Il documentario “Brainwashed: Sex – Camera – Power” su come il corpo femminile è mostrato nei film.

Vi è una rappresentazione stereotipata – con punte di pregiudizio – della donna nella cinematografia, specie americana.

Lo dimostra il film documentario Brainwashed: Sex – Camera – Power.

La donna e il corpo femminile sono con costanza rappresentati nei film, anche capolavori, dallo sguardo maschile e per lo sguardo maschile.

“È una visione alla quale ci siamo assuefatte anche noi donne, tanto da averci fatto
il lavaggio del cervello”, dice la regista Nina Menkes, che ha diretto il documentario.

NIna Menkes è una delle autrici più rispettate del cinema indie Usa. Sua la ricomposizione della figura femminile nel cinema attraverso 175 clip, dal 1896 a oggi.

L’argomento si presta a rientrare anche nella riflessione che anche in questo magazine facciamo sul ruolo dei media nel raccontare il crimine, la giustizia e i suoi protagonisti.

Ecco i titoli dei film a cui fa riferimento Nina Menkes, nel parlare della figura femminile nel cinema:

  • Metropolis di Lang,
  • La magnifica preda di Preminger,
  • La donna che visse due volte di Hitchcock,
  • Blow Up di Antonioni,
  • Toro Scatenato di Scorsese,
  • Blade Runner di Scott,
  • Blade Runner 2049 di Villeneuve

Le immagini di donna – come la figura femminile è ritratta nel cinema – sono ricomposte nel documentario Brainwashed: Sex – Camera – Power.

Il film documentario, dopo il debutto al Sundance Film Festival, sarà al
Festival di Berlino nella sezione Panorama.

Uomini e donne sono filmati in maniera molto diversa”, spiega la regista Nina Menkes, “che usa come filo narrativo una sua ‘lectio’ di grande successo sul tema”.

“Vedo un chiaro legame tra questa visione di cinema, le discriminazioni delle donne sul lavoro (soprattutto nell’industria cinematografica) e un clima generale permeato da molestie e abusi sessuali“, osserva la regista.

La figura femminile nel cinema

Il viaggio nella figura femminile rappresentata al cinema è arricchito – nel film documentario – dai commenti di studiose di cinema. E da cineaste come le
pluripremiate autrici indie Eliza Hittman e Julie Dash.

Ci sono anche i commenti di Catherine Hardwicke, passata dai film indie (Thirteen) ai blockbuster (Twilight); della sceneggiatrice e produttrice vincitrice di due Emmy, Joey Soloway (Six Feet under, Transparent) e di Rosanna Arquette.

Poi vi sono le testimonianze di lavoratrici o artiste che a Hollywood sono state vittime, a diverso livello, di ritorsioni, molestie e abusi.

Si disegnano in modo chiaro gli schemi ricorrenti utilizzati nel rappresentare le donne.

“Sono scelte deliberate, anche se non sappiamo quanto consce o inconsce”, aggiunge Nina Menkes.

SCHEMI DI RAPPRESENTAZIONE DEI CORPI DELLE DONNE

Così ritroviamo il corpo femminile mostrato spesso ‘a pezzi’ con primi piani di fondoschiena, seni e labbra (da La donna che visse due volte di Hitchcock a America
oggi di Altman), riflesso dello “sguardo attivo di un uomo su una donna passiva”.

Invece il corpo maschile, anche nei rari casi nei quali in scena è nudo, in genere viene mostrato a figura intera: “Un modo per rappresentarne comunque il potere”.

Tecniche come lo slow motion, si usano per le le donne soprattutto per illustrarne in dettaglio il corpo.

Per gli gli uomini, invece, lo slow motion si usa in scene di azione e guerra (presente, tra gli altri, in 300 di Snyder).

“La disseminazione di questo tipo di riprese è come un’ipnosi collettiva su come il potere maschile tragga piacere”,  nota Joey Soloway. “È propaganda per la patriarchia”.

Vi è un tipo di racconto che passa anche attraverso corpi femminili nudi o che si spogliano, già sui titoli di testa (tra gli altri, Barbarella di Vadim, Eyes Wide Shut di Kubrick); oppure il modo nel quale le donne vengono illuminate”.

Mentre gli uomini abitualmente sono ripresi in modo realistico, delle donne sono spesso nascosti effetti del tempo o imperfezioni, perché “le donne non possono invecchiare”; e “siamo condizionati a presentarle sempre in una certa luce”, sottolinea Catherine Hardwicke, anche nei superhero movie.

È una visione cha causa la difficoltà per attrici over 50 di trovare ruoli di rilievo, come racconta Rosanna Arquette: “Capita spesso purtroppo e mi dà una
grande tristezza perché amo lavorare”.

Queste scelte “nutrono la disistima delle donne verso di sé in una maniera che non è insignificante”, spiega Nina Menkes. “Quello che gli uomini considerano bellezza influenza il nostro rapporto con il mondo in generale”.

POCHE LE DONNE REGISTE NEL CINEMA AMERICANO

Siamo di fronte a una visione del corpo femminile nel cinema che a Hollywood ancora non cambia. Anche per le scarse chance date alle registe.

Stando a una ricerca, nel 1998 tra i 250 film Usa principali della stagione, il 9% era diretto da donne, nel 2018 la percentuale era dell’8%.

È poi bassa la presenza femminile anche fra produttori, distributori e altri professionisti del set.

Così nei film, inoltre, spesso non sono mancate scene nelle quali i personaggi femminili – pur dicendo no a un bacio o a un rapporto sessuale – dopo essere
state in qualche modo forzate, cedono “serenamente” (come in
Blade Runner).

La regista Nina Menkes comunque cita anche qualche autore in grado negli anni di dare visioni diverse, tra i quali Gus Van Sant in Belli e dannati.

E dopo il #metoo, sottolinea Nina Menkes, stanno trovando spazio più autrici amate da pubblico e critica, capaci di dare alle donne uno sguardo attivo: dal film Una donna promettente di Emerald Fennell a Ritratto della giovane in fiamme di Celine Sciamma.

La rappresentazione della donna nel cinema – della figura femminile nei film – ha bisogno, quindi, di essere rinnovata. Il fatto che qualcosa si muova è un segno di apertura da incentivare.

Brainwashed – Sex – Camera – Power. Presentazione del documentario

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