La parola è potere. Il racconto è potere. La verità (e il suo contrario: la menzogna) è potere.

Tutto sta nel modo in cui esercitiamo il potere.

Questo e molto altro ci dice il film Il Prigioniero. Patinato nella fotografia, perfetto nella recitazione, credibile nell’ambientazione algerina di un carcere duro del XVI secolo, il film ci parla di ieri, dell’oggi e dell’eterno destino di noi umani esseri raccontanti.

C’è un affresco della condizione umana, nell’opera. Possiamo leggervi, in controluce, tante situazioni che viviamo (o su cui leggiamo notizie) anche oggi.

Il filo rosso che regge il film è tuttavia quello della potenza del racconto.

Assistiamo alla messa in scena – nel carcere della città di Algeri – quello che oggi viene chiamato storytelling.

Lo storytelling di oggi ha trasformato la narrazione umana – che fa parte di noi – in un meccanismo spesso usato per vendere prodotti, per vendere idee sociali e politiche e per vendere l’arroganza del Potere.

Il valore del film Il Prigioniero è di riportarci alla bellezza del racconto in tutta la sua ingenuità, in tutto il suo fascino e in tutto il suo valore umano.

Il cinema di Alejandro Amenábar, a questo proposito, ha spesso indagato le zone d’ombra e i dilemmi profondi della condizione umana.

Con Il Prigioniero (2026), il regista Premio Oscar ci consegna un’opera densa, lontana dalle comode trappole della retorica consolatoria.

Il suo sguardo si posa su una giovinezza interrotta e sul potere della parola come extrema ratio.

Il nucleo morale dell’opera lancia una provocazione precisa al pubblico: la narrazione e la finzione non sono semplici passatempi, ma veri strumenti di sopravvivenza.

L’immaginazione si fa scudo e arma contro la brutalità della cattività.

Il film suggerisce che ogni grande racconto letterario nasce da una mancanza, da una ferita aperta o da un pericolo di morte.

Raccontare storie diventa l’unico modo per non scomparire, per sottrarre la propria esistenza al controllo di chi possiede il nostro corpo.

Nella fortezza di Algeri, il giovane Miguel de Cervantes scopre che l’atto di inventare mondi è una forma di disobbedienza civile e psicologica.

La parola parlata squarcia le barriere della prigione, gettando un ponte tra universi culturali distanti.

Siamo di fronte a un racconto che ci dimostra, così, quanto la parola possa essere strumento di dialogo, di incontro e di umanità. E non soltanto mezzo di oppressione, di tortura e di dolore.

La trama del film Il Prigioniero

Siamo nel 1575. Miguel de Cervantes è un soldato della Marina spagnola.

Ha 28 anni. Ferito in battaglia a Lepanto, dove ha perso l’uso del braccio sinistro, Miguel viene catturato dai corsari ottomani durante il viaggio di ritorno verso la Spagna.

Condotto ad Algeri, si ritrova immerso in un gorgo di privazioni, fame e torture.

La sua vita è legata a un filo sottile: i suoi rapitori chiedono un cospicuo riscatto alla famiglia e alla corona spagnola. In caso di mancato pagamento, ad attenderlo c’è solo una morte crudele.

La fortezza di Algeri si rivela un microcosmo spietato, un vero campo di concentramento dell’epoca moderna.

In questo, il film Il Prigioniero ci richiama alla brutalità della tortura, alla crudeltà della prigionia e alla miopia del Potere, che si mantiene solo con il dolore.

Il carcere algerino ci riporta insomma anche al presente: alle galere in cui da cui passano (e in cui molti restano anni) i migranti che dall’Africa partono per realizzare il sogno europeo di una vita migliore.

Miguel de Cervantes tenta più volte l’evasione, ma ogni piano audace si scontra con la vigilanza dei carcerieri.

Bloccato nella sua cella, Miguel scopre un rifugio inaspettato: l’arte del racconto.

Inizia a inventare storie, a mescolare ricordi e finzioni per intrattenere i compagni di prigionia.

Mi ricorda in questo il breve periodo che feci – da recluta alpina – a Codroipo (Udine) prima di essere riformato. Alla sera, prima di addormentarci, un commilitone mi diceva a voce alta: “Giornalista, raccontaci qualcosa”. E io li incantavo leggendo un brano dell’Ecclesiaste.

Nel caso del film Il Prigioniero. le parole di Miguel catturano l’attenzione dello stesso Hasán Bajá, il temuto governatore della cittadella carceraria, dando vita a un gioco psicologico denso di tensione.

Personaggi e interpreti

Il peso drammatico dell’opera poggia su un dualismo attoriale intenso, un confronto ravvicinato che domina lo schermo.

  • Julio Peña Fernández (Miguel de Cervantes). Il giovane attore veste i panni del protagonista. Peña dona al futuro autore del Don Chisciotte un volto di fiera vulnerabilità. Il suo è un misto di ostinazione e ingenuo ottimismo, che evita i tratti del mito letterario per restituire l’uomo nella sua dimensione reale.

  • Alessandro Borghi (Hasán Bajá). Accanto al protagonista, l’attore italiano offre una prova di grande controllo espressivo nel ruolo del Bey di Algeri di origini veneziane. Borghi costruisce un antagonista stratificato, lontano dal cliché del tiranno spietato. Il suo governatore è un uomo duro, autoritario, eppure attraversato da una curiosità intellettuale profonda nei confronti del prigioniero spagnolo. L’attore lavora sottotraccia, affidando la forza del personaggio a sguardi fissi, silenzi carichi di ambiguità e una fisicità che sovrasta la scena.

  • Miguel Rellán (Padre Antonio de Sosa). Nel cast spicca lo studioso prigioniero che raccoglierà nei suoi scritti le memorie di quegli anni di cattività, offrendo una sponda di saggezza al protagonista. È il mentore della storia, consigliere severo a tratti e a tratti indulgente e affettuoso.

  • Fernando Tejero (Juan Blanco de Paz). Interpreta la figura chiave nelle dinamiche di sospetto, invidia e tradimento all’interno della prigione.

Film IL PRIGIONIERO - Miguel Cervantes

Presentato in anteprima alla fine del 2025 al Torino Film Festival, Il Prigioniero è arrivato nelle sale italiane nel giugno del 2026, suscitando un dibattito vivace tra gli addetti ai lavori.

La critica si è divisa di fronte alle scelte stilistiche di Amenábar.

Una parte della stampa cinematografica ha lodato la struttura dell’opera. Nel film ha visto un autentico atto d’amore per l’arte del narrare. Lo scavo psicologico sui due protagonisti ha raccolto consensi unanimi.

Alcuni critici hanno però espresso riserve su un impianto visivo giudicato a tratti patinato.

La fotografia di Álex Catalán, con i suoi sguardi a favore di camera, è stata accusata di indulgere in estetismi esotici dal sapore televisivo, che rischiano di attenuare il realismo crudo della prigionia.

Notevole rilievo hanno ottenuto i costumi curati da Nicoletta Taranta, capaci di restituire la diversità culturale delle migliaia di comparse.

Analisi del film

Il Prigioniero non è il classico dramma storico in costume.

Amenábar sceglie la via dell’esplorazione psicologica. Il fulcro del film risiede nella tensione mai risolta tra Cervantes e il Bajá.

Tra il carceriere e il prigioniero si instaura un legame segreto, un gioco di specchi in cui i ruoli di potere sfumano.

Il regista usa l’antico trucco del narratore: addolcire le storie per catturare l’anima di chi ascolta.

Miguel de Cervantes alla fine sopravvive perché trasforma la cella in un teatro della mente.

Ogni racconto concesso al Bajá gli guadagna un giorno di vita, un pezzo di libertà interiore. Il prigioniero e l’uomo del Potere danno così vita a un confronto in cui la parola si fa moneta di scambio.

Il limite del film sta forse in un eccesso di sotto-racconti e di accumulo di corpi, che talvolta rende gracile la tenuta narrativa della seconda parte.

Algeri appare come uno sfondo usa e getta, sacrificato a un’immagine patinata.

Eppure, l’architettura del film regge grazie alla forza intrinseca del tema: la nascita di un narratore.

Vediamo sullo schermo la genesi dell’eroe prima del mito. È l’uomo che per non impazzire inizia a dare forma ai fantasmi che anni dopo diventeranno Don Chisciotte e Sancio Panza.

Quello che tiene agganciati è infatti la consapevolezza di stare assistendo alla formazione e, nel contempo, all’espressione del genio del romanzo.

Miguel de Cervantes si muove accanto a noi, dentro di noi e ci trasmette la consapevolezza che si sta allenando per scrivere il Don Chisciotte.

I temi dell’opera Il Prigioniero

Da una prospettiva attenta al giornalismo interculturale e alla comunicazione di valore, Il Prigioniero offre spunti di riflessione di grande spessore.

Il film smonta la narrazione etnocentrica, che per secoli ha dipinto il mondo ottomano come un blocco monolitico di barbarie contrapposto alla civiltà cristiana.

L’Algeri di Amenábar è un microcosmo multiculturale complesso. È un crocevia di lingue, fedi e provenienze dove le barriere non sono mai rigide come i muri della fortezza.

La verità e la cultura non stanno soltanto da una parte, la nostra di cristiani dominatori del mondo. C’è anche un mondo islamico e arabo. E c’è un mondo di mezzo, con il fenomeno dei convertiti (chi più e chi meno convinto).

Il tema centrale è il superamento del confine attraverso la parola.

La comunicazione autentica e gentile nasce proprio nel punto di massimo conflitto, nell’incontro forzato tra il prigioniero spagnolo e il governatore dalle origini veneziane.

Il film Il Prigioniero mostra come la conoscenza dell’Altro passi attraverso l’ascolto delle sue storie.

Hasán Bajá non è immune al fascino dei racconti di Cervantes, perché riconosce in essi un fondo di comune umanità, un orizzonte di senso che travalica le divisioni religiose, culturali e politiche del tempo.

Il regista Amenábar mette in luce il potere dell’immaginazione, come spazio di libertà civile.

In un sistema di potere che annulla l’individuo, riducendolo a merce di scambio o a corpo da torturare, il racconto si fa atto di resistenza politica.

Miguel de Cervantes non accetta lo status di vittima passiva. Combatte la sua battaglia per la libertà con la forza dei racconti, con l’invenzione di personaggi e intreecci e con l’uso ripetuto (e mai arrendevole) della parola.

Un film del genere sarebbe piaciuto al mio amico, mentore e maestro di giornalismo, Michelangelo Bellinetti, che mi ha insegnato la bellezza, l’impegno e il potere della parola parlata.

Attraverso l’invenzione letteraria, il carcerato Miguel si riappropria della sua dignità. Egli dimostra che la mente può restare libera anche dietro le sbarre di una prigione.

Il film ci invita, così, a riflettere su un principio cardine: la comunicazione gentile e l’arte del racconto sono ponti capaci di unire mondi distanti.

La comunicazione gentile e il racconto ci offrono orientamento, speranza e salvezza laddove il reale sembra mostrare solo violenza, rinuncia al sogno e separazione.

Sono uscito dal cinema con alcune lacrime che hanno inumidito i miei occhi. E commosso il mio cuore.

Nel mentre andavano i titoli di coda, nel mentre il buio in sala veniva squarciato dalla luce proveniente dalla porta d’ingresso che dà sul’atrio del cinema Kappadue di Verona, mi sono reso conto della potenza del racconto.

Il film Il Prigioniero è esso stesso una serie di racconti nel racconto di un pezzo di vita dello scrittore spagnolo Miguel de Cervantes: 

è il racconto delle persone private della libertà

è il racconto dei sogni delle persone che emigrano

è il racconto delle persone che prosperano sul dolore altrui

è il racconto del dolore dei carcerieri che sono servi di un Potere senza pietà

è il racconto della solitudine del Potere

è il racconto dell’umanità che con il racconto riconosce se stessa

Il film Il Prigioniero non poteva, poi, non ricordarmi il racconto che sto studiando da molti anni: quello del (presunto) rapimento e del (presunto) omicidio di Milena Sutter, con la condanna all’ergastolo e alla galera di Lorenzo Bozano.

Ebbene, anche nel caso del cosiddetto biondino della spider rossa – che non era biondo né magrolino – abbiamo il potere della Parola e la parola del Potere che si esercitano su di noi per condizionarci. E per mostrarci un mondo, una vicenda e personaggi che non sono mai esistiti nel modo in cui ci vengono raccontati.

Il racconto è allora il tradimento della veritù? Anche questa domanda ci viene dal film Il Prigioniero.

La risposta sta in chi racconta la storia. E nel motivo per cui la racconta.

Anche Miguel de Cervantes, alla fine del film, una volta affrancatosi dalla prigionia, si trova di fronte a due opposte storie su di lui, che un alto prelato deve consegnare al potente Sant’Uffizio: il racconto bugiardo del prete astuto, traditore e servo dei potenti; e il racconto veritiero dei suoi compagni di galera.

Il racconto e la parola, quindi, sono strumenti che possono rendere libera la nostra umanità. Possono farci incontrare la diversità, senza rappresentarla solo come nemica.

In questo significato, il racconto e l’uso della parola – mostrati in modo magistrale nel film Il Prigioniero – diventano strumenti di emancipazione interculturale. E di vittoria contro la barbarie dell’odio, del pregiudizio e del razzismo.

Maurizio F. Corte
Agenzia Corte&Media


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