Il film si muove tra molestie, potere e l’ombra di Woody Allen. È stato un successo a Venezia 2025.
«Accade a Yale». È qui, nella prestigiosa università americana, simbolo dell’élite, che si consuma After the Hunt, thriller psicologico di Luca Guadagnino.
Se il motto dell’ateneo è “lux et veritas”, nel film la verità non brilla: si perde tra abusi di potere, molestie e narcisismo.
Tutto inizia quando una studentessa afroamericana denuncia di condotta inappropriata l’assistente della sua docente, un uomo bianco in una posizione di privilegio.
Da quel momento, accuse e difese si intrecciano in un groviglio di complicità e silenzi, trasformando il chiacchiericcio intellettuale in un match morale.
Tra calici di vino e dispute su Nietzsche, non tutto però è come sembra.
A otto anni dall’esplosione del movimento #MeToo, il film non si limita a raccontare la violenza di genere.
Guadagnino porta infatti sullo schermo l’ambiguità della denuncia, mostrando come un potere nato per proteggere possa trasformarsi in un’arma letale.
Il film lascia così affiorare il dubbio su chi stia davvero dicendo la verità, specchiando ambiguità che hanno attraversato le cronache.
Non è una storia consolatoria, quindi, ma un’opera che vuole ferire. Come avverte il trailer, infatti, nella vita «non tutto ha lo scopo di metterti a tuo agio».
Nelle sale italiane dal 16 ottobre 2025, After the Hunt – Dopo la caccia è stato presentato con successo fuori concorso alla 82ª Mostra del Cinema di Venezia.
“After the Hunt – Dopo la caccia”: crime drama con Julia Roberts
Protagonista del thriller è Alma Imhoff (Julia Roberts), stimata docente di filosofia, prossima alla cattedra a Yale.
Dietro il rigore accademico, la donna nasconde un trauma giovanile mai davvero elaborato e fitte allo stomaco che tradiscono una fragilità interiore.
La sua vita si incrina quando Maggie Price (Ayo Edebiri), studentessa modello, accusa il collega e amico Henrik “Hank” Gibson (Andrew Garfield) di molestie sessuali.
Maggie non è tuttavia immune al sospetto: c’è chi la accusa di plagio e ipotizza che la denuncia sia solo un atto di ritorsione.
Tra ricordi sepolti e colpe irrisolte, Alma è alla fine costretta a fare i conti con il suo passato universitario, mentre la comunità accademica svela dinamiche di potere nascoste.
CAST: ROBERTS, EDEBIRI E GARFIELD
Dopo anni di successi oltreoceano, Luca Guadagnino si assicura un cast stellare.
Julia Roberts nei panni di Alma Imhoff è il fulcro del film.
L’attrice premio Oscar incarna un’eroina imperfetta, tormentata da conflitti interiori. Una «forza magnetica» che sostiene l’intera narrazione.
Reduce dal trionfo in The Bear, Ayo Edebiri mostra invece la sua versatilità interpretando Maggie. Un ruolo che fa esplodere le sue doti drammatiche.
Andrew Garfield veste infine i panni di un assistente vanitoso e manipolatore, capace di sembrare sincero e ingannevole allo stesso tempo. Una performance premiata dalla critica.
Completano il cast Chloë Sevigny (Kim Sayers, collega di Alma) e un notevole Michael Stuhlbarg (Frederik, il marito della protagonista).
LUCA GUADAGNINO VUOLE FARE L’AMERICANO
In After the Hunt, Guadagnino sperimenta con uno stile più hollywoodiano: dai colori, al ritmo serrato della regia.
Il lavoro più importante è però quello fatto su Julia Roberts, plasmata per essere un’icona di seduzione: capelli biondi alla Marilyn Monroe, tailleur bianco come Bianca Jagger.
Una donna di potere che, tuttavia, scena dopo scena, si sgretola, rivelando il suo abisso interiore.
Sullo sfondo, inoltre, la colonna sonora di Trent Reznor & Atticus Ross è più di un semplice accompagnamento: è un pezzo d’anima del film.
«Pianoforti spezzati, elettronica abrasiva, citazioni colte» aggrediscono con spessore la visione, collaborando con l’occhio del regista a insinuare pesanti inquietudini.
SCENEGGIATURA: POTERE, GENERAZIONI E #METOO
La sceneggiatura di After the Hunt — firmata dalla debuttante Nora Garrett — nasce da una domanda: cosa succede alla mente quando inizi ad avere potere?
Ambientato nella prestigiosa Yale, il film esplora come il potere possa offuscare la verità e isolare chi lo detiene dalle conseguenze delle proprie azioni.
A questo piano narrativo, Guadagnino aggiunge poi il conflitto generazionale:
- da una parte Alma, legata alla cultura del silenzio, che ha però davvero convissuto con il patriarcato per tutta la vita;
- dall’altra Maggie e la Gen Z, che pretendono giustizia e chiarezza.
Questo divario si manifesta in un dialogo in cui si contrappongono la paura di «dire la cosa sbagliata» dei più giovani e le generalizzazioni indiscriminate dei primi.
Il film, tuttavia, non risparmia nessuno.
Se da un lato il thriller critica la generazione del regista (classe 1971), dall’altro mette in discussione anche la Gen Z, così concentrata sulle ingiustizie, da dimenticare che la vita non può essere sempre facile.
IL PERICOLO DIETRO IL PRIVILEGIO NEL CRIME DRAMA
Il thriller solleva infine un ultimo interrogativo: cosa accade quando una denuncia non è mossa dai giusti intenti?
In questi casi, l’atto di giustizia diventa un lasciapassare per ottenere denaro, visibilità o successo.
Un uso improprio di un diritto importante, che rischia di minare la credibilità della causa femminista. Sullo sfondo, a muovere le fila, è allora la sete per il potere.
Se infatti all’inizio la “caccia” evocata dal titolo riguarda solo il sesso, il thriller allarga presto lo sguardo, abbracciando il potere in tutte le sue forme:
- di razza, con Alma Imhoff, professoressa bianca e affermata;
- economico, con Maggie Price, allieva prediletta e «figlia nera adottata dalla famiglia che finanzia» l’ateneo;
- di genere, con Hank, maschio etero e bianco, che flirta con tutte.
Il risultato è un affresco impietoso di come i privilegi si accumulino, definendo chi può parlare e chi invece deve tacere: l’equazione che regola la ricca società americana.
Il fantasma di Woody Allen nel thriller di Guadagnino
Il terreno su cui poggia After the Hunt è quello della cronaca recente.
Tutto inizia nel 2017, quando due casi intrecciati svelano il sistema predatorio dell’industria cinematografica hollywoodiana:
- le accuse di decenni di molestie sessuali al produttore Harvey Weinstein;
- e la nascita del movimento femminista #MeToo su Twitter.
Da allora il mondo non si è più voltato indietro, prendendo parte a una denuncia collettiva che ha aperto profonde ferite, lasciando fluire un dolore che non conosce confini di luogo e genere.
Abusi insabbiati, lotte di potere, vittime costrette a cercare giustizia in sistemi pensati per proteggere i carnefici: nel film si allude a tutto questo.
Guadagnino tuttavia ribalta questi elementi in un gioco di riflessi e denunce: un’operazione di chirurgia sociale che cura l’apatia del pubblico di fronte allo schermo.
COLPEVOLE O INNOCENTE? IL DILEMMA DEL FILM
Lo si intuisce fin dai titoli di testa: caratteri Windsor Light Condensed in bianco su sfondo nero, cast in ordine alfabetico, musica jazz che introduce un salotto colto.
Tutto in After The Hunt rimanda a un nome: Woody Allen.
Una citazione cinematografica, che rivela anche il vero terreno del film. Non tanto il #MeToo, ma ciò che questo movimento di denuncia ha lasciato dietro di sé: un’eredità controversa.
Da una parte, infatti, questa necessaria “caccia agli orchi” ha smascherato abusi sistemici (Harvey Weinstein) e travolto carriere ombrose (Kevin Spacey). Dall’altra, ha colpito persone innocenti — o presunte tali.
Per molti, un caso che appartiene a questa terza via è proprio quello di Allen: assolto dai tribunali dalle accuse di abuso sulla figlia, il regista non è mai stato scagionato dall’opinione pubblica americana.
Guadagnino sembra quindi alludere a questa e altre vicende, senza tuttavia emettere verdetti.
Piuttosto, l’intento del regista è quello di voler interrogare i limiti di ogni rivoluzione culturale.
Alla fine il film assume quindi i contorni di una storia contorta, che mostra come perfino il potere conquistato dopo secoli di lotte femministe possa giustiziare persone innocenti.
“After the Hunt”. Il film più scomodo di Guadagnino
I triangoli amorosi sudati di Challengers, le passioni cannibalistiche di Bones and All, l’amore proibito di Call Me by Your Name.
Negli anni Luca Guadagnino ha raccontato il desiderio nelle sue forme più disturbanti. E con After the Hunt, il regista non è da meno.
Il risultato è un thriller che affonda nella vergogna collettiva e offre più domande che risposte, rischiando di far alzare lo spettatore dalla sedia irritato. Ma, di certo, con qualcosa a cui pensare.
Un’opera tagliente che mostra come la denuncia sia al tempo stesso strumento di giustizia e di potere.
È una verità scomoda, destinata a ferire, che tuttavia — come sottolinea Julia Roberts — non mette in discussione la lotta femminista, semmai la costringe a interrogarsi sui suoi confini.
Alla fine, con After the Hunt, il cinema torna quindi a fare ciò per cui è nato: non opere ruffiane, ma film scomodi, intelligenti, personali. Vera arte.
Anna Ceroni
Agenzia Corte&Media
Data di pubblicazione: 04.09.2025
After the Hunt. Trailer del thriller con Julia Roberts
“After the Hunt” di Luca Guadagnino | Criticoni a Venezia 2025
Crimine. Giustizia. Media. ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER MediaMentor™
Autrice e copywriter. Laureata magistrale cum laude in Editoria e Giornalismo, ama analizzare e divulgare crimini e ingiustizie di ogni tipo: dai misfatti di Hollywood ai reati ambientali.


