Un assassino sfida gli inquirenti con lettere in codice, lasciando un delitto insoluto.
Due tazzine da caffè, diciotto coltellate, un messaggio accanto al corpo. È tutto ciò che resta di uno dei primi casi mediatici della cronaca nera italiana: l’omicidio irrisolto di Mario Giliberti.
È il 14 febbraio 1958 quando il 27enne viene ucciso con un trincetto da calzolaio. L’arma era già lì, dove la vittima viveva: un angusto retrobottega in via Fontanesi 20, a Torino.
Per gli inquirenti il movente è subito chiaro: passionale.
Eppure, dopo più di sessant’anni, dell’assassino non esistono né un volto né un nome.
Chi ha ucciso, però, non è mai rimasto in silenzio: per anni scrive, provoca, depista, guidando le indagini con messaggi oscuri. Si firma Diabolich.
Saranno proprio quelle lettere, imbustate e affidate alla posta, a collegare il delitto Fontanesi allo “Zodiac italiano”. E saranno le stesse lettere a portare in carcere un amico della vittima.
Ciò nonostante, per due anni, l’assassino continua a prendersi gioco degli investigatori, mentre Torino sprofonda nella paura. Tanto che le madri arrivano a minacciare così i figli: «Alla prima diavoleria, chiamo Diabolich».
Quest’ombra scura affolla le pagine dei giornali, fino a ispirare il protagonista di uno dei fumetti più amati dagli italiani.
Il caso, però, non si chiude con un colpevole: alla fine, nel 1960, l’unico sospettato viene scagionato da un alibi solido. Il fascicolo viene così consegnato agli archivi dei cold case.
Ancora oggi, del delitto Fontanesi resta solo una triste verità: un ragazzo semplice ucciso la notte di San Valentino e mai restituito alla giustizia.
“CRIMINI DIMENTICATI”: L’ETICA NELLA CRONACA NERA
«C’è chi li chiama cold case. Per noi sono semplicemente crimini dimenticati».
Con questa dichiarazione di intenti, Simona Cascio e Marcello Randazzo aprono ogni episodio del loro canale YouTube “Crimini Dimenticati”.
Professionisti del mondo televisivo, Simona e Marcello riportano al centro storie poco conosciute.
La loro missione è infatti chiara: restituire voce alle vittime e alle loro famiglie.
Tra le tante storie affrontate c’è anche il delitto Fontanesi: un caso di cronaca in cui si intrecciano giustizia, media e ossessione narrativa.
Mario Giliberti: il delitto di via Fontanesi e l’ombra di Diabolich
Torino, 1958. La prima capitale d’Italia è una città in fermento: le sue vie vibrano al ritmo delle macchine industriali, protagoniste del boom economico.
Accanto alle macchine ci sono anche gli operai. Molti operai: una forza lavoro che innesca una massiccia immigrazione dal Sud Italia.
Questo fenomeno contribuisce a spiegare — senza giustificare — l’imperante xenofobia dell’epoca: un sentimento che a Torino si traduce nel rifiuto di affittare case ai meridionali.
In questo contesto, molte persone sono costrette a vivere in dimore precarie, come il retrobottega di via Fontanesi 20: un ex calzaturificio che da rifugio di fortuna diventa scena del crimine.
La vittima di questa storia è Mario Giliberti.
CHI ERA MARIO GILIBERTI?
Nel 1958 Mario Giliberti ha 27 anni. Originario di Lucera (Foggia), mette piede a Torino un anno prima.
Mario è un ragazzo riservato. La sua vita non fa rumore: ha una fidanzata a Lodi e, dopo tanti sacrifici, ottiene un contratto regolare alla Fiat.
All’epoca, un’assunzione nell’azienda automobilistica torinese rappresenta «il sogno di ogni giovane del popolo»: uno stipendio fisso e la speranza di una vita borghese.
Passo dopo passo, il 27enne sta quindi trasformando le fantasie di molti suoi coetanei in realtà.
IL DELITTO DI VIA FONTANESI 20
Il 14 febbraio 1958, Mario entra in un bar di Borgo Vanchiglia. Poi ordina due caffè: è l’ultima volta che qualcuno lo vede vivo.
Dopo quel venerdì di San Valentino, infatti, cala il silenzio.
Per undici giorni nessuno vede o sente il 27enne, finché un collega decide di andare a cercarlo.
In via Fontanesi 20 la porta non è forzata. Dentro il monolocale, però, un odore pesante segnala subito la tragedia: Mario Giliberti è morto.
Il corpo del ragazzo viene trovato sul letto, avvolto in lenzuola, coperte e nel suo stesso cappotto.
L’autopsia stabilisce che il giovane è stato ucciso. Sono 18 le coltellate inferte con un oggetto già presente in casa: un trincetto da calzolaio.
L’IPOTESI DEL DELITTO PASSIONALE
Sulla scena del crimine mancano all’appello alcuni oggetti: due sveglie, un orologio di metallo, un bracciale d’oro, una catenina e circa 20.000 lire.
Il furto non sembra tuttavia il movente del delitto.
L’assassino ha infatti lasciato in casa dei buoni postali tagliuzzati del valore di 200.000 lire: non pochi per l’epoca.
Gli indizi portano quindi altrove: secondo gli inquirenti, l’assassino conosceva la vittima.
All’interno del monolocale non ci sono infatti segni di effrazione.
Mario inoltre era in pigiama e aveva bevuto un caffè in compagnia, come suggeriscono le due tazzine vuote.
Infine, gli inquirenti trovano un oggetto destinato a pesare sulle indagini: un vasetto di vaselina aperto.
L’ipotesi è alla fine semplice: qualcuno è entrato, è stato accolto, poi ha ucciso. Il movente? Passionale.
“TROVERETE L’ASSINO”
Accanto al corpo, gli inquirenti trovano anche un biglietto. Un foglio con scritto: «Troverete l’assino». Si tratta della prima firma dell’omicida.
Da quel momento, infatti, inizia un gioco perverso tra assassino e investigatori fatto di messaggi in codice. Una sfida tra guardie e ladri, che andrà avanti per anni.
In realtà, c’era già stato un precedente contatto con gli inquirenti.
Il giorno prima del ritrovamento del corpo, infatti, una voce roca con accento meridionale aveva indicato la zona del delitto Fontanesi alla redazione di Stampa Sera. L’indirizzo, però, era errato.
L’ipotesi, quindi, è che l’omicida abbia avuto un ripensamento: un timore destinato a sparire, seppellito da un ego che non vuole più nascondersi.
Le lettere di Diabolich: nascita di un mito criminale
Il 25 febbraio il corpo di Mario Giliberti non è ancora stato scoperto.
Lo stesso giorno vengono spedite due lettere. Gli indirizzi impressi sulle buste sono due: la redazione de La Stampa e il commissariato di Borgo Po.
Arrivate a destinazione il 27 febbraio, le lettere sono identiche: due fogli scritti in stampatello maiuscolo, con carta carbone viola.
I messaggi non denunciano banali liti da quartiere, ma svelano i dettagli del delitto Fontanesi. Il nome della vittima, tuttavia, non viene mai fatto.
Chi scrive appone anche una firma: Diabolich. L’uomo dichiara di «essere venuto da lontano per compiere» un omicidio.
«Un tempo io e la vittima eravamo molto amici e portavamo la divisa insieme» — continua il mittente — «poi lui mi tradì come fossi un cane».
Il messaggio si conclude con il primo rebus di Diabolich: «Leggendo con attenzione la lettera troverete con precisione dove è stato compiuto il mio delitto perfetto».
Le sillabe finali delle prime sei righe formano infatti un acrostico: via Fontanesi 20. È questo il primo indizio che collega Diabolich all’omicidio di Mario Giliberti.
“UCCIDEVANO DI NOTTE”
Diabolich sta sfidando le autorità. E lo fa anche con la scelta del suo nome, lo stesso del protagonista di Uccidevano di notte, un romanzo pulp di Italo Fasan.
Il nome non è però l’unico elemento di contatto.
La carta viola e la voce contraffatta richiamano infatti alcuni dettagli del libro: la figura di un criminale misterioso e spietato che agisce nell’ombra.
L’assassino sembra quindi attingere alla narrativa per costruire la propria identità, trasformando la cronaca in racconto e la vittima in personaggio.
LA PERIZIA GRAFOLOGICA: LA MENTE DI DIABOLICH
Il canale “Crimini Dimenticati” ha intervistato la grafologa Candida Livatino per approfondire l’aspetto psicologico dietro la mano di Diabolich.
In uno dei suoi studi, Livatino ha analizzato una lettera in stampatello.
L’analisi ha segnalato tensione emotiva e ansia: stati che possono tradursi in «atteggiamenti nevrotici e aggressivi».
Questa valutazione trova riscontro nella disposizione delle lettere, tutte separate tra loro: un segnale di chi «vuole mantenere le distanze dagli altri per cautelarsi, ma anche perché teme di essere troppo coinvolto».
Dunque, secondo Livatino , Diabolich è «una persona fredda e distaccata», poco incline a emozioni e rimorsi. In lui vivrebbe inoltre una personalità ipercritica, orgogliosa, egocentrica e narcisistica.
Diabolich vuole infatti essere al centro dell’attenzione: ha bisogno che il suo ego venga alimentato. E la stampa lo farà.
Le indagini: perché Aldo Cugini non ha ucciso Mario Giliberti
Diabolich conferma l’ipotesi degli inquirenti: il movente dell’omicidio è passionale.
Le lettere parlano infatti di un’amicizia profonda tra due commilitoni. Le cronache bacchettone dell’epoca la descrivono come una “amicizia anormale”.
La vera svolta arriva però da una fotografia presente nel portafoglio della vittima. Nell’immagine, Giliberti è insieme a un altro giovane: entrambi sorridono mentre indossano la divisa militare.
Il ragazzo della foto è un 25enne originario di una famiglia benestante bergamasca: Aldo Cugini. Anche la sua è una vita ordinaria: prossimo alle nozze, la fidanzata è già in dolce attesa.
Sul retro dell’immagine compare inoltre una dedica: secondo la prima perizia, la calligrafia è compatibile con quella di Diabolich.
Non sono tuttavia dello stesso parere le analisi successive.
Come spiega la grafologa Livatino, infatti, le lettere di Diabolich presentano differenze troppo marcate per essere attribuite a Cugini: non sono compatibili, come non lo sarebbero due impronte digitali diverse.
Procediamo però con ordine: prima di essere scagionato, infatti, il 25enne passerà alcuni difficili mesi in carcere.
L’ALIBI DI ALDO CUGINI
Le testimonianze confermano l’amicizia tra Giliberti, Cugini e un terzo uomo. In caserma li chiamavano “le tre monachelle”.
Gli investigatori ipotizzano quindi una relazione omosessuale tra i primi due, sostenuta dagli indizi sulla scena del crimine e dalle parole di Diabolich.
Gli inquirenti disegnano anche un possibile movente: una lite, un ricatto o la paura di uno scandalo legato alla relazione tra i due commilitoni.
Il 2 marzo 1958 Aldo Cugini viene quindi arrestato.
Tuttavia, l’uomo rimane in carcere per soli cinque mesi: a scagionarlo è un alibi solido.
Il giorno del delitto, infatti, Cugini è a Orzinuovi per lavoro. Rientrato a casa alle 17, si reca dalla fidanzata a Bergamo. Il giorno successivo è invece a Vercelli con un cliente.
Complici anche le perizie grafologiche, alla fine, nel 1960 la Corte d’Assise assolve l’unico sospettato del caso.
Dopo questa svolta, il fascicolo 3698/58 viene archiviato: ancora oggi nessuno ha pagato per l’omicidio di Mario Giliberti.
L’eredità di Diabolich: tra cronaca e cultura pop
Diabolich non ucciderà più. In una lettera afferma: «Il mio delitto non è un gioco da ripetersi». Poi svanisce nel silenzio della notte.
Il suo nome, però, continua a fare rumore.
Nel 1962 le sorelle Giussani danno infatti vita al fumetto Diabolik, sull’eco dell’antagonista del delitto Fontanesi.
Dieci anni dopo, inoltre, lo stesso modus operandi tornerà a inquietare anche gli Stati Uniti con il killer dello Zodiaco.
Nel frattempo, la speranza di dare giustizia alla vittima non si è del tutto spenta.
L’applicazione delle moderne tecnologie forensi su vecchi reperti potrebbe infatti ancora fornire nuove risposte, come scrive il Corriere della Sera.
Un’ipotesi fragile, ma sufficiente a tenere accesa una possibilità: quella che il nome di Mario Giliberti torni a essere qualcosa di più di un triste cold case.
Anna Ceroni
Agenzia Corte&Media
Data di pubblicazione: 26.03.2026
Al canale “Crimini Dimenticati” abbiamo dedicato un articolo introduttivo, che celebra il loro ammirevole lavoro di giornalismo investigativo.
Ogni mese su questo blog pubblichiamo inoltre un nuovo articolo dedicato ai casi trattati da Simona Cascio e Marcello Randazzo, per continuare a tenere viva la memoria di chi non ha ancora trovato giustizia:
- Armando Blasi e il delitto irrisolto di via Gluck
- Antonietta Longo, la decapitata di Castel Gandolfo
- Libero Ricci e l’ombra del Collezionista di ossa della Magliana
Crimini Dimenticati. Mario Giliberti e il killer italiano come Zodiac
Oltre il rumore della cronaca. Un'analisi gentile su crimine, giustizia, conflitti e sicurezza.
Autrice e copywriter. Laureata magistrale cum laude in Editoria e Giornalismo, ama analizzare e divulgare crimini e ingiustizie di ogni tipo: dai misfatti di Hollywood ai reati ambientali.


