La prospettiva dei media e quella del crimine. Come vedere i delitti dal punto di vista della stampa.

Crimine e vita sociale si intersecano. In modo inevitabile.

“La violazione delle regole e delle leggi della società è avvenuta nel corso della Storia, tanto che ciò che conosciamo come comportamento criminale può essere visto come parte integrante della vita sociale”, scrivono Ian Marsh e Gaynor Melville, sul cui libro Crime, Justice and the Media svolgiamo le riflessioni di questa serie di articoli sul tema crimine, giustizia e media.

Il comportamento che viola le norme e diventa “deviante” è diventato giocoforza “notizia”.

Non solo: quel comportamento ha alimentato romanzi, reportage, diari.

Dalla carta stampata, a cominciare da quella più popolare, la devianza ha fatto notizia anche in radio e televisione.

Il crimine fa parte della vita quotidiana di una comunità. I media sono la narrazione continua della vita di quella comunità. Inevitabile l’incontro tra delitti e giornalismo, quindi.

Nulla di nuovo, vien da dire, se oggi – con l’esplosione dei media – abbiamo una crescita anche di contenuti dedicati alle true crime stories. I delitti veri, insomma, non solo quelli di fantasia.

La domanda, che ritorna sempre e su cui è sempre importante riflettere, è allora quella dell’influenza dei media sulla cronaca nera e giudiziaria.

L’influenza si esercita in più ambiti:

  • la rappresentazione del fatto delittuoso;
  • la rappresentazione delle indagini di polizia sul delitto;
  • la rappresentazione del sospettato, imputato e/o colpevole;
  • la formazione del giudizio in sede di processo e fuori del tribunale;
  • il ricordo che rimane di quanto è accaduto e dei suoi protagonisti

Con la diffusione dei nuovi media, e in particolare dei social media – come ci dicono Marsh e Melville nel loro studio – diventa ancora più difficile monitorare l’entità dell’utilizzo dei media.

Con la massiccia crescita dei nuovi social media, d’altro canto, l’influenza e l’estensione dei media è chiaramente enorme. E con essa i rischio di distorsione involontaria della verità sostanziale dei fatti.

Con l’esplosione delle informazioni mediate, è probabile che sempre più persone vedano sempre più crimini e comportamento violento sullo schermo.

È ormai un dato di fatto che quando il bambino americano medio finirà la scuola elementare avrà visto 8.000 omicidi e 100.000 atti di violenza in televisione.

Questa copertura mediatica solleva una serie di questioni per lo studio del crimine e dei media.

Crimine, notizie e pubblica opinione

Perché il crimine è una forma così popolare di intrattenimento e notizie?

Dopotutto, anche se la maggior parte delle persone potrebbe aver infranto le leggi o le regole di tanto in tanto, pochi hanno intenzione di diventare criminali a tempo pieno.

La copertura mediatica del crimine è utile o dannosa? Aumenta le preoccupazioni delle persone per il crimine?

Queste domande mettono in luce l’importanza di studiare il rapporto tra mass media e criminalità.

Torniamo agli ambiti di influenza dei media, quando si parla di crimine e mezzi di comunicazione.

Prendiamo qui in esame il primo dei cinque ambiti: la rappresentazione del fatto delittuoso.

Baby gang e uso dei media - blog ilbiondino.org - Photo Alireza-Akhlaghi-U7-Hq0p6Jic-unsplash

Baby gang e rappresentazione dei giornali

Analizziamo un possibile fatto di cronaca nera.

Questo: un gruppo di tre ragazzi, due di origine nordafricana e uno dell’Europa dell’Est, aggrediscono un uomo di 55 anni che li ha rimproverati.

Dei tre ragazzi, due sono poco più che maggiorenni e l’altro è minorenne.

Vi è stata una lite con l’uomo di 55 anni, italiano, perché i tre tenevano la musica a palla – come si dice – in ora tarda, su una strada dove dà l’alloggio del signore.

DIVERSE LETTURE DI UNO STESSO EVENTO

Possiamo leggere la notizia dell’aggressione all’uomo di 55 anni, come il raid di una banda di giovani stranieri che terrorizzano i bravi cittadini. E che sono dediti alla violenza, al rifiuto del lavoro e del rispetto delle regole.

Possiamo leggere la notizia come una lite scatenata dall’uomo di 55 anni, che non è capace di comprendere il malessere giovanile – specie dopo la pandemia . E pensa di trattare da bambini stupidi tre giovani che hanno avuto l’unico torto di aver tenuto la musica troppo alta.

Possiamo leggere la notizia come la spia di un malessere giovanile, che mostra insofferenza per le regole di una società che ignora i giovani. E che li prende in considerazione solo come consumatori.

Possiamo leggere la notizia come il segnale inquietante di una comunità che vive sotto il terrore di giovani violenti, prossimi alla criminalità, in ragione del fatto di essere stranieri.

Potremmo proseguire ancora per molto, nell’elencare le diverse angolazioni da cui una stessa vicenda può essere letta.

VISIONE PARZIALE E OBIETTIVITÀ

Come superare la prospettiva che ci fornisce una visione parziale? Come tendere all’obiettività?

Il metodo da applicare è quello della verifica dei fatti, innanzi tutto.

È necessario accertare in modo preciso e dettagliato quanto è accaduto, sentendo testimoni e protagonisti del conflitto.

Il secondo elemento – comunque fondamentale – è di avvicinarsi al fatto e al racconto di quanto accaduto senza pregiudizi per alcuno.

Altrimenti la nostra visione degli eventi viene falsata proprio dal pregiudizio.

Il terzo elemento è di comprendere, con un grande sforzo di ascolto, le ragioni dell’una e dell’altra parte.

Caso Sutter - Bozano. Piano di rapimento per il sequestro di Milena Sutter - blog ilbiondino.org - Agenzia Corte&Media Verona

La figura di Lorenzo Bozano nel “Caso Sutter”

Un esempio calzante di pregiudizio che falsa la lettura della realtà è quello in occasione del fermo di Lorenzo Bozano, sospettato di essere coinvolto nella sparizione di Milena Sutter, 13 anni, a Genova, il 6 maggio del 1971.

Una volta individuato, la polizia di Genova cerca se Bozano ha precedenti penali. E trova tutta la documentazione con le lettere del padre e le relazioni dei Servizi Sociali.

Unendo il passato adolescenziale di Bozano – che nel maggio 1971 ha 25 anni – al suo presente di perdigiorno, che vive alle spalle del padre, gli inquirenti scelgono subito la strada del pregiudizio.

Sposano, così, un giudizio che non tiene conto della complessità della “persona Lorenzo” e della sua storia personale.

Si fanno l’idea che Lorenzo Bozano è un fannullone, che ha palpeggiato delle ragazze (a 15 anni), che ha rubato in casa alcuni oggetti, e quindi è funzionale all’ipotesi di sequestro per denaro di una bella e giovane ragazzina, quale era Milena.

Tuttavia, se noi osserviamo il “sospettato Bozano” con metodo, documentazione e parere degli esperti, ci rendiamo conto di come si possa leggere la situazione in un modo che scollega Lorenzo dalla vicenda di Milena Sutter.

Questo ci dimostra quanto sia importante la fase di rappresentazione del fatto delittuoso.

Questo modo rappresentare un certo evento criminale, infatti, influenza anche il prosieguo della storia. E gli ambiti della successiva influenza dei media.

Maurizio Corte
corte.media
(crimine, giustizia e media: articolo 3 – segue)

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