Otto innocenti in carcere al posto del vero assassino. Il caso approda a teatro con Pablo Trincia.
Sette identità, quindici omicidi, otto innocenti. Dietro questi numeri c’è solo un nome: Ben Mohamed Ezzedine Sebai.
Tra il 1995 e il 1997 l’uomo semina una scia di sangue nel Sud Italia.
Le sue vittime sono tutte anziane: donne sole colpite con un modus operandi preciso, che spinge la stampa a parlare di “serial killer delle vecchiette”.
Gli inquirenti però non concordano. E per anni le indagini seguono piste sbagliate, tra errori palesi e scelte discutibili.
Alla fine nove persone finiscono in carcere. Anche Sebai, che colleziona quattro ergastoli.
La vera svolta arriva solo dalla cella: l’uomo confessa quindici delitti, scagionando otto persone. O, quantomeno, ci riesce a parole.
La giustizia infatti si muove lenta e non ammette i propri errori: sei innocenti usciranno solo a fine pena, uno si toglierà la vita, un altro è ancora in prigione.
Nel 2012 Ezzedine Sebai si suicida, soffocando ogni speranza di revisione.
Con la sua morte, inoltre, il caso di malagiustizia viene consegnato all’oblio. Almeno fino al 2025.
Dopo tredici anni, infatti, il giornalista Pablo Trincia riaccende i riflettori sulla vicenda, portando il caso a teatro con L’uomo sbagliato.
L’inchiesta dal vivo mette in scena una domanda scomoda, un tema scottante tornato a infestare il dibattito pubblico con il delitto di Garlasco: l’errore giudiziario.
La domanda quindi oggi è una sola, tanto semplice quanto bruciante: quante volte la giustizia ha condannato il colpevole sbagliato?
Ezzedine Sebai. Cronaca del serial killer che odiava le vecchiette
Ben Mohamed Ezzedine Sebai nasce a Kairouan, in Tunisia, il 15 ottobre 1964.
La sua infanzia è segnata da violenze sistematiche.
Ai magistrati, molti anni dopo, racconterà le punizioni subite: se non sapeva il Corano, suo padre e l’Imam lo picchiavano. A volte lo legavano a due ganci fuori dalla porta di casa.
Anche sua madre e le anziane del paese avevano i loro metodi: polvere di tabacco sugli occhi, peperoncino sulle parti intime. Si parla perfino di abusi sessuali.
Queste esperienze alimentano in Sebai un odio profondo verso le donne. Un sentimento che assumerà i tratti della patologia.
A 14 anni inizia infatti a sentire delle voci. Appartengono a tre figure:
- un uomo adulto (l’Imam);
- un giovane;
- e una delle anziane che lo picchiavano.
Secondo la sua versione, saranno proprio queste voci a guidarlo negli omicidi.
LE SETTE IDENTITÀ DI EZZEDINE SEBAI
A vent’anni Sebai lascia la famiglia. Nel 1988 fugge dalla sofferenza che aveva sempre segnato la sua vita e approda da clandestino in Italia.
Per sfuggire ai controlli usa sette identità diverse. Un trasformista dell’anagrafe con un trucco: l’anonimato. Una faccia qualunque.
In Italia, inoltre, «vive di espedienti»: vende cianfrusaglie, chiede l’elemosina, ogni tanto lavora come bracciante.
Dorme poi dove capita: centri di accoglienza, case di amici o connazionali che gli aprono le loro porte.
La regione che preferisce è però la Puglia. Ed è proprio qui che commetterà gran parte dei suoi crimini.
LA GENESI DEL KILLER DELLE VECCHIETTE
Prima di oltrepassare la soglia dell’omicidio, l’uomo si ferma un gradino prima dell’inferno.
Nel 1991 tenta di rapinare un prete a Merano. Poco dopo aggredisce anche una ragazza.
Non c’è ancora sangue, ma arriva comunque una condanna e un decreto di espulsione. Nulla che gli impedisca di restare in Italia, rendendosi irreperibile.
Passano altri quattro anni e nel 1995, ad Ancona, Sebai aggredisce alcuni agenti.
Questa volta le accuse sono oltraggio, violenza privata e false generalità. Nuova espulsione, stessa storia: via un’identità, si passa a quella dopo.
Sebai decide inoltre di spostarsi in Basilicata. Ed è qui che la violenza cambia natura: diventa furia omicida.
IL MODUS OPERANDI DI EZZEDINE SEBAI
«L’assassino seriale sembra avere un fiuto speciale»: un sesto senso che lo guida verso le vittime più vulnerabili. Sebai incarna alla perfezione questa definizione.
La sua preda è infatti sempre la stessa: donna, anziana, sola.
Il modus operandi si ripete inoltre con inquietante regolarità. L’uomo:
- si intrufola nelle case;
- colpisce con un coltello o strangola le vittime;
- infine ruba oggetti di valore.
Ogni delitto è poi suggellato da un gesto rituale.
Sebai si lava infatti sempre le mani sporche di sangue. Senza fretta, però: usa il sapone, scrolla l’acqua in eccesso, passa all’asciugamano.
Infine, l’assassino esce di casa, saluta i vicini e, quando serve, accenna perfino un sorriso.
In mezzo alla gente, torna così ad essere invisibile. Un’ombra tra la folla.
LUIGINA VIGILANTE, IL PRIMO TENTATO OMICIDIO
15 maggio 1995, Basilicata. Luigina Vigilante ha 70 anni e vive da sola.
Quel giorno, quando apre la porta di casa, la donna si trova davanti Ezzedine Sebai.
Dopo una breve colluttazione, l’uomo le infligge due coltellate: una alla gola e una alla mano destra.
Luigina però non molla. Urla, impreca e alla fine riesce a liberarsi.
Sebai è spaventato e scappa, ma viene fermato dalla polizia. Per depistare gli agenti, sfrutta allora una delle sue false identità: il risultato è inaspettato.
Invece di essere indagato per tentato omicidio, l’uomo viene denunciato solo per lesioni aggravate e rimesso in libertà per “trascorsa flagranza”.
È tra sottovalutazioni ed errori che Sebai ottiene la sua occasione per uccidere.
L’OMICIDIO DI MARIA TOTARO
15 gennaio 1997, Cerignola (Foggia). Maria Totaro, vedova, esce di casa per un gesto abituale: buttare la spazzatura.
La 74enne compie però una sbadataggine. Una leggerezza che le costerà la vita: lascia la porta aperta, permettendo a Ezzedine Sebai di intrufolarsi.
La situazione precipita in fretta. L’uomo l’afferra, le lega mani e piedi, la getta sul letto: lì la uccide con un’unica coltellata alla gola.
Il corpo viene trovato dalla figlia pochi istanti dopo. Pochi minuti che non le fanno nemmeno intravedere l’ombra del killer.
Non ci sono testimoni, dunque. Solo un’impronta senza nome. La traccia di un uomo che non ha scelto la vedova a caso: l’ha osservata, studiata, selezionata.
IL DELITTO VALENTE
29 luglio 1997, Palagiano (Taranto). La nuova vittima è Maria Valente, 83 anni. Anche lei vive sola. Anche lei viene aggredita in casa e derubata.
Questa volta, però, la violenza è più brutale: sono 24 le coltellate.
Secondo le indagini, inoltre, il delitto viene commesso a quattro mani con un ragazzo.
È con questo delitto che inizia la narrazione distorta sul caso.
Parliamo infatti di una vicenda, spiega Pablo Trincia, fatta «di errori investigativi», che hanno rovinato «intere famiglie già indebolite dalla povertà».
Procediamo però con ordine.
ANGELA SANSONE E LUCIA NICO
Il 27 agosto 1997, Sebai uccide Angela Sansone. La 84enne viene massacrata: sei coltellate alla gola e il cranio fracassato.
Diciannove giorni dopo tocca a Lucia Nico.
A Palagianello (Taranto), la 75enne viene uccisa con due coltellate: un colpo quasi le stacca la testa dal tronco. La violenza è ormai fuori controllo.
Sulla scena, però, c’è una testimone: Rosa D’Alò.
La 13enne sorprende l’assassino mentre cerca in un borsone degli abiti di ricambio. È Sebai a lasciarla andare.
Rosa non resta però in silenzio: avverte i parenti e la polizia arriva poco dopo.
L’ARRESTO DI EZZEDINE SEBAI
Alla fine di un breve inseguimento, il killer delle vecchiette viene arrestato.
Nella sua abitazione gli inquirenti trovano indizi decisivi, che lo collegano subito ai quattro omicidi:
- oggetti delle donne uccise;
- il coltello dell’ultimo delitto;
- un articolo di giornale con l’elenco di vittime e scene del crimine.
A completare il quadro accusatorio ci sono infine impronte digitali, tracce di Dna e testimonianze.
Ciò nonostante, Sebai si proclama innocente. Grida all’errore giudiziario. Arriva perfino a sbattere la testa contro una scrivania in caserma.
Alla fine, la Corte d’Assise di Foggia lo dichiara colpevole e lo condanna a quattro ergastoli. Uno per ogni vittima: Maria Totaro, Maria Valente, Angela Sansone e Lucia Nico.
Con le sentenze di ergastolo il caso si chiude. Finché, il 10 febbraio 2005, Ezzedine Sebai non riapre le porte della giustizia con una confessione sconvolgente.
La malagiustizia. L’altra faccia del caso Sebai
Nel 2005, Ben Mohamed Ezzedine Sebai torna a parlare. Lo tormentano i sensi di colpa.
Il detonatore di questa confessione è un suicidio: quello di Vincenzo Donvito, in carcere per il caso Commessatti. Un delitto che, in realtà, ha commesso Sebai.
L’interrogatorio dura ore. Alla fine il killer ammette quindici omicidi:
- i quattro per cui sta già scontando l’ergastolo;
- altri mai collegati a lui;
- infine quello di Assunta Aprile che, tuttavia, gli era sopravvissuta.
Sebai snocciola una lista di nomi, date, città. Sono dichiarazioni «dettagliate, precise e concordanti», che svelano elementi mai usciti dai fascicoli.
Non si tratta però solo di cold case: il killer si autoaccusa di quattro delitti già risolti.
Oltre a Donvito, sette persone sono infatti da anni in carcere per omicidi che l’uomo ora rivendica come propri.
La vicenda non è più quindi solo un caso di omicidio: è uno dei più gravi episodi di malagiustizia italiana.
UNA GALLERIA DI ERRORI GIUDIZIARI
La confessione di Ezzedine Sebai sembra destinata a restituire la libertà a persone condannate per errore.
La realtà, però, è un’altra.
Il serial killer viene infatti ritenuto affidabile per gli omicidi irrisolti e inaffidabile per quelli risolti. Un paradosso crudele, che trova riscontro nelle carte.
Il riconoscimento dell’errore giudiziario procede così tra perizie, appelli, rigetti e richieste di revisione. Un percorso lento, senza approdo.
I presunti innocenti non sono infatti mai stati scagionati:
- sei di loro sono usciti dal carcere dopo aver scontato la loro pena;
- uno si è ucciso;
- un altro, l’ultimo uomo sbagliato, è ancora in cella.
Le vittime di questo errore giudiziario
- Davide Nardelli
8 anni per l’omicidio Commessatti - Francesco Orlandi
11 anni per il delitto di Pasqua Ludovico - Maria Palmisano
2 anni per l’omicidio Valente - Giuseppe Tinelli
Ergastolo per i casi Commessatti e Valente - Arcangela Tinelli
10 anni per l’omicidio di Maria Valente - Vincenzo Faiuolo
25 anni per l’omicidio Ludovico - Vincenzo Donvito
Condannato per il delitto Commessatti, muore suicida - Cosimo Montemurro
18 anni per l’omicidio di Grazia Montemurro
LE PERIZIE PSICHIATRICHE SU SEBAI
La confessione di Sebai è attendibile: rivela dettagli inediti, trova riscontro sulle scene del crimine e dimostra una memoria prodigiosa.
Ciò nonostante, la magistratura si interroga sulla sua attendibilità. È lucido? È un mitomane? Un autocalunniatore che vuole aiutare qualche compagno di cella?
Al centro di questo dibattito c’è la salute mentale dell’uomo.
Sebai sostiene di aver sempre agito sotto la guida di tre voci e l’effetto dell’alcol. Molto alcol: parla di undici litri di vino al giorno.
Nel 2010, una perizia lo definisce un soggetto «borderline con tratti narcisistici». Un assassino con una sessualità perversa, deviata dagli abusi subiti durante l’infanzia.
Questo profilo psicologico, tuttavia, non gli impedisce di comprendere il disvalore delle proprie azioni e di controllare i propri impulsi.
In altre parole, il serial killer delle vecchiette è capace di intendere e volere.
LA FINE DEL CASO
Nel 2008 Ezzedine Sebai viene riconosciuto colpevole degli omicidi di Anna Maria Stella e Celeste Madonna.
L’anno successivo, l’uomo affronta un nuovo processo con rito abbreviato per altri quattro delitti.
La Procura ancora una volta però si spacca. Alcuni magistrati lo ritengono attendibile, altri parlano di mitomania.
Per l’omicidio di Rosa Lucia Lapiscopia viene alla fine chiesta una condanna a 20 anni.
Per i delitti Commessatti, Montemurro e Ludovico, invece, i pm sollecitano l’assoluzione, ritenendo le confessioni prive di riscontri.
Il risultato? Una verità processuale frammentata, dove la certezza si alterna al dubbio. E il dubbio, da solo, non basta ad aprire una cella.
Giuseppe Tinelli, l’ultima vittima di Ezzedine Sebai
Il 15 dicembre 2012 Ben Mohamed Ezzedine Sebai si suicida nel carcere di Padova.
Con la sua morte si chiude la parabola del killer delle vecchiette, ma non quella della malagiustizia.
Restano infatti sentenze controverse, famiglie spezzate e un uomo che continua a proclamarsi innocente dietro le sbarre: Giuseppe Tinelli.
GIUSEPPE TINELLI
Oggi al centro della vicenda c’è soprattutto un nome: Giuseppe Tinelli.
Condannato per gli omicidi Commessatti e Valente, secondo la difesa avrebbe confessato sotto pressione.
A sostegno di questa tesi ci sono anche Vincenzo Faiuolo e Francesco Orlandi, altri due protagonisti del caso di malagiustizia.
Entrambi hanno infatti ammesso di essersi autoaccusati dopo essere stati picchiati in seguito al loro rapido arresto. Per gli altri imputati, i referti medici attestano le percosse subite.
La confessione di Sebai riaccende quindi per un momento la speranza di tutti loro, ma si tratta di un’illusione destinata a spegnersi presto.
La revisione dei processi, infatti, appare come una chimera.
Nel caso di Tinelli, per esempio, la Corte d’appello di Potenza decide di attendere una condanna per Sebai. Ma quella condanna non arriverà mai.
Così, nel 2026, Tinelli si trova ancora in una situazione di stallo: sospeso tra una confessione che potrebbe scagionarlo e una sentenza che continua a tenerlo in carcere.
UN SISTEMA CHE PUÒ SBAGLIARE
1750 a.C. Su una stele di basalto compare una delle leggi scritte più antiche dell’umanità: il Codice di Hammurabi.
Tra le sue norme è presente anche la pratica dell’ordalia, un metodo per stabilire la colpevolezza di un accusato. Il parametro era uno: il giudizio del fiume.
L’imputato veniva infatti gettato in acqua: se annegava, era colpevole; se sopravviveva, era innocente.
È con questa immagine che Trincia apre il suo spettacolo, intrecciando atti giudiziari, perizie e testimonianze per ricostruire la storia degli innocenti condannati al posto di Ezzedine Sebai.
Un’immagine arcaica che diventa una metafora potente: quando il sistema è fragile, la sorte degli uomini sembra affidata al caso.
Dopo ventinove anni, la questione oggi allora è cambiata.
Non si tratta infatti più solo di stabilire chi sia l’assassino, ma di contare quante volte sia stato indicato il colpevole sbagliato. E quante volte potrebbe accadere di nuovo.
Anna Ceroni
Agenzia Corte&Media
Data di pubblicazione: 28.02.2026
Pablo Trincia al Brancaccio, il racconto di Ezzedine Sebai
Crimine. Giustizia. Media. ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER MediaMentor™
Autrice e copywriter. Laureata magistrale cum laude in Editoria e Giornalismo, ama analizzare e divulgare crimini e ingiustizie di ogni tipo: dai misfatti di Hollywood ai reati ambientali.

