Le accuse di molestie sessuali al produttore Harvey Weinstein e il movimento #metoo hanno svelato la violenza di genere nei media. Che oggi torna alla ribalta. 

Due casi del 2017 che si intrecciano: le accuse di molestie sessuali al produttore Harvey Weinstein e il movimento femminista #metoo contro le violenze.

Sono due casi che insieme hanno svelato il sistema predatorio dell’industria cinematografica mondiale. E che oggi ritorna alla ribalta.

Il 10 ottobre 2017 alle 10:47 del mattino, il periodico The New Yorker pubblicò un’inchiesta sul proprio sito internet. Siamo di fronte a un esempio di grande giornalismo investigativo.

L’inchiesta, del giornalista Ronan Farrow, gettava un’ombra su uno dei più importanti uomini di Hollywood: il produttore cinematografico Harvey Weinstein. 

Nell’articolo Farrow dava la parola a donne che per anni erano state vittime di molestie sul proprio ambiente di lavoro.

E proprio Harvey Weinstein era stato uno dei principali protagonisti di questo sistema corrotto. 

L’inchiesta ebbe un forte impatto in tutta l’industria cinematografica mondiale e non solo.

Infatti, la denuncia si allargò come una macchia d’olio ad altri settori lavorativi, sotto il movimento femminista Me too.

Se pensavamo tuttavia che il Me Too avesse già scardinato abbastanza questo sistema, ci sbagliavamo. In questi anni il movimento non si è arreso, continuando sullo sfondo a corrodere le pareti di silenzio di molte realtà. 

E oggi, a quasi sette anni di distanza, il Me Too è rientrato nella sezione “notizie dal mondo” accompagnato da una nuova parola: garçons, ragazzi.

Infatti, la Francia sembra stia avendo il suo Me Too al maschile. Un’esclusiva per ora di questo paese, che fa sperare per degli sviluppi analoghi in altre nazioni.

Facciamo quindi un passo indietro, per capire l’importanza del Me too e del caso Harvey Weinstein: due casi giudiziari, mediali e sociali.

Due casi che hanno fatto il giro del mondo. E due casi che ben dipingono i crimini e i misfatti di Hollywood.

Harvey Weinstein: il caso delle molestie sessuali

Prima del Me Too c’è stato il caso Weinstein, poi diventati l’uno lo specchio dell’altro.

Partiamo quindi dal caso Harvey Weinstein, iniziato come un caso giornalistico. Infatti, la bomba scoppiò dopo l’uscita di due articoli nell’ottobre del 2017 a pochi giorni di distanza.

Oltre all’inchiesta di Ronan Farrow per il The New Yorker, cinque giorni prima era uscito l’articolo di due giornaliste del The New York Times, Jodi Kantor e Megan Twohey.

Spezzando un’abitudine del giornalismo del web 2.0, le due inchieste non si fecero concorrenza.

Anzi: l’uscita di due inchieste indipendenti di due giornali così autorevoli non permisero ad Harvey Weinstein nessuna manovra di insabbiamento, come era successo nei decenni precedenti.

Così i due articoli riuscirono a portare a galla la faccia nascosta del noto produttore: Harvey Weinstein era da decenni un predatore sessuale seriale, colpevole di innumerevoli molestie sul luogo di lavoro.

E i due articoli lo dimostravano.

HARVEY WEINSTEIN E GLI ALTRI PREDATORI DI HOLLYWOOD

Harvey Weinstein non era però un orco solitario nell’ambiente di Hollywood.

Infatti, molti altri uomini ricchi e potenti avevano sfruttato la loro posizione, negli Stati Uniti e nel resto del mondo.

Il caso Weinstein si trasformò così ben presto in una denuncia di un intero sistema predatorio presente nell’industria cinematografica. 

Ad Harvey Weinstein seguirono infatti ben presto molti altri uomini, rei di aver adottato comportamenti sessuali inadeguati.

E dal cinema si passò ad altre realtà lavorative, scolastiche e familiari.

Le due inchieste newyorkesi sul caso Weinstein portarono così ad «una resa dei conti a livello mondiale sull’abuso sessuale delle donne», come si può leggere nelle motivazioni del Premio Pulitzer, vinto dai due giornali nel 2018.

La vittoria del Pulitzer di queste due inchieste non fu una sorpresa.

In quel 2017 tutti infatti avevano ormai pronunciato almeno una volta due parole semplici quanto potenti: “Me too”. «Anche io sono stato molestato»; «anche io conosco qualcuno che è stato violentato»; «anche io sono stato in silenzio».

LE DIFFICOLTÀ DELL’INDAGINE SUI CASI DI MOLESTIE

L’inchiesta di Ronan Farrow comportò circa due anni di ricerche. Due anni in cui il giornalista convinse molte donne – e uomini – a diventare delle fonti. 

Un compito difficile perché Farrow poteva permettersi solo alcune fonti anonime.

L’inchiesta aveva bisogno di nomi e cognomi per non rischiare di cadere nell’oblio; un rischio che, peraltro, era già stato commesso da altri prima di lui.

Il giornalista aveva però a che fare con un sistema di molestie sessuali blindato nel silenzio da anni.

E non solo: le vittime di Weinstein erano impaurite, avvolte da traumi psichici e fisici, o sotto silenzio a causa degli accordi di riservatezza.

Un compito, come detto, tutt’altro che semplice; infatti, Ronan Farrow commise alcuni errori. Errori che non hanno pregiudicato l’inchiesta, ma che potevano costargli caro, visto i mezzi di Harvey Weinstein.

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Il produttore Harvey Weinstein durante un evento pubblico

IL PRODUTTORE WEINSTEIN: PROCESSO E CONDANNA

I successivi articoli di quel 2017 seguirono la scia del caso Weinstein fino in commissariato e poi in tribunale.

Infatti, in quello stesso anno iniziarono le indagini della polizia degli Stati Uniti e del Regno Unito, su fatti compresi tra gli anni Ottanta e il 2004. Qui i punti salienti del caso, presi da un articolo della BBC.

L’11 febbraio 2018, i pubblici ministeri dello stato di New York annunciarono di aver intentato una causa contro la “Weinstein Company”, per molestie e abusi sul luogo di lavoro. 

Il 25 maggio 2018, Weinstein si consegnò alla polizia di New York per cattiva condotta sessuale; in seguito, venne accusato di stupro e altri capi d’accusa. 

In questi mesi, le accuse contro Weinstein da parte di varie donne nel mondo si moltiplicarono.

Il 6 gennaio 2020 iniziò il processo a New York: la giuria dichiarò Harvey Weinstein colpevole di un atto sessuale criminale di primo grado e di uno stupro di terzo grado, per:

  • aver aggredito sessualmente l’ex assistente di produzione Mimi Haleyi nel 2006;
  • aver violentato l’ex-attrice Jessica Mann nel 2013

Oggi il produttore Harvey Weinstein è in carcere. La sentenza dell’11 marzo 2020 di New York ha previsto una pena di 23 anni di prigione per stupro e violenza sessuale; a cui si aggiungono i 16 anni del processo di Los Angeles del 2022, per un altro stupro.  

L’ ANNULLAMENTO DELLA CONDANNA DI NEW YORK

Il 25 aprile 2024 il tribunale d’appello di New York ha annullato una condanna contro Harvey Weinstein, per “errori nella conduzione del processo”.

Infatti, secondo il tribunale, i diritti del produttore non sarebbero stati rispettati nel processo del 2020 a New York. 

Nel dettaglio secondo la Corte d’appello, come riporta il Post, «durante il processo sono state consentite le testimonianze di persone che non avrebbero dovuto fare parte del processo, e sarebbe stato consentito all’accusa di interrogare Weinstein in una maniera che non gli aveva consentito di difendersi adeguatamente». 

Per questo motivo il processo è stato annullato. 

Tuttavia la procura di New York ha affermato il 1 maggio 2024 — in aula davanti ad Harvey Weinstein in sedia a rotelle, per dei problemi di salute — l’intenzione di fare un nuovo processo.

È da ricordare che questo annullamento fa riferimento solo ad uno dei due processi che hanno visto Harvey Weinstein colpevole di molestie sessuali. 

Rimane infatti al momento da scontare la condanna emessa dal tribunale della California.

Per questo motivo il produttore cinematografico deve rimanere in carcere.

IL TRAILER DI ANCHE IO: IL FILM SULL’INCHIESTA DEL THE NEW YORK TIMES

Dal caso Weinsten al movimento #metoo

Il caso Weinsten scompigliò il mondo di Hollywood e diede coraggio a molte vittime. Dopo poco le donne iniziarono infatti a parlare senza l’intermezzo della stampa, usando la loro voce e i social media.

In questo clima di denuncia, il movimento Me Too stava a questo punto germogliando da un tweet dell’attrice Alyssa Milano del 15 ottobre 2017.

In questo post l’attrice chiedeva alle donne di condividere l’hashtag #metoo, per dare un ordine di grandezza al problema delle molestie sessuali. 

Il post #metoo di Alyssa Milano divenne virale: quelle due semplici parole – anche io– arrivarono alle orecchie di tutti, onorando un’espressione coniata in realtà undici anni prima su MySpace dall’attivista Tarana Burke.

IL SUCCESSO DEL MOVIMENTO ME TOO

Come riporta il social magazine The Wom, dopo quel primo tweet dell’attrice Alyssa Milano, a fine giornata l’hashtag #metoo era già stato rilanciato 200.000 volte.

La diffusione fu in seguito incontrollabile nel mondo, grazie anche alla traduzione dell’hashtag.

C’è da dire che il successo del Me Too è dipeso anche dal suo tempismo. Le accuse su Harvey Weinstein erano già uscite fuori negli anni, ma erano sempre state rimesse sotto il tappeto in gran silenzio.

Nel 2017 però le cose erano cambiate, almeno per due motivi:

  • gli Stati Uniti avevano raggiunto una maturità sociale e culturale tale da permettere di parlare con una certa libertà di molestie sessuali;
  • il caso Weisntein era stato preceduto da accuse ad altri personaggi molto potenti e noti: l’ex conduttore di Fox News Bill O’Reilly, l’ex presidente Donald Trump e l’attore Bill Cosby.

E, ancora, il successo della campagna #metoo non avrebbe potuto misurarsi con numeri simili senza l’entrata in gioco dei social media.

Social media che in questo caso furono anche strumenti utili per i giornalisti, per cercare nuove fonti e per diffondere le inchieste.

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Post su Twitter dell’attrice Alyssa Milano

Me Too oggi

Il movimento Me Too ha fatto il giro del mondo non mancando quasi ogni porto possibile; tuttavia la diffusione e l’impatto non sono stati uguali in tutti i paesi. Infatti, la diffusione del movimento e dell’hashtag hanno trovato terreno fertile in alcuni stati ed ostacoli in altri.

Facciamo qualche esempio, con l’utilizzo dei dati della Fondation for European Progressive Studies (FEPS). In Europa è l’Italia ad aver ottenuto i numeri peggiori di diffusione dell’hashtag #metoo. Mentre è la Francia ad aver raggiunto i risultati migliori, sia con la diffusione dell’hashtag originale che nella sua traduzione in #balancetonporc.

In effetti, la Francia sembra aver vissuto con più intensità il primo Me Too; non sorprende quindi che oggi, a quasi sette anni di distanza, sia stata lei a ripescare dallo sgabuzzino questo movimento.

Con un salto temporale di sette anni, arriviamo quindi al 2024.

“ME TOO GARÇONS!”

A quasi sette anni di distanza dall’inizio del movimento, nel 2024 il Me Too è tornato sulle pagine dei maggiori giornali francesi con delle nuove vittime: i maschi.

Maschi che oggi possono urlare: «Me too garçons! Anche io ragazzi!».

Il ritorno del movimento in Francia ha una data precisa: il 22 febbraio, come riporta Le Monde.

In questa giornata l’hashtag #MeTooGarçons è stato lanciato dall’attore francese Aurélien Wiik, vittima di abusi del suo agente e del resto del suo entourage tra gli 11 e i 15 anni.

Anche se con meno veemenza del 2017, l’hashtag ha così riacceso la fiamma del Me too.

In realtà il Me too negli anni non si era mai davvero fermato: aveva navigato fuori dall’industria del cinema; dato coraggio alle vittime di sesso maschile; e, infine, allargato la discussione ad altri argomenti collegati, come #MeTooInceste o #MeTooGay.

In altre parole, il Me Too negli anni ha pian piano avviato un cambiamento sociale.

E sintomo di questo cambiamento sociale può essere proprio l’entrata degli uomini come vittime nella narrazione del problema.

Vittime che ci sono sempre state ma che, in questa società ancora così maschilista, rischiavano forse di più denunciando il loro “status di vittima”.

Tuttavia, almeno la Francia sembra aver dato prova del successo sociale e culturale del Me Too. 

Crimini e misfatti di Hollywood

Cosa ci dicono il caso Weinstein e il movimento sociale #metoo sul mondo di Hollywood? La risposta potrebbe comporre la narrazione di un podcast di almeno dieci puntate.

Fin dalla sua nascita, Hollywood è stata un microcosmo perfetto in cui potevano vivere vittime e carnefici di violenze sessuali in un’apparente concordato silenzio. Uomini ricchi e potenti, ma non mancano esempi all’opposto, che sfruttavano il loro potere – economico, sociale e politico – per sottomettere persone più deboli – soprattutto donne. Un potere che poi usavano per mantenere tutto in gran silenzio.

E c’è di più: Hollywood è anche quella grande macchina che per decenni ha ripreso la donna – e il suo corpo – come un oggetto per gli occhi maschili, come approfondisce il documentario Brainwashed: Sex – Camera – Power.

Troviamo riflesso nei film ciò che le donne rappresentavano anche nella vita vera, tra i camerini e i set cinematografici.

HOLLYWOOD BABILONIA

Ritorniamo ad Harvey Weinstein. Ronan Farrow ha descritto la molestia dell’attrice Rosanna Arquette nel libro Predatori: «pretesto professionale, incontro spostato al piano superiore, stanza d’albergo, richiesta di un massaggio, vasca da bagno, accappatoio».

Un copione che si ripeteva con altre donne e a cui si aggiungeva spesso un accordo di riservatezza. 

Il modus operandi di Weinstein è molto simile a ciò che poteva avvenire, forse perfino con più semplicità, nei primi anni dell’industria del cinema di Los Angeles: una Hollywood Babilonia come l’ha definita in un libro il regista Kenneth Anger.

Hollywood, a conoscerla bene e senza troppe restrizioni morali, sembra in effetti la biblica città di Babilonia, la città opposta ai dettami di Dio.

È la città «attraverso cui non passa alcun figlio d’uomo», come si può leggere nel Libro di Geremia.

Il resoconto del regista Kenneth Anger dipinge in effetti una Hollywood dominata da mille complotti: magazzino per la droga, teatro di violenze, mecca per la mafia e così via.

E soprattutto la città dove crimini e misfatti devono rimanere un segreto.

Tuttavia, nel 2017 le inchieste dei due giornali newyorkesi su Harvey Weinstein hanno dato una chiara dimensione di almeno due dei problemi di Hollywood: le molestie sessuali e, sullo sfondo, l’abuso di potere.

E pian piano il castello di sabbia si sta sgretolando, grazie anche all’onda alta del Me Too. E al coraggio delle vittime.

Anna Ceroni
Agenzia Corte&Media
Data di pubblicazione: 23.03.2024

Il caso Weinstein in tre minuti: il video di Repubblica

La storia del Movimento Me Too: il video di Facto

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