Quella raccontata nella serie crime Netflix The Witness è una storia di indagini sbagliate. Ed è la storia di un “colpevole perfetto” che mi ricorda la vicenda di Milena Sutter e Lorenzo Bozano (Genova, 1971), che trovi in questo magazine.

Ecco la storia di The Witness, la serie tratta da un fatto di cronaca che è accaduto per davvero in Gran Bretagna. 

Il 15 luglio 1992 Rachel Nickell esce di casa a Londra con il figlio Alex, due anni, e il cane.

È mattina. Stanno passeggiando sul Wimbledon Common, un parco pubblico nel sud-ovest della città.

Qualcuno aggredisce Rachel, la violenta e la accoltella 49 volte.

Il piccolo Alex rimane accanto al corpo senza vita della madre. Un passante li trova così: lui che la scuote ripetendo “svegliati mamma, svegliati”.

Rachel ha 23 anni. È bella, giovane e fotografata spesso. I giornali britannici si impossessano della sua immagine ancora prima che la polizia abbia un sospettato.

Il caso diventa un’ossessione nazionale, come accade anche in Italia in situazioni del genere. Ne abbiamo una dimostrazione con la vicenda di Garlasco.

Dal 4 giugno 2026, The Witness è una serie crime disponibile su Netflix.

La serie è divisa in tre episodi che raccontano questa storia dall’interno: dal punto di vista del marito di Rachel, André Hanscombe, e del loro figlio Alex, cresciuto con il peso di essere l’unico testimone di un omicidio che non riesce a ricordare.

Lo stesso giorno è uscito anche il documentario L’omicidio di Rachel Nickell, che ricostruisce l’intera vicenda con materiali d’archivio e interviste.

Vale la pena guardare di entrambi. E vale soprattutto la pena capire cosa c’è dietro.

L’uomo sbagliato al centro delle indagini

La polizia metropolitana di Londra individua subito un sospettato. per l’omicidio di Rachel. So chiama Colin Stagg, ha 25 anni, è un vicino di quartiere, solitario, abituato a portare il cane nel parco Clapham Common.

Non ci sono prove. C’è un profilo psicologico costruito da un criminologo, Paul Britton. E c’è la pressione dei media e dell’opinione pubblica che chiede un colpevole.

Gli investigatori lanciano l’Operazione Edzell: un’agente sotto copertura, che si fa chiamare Lizzie James, inizia per cinque mesi una relazione simulata con Stagg — lettere, telefonate, incontri — nel tentativo di estorcergli una confessione.

Stagg non confessa perché non c’è nulla da confessare. Nel 1994, al processo all’Old Bailey, il giudice va giù pesante. Definisce l’operazione “condotta ingannevole della peggior specie”. E assolve Stagg.

Tuttavia l’assoluzione non lo libera davvero. Per anni resta l’uomo che “probabilmente” ha commesso l’omicidio.

I giornali non smettono di tornarci. Riceve minacce, subisce aggressioni. Nel 2007 ottiene 706.000 sterline di risarcimento per ingiusta accusa.

Il vero colpevole, 16 anni dopo

Mentre Stagg portava il peso di un omicidio che non aveva commesso, il vero assassino era libero.

Si chiama Robert Napper, violentatore seriale con una storia di crimini violenti sulle donne.

La polizia aveva avuto segnalazioni su di lui già alla fine degli Anni Ottanta — inclusa una denuncia della stessa madre di Napper, che aveva riferito agli agenti come il figlio avesse confessato di aver stuprato una donna. Non fu mai approfondito.

Nel 2002 il caso viene riaperto. Le nuove tecnologie del Dna producono un profilo che era stato ignorato.

Nel 2008, sedici anni dopo l’omicidio di Rachel Nickell, Robert Napper ammette l’uccisione davanti a un tribunale. Viene condannato — già in carcere per altri delitti — a Broadmoor, l’ospedale psichiatrico di massima sicurezza britannico.

La commissione Indipendente per i reclami alla Polizia, nel suo rapporto conclusivo, parla senza giri di parole di un “catalogo di cattive decisioni ed errori” che avrebbero potuto essere evitati.

Due altri omicidi commessi da Napper nel frattempo — tra cui quello di una madre e della figlia di quattro anni — si sarebbero potuti impedire. Bastava che la polizia avesse seguito le tracce giuste, invece di costruire un caso intorno all’uomo sbagliato.

Quello che la serie non ti dice

The Witness è costruita bene, con la sobrietà tipica del drama britannico.

Sceglie il punto di vista della famiglia, non dell’indagine. È una storia di dolore privato sotto pressione pubblica, non un legal thriller.

Tuttavia è proprio qui che il racconto rischia di fermarsi, prima del punto più importante.

Il caso Nickell non è solo la storia di una famiglia distrutta da un omicidio.

È la storia di come la polizia, i media e l’opinione pubblica abbiano collaborato — in modo inconsapevole, ma efficace — nel costruire un colpevole di comodo.

Colin Stagg era scomodo socialmente, viveva solo, non aveva un lavoro fisso, portava il cane nel posto sbagliato nel momento sbagliato.

Corrispondeva all’idea di “come deve essere fatto il mostro”. Era il colpevole perfetto, come Lorenzo Bozano, su cui ho realizzato un podcast che ti consiglio di ascoltare, se ti interano i casi giudiziari equivoci.

Il podcast che ho realizzato si intitola Il Colpevole Perfetto. La storia sbagliata di Lorenzo Bozano e Milena Sutter.

Tornando alla vicenda raccontata in The Witness, come per Bozano, i giornali britannici processarono Colin Stagg prima del tribunale.

Quando il tribunale lo assolse, molti non cambiarono idea — perché le narrazioni, una volta costruite, resistono ai fatti.

Quanto alla vittima, Rachel Nickell fu trasformata dai media in un simbolo — bella, giovane madre, aggredita in piena luce del giorno. Una vittima perfetta per le prime pagine.

Quella costruzione mediatica della vittima ideale servì anche ad alimentare la caccia all’assassino ideale.

E l’assassino ideale era Colin Stagg, non Robert Napper — che era brutto, psichiatrico, scomodo da raccontare.

Perché guardare The Witness

Merita di guardare la serie Netflix The Witness perché racconta una storia che non smette di ripetersi. Non solo in Gran Bretagna.

Ogni volta che un caso di cronaca nera diventa uno spettacolo mediatico, è reale il rischio che si costruisca una narrazione prima ancora che esistano prove.

Ci sono meccanismi che il caso Nickell espone con una chiarezza rara:

  • la pressione dei media sui tempi dell’indagine,
  • la figura del colpevole che deve corrispondere a un certo identikit,
  • la vittima che deve essere abbastanza simpatica da meritare giustizia.

The Witness su Netflix li mostra senza esibirli. Il documentario che tratta lo stesso caso li spiega. Insieme, valgono il tuo tempo di visione.

Il tema del ruolo dei media nei casi criminali, giudiziari, della sicurezza e dei conflitti è fondamentale. Viviamo, infatti, avvolti nei media.

Sono i media che ci forniscono le chiavi interpretative sul mondo attorno a noi.

Tutto questo mi riporta al lungo lavoro che ho fatto sulla vicenda di Lorenzo Bozano e Milena Sutter, il caso del biondino della spider rossa (che biondo non era, né era magrolino).

E poi, se vuoi capire come funziona davvero questo meccanismo — non solo in questo caso — sai dove trovarmi il sabato: nella newsletter Il Biondino della Spider Rossa®, su Substack.

Maurizio F. Corte
Giornalista professionista, scrittore per i media e media analyst
Agenzia Corte&Media
* Nel lavoro di ricerca l’autore ha usato il modello di IA, Claude, sotto la sua stretta supervisione e controllo

Il caso di Rachel Nickell. Il piccolo testimone

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