Recensione del film Il Traditore: la storia del pentito di Cosa Nostra Tommaso Buscetta

E’ la ricostruzione di una vita tumultuosa, tra il lusso sfrenato e la miseria di una cella, dall’essere un padrino a cui baciare la mano fino a diventare uno sconosciuto dall’altra parte del Mondo.

Il Traditore è la cronaca drammatica dell’esistenza di Tommaso Buscetta, mafioso e a seguire collaboratore di giustizia. Il primo pentito della storia. Un film della serie drammatica e thriller.

La pellicola del 2019 è diretta da Marco Bellocchio, uno dei registi italiani più apprezzi all’estero e vincitore della Palma d’oro onoraria al Festival di Cannes proprio quest’anno.

Protagonista l’intenso Pierfrancesco Favino, uno degli attori più abili del grande schermo di casa nostra tanto da recitare in numerose pellicole hollywoodiane.

L’ambientazione è iconica e, già dai primi frame, lo spettatore intuisce di trovarsi negli anni ’80 con i completi di lino bianchi, uomini con baffi alla Freddy Mercury e la droga che scorre a fiumi. Merito anche della fotografia di Vladan Radovic che riesce a catturare ingiustizie sociali e giudiziarie.

Non solo una regia di qualità ma anche un cast eccellente dimostrano nel film una carica piena di dramma, che coinvolge lo spettatore nella narrazione.

Lo sviluppo della narrazione è piuttosto lento ma attento ad alternare momenti di tensione con attimi di riflessione utilizzando frequenti avvallamenti in direzione del sentimentalismo. Di sicuro un film che colpisce, a cui non si può rimanere indifferenti, soprattutto per quella fetta di pubblico che ha vissuto la cronaca diretta negli anni Ottanta.

Uno spaccato di cronaca che ha riempito pagine di quotidiani negli anni Ottanta e che ha condotto a un maxi processo, svolta per il sistema italiano corrotto in maniera profonda. Oltre al pentito Buscetta, a segnare la vicenda è anche la presenza di una figura storica di inestimabile esempio: il giudice Giovanni Falcone.

 

Film shakespeariano: accoglienza di pubblico e di critica

Il film, presentato al Festival di Cannes e accolto da dodici minuti di applausi, ha vinto 7 Nastri d’Argento tra cui miglior film, regia e attore protagonista; 2 Globi d’oro e 6 David di Donatello.

La pellicola ha rappresentato l’Italia ai Premi Oscar dello scorso anno.

Con un punteggio di poco più di 3 stelle su 5 il pubblico dello streaming e della visione casalinga comoda sul divano, dimostra di aver scarsamente apprezzato il film di Bellocchio che si attesta nella media.

Al contrario, riscuote grande successo tra i cinefili e la critica più esperta.

Ad esempio, Federico Cristalli sul blog cinemaniaci.org parla di “Uno degli esempi più alti del cinema italiano del decennio […]. Racconta la mafia con uno sguardo agli antipodi rispetto a quello celebrativo e stereotipato proprio della serialità televisiva e di certo cinema recente. Si racconta la storia di uomini reali con nomi e facce scolpite nell’immaginario collettivo portandone sullo schermo atroci viltà”.

E ancora, Federico Gironi sottolinea per la nota piattaforma Coming Soon: “Marco Bellocchio prende Tommaso Buscetta e ne fa un personaggio tragico shakespeariano, una figura fatta di ombre e drammi che racconta con stile lineare e cronachistico. Nelle pieghe del racconto e nei chiaroscuri del personaggio, il regista piazza i suoi tocchi più personali, elevando così il film”.

Lo storytelling al centro della trama de Il Traditore

Sicilia. Primi anni Ottanta. E’ in corso una guerra tra le cosche mafiose per il controllo del traffico della droga. Famiglie di Cosa Nostra palermitane e corleonesi (di cui è leader Totò Riina), lottano fra loro pur mantenendo una facciata di amicizia.

Il film si apre con una scena in interno durante la festa di Santa Rosalia. Tutti i maggiori esponenti della mafia siciliana sono riuniti per celebrare la Santa che ha rinunciato alle ricchezze per abbracciare la fede.

Ed è proprio dalle ricchezze ostentate mischiate al sudore e al fumo di sigarette che si sviluppa una storia fatta di contraddizioni, di sangue e di omertà. 

In un ambiente barocco e decadente, tra la fede e la criminalità, prende forma una pace affettata fino a quando non viene scattata una foto: tutte le maggiori famiglie di mafia riunite. Il flash è la scintilla che fa esplodere la narrazione: da questa istantanea si dipanano storie di vita, di morte e di pentimento.

Tommaso Buscetta annusa il pericolo di una faida e decide di fuggire in Brasile mentre a Palermo vengono uccisi due figli, Benedetto e Antonio, e il fratello.

Le autorità brasiliane intercettano i suoi traffici, lo arrestano e viene estradato in Italia. La morte per mano dei corleonesi è solo questione di tempo quando il magistrato Giovanni Falcone gli offre un’opportunità: collaborare con la giustizia in cambio di protezione e riduzione della pena.

Buscetta accetta e rivela al giudice nomi, organizzazione e rituali di Cosa Nostra, diventando così il primo collaboratore di giustizia della storia, benché abbia sempre rifiutato di definirsi un pentito: gli altri gli appiccicano l’etichetta di traditore ma si è solo tirato fuori da un sistema in cui non si riconosce. Per Buscetta la mafia ha perso onore e valori, il rispetto della famiglia; è solo un business che non si ferma neanche di fronte a donne e bambini.

Oltre 400 pagine di rapporto che spingono anche il suo vecchio compagno Totuccio Contorno a diventare collaboratore di giustizia.

Grazie alle deposizioni di Buscetta e Contorno la polizia riesce a eseguire centinaia di blitz e arresti che destabilizzano Cosa Nostra: nel 1986 ha inizio il maxiprocesso nell’aula bunker di Palermo che condanna all’ergastolo quasi tutti gli imputati.

Magistrali le scene all’interno dell’aula ricostruite con attenzione da fonti giudiziarie con deposizioni in siciliano stretto e assurdi momenti del processo ripresi testualmente dalle immagini di repertorio.

Dopo la morte di Falcone nel 1992 Buscetta, rinnegato dalla sua famiglia d’origine in quanto traditore, alza il tiro e fa il nome di Giulio Andreotti accusandolo di essere coinvolto nella strage di Capaci e in altri delitti di mafia.

Le sue dichiarazioni gli si ritorcono contro e lo costringono a volare negli Stati Uniti dove vivrà sotto falsa identità per il resto dei suoi giorni.

Lo spettro della morte non lo abbandona neanche un momento, lo assilla con allucinazioni, onirismi, funerali reali o solo immaginati. Anelerà fino all’ultimo respiro il sole della sua Palermo e il gelato di Mondello, quello che mangiava da bambino. Sogno destinato a rimanere tale.

L’Italia è inavvicinabile e Cosa Nostra è ben lungi dall’esser morta.

 

Il vero Tommaso Buscetta con gli iconici occhiali scuri in aula di tribunale ormai diventato un eroe mediatico (foto Rolling Stone)[/caption]

La figura di Tommaso Buscetta: dalla celebrità all’anonimato

Fin dai primi frame la macchina da presa segue con ossessione la vicenda dal punto di vista del protagonista, Tommaso Buscetta, e sembra non abbandonarlo se non per una manciata di inquadrature.

Lo spettatore non riesce a empatizzare per via di una lingua marcata comprensibile ai più solo con l’ausilio dei sottotitoli, scene e temi di estrema violenza imbevute di malavita.

Tuttavia, non sarà sempre così: proseguendo nella visione, Buscetta assume le sembianze di un uomo comune, con le sue fragilità e le sue debolezze.

Addirittura lo spettatore scopre di condividere alcuni valori con un boss della mafia come la devozione alla famiglia, la protezione verso i bambini e il senso di appartenenza a una terra-casa.

Tommaso Buscetta è il protagonista anti-eroe della commedia umana che è Il Traditore, scandito da registri altalenanti perché deve mettere in scena una vita altrettanto contraddittoria.

Dalla prima parte a ritmo serrato con scene in stile Narcos, blitz e un costante suono di crivellate, si passa a un registro sentimentale verso la fine: i sensi di colpa verso la famiglia che lo ripudia, gli spettri dei figli e del fratello, sradicato e snaturato Buscetta cercherà disperatamente se stesso fino all’ultimo respiro.

Canta “Historia de un amor” regalando allo spettatore una scena profonda e lacerante.

Da padrino prima ed eroe mediatico poi, è un uomo vezzoso ed egocentrico. Vive la sua vita come se fosse costantemente sul palcoscenico con un aplomb attoriale di gesti ed espressioni rimaste iconiche.

Frustrante al limite dello strazio per una personalità del genere essere costretta all’anonimato per salvarsi la vita.

Condurre un’esistenza sotto copertura dall’altra parte del mondo, trapassato da sguardi anonimi rinnegando quotidianamente la sua natura mentre non riesce a scrollarsi di dosso lo spettro della morte.

Questa è la vera condanna scontata da Tommaso Buscetta, il traditore.

Erika Funari