Chiara Poggi e Milena Sutter: confronto tra due storie giudiziarie inquietanti.
La riapertura delle indagini e del procedimento giudiziario, nel marzo 2025, sull’omicidio di Chiara Poggi, a Garlasco il 13 agosto 2007, getta una luce inquietante sul sistema giudiziario italiano.
Getta anche una luce di speranza: quella che illumina un sistema di indagini e di giudizio che sa riconoscere gli errori e punta a migliorarsi; e quella che abitua la pubblica opinione a guardare ai fatti e alla logica.
La logica dello “sbatti il mostro” in prima pagina potrebbe, finalmente, arrivare al capolinea.
Un dato altrettanto positivo – malgrado i detrattori – è il ruolo che i media hanno avuto nel tenere vivo il dibattito sulle indagini per il caso di Chiara Poggi. E sulla situazione del fidanzato, Alberto Stasi, condannato per l’omicidio.
CRONACA NERA: DUE VICENDE A CONFRONTO
Cos’hanno in comune l’omicidio di Chiara Poggi (Garlasco – Pavia, 13 agosto 2007) e la sparizione e morte di Milena Sutter (Genova, 6 maggio 1971)?
Cos’hanno in comune i giovani per i due rispettivi delitti: Alberto Stasi (16 anni di carcere), condanna definitiva a dicembre 2014; e Lorenzo Bozano (ergastolo), condanna definitiva a giugno 1975?
Cos’hanno in comune, infine, le narrazioni mediatiche del delitto di Garlasco e quello di Genova (soprannominato il caso del “biondino della spider rossa)?
Trovare i punti di contatto, le somiglienze e le logiche parallele tra le due vicende ci è di aiuto per una serie di motivi:
- possiamo constatare che 36 anni prima di Garlasco, a Genova, con un diverso rito processuale e senza i mezzi di indagine di oggi, è andato in scena un identico dramma;
- possiamo verificare le manipolazioni della verità sostanziale dei fatti e i pregiudizi messi in campo, in modo da coglierne i pattern e acquisire un metodo per riconoscere le ricostruzioni senza fondamento di eventi:
- possiamo comprendere le logiche dei media e le conseguenze di quel processo sociale e comunicativo che gli studiosi dei mezzi di comunicazione hanno definito mediatizzazione della società.
Al di là dell’interesse, o meno, per il mondo del crimine, della giustizia e della sicurezza, i due casi di cronaca nera e giudiziaria ci consentono una serie di considerazioni sulla comunicazione e sui media.
Sono considerazioni che possiamo traslare in altre situazioni e su altri eventi, siano essi personali o professionali.
Il professor David Canter, psicologo e padre della Psicologia Investigativa, nel suo libro – scritto con Donna Youngs – Criminal Profiling and Investigative Psychology, ci avverte di un aspetto del crimine che viene spesso taciuto: gli umani uccidono, delinquono, compiono atti criminali così come lavorano, agiscono nelle relazioni quotidiane e si comportano in situazioni estranee ai delitti.
Cogliere le logiche di un caso criminale e giudiziario, allora, ci dà gli strumenti per comprendere e agire anche nelle relazioni interpersonali e professionali che sono ben lontane dal mondo dei delitti.
Analisi: Caso Sutter-Bozano e Caso Poggi-Stasi
Lo studio incrociato del caso di Milena Sutter (Genova, 1971) e dell’omicidio di Chiara Poggi (Garlasco, 2007) rivela profonde e inquietanti assonanze.
A distanza di quasi quarant’anni, l’indagine criminologica ed epistemologica su queste due vicende giudiziarie mostra come le dinamiche investigative, il ruolo dei mass media e la gestione della prova scientifica abbiano seguito percorsi speculari.
Entrambi i casi si configurano come processi indiziari: mancano prove dirette, i moventi sono fragili o inesistenti; e assistiamo alla costruzione di un “colpevole perfetto” attraverso i media.
Il parallelismo più evidente tra i due casi risiede nella figura dei principali indagati, poi condannati in via definitiva, e nel modo in cui sono stati fagocitati dall’opinione pubblica.

I DUE INDAGATI: LORENZO BOZANO E ALBERTO STASI
Sia Lorenzo Bozano che Alberto Stasi erano entrambi giovani al momento dei fatti (25 anni il primo, 24 anni il secondo) e provenivano da famiglie della borghesia benestante.
Entrambi sono stati intrappolati in un’etichetta giornalistica che ha sostituito la loro reale identità.
Bozano è passato alla storia come “il biondino della spider rossa” (nonostante fosse robusto e di capelli castano scuri), mentre Stasi è stato ribattezzato “il biondino dagli occhi di ghiaccio”.
I media hanno giocato un ruolo cruciale nel dipingere entrambi come individui anaffettivi, glaciali e privi di empatia.
Di Bozano si scriveva che rispondeva agli interrogatori con “glaciale lucidità” e “olimpica tranquillità”, mentre di Stasi si sottolineava il tono di voce “piatto” e la mancanza di “choc emotivo” durante la telefonata al 118.
In entrambi i casi, l’atteggiamento esteriore è stato tramutato in un sintomo di colpevolezza.
Per distruggere la reputazione degli indagati e sopperire alla mancanza di prove, in entrambe le inchieste si è scavato nella loro sfera sessuale.
Lorenzo Bozano fu etichettato come “maniaco” e “deviato sessuale” sulla base di dicerie e di vecchi rapporti conflittuali con il padre, senza alcuna diagnosi psichiatrica a supportare le etichette infamanti.
Alberto Stasi fu accusato di avere un movente legato alla pedopornografia, un’ipotesi poi del tutto smentita; e per la quale fu assolto in Cassazione perché il fatto non sussiste.
Tuttavia, il riferimento alla pedopornografia fu utilizzato per gettare un’ombra di discredito morale sulla sua persona.
Un altro nodo critico che accomuna Garlasco e il caso Sutter è la manipolazione o l’errata interpretazione dei dati medico-legali. Mi riferisco all’ora del decesso, adattata per far quadrare l’impianto accusatorio.
Caso Sutter
I medici legali Franchini e Chiozza fissarono l’ora della morte di Milena alle 18 del giorno della scomparsa, il 6 maggio 1971, basandosi in modo soggettivo sullo stato della digestione.
Tuttavia, ignorarono un dato scientifico fondamentale: le ipostasi (lividure cadaveriche) trovate sul corpo, che indicavano come il cadavere fosse rimasto supino per almeno 10-12 ore prima di essere gettato in mare.
Questo elemento contraddiceva la tesi dell’affondamento rapido operato da Bozano.
Non vi è poi alcuna prova di un afferramento al collo tale da cagionare la morte di Milena.
Caso Garlasco
Il medico legale Ballardini aveva all’inizio collocato la morte di Chiara Poggi tra le 10.30 e le 12 (con centratura tra le 11 e le 11.30).
Quando una perizia informatica dimostrò che in quegli orari (dalle 10.20 alle 12.20) Stasi stava lavorando alla tesi di laurea sul suo computer, confermando il suo alibi, l’ora della morte venne “ristretta” e retrodatata al lasso di tempo tra le 9.12 e le 9.35.
Questa finestra di soli 23 minuti divenne l’unico momento in cui Stasi non aveva un alibi informatico, rendendo però inverosimile la complessa dinamica del massacro, del trascinamento del corpo di Chiara e della presunta pulizia del sangue.
CONDANNE SENZA PROVE
Sia Stasi che Bozano sono stati condannati all’ergastolo (poi ridotto a 16 anni per Stasi tramite rito abbreviato) al termine di percorsi giudiziari travagliati, fatti di assoluzioni e ribaltamenti. Il tutto solo sulla base di indizi.
Bozano fu assolto in primo grado nel 1973 per insufficienza di prove, ma condannato in Appello nel 1975. Similmente, Stasi fu assolto in primo e in secondo grado (2009 e 2011), per poi subire l’annullamento della Cassazione e la condanna nell’Appello bis del 2014.
In entrambi i casi, l’arma del delitto non è mai stata ritrovata. Nel caso di Chiara Poggi si è ipotizzato un martello o un attizzatoio, mai rinvenuti.
La condanna di Stasi è un’anomalia poiché manca del tutto un movente provato.
Anche per Bozano il movente oscillava in modo confuso tra il rapimento a scopo di estorsione (per soli 50 milioni di vecchie lire, circa 500 mila euro di oggi) e l’omicidio a sfondo sessuale.
Sulla spider rossa di Bozano, indicata come luogo del delitto, non fu trovata alcuna impronta digitale di Milena Sutter.
Allo stesso modo, sulle scarpe e sui tappetini dell’auto di Alberto Stasi non fu trovata alcuna traccia del sangue di Chiara Poggi, sebbene il pavimento della villetta ne fosse intriso.
ERRORI INVESTIGATIVI E PISTE IGNORATE
L’enfasi posta sul “colpevole perfetto” ha portato, in ambo le inchieste, a ignorare evidenze scientifiche e piste alternative.
Nel caso Alberto Stasi, i carabinieri operarono sul suo computer senza rispettare i protocolli forensi, alterando oltre il 70% dei file e cancellando per un certo tempo l’alibi del giovane.
Inoltre, le impronte insanguinate lasciate dall’assassino sul pigiama di Chiara furono cancellate girando il cadavere in modo maldestro, durante la prima ispezione.
A Garlasco, l’impronta palmare insanguinata trovata sul muro (“impronta 33”) fu asportata grattando l’intonaco; e dichiarata inutilizzabile per anni dai RIS di Parma, prima di essere rianalizzata in tempi recenti.
Anche un’impronta di mano a terra, accanto al corpo, non fu mai analizzata.
Nel caso Sutter, non si procedette a confrontare la tacca di chiusura della cintura da sub (usata per affondare il corpo) con il girovita di Bozano per accertarne l’effettiva proprietà.
Non si tenne conto, poi, del fatto che sulla spider rossa di Lorenzo Bozano – considerata il luogo dell’omicidio – non c’erano impronte digitali di Milena.
In entrambi i casi, le frequentazioni delle vittime sono state analizzate in modo parziale.
A Genova si ignorò la figura di “Claudio My Love”, un ragazzo menzionato nei diari di Milena.
A Garlasco non fu dato alcun peso a due numeri di telefono “fantasma” (rubati e intestati a terzi) che chiamarono o furono chiamati dalla vittima.
Non fu dato neppure peso alle e-mail in cui Chiara parlava alla sua ex collega di “intrallazzi”; e di un misterioso uomo definito “l’altro”.
La comparazione tra l’omicidio di Milena Sutter (Genova, maggio 1971) e quello di Chiara Poggi (Garlasco – Pavia, 2007) evidenzia un elemento ciclico nel sistema investigativo e giudiziario.
Quando la pressione dell’opinione pubblica e dei media richiede un colpevole in tempi rapidi, il sistema rischia di convergere a “imbuto” sul soggetto più socialmente esposto o ambiguo (il fidanzato freddo, il giovane scapestrato).
Questa convergenza genera il fenomeno del confirmation bias (pregiudizio di conferma), in cui gli indizi vengono interpretati soltanto per supportare l’ipotesi accusatoria originaria.
Si adatta l’ora della morte all’ipotesi sul colpevole. Si forza la lettura degli alibi. Si elevano a prova le narrazioni morali, con il rischio tangibile di condannare ignorando l’antico principio dell’in dubio pro reo.
Quattro lezioni dai casi di Chiara Poggi e Milena Sutter
1. LA RICOSTRUZIONE DEI DELITTI
Le nuove indagini sull’omicidio di Chiara Poggi – con la riapertura del caso nel marzo 2025 su iniziativa della Procura della Repubblica, a Pavia – dimostrano tutti i dubbi sulla ricostruzione del delitto che venne fatta dopo l’omicidio, avvenuto a Garlasco (Pavia) il 13 agosto 2007.
Possiamo così dire che la verità processuale – raccontata dai media come verità storica e fattuale – sul caso di Chiara Poggi mostra tutte le sue lacune, imprecisioni, errori.
Lo stesso possiamo dire del caso di Milena Sutter, fatto passare ufficialmente come un sequestro di persona e un omicidio volontario premeditato per motivi di denaro.
Nel caso di Milena, non abbiamo una Procura della Repubblica che si sia presa la briga di riaprire il caso e ricercare la verità sostanziale dei fatti.
Neppure Lorenzo Bozano – condannato all’ergastolo nel 1975 come sequestratore e assassino – ha mai avviato la procedura per richiedere indagini difensive.
Bozano ha raccolto un dossier, dalla scarsa valenza scientifica, e annunciato più volte l’azione legale per far riaprire il caso. Poi, di fatto, è rimasto rinchiuso nel suo consueto temporeggiare.
A smentire la ricostruzione giudiziaria del caso di Milena Sutter – fatta nel 1972 dal giudice istruttore Bruno Noli e poi sussunta dalla Corte d’Assise d’Appello nel 1975 – sono due elementi fondati a livello scientifico:
- le contro-perizie sulla morte di Milena Sutter che smentiscono la perizia del Tribunale di Genova sulle cause, l’epoca e le modalità della morte della ragazzina;
- la perizia di Laura Baccaro, criminologa e psicologa giuridica, sulla personalità di Lorenzo Bozano, condotta nel 2014
Entrambi i tipi di perizia (medico-legale e psicologica) smontano sia la tesi dell’omicidio volontario premeditato; sia la tesi del Lorenzo Bozano criminale e deviato sessuale, così come viene presentato nella sentenza che lo condanna all’ergastolo, nel 1975. Sentenza poi confermata in Cassazione nel 1976.
Sia nel caso di Chiara Poggi (agosto 2007, Garlasco) che nel caso di Milena Sutter (maggio 1971, Genova) abbiamo una regolazione dell’ora della morte funzionale alla tesi dell’accusa.
Non si è ricercata né la verità sostanziale dei fatti. E neppure si è fatto affidamento sulla scienza e sul rispetto delle conclusioni medico-legali.
In entrambi i casi, per far quadrare i conti delle accuse contro il sospettato di turno (Lorenzo Bozano a Genova e Alberto Stasi a Garlasco), si sono regolati gli orari della morte delle due giovani donne in maniera funzionale agli interessi accusatori.
Si chiama manipolazione della verità e occultamento della realtà.
- Possiamo trarre da questo aspetto fondamentale delle vicende di Chiara e Milena un primo insegnamento: chi non ha elementi fondanti, certi e scientificamente provati, ricorre alla manipolazione dei dati, alla finzione e alla ricostruzione fantasiosa, supplendo con lo storytelling alle carenze storiche, fattuali e scientifiche.
2. I DUE “MOSTRI” ASSASSINI
Un altro punto in comune ai casi di Garlasco e Genova è quello dei rispettivi colpevoli.
Lorenzo Bozano, 25 anni nel 1971, sfaccendato figlio di una famiglia dell’alta borghesia genovese, castano di capelli, fu soprannominato dai giornali “il biondino della spider rossa”.
Non era biondo, né era magrolino. Eppure nella sentenza di condanna, in Corte d’Assise d’Appello di Genova, pure i giudici lo chiamano “biondino”.
Alberto Stasi, 24 anni nel 2007, figlio di una famiglia della classe media, laureando in Economia all’Università Bocconi, con capelli e occhi chiari, fu soprannominato dal giornali “il biondino dagli occhi di ghiaccio”.
In entrambi i casi, non si sono ricercate le prove della colpevolezza – oppure dell’innocenza – di Bozano e Stasi.
Si è invece puntato a distruggere le persone Lorenzo (Bozano) e Alberto (Stasi). Lo si è fatto sia mediaticamente, che nelle aule giudiziarie e nei documenti dei giudici.
Entrambi hanno attraversato una fase giudiziaria favorevole: Lorenzo Bozano, assolto per insufficienza di prove nel 1973, in primo grado; Alberto Stati, assolto nel primo processo e in appello.
Poi entrambi sono stati condannati. E in entrambi i casi si sono reinterpretati gli stessi elementi di prova, senza nulla aggiungere – in sede di condanna – rispetto a quanto si sapeva nella “fase innocentista” della loro vita processuale.
Lorenzo Bozano e Alberto Stasi sono molto diversi per storia, per collocazione sociale, per comportamento. Tanto che per i suoi comportamenti e precedenti, ho definito Bozano “il colpevole perfetto”, nel podcast che ho dedicato al suo caso.
Tuttavia, entrambi sono stati ridotti al ruolo del personaggio che tanto comodo fa agli accusatori e ai colpevolisti: il personaggio del “mostro”.
Sia per Lorenzo Bozano che per Alberto Stasi si sono messe in campo teorie su loro perversioni sessuali che non hanno alcun fondamento.
La delegittimazione e distruzione della persona del sospettato – attraverso il richiamo a presunte devianze sessuali – la troviamo anche nella fase di sospetto e di accuse contro Andrea Sempio, la nuova figura di possibile assassino di Chiara Poggi, messa in campo dalla Procura di Pavia.
- Dalle vicende giudiziarie di Bozano e Stasi possiamo trarre un secondo insegnamento: chi non ha argomenti sul piano dei fatti e della logica punta a delegittimare la persona contro cui pronuncia le proprie accuse, i sospetti e le insinuazioni.
3. IL CONTESTO E LE INDAGINI
Sia nel caso dell’omicidio di Chiara Poggi, a Garlasco nell’agosto 2007, che in quello di Milena Sutter, a Genova nel maggio 1971, possiamo intravedere forze, soggetti e azioni che portano lontani dalla verità di quanto è davvero accaduto.
Può trattarsi di errori fatti in buona fede, di manovre condotte per depistare le indagini, di narrazioni interessate per distogliere l’attenzione da qualcosa o da qualcuno: siamo comunque di fronte a forze, soggetti e azioni che impediscono di accedere alla verità sostanziale dei fatti.
Il risultato è che gli esiti giudiziari possono essere falsati. E possiamo cadere nell’errore giudiziario.
Nel caso di Garlasco, non serve fare nomi: vi sono figure che hanno commesso errori decisivi, inquinando la scena del crimine; e altre figure che hanno indirizzato le indagini lungo una via a senso unico, senza indagare a 360 gradi.
Sempre a Garlasco, non si è allargato lo sguardo e resa acuta la visione, per cogliere sia l’ambiente del delitto nel suo complesso; e per intercettare dettagli decisivi per giungere alla verità.
Nel caso di Genova, c’è un nome che inquieta: Arrigo Molinari, vice capo della Squadra Mobile alla Questura di Genova, che era il braccio destro del commissario Angelo Costa.
Molinari era l’uomo che – nel caso di Milena Sutter – indagava sul campo, indirizzava le operazioni e che parlava con i giornalisti, facendo filtrare le informazioni.
Ebbene, Arrigo Molinari era un membro della loggia massonica criminale P2. E un membro sin dall’inizio. La sua tessera porta il numero 767.
Quando alle indagini, si sono sbandierate 16 piste – oltre a quella che porta a Lorenzo Bozano. Non è vero: fare accertamenti sulla telefonata di un mitomane, non è una pista di indagine.
Di fatto, nessun’altra pista è stata battuta, a Genova nel 1971: non quella delle frequentazioni della vittima, come si dovrebbe fare in tutti i casi.
Gli errori, sulla sparizione e morte di Milena Sutter, sono più di uno. Il più evidente è l’aver trascurato la pista di Claudio My Love, il giovane di cui si era invaghita la vittima.
Nel rapporto di polizia – che a inizi agosto 1971 fa il punto delle indagini – si raccontano le abitudini sportive e i luoghi dello sport di Milena Sutter.
Polizia e Carabinieri di Genovba sottoscrivono che in quei luoghi la ragazzina di origini svizzere non aveva fatto amicizie degne di nota. Errore: in quei luoghi dello sport, Milena aveva conosciuto proprio il Claudio di cui parla nei suoi diari.
Quanto al contesto, per Garlasco si è parlato di “un sistema Pavia”. Nel caso di Milena, potremmo parlare anche di “un sistema Genova”. Questo, tuttavia, ci farebbe allargare troppo lo sguardo.
- Il terzo insegnamento che possiamo trarre è questo: nell’accertamento dei fatti, c’è sempre il rischio che forze, persone ed elementi disturbanti ci allontanino dalla verità. Per questo è importante avere una visione critica e condurre una verifica meticolosa di dati, elementi e soggetti che analizziamo.
4. IL CIRCO DEI MEDIA E I BINARI DELLA VERITÀ
Si è usato spesso – nel caso di Garlasco – l’espressione “circo mediatico” e “circo dei media”, per sbeffeggiare il lavoro di giornalisti, youtuber e content creator che si sono occupati del caso.
Trovo fuori luogo e offensiva l’espressione circo mediatico. Per due motivi.
Il primo motivo è che il “circo” è un mondo di alta professionalità. Ammaestrare leoni, camminare in equilibrio su una corda, interpretare il ruolo del clown sono mestieri ad alto contenuto di preparazione, serietà e impegno.
Quanto ai media, vi sono sempre esagerazioni, sensazionalismi e qualcuno che marcia sulle disgrazie altrui.
L’etica del giornalismo, la correttezza della professione di youtuber, la diligenza nel lavoro di creatori di contenuti sono le garanzie per prodotti editoriali di qualità.
Chi critica i “processi sui media” perché pensa che i processi debbano avvenire solo nelle aule dei tribunali, vuole sottrarre la giustizia al pubblico dibattito.
Detta chiara: non è che aboliamo l’articolo 21 sulla libertà di parola perché c’è gente che bestemmia, diffama e semina zizzania.
I media hanno avuto e hanno un ruolo fondamentale sia nel caso di Milena Sutter e Lorenzo Bozano; e sia nel caso di Chiara Poggi e Alberto Stasi.
Con pochissime eccezioni, i mass media sul caso di Genova hanno intrapreso una sola strada, a senso unico e senza alcun interrogativo, nel 1971 come oggi: ovvero, quella della colpevolezza di Lorenzo Bozano e del “biondino della spider rossa”.
I media sono arrivati a manipolare al punto la verità sostanziale dei fatti – con i loro racconti interessati e appiattiti sulla pubblica accusa prima e sulla sentenza di condanna dpo – da inventarsi un “biondino” che non c’era.
C’era solo la spider rossa. E c’erano altre piste e altre situazioni, mai prese in considerazione, che i media hanno deciso di trascurare.
Soprattutto, nel caso genovese, i mass media hanno ignorato (e continuano a farlo) la scienza. L’unico progresso che ho visto negli ultimi anni è un aumento dei dubbi sulla versione ufficiale della sparizione e morte di Milena Sutter.
Quanto a Garlasco, la differenza l’hanno fatta i social media, a cominciare da YouTube.
Canali YouTube come Oltre La Tempesta, DarkSideItalia, Giancanet, Bugalalla Crime – per citarne alcuni – hanno portato alla luce elementi sul caso di Chiara Poggi e sulla vicenda di Andrea Stasi che altrimenti non sarebbero stati tematizzati.
Abbiamo assistito a una dialettica tra mass media e social media (YouTube in testa), con un reciproco arricchimento.
Gli stessi mass media – e i relativi giornalisti – si sono dovuti occupare di scoop, dati e novità messi in campo da youtuber o da giornalisti dei canali social.
La pubblica opinione, al netto di situazioni di spettacolo del crimine, ha avuto modo di formarsi al linguaggio tecnico, alle analisi scientifiche, all’approccio logico e argomentato al caso criminale.
È la democrazia, bellezza. Ovvero quel regime dove si dibattono in pubblico le cose pubbliche, anche quelle che prima restavano chiuse a chiave nelle segrete stanze.
Con fatti come quello di Milena Sutter e Lorenzo Bozano, a Genova nel 1971 e negli anni dei processi, al pubblico veniva proposta una sola narrazione: quella degli inquirenti, prima, e dei giudici della condanna, poi.
Quando, nel maggio del 1973, Lorenzo Bozano viene assolto, i giornali genovesi si precipitano subito a invalidare la sentenza di assoluzione, mettendo in giro la voce di qualcuno che conosce la verità.
Tutti comprendono, anche se non si dice, che l’uomo della verità è il primo avvocato di Lorenzo Bozano, Francesco Marcellini. Egli non conferma e non smentisce di aver avuto una confessione dal suo assistito.
Se dal 1971 al 1976 – con la conferma in Cassazione della condanna in appello di Bozano all’ergastolo – avessimo avuto giornalisti dei social, youtuber e content creator indipendenti, la storia di Milena Sutter e quella di Lorenzo Bozano avrebbe avuto un diverso sviluppo.
Il quarto insegnamento che possiamo trarre dalle vicende di Garlasco (omicidio di Chiara Poggi, agosto 2007) e di Genova (sparizione e morte di Milena Sutter, maggio 1971) è questo: i media, al netto di spettacoli ed esagerazioni che non appartengono a una comunicazione di qualità, hanno un ruolo fondamentale nel farci conoscere aspetti della realtà che altrimenti sarebbero destinati al silenzio. I media stessi possono essere strumenti di conoscenza e, se gestiti con equilibrio e conoscenza, strumenti di mediazione dei conflitti.
Maurizio F. Corte
Agenzia Corte&Media
- L’autore, nella fase di ricerca, ha utilizzato il modello di Intelligenza Artificiale Notebook LM.
- Letture consigliate. CASO GARLASCO: Gianluca Zanella, Nel sangue di Garlasco, Ponte delle Grazie, 2025. CASO SUTTER-BOZANO: Laura Baccaro – Maurizio Corte, Il Biondino della Spider Rossa. Crimine, giustizia e media, Cacucci, 2018 – Podcast Il Colpevole Perfetto. La vera storia di Lorenzo Bozano e Milena Sutter (a cura di Maurizio F. Corte)
- Per approfondire il caso di Milena Sutter e il caso di Lorenzo Bozano, vai alla pagina CASO SUTTER-BOZANO
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Sono un giornalista professionista, scrittore e media educator irriverente. Insegno Giornalismo Interculturale e Multimedialità all’Università di Verona. Faccio ricerca su come i media rappresentano la società, il crimine e la giustizia. Sito web: Corte&Media. Per contattarmi: direttore@ilbiondino.org

