La morte di una paziente mette una psichiatra di fronte al proprio ruolo di donna e di professionista.
Vita privata, film della regista francese Rebecca Zlotowski, è un’opera ambiziosa che mescola thriller psicologico, commedia familiare e suggestioni oniriche.
È un film che si guarda volentieri. E che ci porta a formulare una serie di interrogativi sulla psichiatria, su chi la pratica; ma anche sulla nostra scarsa capacità di ascolto, nei tempi dell’overload informativo.
Al centro della scena, una Jodie Foster in stato di grazia, alla sua prima prova in lingua francese, dopo molti anni di assenza dal grande schermo europeo.
Presentato fuori concorso al Festival di Cannes 2025 e alla Festa del Cinema di Roma, il lungometraggio segna il ritorno dietro la macchina da presa di una delle voci più raffinate del nuovo cinema transalpino. Zlotowski co‑firma la sceneggiatura con Anne Berest e Gaëlle Macé.
Il film è disponibile in streaming.
La trama: un’indagine che diventa autopsia dell’io
Lilian Steiner (Jodie Foster) è una psichiatra di origini americane, trapiantata nella ricca borghesia parigina.
Razionale e controllata, la donna ha smesso da tempo di ascoltare i suoi pazienti.
La sua routine si spezza quando una paziente di lunga data, Paula Cohen‑Solal (Virginie Efira), viene trovata morta. La versione ufficiale parla di suicidio. Lilian rifiuta l’ipotesi.
Spinta dal senso di colpa e da un pianto compulsivo che non sa controllare, la psichiatra si lancia in un’indagine personale.
La affianca l’ex marito Gabriel (Daniel Auteuil), oculista dal quale è separata ma con cui conserva un legame profondo. Sospetti e piste si moltiplicano.
La figlia di Paula (Luàna Bajrami) e il marito di lei (Mathieu Amalric) osservano con ambiguità.
Qualcuno irrompe nello studio di Lilian e ruba i minidischi su cui registra le sedute.
L’indagine esterna si trasforma presto in un viaggio interiore. Scettica verso l’ipnosi, Lilian si sottopone a una seduta. In stato di regressione, rivive una vita passata.
Nel sogno, lei e Paula sono due violoncelliste nella Parigi occupata dai nazisti, legate da una storia d’amore segreta. Il confine tra reale, memoria e suggestione si dissolve.
Un cast francese di prim’ordine
Vita privata riunisce un cast di grande spessore. Accanto a Jodie Foster, Daniel Auteuil regala un’interpretazione misurata e affettuosa.
Il suo Gabriel è un uomo leggero, ironico, che bilancia la rigidità della protagonista.
Virginie Efira, seppur presente soprattutto in flashback e visioni, dà corpo a Paula con la sua presenza enigmatica. Il suo fantasma attraversa il film come una domanda senza risposta.
Mathieu Amalric costruisce un marito ambiguo, oscillante tra dolore autentico e manipolazione emotiva.
Vincent Lacoste interpreta Julien, il figlio spaesato e bisognoso d’affetto. Luàna Bajrami, nei panni della figlia di Paula, regala una prova fredda e spiazzante. Completa il cast un cameo del documentarista Frederick Wiseman nel ruolo del dottor Goldstein.
Temi: tra psicanalisi e memoria negata
Il titolo gioca su una doppia ambiguità. Vita privata indica la sfera intima, ma anche una “vita privata della vita”: un’esistenza amputata, sottratta, che continua a pulsare come un dolore fantasma.
Lilian Steiner è una donna che per mestiere ascolta, ma che è rimasta muta di fronte alle proprie emozioni.
La morte di Paula non è solo un lutto. È un varco, una deflagrazione che la mette davanti a una verità che non sa ancora nominare.
La pellicola esplora i confini fragili tra responsabilità professionale e desiderio, tra ruolo pubblico e fragilità privata.
L’ipnosi diventa il dispositivo narrativo per accedere a una memoria rimossa, a una storia segreta che lega le due donne al di là del tempo.
Zlotowski non cerca colpevoli. Cerca crepe. E le illumina con una grazia precisa e crudele.
Vita privata è un’opera che vive di atmosfera, sguardi e inquietudini sottili. Non offre risposte definitive.
Il film preferisce insinuare dubbi, fare dello smarrimento emotivo un elemento narrativo centrale.
È un giallo dell’anima, capace di trasformare l’indagine in un’autopsia del proprio io.
Analisi critica del contenuto del film
Quello che mi sento di dire, dopo aver visto Vita privata, è che la pellicola con Jodie Foster merita una riflessione sullo scarto tra ruolo professionale e vita personale di chi si trova, come medico e professionista, a contribuire alla gestione della vita degli altri.
Nel personaggio della dottoressa Lilian Steiner ho riconosciuto molti professionisti che ho conosciuto nella mia vita: psicologi, medici, ma anche ingegneri e tecnici.
Ho rivisto nella psichiatra la distrazione di chi non si cura dell’essenza umana che caratterizza tutti coloro che hanno bisogno di uno specialista.
Anche come giornalista e comunicatore – e anche come docente a contratto all’Università di Verona – sentito la responsabilità e il rischio non non ascoltare.
Il rischio è quello di non sentire la sofferenza che vi è nelle persone che si rivolgono a noi per una certa esigenza: vale per un medico, vale per uno psicologo, e vale anche per un artigiano piuttosto che per un giornalista.
Quando poi accade la tragedia, allora andiamo a cercare le colpe negli altri. Avanziamo sospetti su responsabilità altrui, quando siamo noi a doverci assumere le nostre responsabilità.
L’indicazione che mi sento di trarre dal film – e che mi hanno insegnato decenni di professione nella comunicazione – è che l’approccio umanistico, che comporta ascolto e rispetto verso chi si rivolge a noi, è la premessa indispensabile per una professionalità matura.
Quello che il film Vita privata ci mostra è proprio il senso unico in cui ci infiliamo quando, lasciato da un lato il nostro talento per l’ascolto, guardiamo solo ai fatti. E cerchiamo di piegarli alle nostre convinzioni, scambiandole per verità.
Maurizio F. Corte
Agenzia Corte&Media
(Nella ricerca sul film, l’autore ha utilizzato il modello di Intelligenza Artificiale Deepseek)
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Sono un giornalista professionista, scrittore e media educator irriverente. Insegno Giornalismo Interculturale e Multimedialità all’Università di Verona. Faccio ricerca su come i media rappresentano la società, il crimine e la giustizia. Sito web: Corte&Media. Per contattarmi: direttore@ilbiondino.org