Come alcune tecniche narrative nei racconti di “nera” ostacolano la comprensione dei fatti.

Cronaca nera, da qualche anno a questa parte l’arte di narrare storie è diventato uno strumento fondamentale nelle mani dei cronisti.

Ne sono un esempio i casi mediatici dal forte impatto emotivo di quest’ultimo decennio.

Lo Storytelling può essere considerato lo strumento strategico per raggiungere e fidelizzare più lettori.

Seppur si tratti di una tecnica comunicativa che mette al centro dell’attenzione le figure cardine della notizia – vittima e autore di reato – in molti casi stravolge la struttura del racconto.

Lo fa così tanto da compromettere la comprensione della dinamica dei fatti di un caso di cronaca nera. E da restituirci un resoconto che si allontana da quanto è davvero accaduto.

Proviamo a capire perché. Il caso di cronaca è il nucleo narrativo intorno al quale ruotano le azioni di due figure precise. Senza una vittima e un autore di reato verrebbe meno la notizia stessa.

Ma cosa succede se le emozioni che certe strategie narrative evocano, sono troppo coinvolgenti da offuscare il giudizio critico del lettore?

A quel punto l’arte di raccontare una storia – lo Storytelling appunto – diventa un’arma che sotto innocue vesti annulla la capacità di ragionamento delle persone.

Il giudizio oggettivo – anche in un caso di cronaca nera – viene plasmato dalla visione soggettiva di un singolo.

Per evitare che ciò accada e per rendere la lettura piacevole senza lasciarsi manipolare, c’è bisogno di distinguere il caso di cronaca dalla narrazione, i fatti veri dalla patina edulcorata.

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Lo Storytelling agisce da collante tra Crimine, Giustizia e Media, un legame che evolve e si adatta in base alle circostanze.

Tra le principali attività che questa moderna disciplina si pone di compiere col racconto di cronaca nera, troviamo:

  • Scavare nel torbido;
  • Trovare elementi che condannano comportamenti, dichiarazioni e osservazioni da parte dei principali indagati o sospettati;
  • Scovare ragioni in grado di giustificare ad ogni costo il comportamento e il carattere in vita della vittima. Ragioni tali da elevare la sua persona a un livello tale da divenire una figura quasi astratta priva di volontà, personalità e caratteristiche proprie

La domanda da porci, adesso, è questa: cosa succede quando la narrazione di un caso di cronaca nera oltrepassa il confine della realtà?

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Storytelling, cronaca nera e il rischio di alterare verità sostanziale dei fatti

Dai piccoli periodici locali alle più grandi testate internazionali, in ambito giornalistico avanza la scalata dello Storytelling, disciplina che verte su un’unica traiettoria: la ricerca di metodi e strategie narrative efficaci per far sì che il lettore si senta parte integrante della vicenda.

La narrazione di una notizia di cronaca nera con l’ausilio dello Storytelling rischia di far confondere la realtà con la fantasia.

Oltre a questa trappola per il fruitore della notizia, c’è il pericolo di essere ingannati dal proprio giudizio. Questo perché? Per via del troppo coinvolgimento emotivo scaturito dal racconto sullo svolgimento del caso.

I sentimenti offuscano la ragione. La reale comprensione dei fatti subisce un’eclissi a causa di un bombardamento mediatico che mitraglia i lettori di notizie condite di Storytelling.

Spesso dietro l’informazione si nascondono meccanismi di fatturato e di interesse economico; che ipnotizzano i fruitori delle notizie senza che questi se ne accorgano.

Basta ricordare che “i media forniscono il quadro interpretativo di eventi, temi e personaggi”, per capire che dietro il racconto di un caso di nera c’è un punto di vista preciso.

Nel momento in cui i mezzi di comunicazione continuano ad ostentare una presa di posizione che pronuncia sentenze senza concedere il beneficio del dubbio, chi legge la notizia si trova di fronte a un abuso di Storytelling. Non a un esercizio del giornalismo.

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Chi legge o ascolta una notizia tanto edulcorata dallo Storytelling, viene indotto prima a credere e poi a sostenere una certa “verità mediatica” piuttosto che un’altra.

Nei casi di cronaca nera non esistono posizioni giuste o sbagliate. Non esistono divisioni nette tra bene e male.

Nella cronaca nera non esistono nemmeno classificazioni decisive tra il racconto della vittima e quello dell’autore di reato. Diventa così facile cadere nel pregiudizio e fomentare un clima d’odio in una certa direzione.

Ciò che bisogna ricordare quando leggiamo o ascoltiamo un racconto di cronaca nera è che i protagonisti della vicenda sono esseri umani.

Al centro dei fatti vi sono persone con pregi, difetti, paure, turbamenti, preoccupazioni e sentimenti, proprio come noi.

In quanto tali hanno bisogno di essere compresi, non condannati o elevati a esseri ultraterreni, estranei a questo mondo, su cui riversare odio o pietà.

Nel momento in cui lo Storytelling – applicato al racconto giornalistico di cronaca nera – viene spogliato degli elementi fuorvianti legati alla drammatizzazione fine a sé stessa, esso torna nei propri confini.

Ed espleta la sua funzione: quella di favorire la reale comprensione dei fatti, e la loro narrazione autentica, aderente al reale accadimento.

Visto l’uso manipolatorio che viene talvolta fatto dello Storytelling, scatta allora la domanda: è davvero così facile essere raggirati dai mezzi d’informazione?

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Informazione: l’importanza della crescita sociale attraverso la pluralità delle idee

Basta lo Storytelling per far sì che il giudizio critico personale venga manipolato dal racconto mediatico?

C’è il timore che lo Storytelling addirittura amalgami il giudizio critico del singolo in una massa uniforme di pensiero, dove tutti sono portati a credere la stessa cosa.

Il pericolo che si corre in questo modo è quello di azzerare il confronto. Senza confronto non esiste dibattito. Senza dibattito non sussiste la pluralità delle idee, la varietà di pensiero. Senza varietà di pensiero non c’è crescita sociale.

Condividere notizie e aggiornamenti da vari punti di vista – utilizzando un linguaggio aderente ai fatti accaduti – migliora di gran lunga la comprensione dei reali casi di cronaca.

Dall’altro canto, come lettori (e lettrici), imparare a riconoscere le tecniche dello Storytelling quando ci sentiamo tanto coinvolti in una vicenda di cronaca nera, ci permette di rimanere “umani” e lucidi di fronte a chi ha commesso il delitto.

Una riflessione sul racconto della vittima e dell’autore di reato, all’interno di un caso di cronaca nera, è necessario per comprendere le esatte dinamiche dello Storytelling.

Lo Storytelling può quindi essere uno strumento di manipolazione dei fatti, per indurre nel pubblico una certa tesi; e una pilotata visione di quanto è accaduto.

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Cosa succede quando vittima e autore di reato vengono presentati e descritti in modo tale da far leva su precise sfere sentimentali che coinvolgono i singoli individui?

Vengono attivate alcune celle collettive di sentimenti unici e universali in cui il pensiero singolo si confonde con quello della massa.

L’individuo è come ipnotizzato. E concorda con la versione ufficiale, senza confrontarsi con nessun altro sui fatti. Esiste una sola verità ed è quella che condanna senza il beneficio del dubbio. 

Manca il dibattito, il confronto. Non ci si concede la possibilità di rivedere il proprio giudizio, di fronte alle prove della realtà.

Se la varietà di pensiero viene azzerata, se il dibattito delle idee viene impedito, anche la crescita sociale rallenta e talvolta subisce addirittura una battuta d’arresto.

Lo Storytelling utilizzato a fini di manipolazione, il sacrificare la verità sostanziale dei fatti sull’altare della narrazione affascinante non contribuisce ad informare. Anzi, fa l’esatto opposto: rende il pubblico più disinformato, lontano dalla conoscenza e preda del pregiudizio.

Questa tecnica, però, se applicata in modo corretto e onesto, sul piano etico, è alleata della comprensione e della condivisione.

Lo Storytelling facilita, infatti, sia la comprensione dei fatti, nella loro autenticità, sia la condivisione della verità sostanziale degli accadimenti grazie a una scrittura persuasiva dal grande impatto emotivo sui fruitori della notizia.

Quando la cronaca nera però impiega lo Storytelling per drogare i fatti, per avallare versioni di comodo, anziché usarlo per meglio raccontare quanto è accaduto, a perderne non sono solo la verità e i giornali. A perderne è tutta la società civile.

Nicoletta Apolito

Esperta di Transmedia Storytelling e Comunicazione

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