La spider rossa nelle strade digitali
Dalla penny press ai prompt
Le teorie classiche dei media studies, soprattutto quelle legate alla società di massa, descrivono un mondo nel quale i media non si limitano a informare, ma ridefiniscono l’orizzonte culturale e simbolico della collettività.
Oggi, in forme nuove, temiamo che siano gli algoritmi dell’IA a fare qualcosa di simile: selezionare, amplificare e restituire al pubblico i contenuti più capaci di colpirlo, sedurlo, orientarlo.
Il caso Sutter-Bozano, da questo punto di vista, fu un laboratorio esemplare di mediatizzazione.
Non soltanto perché occupò le cronache. Contribuì anche a mostrare, in modo quasi esemplare come una vicenda complessa possa essere compressa in pochi segni memorabili: un volto, un soprannome, un’auto, una trama.
Bozano, insomma, non era più soltanto un giovane sospettato di un delitto orrendo. Stava già diventando un’icona narrativa.
L’illusione della neutralità tecnologica
È allora proprio qui che si apre il rischio più sottile.
Se negli Anni Settanta il sigillo della verità era spesso nella vecchia frase “lo ha detto il giornale”, oggi rischia di diventare “lo ha generato l’IA”.
Se il processo mediatico a Bozano si facesse oggi
Immaginiamo, per un momento, il processo mediatico a Lorenzo Bozano nell’ecosistema digitale contemporaneo.
Il rischio sarebbe evidente: confondere l’umore pubblico con un indicatore di verità, e la reazione collettiva con un criterio di giudizio.
L’IA, in un contesto del genere, non farebbe che potenziare un meccanismo già noto: chi è convinto dell’innocenza leggerebbe molti contenuti come ostili; chi è persuaso della colpevolezza ,userebbe anche gli elementi ambigui come conferma delle proprie convinzioni.
La tecnologia, da sola, non corregge il pregiudizio. Spesso lo accelera, lo ordina, lo rende più efficiente.
Perché ci piacciono i “mostri”
Una risposta utile viene dalla Teoria dello Schema: noi esseri umani ricorriamo continuamente a strutture mentali preesistenti per dare senso al caos del mondo.
In altre parole, leggiamo i fatti attraverso schemi. E gli schemi, proprio perché alleggeriscono la fatica dell’interpretazione, possono trasformarsi in scorciatoie potenti.
Nel 1971, uno degli schemi disponibili era questo: il giovane scansafatiche, inconcludente, deviante, contrapposto alla brava famiglia borghese svizzera.
Una volta attivato questo schema, molti dettagli si disponevano quasi da soli dentro una storia già pronta.
La domanda, allora, non è soltanto perché il pubblico abbia creduto a quella costruzione. La domanda è anche chi abbia saputo raccontarla in modo tanto persuasivo.
Quando la narrazione prende il posto dei fatti
La tesi su cui sto lavorando, da anni, è semplice e inquietante insieme: attorno al caso Sutter-Bozano si è consolidata una narrazione capace di coprire la verità sostanziale dei fatti con una trama più seducente, più semplice, più avvincente. E anche più accettabile.
A leggere con attenzione quella storia, emergono contraddizioni, vuoti, forzature, passaggi che chiedono di essere verificati e non soltanto ripetuti.
Eppure proprio lì i media evitarono di verificare i fatti.
Misero in campo la loro potenza maggiore: non tanto inventando tutto, quanto riempiendo i buchi, ordinando il caos, offrendo al pubblico una forma narrativa compatta e facile da credere e memorizzare.
Non è una narrazione per forza vera. Tuttavia è credibile, coerente, scorrevole.
Tutto questo, nel consumo rapido dell’informazione, basta spesso a farla passare per affidabile.
Se chiedessimo oggi a un sistema di IA di riassumere il caso Bozano, è probabile che ci restituirebbe ancora lo stereotipo degli Anni Settanta.
La spirale del silenzio. Negli Anni 70 e adesso
Negli Anni Settanta, chi dubitava della colpevolezza di Lorenzo Bozano tendeva spesso a tacere per timore dell’isolamento sociale.
La pressione del clima mediatico rendeva più difficile sostenere una posizione divergente.
Oggi il quadro è diverso, ma non del tutto.
Su questa vicenda si tace meno. Eppure, anche nel presente, molte rappresentazioni dominanti continuano a riproporre in modo quasi automatico versioni già sedimentate.
Qui la spirale del silenzio incontra le camere d’eco algoritmiche: non sempre ci obbligano a tacere, ma ci espongono con grande continuità a ciò che conferma il già detto; e rende più faticoso il dissenso argomentato.
La bussola della Media Literacy
Allo stesso modo, negli Anni Settanta, la via d’uscita non era smettere di leggere i giornali.
La strada da prendere è un’altra: imparare a leggere meglio, a vedere di più, a reagire in maniera meno automatica.
La media literacy è precisamente questo.
Non è solo educazione ai media in senso generale. È anche formazione concreta a un uso critico dei media e dell’Intelligenza Artificiale generativa.
Significa imparare a trattare i media e l’IA come un assistente fallibile, non come un oracolo.
Significa verificare, contestualizzare, rallentare.
Significa non fermarsi alla superficie quando l’ennesimo video su YouTube o l’ennesimo podcast ripropone, magari con tono sicuro e accattivante, una storia che merita invece di essere interrogata a fondo.
È importante capire che il “mostro” non sta mai solo nell’imputato, né soltanto nella tecnologia. Sta anche nel modo in cui lasciamo che i media, vecchi o nuovi, costruiscano la realtà al posto nostro.
Tre esercizi contro il pilota automatico
Se vogliamo che questa riflessione non resti astratta, dobbiamo tradurla in pratica.
Di fronte ai contenuti prodotti o amplificati dall’IA, e più in generale di fronte alle narrazioni ad alta intensità emotiva dei media, possiamo almeno esercitarci in tre
movimenti essenziali.
ESERCIZI CRITICI

Solo esercitando il pensiero critico, quello che interroga, verifica e riflette anche sui propri schemi, possiamo sperare di non restare ancora una volta spettatori passivi di una spider rossa che corre troppo forte.
E solo così possiamo sottrarci alla tentazione più pericolosa: lasciare che siano altri, o peggio ancora sistemi automatici addestrati su narrazioni già deformate, a decidere per noi che cosa è vero, plausibile, giusto.
Maurizio F. Corte
Agenzia Corte&Media
- L’autore, nella ricerca per questo articolo, ha usato il modello di IA, Google Gemini, con cui ha creato anche l’immagine di copertina. Per l’editing ha usato il modello di IA, Manus.
- Testi di riferimento, per i media studies, Mass Communication Theory, degli studiosi Stanley J. Baran e Dennis K. Davis, e Journalism and Society, di Denis McQuail .
Il Colpevole Perfetto. Podcast
Testo e voce di Maurizio F. Corte. Regia audio di Giuliana Corsino.
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Sono un giornalista professionista, scrittore e media educator irriverente. Insegno Giornalismo Interculturale e Multimedialità all’Università di Verona. Faccio ricerca su come i media rappresentano la società, il crimine e la giustizia. Sito web: Corte&Media. Per contattarmi: direttore@ilbiondino.org
