo e lo smarrimento dell’innocenza
L’opera di Simenon mette in luce un dramma sociale rilevante, che tocca da vicino l’etica della comunicazione pubblica e del giornalismo giudiziario.
Quando un fatto di cronaca nera invade lo spazio pubblico, i media e la giustizia tendono a costruire una mitologia del negativo.
Il pubblico, privato della possibilità di un’esperienza diretta, manifesta un forte bisogno di orientamento.
Si affida alle descrizioni fornite dalla stampa e dagli atti giudiziari ufficiali, assumendo quelle mappe cognitive come specchio fedele del mondo esterno.
Nel caso di Julien ed Esther, la macchina del fango e del sospetto si attiva prima ancora che la Corte d’Assise emetta una sentenza definitiva.
La comunità locale isola i due amanti, leggendo nei loro comportamenti passati i segni premonitori di una ferocia inaudita.
Si assiste a una stigmatizzazione sociale dell’adulterio, dove la devianza viene associata alla rottura dei canoni della morale borghese e familiare. Il salotto buono della città si fa tribunale di parte, nutrito da un pregiudiziale intento denigratorio.
L’innocenza, in questo quadro, perde il suo statuto di diritto inalienabile e diventa una condizione impossibile da dimostrare.
Julien si trova imprigionato in una gabbia simbolica da cui non può uscire.
Come accade nei grandi errori giudiziari della cronaca, la verità formale del processo finisce per coincidere con una narrazione parziale, rigida. È la narrazione che rifiuta il dubbio, per offrire certezze rassicurante a una collettività spaventata.
La sacralità della persona oltre il verdetto
Il quadro di riferimento del Giornalismo Interculturale – a cui mi rifaccio, avendolo fondato in Italia nel 2006 con il libro Comunicazione e giornalismo interculturale – ci porta a guardare a questa pellicola con una lente diversa, capace di andare oltre gli stereotipi e i cliché del genere thriller.
Un buon giornalista, al pari di un buon educatore, deve saper applicare una metodologia dell’ascolto attivo. È chiamato a porsi di fronte ai protagonisti della cronaca con umiltà e rispetto per la dignità umana.
Il film La camera azzurra – tratto dal romanzo di Simenon – ci mostra il fallimento di questo ascolto.
Nessuno ascolta davvero Julien, l’uomo accusato dell’omicidio della moglie. Il sistema si limita a vivisezionare la sua vita, per farla entrare a forza in uno schema predeterminato.
La lezione profonda di questo film risiede nell’invito a sviluppare uno spirito critico. E a non accettare le versioni ufficiali della verità, senza aver prima analizzato i flussi e le relazioni che le hanno prodotte.
Come nella struttura di un’inchiesta investigativa seria, dobbiamo saper porre delle domande scomode alla macchina della giustizia.
L’orizzonte etico del nostro lavoro ci impone una carità di pensiero, un principio di precauzione di fronte alla sofferenza dell’individuo.
Il finale della pellicola, con il processo nell’aula del tribunale aperta al pubblico, si configura come una dolorosa sospensione, una metafora di un cammino umano interrotto.
Non sappiamo con assoluta certezza se la mano di Julien abbia guidato il delitto; o se egli sia solo una vittima di circostanze sfortunate e cattivi consigli.
Quel che è certo, è che la sua innocenza profonda è stata violata da una presunzione di colpa che ha trasformato le sue fragilità in una condanna a vita.
Assistiamo, così, a un monito severo per chiunque abbia la responsabilità di usare la parola e l’immagine nello spazio pubblico.
Maurizio F. Corte
Agenzia Corte&Media
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Sono un giornalista professionista, scrittore e media educator irriverente. Insegno Giornalismo Interculturale e Multimedialità all’Università di Verona. Faccio ricerca su come i media rappresentano la società, il crimine e la giustizia. Sito web: Corte&Media. Per contattarmi: direttore@ilbiondino.org


