Su Netflix una vecchia opera di fantascienza che anticipa i grandi temi su privacy e società della sorveglianza.
Sei nel tuo ufficio. Gestisci flussi di parole, progetti, email e frammenti di informazione. Senti il peso del sovraccarico informativo, quel rumore di fondo che toglie il respiro alla comunicazione autentica.
La comunicazione è tutto ed è dappertutto, come ci ricorda la Scuola di Palo Alto con il famoso assioma che “non si può non comunicare”.
Per una professionista (oppure un professionista) che vive nella comunicazione perenne, che ha interesse ai temi della giustizia e della sicurezza, il problema attuale non è trovare dati e informazioni.
Il problema è trovare un orientamento nel caos dei dati e delle informazioni.
La risposta a questa urgenza non si trova in un manuale sui media studies, ma in una serie televisiva che ha anticipato il nostro presente in modo profetico: Person of Interest.
Ideata da Jonathan Nolan e trasmessa tra il 2011 e il 2016, la serie Person of Interest non è un semplice intrattenimento investigativo. È un’inchiesta profonda sul potere dei dati e sulla narrazione invisibile che modella le nostre vite.
Per chi si lavora e per chi si sente cittadino a pieno titolo, la serie offre una notizia utile e spendibile nel lavoro quotidiano.
Ogni nostra traccia digitale, ogni frammento di metadati, costruisce una storia su di noi prima ancora che noi possiamo aprir bocca.
Person of Interest ci regala la mappa per smontare questa narrazione algoritmica, offrendo un punto di vista critico su come i flussi di informazione possano proteggere l’individuo o, al contrario, ridurlo a un profilo sacrificabile.
Struttura, personaggi e redenzione
All’inizio di Person of Interest, il racconto adotta lo schema del poliziesco procedurale.
In ogni episodio c’è un numero di previdenza sociale, che corrisponde a un cittadino comune che la Macchina – una Intelligenza Artificiale super-avanzata – ha identificato come futuro protagonista di un crimine violento.
Non sappiamo se la persona indicata sarà la vittima o l’assassino. È l’indagine che deve scoprire la verità partendo da zero.
Passo dopo passo, la struttura si trasforma. Il formato del “caso della settimana” lascia spazio a una narrazione orizzontale di ampio respiro.
Il focus si sposta sulla guerra sotterranea tra due divinità digitali: la Macchina, costruita con un codice etico volto a proteggere l’essere umano, e Samaritan, un algoritmo rivale freddo, totalitario, specchio di un potere che vuole ottimizzare la società eliminando le anomalie.
L’ecosistema dei personaggi si regge su contrasti forti, dove la ricerca della redenzione muove ogni passo:
Harold Finch (interpretato da Michael Emerson): miliardario solitario e genio dell’informatica. È il creatore della Macchina. Vive nel rimorso per aver dato vita a uno strumento di controllo totale; e si impone limiti rigidi per salvaguardare la dignità umana.
John Reese (Jim Caviezel): dx agente della Cia, dato per morto dal suo stesso governo. Torna alla vita sociale grazie a Finch, mettendo la sua forza fisica al servizio degli “irrilevanti”, gli individui scarti del sistema che lo Stato non vuole proteggere.
Joss Carter (Taraji P. Henson): detective della omicidi di New York, onesta, rigorosa. Rappresenta la bussola morale della legge tradizionale all’interno di un sistema corrotto.
Lionel Fusco (Kevin Chapman): un poliziotto corrotto che, grazie al contatto con Reese e Carter, compie un cammino di riscatto umano straordinario, trasformandosi in un difensore della giustizia.
Root / Samantha Groves (Amy Acker): hacker di fine cultura che vede nella Macchina una divinità superiore. Diventerà la voce dell’algoritmo.
Sameen Shaw (Sarah Shahi): ex operativa letale del governo, pragmatica, priva di apparenti risonanze emotive, ma fedele alla causa della protezione degli indifesi.
Sorveglianza di massa e privacy
Il legame tra il mondo di Person of Interest e la nostra attualità è di un realismo a tratti sconcertante.
La serie ha debuttato due anni prima delle rivelazioni di Edward Snowden sul programma Prism, descrivendo alla perfezione i meccanismi di raccolta dati dei governi occidentali.
I limiti della privacy sono il terreno di uno scontro quotidiano nelle democrazie complesse.
Tant’è che ci si chiede quanti fatti della nostra sfera privata possano essere esposti per garantire la sicurezza collettiva.
La mediatizzazione e la digitalizzazione dei processi sociali espongono i singoli a una facile conoscibilità, riducendo lo spazio del silenzio e della riservatezza.
Le politiche di sicurezza – nate dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 negli Usa – hanno dato vita a controlli a tappeto su comunicazioni telefoniche e telematiche.
La creazione di enormi banche dati pubbliche e private, messe in comunicazione tra loro, permette oggi di tracciare i profili di milioni di persone in tempo reale.
In Person of Interest, questa dinamica si palesa nella distinzione tra dati “rilevanti” (relativi al terrorismo di Stato) e “irrilevanti” (i crimini comuni dei singoli cittadini).
Lo Stato sceglie di ignorare i crimini comuni, archiviandoli come scarti di scarso interesse pubblico. È la dimostrazione di come il potere gestisca l’informazione non in base alla giustizia, ma in base alla pura utilità politica.
IA e pregiudizio
Se esaminiamo la serie Person of Interest con gli strumenti del Giornalismo Interculturale, emerge un problema centrale del nostro rapporto con la tecnologia: l’etnicizzazione e la categorizzazione del rischio attraverso gli algoritmi.
I software di selezione intelligente applicati alla sicurezza pubblica – come i sistemi di polizia predittiva usati oggi nel mondo reale – si basano su banche dati storiche.
Questi dati portano dentro di sé i pregiudizi, gli stereotipi e le visioni parziali della società umana che li ha raccolti.
Prendiamo il caso di un algoritmo che viene addestrato con informazioni derivanti da routines poliziesche, le quali concentrano i controlli in quartieri svantaggiati o su specifiche minoranze.
Ebbe, l’Intelligenza Artificiale – formidabile alleata dei sistemi di sorveglianza – riprodurrà in via automatica quella stessa distorsione. Creerà una profezia che si autoavvera, identificando il “diverso” come soggetto per natura incline alla devianza.
Nella serie Person of Interest, questo scontro di valori e idee trova la sua massima espressione nel confronto tra la Macchina e Samaritan.
La Macchina di Finch osserva gli individui come persone uniche, dotate di libero arbitrio e bisognose di comprensione empatica.
Samaritan, al contrario, adotta una logica utilitaristica in senso stretto. Categorizza gli esseri umani in base a tabelle di produttività e pericolosità sociale.
Chi non rientra nei parametri del decoro e dell’ordine dominante viene identificato come “anomalia”; e rimosso in modo silenzioso.
Questo meccanismo invisibile è lo stesso che il buon giornalismo d’inchiesta deve smontare ogni giorno nelle nostre cronache.
Spesso i media tendono a chiudere i soggetti più deboli, come i migranti o le minoranze, dentro il ghetto di una narrazione stereotipata.
Le persone meno forti e meno potenti vengono associate di continuo a situazioni di allarme o criminalità. Si perde di vista la globalità della persona, la sua storia di vita e il contesto sociale ed economico in cui si muove.
Scelta umana e logica digitale
La serie Person of Interest ci lascia con una grande lezione sulla comunicazione e sui media: l’algoritmo non può e non deve avere l’ultima parola.
Nonostante la tecnologia sia in grado di tracciare le nostre preferenze, anticipare i nostri comportamenti e proporci letture rassicuranti della realtà, la decisione finale appartiene sempre alla sensibilità dell’essere umano.
Siamo noi a dover guidare la baracca. Non l’hardware e i software delle piattaforme digitali, dell’IA e della gestione dei Big Data.
Finch e Reese non si limitano a ricevere un dato freddo dalla Macchina. Escono in strada, ascoltano le persone, cercano l’interazione diretta e modificano il loro approccio con umiltà e spirito critico.
I due protagonisti che lavorano con la macchina, rinunciano alla sicurezza delle formule precostituite. E si immergono nella complessità delle relazioni umane.
Per chi lavora con l’informazione e la comunicazione in questa era digitale, la serie è un invito pressante al discernimento e alla responsabilità civile.
Ci ricorda che dietro ogni numero, dietro ogni profilo tracciato su uno schermo o selezionato da un software, vi è una persona in carne e ossa dotata di dignità inalienabile.
Separare il segnale dal rumore significa proprio questo: saper guardare oltre il velo dell’apparenza tecnologica, per ritrovare l’autenticità e il valore profondo delle storie umane.
Hai mai notato come i flussi di dati cambino la percezione dei fatti nel tuo lavoro?
Facci caso. Rallenta i ritmi di lavoro e osserva il tuo agire: da quando ti svegli al mattino e come primo atto prendi in mano il cellulare (io lo uso come sveglia, ad esempio); sino all’ultimo gesto prima di dormire
Prova a passare al setaccio ogni gesto che ti metta in contatto con un medium: smartphone, apparecchio computer della tua auto, laptop al lavoro, televisore e poi tutte le app che utilizziamo.
Ti renderai conto di come la narrazione di una serie come Person of Interest possa aiutarti a sviluppare uno sguardo più critico verso le piattaforme, gli strumenti fisici e le applicazioni che usi ogni giorno.
L’acquisizione più importante è che arrivi a spostare la tua attenzione dal determinismo della logica digitale alle espressioni più genuine della nostra umanità.
A proposito di umanità, se l’approccio human centered risuona dentro di te, ti consiglio la lettura dei miei articoli nella sezione Pratico di Nessuno sul mio profilo Substack.
Maurizio F. Corte
Agenzia Corte&Media
Il trailer della serie Person of Interest
La “macchina” all’opera
Se sei arrivato fin qui, non ti basta la versione ufficiale dei racconti.

Sono un giornalista professionista, scrittore e media educator irriverente. Insegno Giornalismo Interculturale e Multimedialità all’Università di Verona. Faccio ricerca su come i media rappresentano la società, il crimine e la giustizia. Sito web: Corte&Media. Per contattarmi: direttore@ilbiondino.org
