Diario forense e sociale di un pestaggio di gruppo finito in tragedia. 

40 secondi. Tanto è bastato per spezzare la vita di Willy Monteiro Duarte la notte tra il 5 e il 6 settembre 2020 a Colleferro (Frosinone). 

Dal 2025, quegli istanti sono diventati anche un film sul caso di cronaca nera, firmato dal regista Vincenzo Alfieri.

Tutto si consuma in un sabato sera travestito da normalità, noia e alcol. Un 21enne viene ucciso con venti colpi, tra calci e pugni. Un ragazzo semplice, con un lavoro onesto e un sogno: diventare chef. 

Il massacro viene compiuto da quattro coetanei, che lo lasciano inerme davanti agli occhi dei presenti. I loro nomi sono Francesco Belleggia, Mario Pincarelli e i fratelli Gabriele e Marco Bianchi — lottatori di Mma con precedenti.

Il film sceglie però una strada impopolare: non indugia sul momento in cui il corpo cade a terra, non spettacolarizza il pestaggio, non si nutre del sangue.

40 secondi racconta invece ciò che precede, le ore che preparano il vuoto. Le piccole decisioni, le parole sbagliate, gli sguardi tesi: la banalità del male.

Seguiamo allora Willy non come vittima, ma come ragazzo. Lo vediamo bere, ridere con gli amici e fermare una rissa che non gli appartiene. In quel gesto generoso, sta tutto il suo destino.

Ispirato all’omonimo libro della giornalista Federica Angeli, alla fine il film sceglie di mantenere la violenza sempre fuori campo.

Grazie a questa scelta narrativa, lo sguardo si concentra sulle premesse sociali della vicenda: un’aggressività reiterata degli assalitori, che nessuno ha fermato prima.

"40 secondi", analisi film sulla morte di Willy Monteiro Duarte

CAST DI “40 SECONDI”

Sono volti che potremmo incontrare al bar, in treno o sotto casa quelli scelti per il film. Un cast di strada che richiama la migliore tradizione neorealista italiana, mescolando giovani esordienti ad attori navigati.

Tutto ruota attorno a Justin De Vivo, che interpreta Willy. Accanto a lui, Francesco Gheghi (Maurizio), Beatrice Puccilli (Michelle) ed Enrico Borello (Cosimo) rappresentano una generazione fragile e feroce.

Nel ruolo dei fratelli Bianchi troviamo invece Giordano Giansanti e Luca Petrini.

Completano infine il cast nomi di peso come Sergio Rubini, Maurizio Lombardi e Francesco Di Leva.

Il risultato è un film che cerca la normalità nel male. Una scelta vincente, come dimostra il premio per il miglior cast alla 20ª Festa del Cinema di Roma.

RECENSIONI DEL FILM “40 SECONDI”

Vero, urgente, indispensabile. Dopo l’uscita nelle sale, 40 secondi ha ricevuto lodi da critica e pubblico, che ne hanno apprezzato il rigore narrativo e l’attenzione alle dinamiche sociali.

Daniela Catelli di Comingsoon.it lo ha per esempio definito «vibrante, autentico e necessario». 

Federico Pontiggia (Koyaanisqatsi, Cinematografo) parla invece di un film importante: «una pellicola dove coscienza sociale, impegno civile e attenzione al pubblico» assumono una forma accattivante.

«Tenendo a bada la camera», aggiunge inoltre Pontiggia, il regista «rinsalda la presa sul reale e perfeziona l’immersione socio-antropologica». Un occhio inedito, che scova una rara verità documentaristica. 

Non sono però mancate le riserve. 

Matteo Pasini di Sentieri Selvaggi ritiene infatti che lo stile registico sia alla lunga «troppo esasperato»: una tensione formale che si riflette anche sulla recitazione.

Critiche che, tuttavia, non scalfiscono il valore complessivo dell’opera. E che obbligano a ricordare la tragedia di Colleferro per quello che è stata: una violenza ingiustificata di mezzo minuto.

Svisceriamo allora quei 40 secondi di brutalità, per andare oltre i pettegolezzi: chiacchere che hanno inquinato le responsabilità individuali e sociali del caso per troppo tempo.

Omicidio di Willy Monteiro Duarte: il true crime dietro “40 secondi”

Willy Monteiro Duarte nasce a Roma nel 1999 da genitori di origini capoverdiane. Nel 2020, vive a Paliano, a una decina di chilometri a nord di Colleferro, in provincia di Frosinone. 

Dopo gli studi all’Istituto Alberghiero di Fiuggi, lavora con un contratto di apprendistato all’Hotel degli Amici (Artena). Il suo sogno è diventare chef, ma non avrà il tempo di realizzarlo.

Nella notte tra il 5 e 6 settembre 2020, la sua vita viene infatti spezzata. 

LE ORE PRIMA DEL DELITTO

5 settembre 2020, Colleferro. È un sabato sera come tanti: i ragazzi si incontrano, bevono, parlano. Willy però non è ancora con loro: sta lavorando. 

Alle 23, il 21enne termina il turno, torna a casa e si cambia. Arriva quindi in centro solo dopo mezzanotte.

Con l’amico Samuele Cenciarelli si ferma allora al bar “Il Due di Picche”, dove chiacchiera con gli amici e beve qualcosa. Poi si sposta in piazza: è il 2020 e sono ancora in vigore le restrizioni anti-Covid.

Intorno all’una la zona è ormai animata da diversi giovani, tra cui Francesco Belleggia, Mario Pincarelli e i fratelli Gabriele e Marco Bianchi.

Questi ultimi si allontanano però per circa un’ora a bordo di un’Audi Q7 nera. Torneranno poco prima della tragedia.

Massacro di Colleferro nel film "40 secondi"

LA LITE DAVANTI AL BAR

Alle tre del mattino, Alessandro Rosati e la fidanzata Azzurra Biasotti stanno tornando a casa quando Pincarelli rivolge frasi volgari alla ragazza. È Francesco Belleggia a chiedere scusa per l’amico e a placare la situazione.

Poco dopo, però, è lo stesso Belleggia a iniziare una nuova lite: accusa Federico Zurma — amico di Rosati — di fissarlo “in maniera di sfida”. 

La discussione degenera poi in fretta: Belleggia colpisce con un pugno il volto di Zurma, che cade dalle scale.

In quegli istanti Willy e Samuele stanno per salire in auto, quando vedono l’amico Federico in difficoltà. 

Duarte torna quindi indietro per aiutarlo, ma verrà fermato con la forza.

UNA MORTE IN 40 SECONDI

Sono le 3:23 quando l’auto dei Bianchi fa ritorno in zona, fermandosi in via Boazzi.

Senza preavviso, i due fratelli, insieme agli amici Pincarelli e Belleggia, si scagliano contro Willy. Un calcio frontale al torace, sferrato con la pianta del piede, lo scaraventa a terra contro un’auto.

L’aggressione dura alla fine tra i 30 e i 40 secondi. I colpi, tra calci e pugni, sono almeno venti. Poi gli aggressori risalgono in auto e fuggono.

Colpito a sua volta, Cenciarelli cerca di soccorrere l’amico, ma lo trova incosciente: Willy Monteiro Duarte verrà dichiarato morto all’Ospedale di Colleferro alle 4:20 del mattino.

CAUSA DI MORTE DI WILLY MONTEIRO DUARTE

Secondo il dottor Saverio Potenza, la vittima presentava lesioni diffuse su testa, volto, torace, addome e arti. 

Il pestaggio è stato infatti brutale, come confermano testimoni e autopsia.

Sono due tuttavia i colpi letali: uno al petto — confessato da Marco Bianchi nel 2025 — e uno al collo — inflitto da Belleggia.

La causa ufficiale del decesso è infatti una commotio cordis, ossia una fibrillazione ventricolare provocata da un violento trauma toracico.

Tutto è quindi riconducibile al primo calcio del pestaggio: un colpo sferrato con il piede, caricando con forza tutto il peso sul corpo. Un gesto che ricorda le arti marziali: disciplina praticata dai Bianchi.

TUTTO CONTRO TUTTI

Dopo l’arresto, i quattro indagati tentano una strategia difensiva comune, presto dissolta dalla notizia della morte di Willy. Ha così inizio il “tutti contro tutti”.

I Bianchi cercano allora di tutelarsi, negando qualsiasi intento aggressivo.

Marco e Gabriele sostengono infatti di essersi recati a Colleferro solo per difendere l’amico Michele Cerquozzi, dopo essere stati avvisati di una rissa.

Un tentativo alla fine assurdo vista la quantità di testimoni. 

PROCESSO PER OMICIDIO VOLONTARIO 

All’inizio il GIP ipotizza l’omicidio preterintenzionale.

L’accusa viene però presto modificata in omicidio volontario, con dolo eventuale, in virtù della violenza esercitata su parti vitali da soggetti giovani e prestanti. 

La sentenza di primo grado del 4 luglio 2022 riconosce inoltre i futili motivi e stabilisce:

  • l’ergastolo per Marco e Gabriele Bianchi,
  • 23 anni a Belleggia
  • e 21 a Pincarelli.

Ai fratelli non vengono quindi concesse le attenuanti generiche, per via dei loro precedenti penali: spaccio, tentata estorsione e violenza.

IL DESTINO DEI FRATELLI BIANCHI

Nel marzo 2025, in appello-bis, viene confermato l’ergastolo per Marco Bianchi, mentre la pena di Gabriele viene ridotta a 28 anni. 

Uniti fino alla simbiosi, le strade dei “fratelli di Artena” si separano così davanti alla giustizia.

Nel novembre dello stesso anno, tuttavia, Marco tenta un’ultima via con un ricorso di 20 pagine presentato dai suoi legali. 

Il capitolo della legge non si è quindi ancora concluso.

Fratelli Bianchi, Mma e la malamovida di Colleferro

La narrazione mediatica: la “malamovida” di Colleferro

Con l’omicidio di Willy Monteiro Duarte, i media non hanno svolto un buon servizio pubblico.

Si sono infatti lasciati distrarre da ipotesi affascinanti, che poco o nulla avevano a che fare con la morte del ragazzo.

Si è parlato di faide, lotte tra bande, scambi di persona, prostituzione minorile: ricostruzioni infondate che hanno finito per dipingere Colleferro come una città avvolta da una “malamovida” criminale.

Allo stesso tempo, si è anche diffusa l’idea di una violenza “genetica” attribuita alle Mma praticate dai fratelli Bianchi: ragazzi violenti perché facevano uno sport violento. 

Una scorciatoia che tuttavia oscura le vere responsabilità. E che ignora un dato centrale: proprio quell’allenamento li rendeva consapevoli della loro forza e capaci di controllarla.

OLTRE LA CRONACA, COSA INSEGNA “40 SECONDI”

Un fatto è però certo: i fratelli Bianchi conducevano una vita di violenze e soprusi.

Le indagini hanno infatti rivelato che gestivano un mercato di “recupero crediti” fondato su pestaggi e intimidazioni nei locali della zona. 

Ed è proprio alla luce di questi precedenti, che lo scrittore Christian Raimo ha interpretato l’omicidio come una «morte sul lavoro».

Come racconta nel podcast Indagini, infatti, i fratelli agivano come «imprenditori di se stessi», «rider della brutalità» sempre disponibili, 24 ore su 24.

L’aggressione a Willy rispondeva così alla logica dell’efficienza: colpire, chiudere la pratica, tornare a bere. Ma nella fretta sbagliano ciò che sapevano fare meglio: picchiare senza uccidere.

Poggiano sulle stesse basi anche le parole del Pubblico Ministero Francesco Brando, secondo cui la morte di Willy poteva «definirsi casuale solo per l’identità della vittima». In altre parole, il suo decesso era prevedibile. 

Perché Willy Monteiro Duarte non è morto solo per quaranta secondi di brutalità, ma per anni di silenzi, complicità, omissioni e sguardi abbassati. 

Anna Ceroni
Agenzia Corte&Media
Data di pubblicazione: 28.11.2025

“40 secondi”: trailer del film sull’omicidio di Willy Monteiro Duarte

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