Cinquant’anni dopo, un mistero italiano che si intreccia con intrighi politici.
Dietro le sue lenti scure, Pier Paolo Pasolini ha visto il mondo delle borgate, degli umili, degli ultimi. E li ha raccontati con immagini, parole, poesie.
Con quegli stessi occhiali ha però visto anche la sua fine: una morte violenta, un omicidio.
È la notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 quando l’intellettuale viene massacrato all’Idroscalo di Ostia, a due passi da Roma.
Per il delitto viene arrestato Giuseppe Pelosi, diciassettenne con piccoli precedenti. Lui confessa, sostenendo di aver agito per legittima difesa dopo il rifiuto di un rapporto sessuale.
Questa versione tuttavia non convince: le prove sono fragili, le testimonianze contraddittorie, le indagini lacunose. E la stessa Corte che condanna il ragazzo ritiene che non possa aver agito da solo.
Negli anni emergono inoltre altre piste e nuovi sospetti.
Pasolini stava infatti indagando su affari oscuri legati all’industria petrolifera italiana — forse aveva scoperto qualcosa che non poteva rivelare.
Il sospetto è quindi che si sia trattato di un delitto premeditato.
Il giallo d’altronde è sempre apparso come un copione di un film di Pasolini. La trama perfetta di una pellicola di morte, che sembra nascondere un movente politico.
Chi era Pier Paolo Pasolini
Pier Paolo Pasolini nasce il 5 marzo 1922 a Bologna.
Suo padre, Carlo Alberto, è un militare e fascista convinto. Il loro rapporto è difficile. A dargli affetto è quindi la madre, Susanna Colussi, la sua personale Madonna — ruolo che interpreterà anche in un film del figlio.
Il poeta cresce a Bologna e manifesta subito una profonda sensibilità artistica.
Si iscrive alla Facoltà di Lettere, dove studia sotto la guida del critico d’arte Roberto Longhi. Scopre così la potenza dell’immagine.
Nel 1945, il regista subisce una ferita irreparabile: la morte del fratello minore Guido, partigiano delle Brigate Osoppo.
Solo trent’anni dopo, un altro omicidio segnerà il destino di questa famiglia.
LE BORGATE E I RAGAZZI DI VITA
Nell’autunno ’49, Pasolini viene accusato di corruzione di minori e atti osceni in luogo pubblico, dopo essersi appartato con tre ragazzi in una sagra paesana in Friuli.
A seguito dello scandalo viene espulso dal PCI e perde il suo posto da insegnante. Costretto a lasciare Casarsa (Pordenone), si trasferisce quindi a Roma con la madre.
Nella capitale si stabilisce nel quartiere Pigneto, dove si innamora del dialetto romanesco e dei volti della città: in essi vede un’autenticità primordiale, non ancora corrotta dalla borghesia. Saranno loro i protagonisti delle sue opere più intense, da Ragazzi di vita ad Accattone.
Nel ’75, Pasolini è quindi ormai l’intellettuale più controverso d’Italia.
Trentatré processi, centinaia di udienze, condanne e assoluzioni costellano infatti la sua vita: le accuse spaziano dalla corruzione di minori, al vilipendio della religione.
Il poeta non è tuttavia un uomo che abbassa la testa.
La narrazione giudiziaria sull’omicidio di Pier Paolo Pasolini
Idroscalo di Ostia, 2 novembre 1975: vicino alla foce del Tevere albergano baracche abusive, reti metalliche e un campetto da calcio.
Intorno alle sei e mezza del mattino, in quest’area demaniale arriva una Citroën. Al volante c’è il muratore Alfredo Principessa, con la moglie Maria Teresa Lollobrigida: una delle baracche è la loro.
Quando la donna si avvicina alla porta di casa, scopre il cadavere di un uomo riverso a pancia in giù: indossa una canottiera, un paio di jeans, una cintura marrone e stivaletti di cuoio alla caviglia. È ricoperto di ferite e sangue: è stato massacrato.
Le forze dell’ordine arrivano subito sul posto, ma faticano a delimitare l’area: si è infatti già radunata una piccola folla. Fango, pioggia e impronte di curiosi inquinano così la scena del crimine.
Nonostante il volto tumefatto, il vicebrigadiere Vitali riesce a identificare in fretta il volto della vittima: si tratta di Pier Paolo Pasolini — il regista, lo scrittore, il poeta.
Vicino al corpo, c’è anche un anello d’oro con una pietra rossa. L’incisione recita “United States Army”: è la firma dell’assassino, già da alcune ore in caserma per un furto d’auto.
L’ARRESTO DI GIUSEPPE PELOSI
Torniamo indietro di cinque ore, sul lungomare di Ostia.
Alle ore 1:30 di notte, una pattuglia dei Carabinieri incrocia un’Alfa Romeo 2000 GT argento metallizzato: l’auto sfreccia a forte velocità. Parte così un folle inseguimento.
Il conducente è Giuseppe Pelosi, detto Pino la Rana. Ha solo diciassette anni: la macchina non è quindi sua.
Il ragazzo viene alla fine fermato e trasferito nel carcere minorile di Casal del Marmo.
Poco dopo, in preda ad una forte agitazione, Pelosi confessa al compagno di cella l’assassinio del proprietario della vettura: Pier Paolo Pasolini.
LE INDAGINI SU PELOSI
Secondo la prima deposizione, Pelosi e Pasolini arrivano a Ostia verso mezzanotte.
Due ore prima, il regista lo aveva adescato a Piazza dei Cinquecento, dove si radunano i “marchettari”, i ragazzi che si prostituiscono. Pelosi precisa di non essere però uno di loro.
Dopo una sosta in un ristorante, Pasolini lo porta in una zona isolata dell’Idroscalo per un rapporto sessuale, ricompensato da ventimila lire.
Dopo qualche minuto, Pelosi esce dall’auto e si appoggia a una rete metallica che circonda il campo da calcio. Il poeta cerca di convincerlo a proseguire il rapporto, ma il 17enne dice di non voler “fare la donna”.
A quel punto, Pasolini afferra un paletto di legno e lo minaccia. Il ragazzo, spaventato, reagisce.
I due finiscono a terra. Nel fango, Pelosi afferra una tavoletta di legno e inizia a colpire la testa del poeta, poi gli sferra due calci violenti.
La lotta continua finché Pasolini non crolla.
Il 17enne allora scappa sull’Alfa. Prima della fuga, però, Pelosi sente l’auto sussultare: forse ha schiacciato il corpo.
LA STRATEGIA DEGLI AVVOCATI
Tre giorni dopo l’arresto, il 17enne nomina due legali, Vincenzo e Tommaso Spaltro. Se ne aggiungerà poi un terzo: Rocco Mangia, difensore di criminali legati all’estrema destra.
Sorgono dunque due domande: chi ha consigliato a un ragazzo questo pomposo collegio difensivo? E come poteva la famiglia Pelosi permetterselo?
Anni dopo, Pino la Rana dirà di aver ricevuto un telegramma che gli consigliava di nominare gli Spaltro, firmato da “zio Giuseppe”. Ma di uno zio Giuseppe non c’è traccia.
Ben presto il collegio difensivo tuttavia si spacca: gli Spaltro credono che Pelosi stia coprendo qualcuno. A rimanere è invece l’avvocato Mangia, che punta sull’immaturità e la legittima difesa del suo assistito.
Nel frattempo, i media gridano contro l’adescatore Pasolini.
OMICIDIO IN CONCORSO CON IGNOTI
Nel ’76 si arriva a processo. A presiedere il Tribunale dei Minori è Alfredo Carlo Moro, fratello di Aldo.
Il 26 aprile, Moro condanna Pelosi a nove anni, sette mesi e dieci giorni di reclusione e a trentamila lire di multa per atti osceni, furto aggravato e omicidio volontario.
Nelle motivazioni della sentenza, tuttavia, si stabilisce che l’omicidio è stato «commesso da Pelosi in concorso con altri soggetti rimasti sconosciuti».
Il sospetto è quindi uno: che si sia trattato di un delitto premeditato.
La lettura scientifica dell’omicidio di Pier Paolo Pasolini
Dopo aver ripercorso la verità giudiziaria, proviamo a leggere il delitto Pasolini seguendo tracce, prove e testimoni: i punti fermi e scientifici della vicenda.
LE ULTIME ORE
È il pomeriggio del primo novembre ’75.
Pasolini è a casa, in Via Eufrate all’Eur, con il giornalista della Stampa Furio Colombo. Gli sta rilasciando un’intervista che sceglierà lui stesso di titolare “Siamo tutti in pericolo”: un triste presagio.
Terminata l’intervista, Pasolini si reca al quartiere San Lorenzo, cuore popolare di Roma.
Alle 19:30 entra da Pommidoro, storico ristorante a Piazza dei Sanniti. Al tavolo trova l’attore Ninetto Davoli con moglie e figli.
Il poeta ordina una bistecca e un’insalata — come ricorda il proprietario Aldo Bravi — ma appare nervoso: dice di avere un appuntamento.
Alle 21:30, Pasolini paga con un assegno da 11.000 lire e promette di rivedere Ninetto il giorno seguente.
L’ULTIMA CORSA
Verso le 22 il poeta arriva in Piazza dei Cinquecento, davanti alla stazione Termini. È qui che si radunano i “ragazzi di vita”.
Davanti a un chiosco ci sono Pelosi e tre amici: Salvatore Veidda, Claudio Seminari e Adolfo De Stefanis.
Secondo Pelosi, Pasolini gli avrebbe proposto di salire in auto. Altri testimoni parlano invece di un Pasolini diffidente: chiuso nell’Alfa, l’uomo alza perfino il finestrino.
Alla fine, tuttavia, lo scrittore carica a bordo Pino la Rana.
I due percorrono Via Nazionale, poi tornano alla stazione. Il ragazzo scende, parla con gli amici e risale in macchina. Dirà di aver lasciato le chiavi a uno di loro.
Poi i due ripartono lungo la Via Ostiense. Alle 23:15, fanno tappa alla trattoria Al Biondo Tevere. Pelosi ordina spaghetti e pollo, mentre Pasolini solo una banana e una birra.
A processo, il ristoratore Vincenzo Panzironi ricorderà però un ragazzo dai lunghi capelli biondi, che non somiglia affatto a Pelosi. Errore o indizio?
LA SCENA DEL CRIMINE
Sulla scena del crimine, viene trovata una camicia lacerata, coperta di sangue e fango. Pasolini l’avrebbe usata per tamponare le copiose ferite alla testa.
Tuttavia sui vestiti di Pelosi non c’è sangue, solo tre minuscole macchie. Lui dice di essersi lavato a una fontanella, ma il sangue lascia sempre dei residui.
C’è poi un altro particolare: una macchia ematica sulla portiera del passeggero.
Tuttavia, se l’aggressione è avvenuta fuori dall’auto, perché Pelosi fuggendo non ha lasciato segni dalla parte del guidatore?
Purtroppo, rispondere è difficile. L’auto è stata infatti danneggiata da un agente e lasciata per giorni sotto la pioggia: una delle negligenze investigative di questo giallo.
COME È MORTO PASOLINI: L’AUTOPSIA
L’autopsia parla chiaro: «Pasolini viene ucciso passandogli sopra con un’auto più volte, con conseguente “scoppio del cuore”».
Tra i vari colpi, prima del decesso, l’uomo ha inoltre ricevuto un calcio ai testicoli così violento da causare un’emorragia interna. Un colpo che lo immobilizza.
Pelosi ha invece sempre sostenuto che il poeta abbia continuato a picchiarlo, in luoghi e tempi differenti. In questa lunga furia, tuttavia, il 17enne subisce solo una lieve escoriazione sulla testa.
Le ferite del poeta — naso schiacciato, orecchio quasi staccato — indicano infine una violenza brutale. Pelosi dice di aver usato una tavoletta di legno.
Tuttavia il medico legale Francesco Durante, perito della famiglia Pasolini, lo esclude: quel legno friabile non poteva causare danni simili. O, almeno, non da solo.
LE PROVE DEI COMPLICI
L’idea che Pelosi fosse in compagnia trova diversi riscontri.
All’epoca, Oriana Fallaci raccoglie testimonianze su più voci e auto in quella notte. Anche Furio Colombo parla di un pescatore che avrebbe udito tre voci.
Nell’auto di Pasolini vengono inoltre trovati due oggetti estranei: un plantare destro numero 41 e un maglione verde, assenti il giorno precedente.
Poi c’è il DNA. Nel 2010, il RIS di Roma individua sui vestiti della vittima «cinque profili genetici “non attribuibili”».
Infine, nel 2005, lo stesso Pelosi cambia versione: dice di essere stato aggredito insieme al regista da tre sconosciuti con accento del Sud.
La verità di Pino la Rana tuttavia cambierà ancora nel corso degli anni, fino a morire con lui nel 2017.
Dal ricatto al delitto politico di un poeta scomodo
Al momento della sua morte, Pasolini sta ultimando la produzione di Salò o le 120 giornate di Sodoma, film che definisce scandaloso e terribile.
L’opera è una metafora del potere che riduce il corpo umano a oggetto: la sua ultima sfida.
Il 31 ottobre ’75, il film viene presentato alla commissione censura — è il giorno prima dell’omicidio. Pochi giorni dopo sarà giudicato «aberrante e ripugnante».
Il film uscirà comunque l’anno seguente, diventando il testamento artistico del regista.
Tuttavia, dietro la storia di questa pellicola potrebbe esserci di più: forse si nasconde la chiave del delitto.
IL FURTO DELLE BOBINE
Nell’agosto del ’75, i negativi del film vengono rubati dagli stabilimenti Technicolor di Roma. Pasolini vuole recuperarli a ogni costo.
Un intermediario della malavita romana, Sergio Placidi, chiede un riscatto di due miliardi di lire. Secondo alcuni studiosi del caso, Pasolini potrebbe aver accettato un incontro per trattare di persona.
È possibile infatti che la sera del primo novembre si stesse dirigendo proprio a quell’appuntamento.
Questo spiegherebbe inoltre il suo atteggiamento inquieto a cena, la fretta e il tono preoccupato dell’intervista.
In questa versione, Pelosi assume dunque un ruolo nuovo: quello di una pedina all’interno di una trappola preparata con cura.
LA CRIMINALITÀ ROMANA
Anni dopo, il boss Maurizio Abbatino confessa di aver partecipato al furto.
In una foto scattata vicino al cadavere, l’uomo viene inoltre riconosciuto tra la folla, insieme a “Johnny lo Zingaro” — Giuseppe Mastini — che in carcere dirà di aver fatto parte del gruppo che uccise il poeta.
Non è però finita qui. I sospetti su Mastini sono tanti:
- il ragazzo conosceva Pelosi;
- all’epoca, aveva lunghi capelli biondi — proprio come l’identikit del ristoratore del Biondo Tevere;
- infine, portava un plantare, come quello trovato sulla scena del crimine.
Perché tuttavia ucciderlo, se l’obiettivo era il denaro? Forse la trattativa è saltata. Forse Pasolini ha reagito. Oppure il furto stesso era solo un pretesto, un’esca per eliminarlo.
Da qui prende corpo un’ultima pista: quella del delitto politico.
PISTA POLITICA: GLI INDIZI SU “PETROLIO”
Un anno prima della sua morte, il 14 novembre ’74, Pasolini pubblica sul Corriere della Sera un articolo entrato nella storia: “Il romanzo delle stragi”.
Scrive: «Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Milano, Brescia e Bologna». E aggiunge: «Io so, ma non ho le prove».
In quegli anni, Pasolini accusa inoltre più volte la classe dirigente di corruzione, tradimento e violenza.
Nel frattempo, sta anche lavorando a Petrolio, un romanzo-inchiesta che mescola segreti di Stato, politica e industria petrolifera.
Il libro nasconde anche un’indagine sulla morte di Enrico Mattei e sul suo successore Eugenio Cefis — presunto fondatore della loggia P2.
Nei suoi appunti compaiono infatti riferimenti a queste figure chiave, ma non sappiamo di più: le pagine del capitolo “Lampi sull’ENI” sono scomparse.
È quindi in questo intreccio che si collocherebbe la sua morte: un delitto in cui le bobine di un film, un riscatto mai pagato e un’inchiesta scomoda potrebbero essere pezzi dello stesso mosaico.
1975-2025: una verità ancora da scrivere
Per molti, l’omicidio Pasolini è un delitto politico camuffato da omicidio a sfondo sessuale.
Forse Pasolini aveva infatti scoperto troppo e stava per pubblicare nomi e fatti che non dovevano emergere.
Seguendo questa teoria, quindi, la criminalità romana e i neofascisti sono stati solo la manovalanza: il braccio violento di un potere che temeva ciò che il poeta stava per rivelare.
Oggi solo una nuova riapertura delle indagini potrebbe allora riavvicinarci alla verità.
Una verità che potrebbe riguardare non solo la morte di un uomo, ma anche le ferite di un intero Paese.
Anna Ceroni
Agenzia Corte&Media
Data di pubblicazione: 31.10.2025
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Crimine. Giustizia. Media. ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER MediaMentor™
Autrice e copywriter. Laureata magistrale cum laude in Editoria e Giornalismo, ama analizzare e divulgare crimini e ingiustizie di ogni tipo: dai misfatti di Hollywood ai reati ambientali.



