Genova, maggio 1971. Una spider rossa sfreccia tra XX Settembre e via Peschiera e diventa, nel giro di pochi giorni, il simbolo di un incubo nazionale.
 
L’incubo è quello del rapimento e dell’omicidio della tredicenne Milena Sutter, figlia di un industriale della cera e studentessa della Scuola Svizzera di Genova.
 
Da qui vorrei partire con tre domande, semplici solo in apparenza.
 
Fu davvero quello di Milena un rapimento a scopo di estorsione e un omicidio volontario premeditato? Che cosa ci direbbe oggi l’Intelligenza Artificiale su quel caso di cronaca nera? E quali paure mediatizzate di allora ritroviamo, quasi intatte, nei media di oggi?
 
Al volante di quella spider rossa, nel maggio genovese, c’è Lorenzo Bozano, 25 anni, che presto verrà ribattezzato il “Biondino della Spider Rossa”.
 
Non è biondo. Non è nemmeno il ragazzo esile e quasi cinematografico che il soprannome suggerisce. Ma questo, appunto, conta fino a un certo punto.
 
Quando una formula narrativa funziona, la fantasia mediale finisce per sembrare più reale della realtà.
 
È questo il punto che mi interessa. Prima ancora che un’aula di tribunale pronunci una sentenza, i media dell’epoca hanno già costruito un personaggio perfetto, una figura simbolica ad alta presa emotiva.
 
Il caso di Milena Sutter, insieme con quello di Lorenzo Bozano, diventa così un laboratorio prezioso di media literacy.
 
È un caso concreto per osservare come si fabbrica una narrazione pubblica, come si consolida uno stereotipo; e come il pubblico possa essere indotto a scambiare una storia convincente per una verità data per certa.

La spider rossa nelle strade digitali

Oggi, nel 2026, la spider rossa non corre più soltanto sulle strade di Genova. Corre anche nelle arterie digitali dei Big Data.
 
Quella macchina sportiva, in realtà scalcagnata, sporca e ammaccata, continua a vivere come immagine mentale assai potente.
 
Se guardiamo all’ansia che oggi ci provoca l’Intelligenza Artificiale, scopriamo qualcosa di sorprendente: non è molto diversa dalla vertigine che colse l’Italia degli Anni Settanta davanti al potere allora travolgente dei giornali, della radio e della televisione.
 
Cambiano gli strumenti. Cambia la velocità. Cambia la scala. Ma non cambia il nodo di fondo: la paura di perdere il controllo di fronte a dispositivi capaci di costruire, amplificare e orientare il senso comune.

Dalla penny press ai prompt

Le teorie classiche dei media studies, soprattutto quelle legate alla società di massa, descrivono un mondo nel quale i media non si limitano a informare, ma ridefiniscono l’orizzonte culturale e simbolico della collettività.

I media, ci dicono questi studi, possono erodere assetti tradizionali, sostituire forme di cultura lenta con prodotti a consumo rapido, trasformare il conflitto sociale in racconto semplificato e altamente emotivo.
 
Nel XIX secolo si temeva che la stampa popolare, la cosiddetta penny press, alimentasse il disordine sociale vivendo di scandali, delitti e sensazionalismo.
 

Oggi, in forme nuove, temiamo che siano gli algoritmi dell’IA a fare qualcosa di simile: selezionare, amplificare e restituire al pubblico i contenuti più capaci di colpirlo, sedurlo, orientarlo.

Il caso Sutter-Bozano, da questo punto di vista, fu un laboratorio esemplare di mediatizzazione.

Non soltanto perché occupò le cronache. Contribuì anche a mostrare, in modo quasi esemplare come una vicenda complessa possa essere compressa in pochi segni memorabili: un volto, un soprannome, un’auto, una trama.

Il giorno dopo il suo rilascio, nei primi giorni della scomparsa di Milena, Lorenzo Bozano convocava perfino una conferenza stampa; e rilasciava un’intervista alla giornalista Rai, Milla Pastorino.
 

Bozano, insomma, non era più soltanto un giovane sospettato di un delitto orrendo. Stava già diventando un’icona narrativa.

Chi costruì quell’icona? I giornali, la radio, la televisione. I media, in una parola.
 
Tutti noi – io per primo, che avevo tredici anni come Milena – finimmo per muoverci dentro quella cornice.

L’illusione della neutralità tecnologica

Oggi l’Intelligenza Artificiale si presenta spesso come più pulita, più oggettiva, più neutrale di certo giornalismo di ieri e, talvolta, anche di oggi.
 

È allora proprio qui che si apre il rischio più sottile.

Lo chiamerei automaticità: uno stato mentale nel quale assorbiamo contenuti generati, selezionati o riorganizzati dalle macchine. E lo facciamo senza attivare una sufficiente riflessione critica.


Se negli Anni Settanta il sigillo della verità era spesso nella vecchia frase “lo ha detto il giornale”, oggi rischia di diventare “lo ha generato l’IA”.

Il problema non è solo l’errore. Il problema è la passività cognitiva.
 
Il problema, oggi, è la disponibilità crescente a delegare a un sistema automatico non soltanto il reperimento delle informazioni, ma perfino la loro prima interpretazione.

Se il processo mediatico a Bozano si facesse oggi

Immaginiamo, per un momento, il processo mediatico a Lorenzo Bozano nell’ecosistema digitale contemporaneo.

Un algoritmo di sentiment analysis potrebbe scandagliare milioni di commenti sui social e restituire, in tempo reale, il clima emotivo della Rete.

Il rischio sarebbe evidente: confondere l’umore pubblico con un indicatore di verità, e la reazione collettiva con un criterio di giudizio.

L’IA, in un contesto del genere, non farebbe che potenziare un meccanismo già noto: chi è convinto dell’innocenza leggerebbe molti contenuti come ostili; chi è persuaso della colpevolezza ,userebbe anche gli elementi ambigui come conferma delle proprie convinzioni.

La tecnologia, da sola, non corregge il pregiudizio. Spesso lo accelera, lo ordina, lo rende più efficiente.

Perché ci piacciono i “mostri”

Ogni tanto mi domando perché l’immagine del “biondino della spider rossa” sia stata così efficace.


Una risposta utile viene dalla
Teoria dello Schema: noi esseri umani ricorriamo continuamente a strutture mentali preesistenti per dare senso al caos del mondo.

In altre parole, leggiamo i fatti attraverso schemi. E gli schemi, proprio perché alleggeriscono la fatica dell’interpretazione, possono trasformarsi in scorciatoie potenti.

Nel 1971, uno degli schemi disponibili era questo: il giovane scansafatiche, inconcludente, deviante, contrapposto alla brava famiglia borghese svizzera.

Una volta attivato questo schema, molti dettagli si disponevano quasi da soli dentro una storia già pronta.

La domanda, allora, non è soltanto perché il pubblico abbia creduto a quella costruzione. La domanda è anche chi abbia saputo raccontarla in modo tanto persuasivo.

Quando la narrazione prende il posto dei fatti

La tesi su cui sto lavorando, da anni, è semplice e inquietante insieme: attorno al caso Sutter-Bozano si è consolidata una narrazione capace di coprire la verità sostanziale dei fatti con una trama più seducente, più semplice, più avvincente. E anche più accettabile.

A leggere con attenzione quella storia, emergono contraddizioni, vuoti, forzature, passaggi che chiedono di essere verificati e non soltanto ripetuti.

Eppure proprio lì i media evitarono di verificare i fatti.

Misero in campo la loro potenza maggiore: non tanto inventando tutto, quanto riempiendo i buchi, ordinando il caos, offrendo al pubblico una forma narrativa compatta e facile da credere e memorizzare.

È questo il punto che oggi torna con forza nell’era dell’IA generativa.
 
Anche i sistemi generativi lavorano spesso così: decontestualizzano elementi della realtà, li semplificano, li riorganizzano e li restituiscono sotto forma di narrazione plausibile.

Non è una narrazione per forza vera. Tuttavia è credibile, coerente, scorrevole.
 

Tutto questo, nel consumo rapido dell’informazione, basta spesso a farla passare per affidabile.

Se chiedessimo oggi a un sistema di IA di riassumere il caso Bozano, è probabile che ci restituirebbe ancora lo stereotipo degli Anni Settanta.

Lo farebbe perché è stato addestrato anche su sedimentazioni mediatiche, archivi narrativi e dati già contaminati da interpretazioni ripetute.

Le cosiddette allucinazioni dell’IA, in questo senso, non sono soltanto errori tecnici: ci ricordano quanto spesso anche l’ambiente informativo umano abbia lavorato per approssimazioni persuasive.

La spirale del silenzio. Negli Anni 70 e adesso

Negli Anni Settanta, chi dubitava della colpevolezza di Lorenzo Bozano tendeva spesso a tacere per timore dell’isolamento sociale.

La pressione del clima mediatico rendeva più difficile sostenere una posizione divergente.


Oggi il quadro è diverso, ma non del tutto.

Su questa vicenda si tace meno. Eppure, anche nel presente, molte rappresentazioni dominanti continuano a riproporre in modo quasi automatico versioni già sedimentate.

Qui la spirale del silenzio incontra le camere d’eco algoritmiche: non sempre ci obbligano a tacere, ma ci espongono con grande continuità a ciò che conferma il già detto; e rende più faticoso il dissenso argomentato.

Intelligenza Artificiale - Manipolazione - Media - Pensiero Critico - Agenzia Corte&Media

La bussola della Media Literacy

L’ansia verso l’IA non è così distante dalla paura che molti genovesi potevano provare vedendo quella spider rossa.
 
In entrambi i casi c’è la percezione di qualcosa che corre troppo veloce rispetto alla nostra capacità di capire, verificare, controllare.
 
L’antidoto, si badi bene, non è spegnere il computer, né chiudere lo smartphone in un cassetto.
 

Allo stesso modo, negli Anni Settanta, la via d’uscita non era smettere di leggere i giornali.

La strada da prendere è un’altra: imparare a leggere meglio, a vedere di più, a reagire in maniera meno automatica.

La media literacy è precisamente questo.

Non è solo educazione ai media in senso generale. È anche formazione concreta a un uso critico dei media e dell’Intelligenza Artificiale generativa.


Significa imparare a trattare i media e l’IA come un assistente fallibile, non come un oracolo.

Significa verificare, contestualizzare, rallentare.

Significa non fermarsi alla superficie quando l’ennesimo video su YouTube o l’ennesimo podcast ripropone, magari con tono sicuro e accattivante, una storia che merita invece di essere interrogata a fondo.

Studiare oggi il caso Sutter-Bozano, allora, non vuol dire guardare soltanto al passato.


È importante capire che il “mostro” non sta mai solo nell’imputato, né soltanto nella tecnologia. Sta anche nel modo in cui lasciamo che i media, vecchi o nuovi, costruiscano la realtà al posto nostro.

Tre esercizi contro il pilota automatico

Se vogliamo che questa riflessione non resti astratta, dobbiamo tradurla in pratica.

Di fronte ai contenuti prodotti o amplificati dall’IA, e più in generale di fronte alle narrazioni ad alta intensità emotiva dei media, possiamo almeno esercitarci in tre
movimenti essenziali.

ESERCIZI CRITICI

Intelligenza Artificiale, Media Literacy, Algoritmo

 

Solo esercitando il pensiero critico, quello che interroga, verifica e riflette anche sui propri schemi, possiamo sperare di non restare ancora una volta spettatori passivi di una spider rossa che corre troppo forte.

E solo così possiamo sottrarci alla tentazione più pericolosa: lasciare che siano altri, o peggio ancora sistemi automatici addestrati su narrazioni già deformate, a decidere per noi che cosa è vero, plausibile, giusto.

La spider rossa, oggi, continua a correre. Il punto non è fermarla. Il punto è non lasciarsi trascinare dal suo viaggio senza pensare.

Maurizio F. Corte
Agenzia Corte&Media

  • L’autore, nella ricerca per questo articolo, ha usato il modello di IA, Google Gemini, con cui ha creato anche l’immagine di copertina. Per l’editing ha usato il modello di IA, Manus.
  • Testi di riferimento, per i media studies, Mass Communication Theory, degli studiosi Stanley J. Baran e Dennis K. Davis, e Journalism and Society, di Denis McQuail .
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Il Colpevole Perfetto. Podcast

Testo e voce di Maurizio F. Corte. Regia audio di Giuliana Corsino.

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