Diario di Bordo – Capitolo Secondo

Da una tesi di laurea il primo passo per conoscere la vicenda del “biondino della spider rossa”.

Non ho mai pensato che la cronaca nera potesse suscitare in me un interesse professionale. Il giornalismo l’ho sempre pensato in un altro modo.

Il fatto che mi sia occupato, dalla primavera del 2010, del caso di Milena Sutter e di Lorenzo Bozano è stato accidentale.

Quando la studentessa Laura mi chiese, alla fine della mia lezione di Giornalismo Interculturale e Multimedialità, all’Università di Verona, nella primavera del 2010, una tesi di cronaca nera, risposi in maniera negativa.

Come ogni giornalista che si rispetti, ovviamente conoscevo – e conosco – a grandi linee i maggiori fatti di “nera”. Tra qui e il mettermi a fare il cronista di nera o il giudiziarista, ne passava.

Come mi insegnò, nel 1977, un grande giornalista veronese – un musicologo, Carlo Bologna, per anni presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Veneto – “un bravo giornalista sa chi è Shakespeare, ma deve sapere anche chi è Giovanni Trapattoni”.

Ne consegue, che un bravo giornalista – oltre agli Esteri, che erano la mia passione giovanile – deve saperne un poco anche di cronaca nera.

Dicevo, all’inizio della mia idea di giornalismo. Ero studente di Filosofia all’Università degli Studi di Padova, nel 1977, quando decisi di dedicarmi al giornalismo.

Cominciai come corrispondente da un comune della Valpolicella – terra di vini pregiati – che avevo 21 anni. Il mio primo pezzo uscì sulle cronache provinciali del quotidiano L’Arena di Verona, il 19 febbraio del 1978.

Avevo scelto di fare il giornalista per raccontare le persone, la città, la gente. Trovavo che dedicarsi alla Filosofia – un grande amore che coltivo ancora oggi e che molto mi ha dato – fosse la scelta di chi rinuncia a sporcarsi le mani con il mondo.

Mi aveva fatto riflettere la dispensa del professore di Storia della Filosofia Antica, dove avevo preso 30/30. C’era un passaggio proprio sulla Filosofia come otium che ci porta fuori e lontano dal clamore della vita quotidiana.

Io, invece, nella vita quotidiana – come giornalista – ci volevo entrare. A dire il vero, fantasticavo sul poter essere un inviato nelle zone più sfortunate del mondo. Non sarebbe mai accaduto. Come Montesquieu, anni dopo mi sarei occupato di Esteri stando seduto alla mia comoda scrivania al giornale L’Arena.

Ricerca scientifica e giornalismo

L’incrocio con la Pedagogia Interculturale, con la tesi di laurea su “stranieri e mass media” e con lo studio dei media mi aveva portato – a inizi Anni Duemila – in un’altra direzione.

Avevo rifiutato, nel 2002, l’offerta di diventare ricercatore universitario, a Verona, in ambito pedagogico. Così come nel 2006 rifiutai la possibilità – ne avevo i titoli – di diventare professore associato di Pedagogia Interculturale.

Ero, quindi, come oggi professore a contratto e giornalista professionista, nel 2010, quando al giornale riflettevo su quale argomento proporre a Laura, la brava studentessa che voleva discutere con me una tesi di cronaca nera.

L’incrocio tra Filosofia, prima, Giornalismo, poi, e studio dei media, in ottica pedagogica, all’avvio del nuovo millennio, aveva creato la tempesta perfetta.

In quella tempesta, il riflettere sui casi di cronaca nera mi aveva portato a farmi una domanda: perché a Genova, nel maggio del 1971, chiamarono biondino quel giovanotto che “biondo” e “magrolino” non era? 

Lorenzo Bozano, considerato il rapitore e assassino di Milena Sutter, era castano scuro e grassottello.

Lo scarto tra verità sostanziale dei fatti e rappresentazione mendace fu l’innesco – il trigger, come direbbero gli americani – che mi riportò alle origini: alla ricerca filosofica della sostanza, del vero, oltre l’apparenza della datità, dei fenomeni.

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Il biondino della spider rossa che biondo non era

Mi venne in mente, nel mentre pensavo all’argomento di tesi da proporre alla mia studentessa, la vicenda genovese.

Genova faceva parte da sempre della mia vita. L’avevo scoperta a 16 anni, grazie a un mio compagno di banco del liceo scientifico. Lui era nato a Genova, da genitori veronesi. E mi aveva fatto passare le vacanze nella città della Lanterna.

Genova era il luogo dov’ero vissuto tra 1991 e 1992, in un’impresa editoriale con un mio zio. Proprio in quell’avventura editoriale avevo conosciuto, a Genova, l’avvocato della famiglia Sutter, Gustavo Gamalero, grande politico liberale.

All’avvocato Gamalero – siamo nell’autunno del 1991 – avevo chiesto la sua opinione su Lorenzo Bozano. Ricordo che mi gelò con una frase lapidaria: “Bozano è in galera. E sta bene là”.

Insomma, c’era Genova nella mia vita. C’era il ricordo del memoriale di Lorenzo Bozano – letto su Gente nel soggiorno della casa in Valpolicella, a 14 anni, dove vivevo con i miei genitori Walter e Maria e con mia sorella Patrizia.

Fu proprio l’infondatezza di quel soprannome (il biondino della spider rossa) che mi convinse a proporre a Laura l’argomento di tesi.

Le offrii di occuparsi di quella vicenda genovese del 1971 – assai controversa e assai dibattuta sui giornali di tutt’Italia e di mezza Europa – per studiare come i media avevano rappresentato la figura di Lorenzo Bozano.

Entrarono in campo, qui, le mie competenze e i miei interessi per l’analisi dei media; e l’autorevolezza che avevo acquisito nello studiare stereotipi e pregiudizi dei media nel rappresentare l’immigrazione in Italia.

Il pregiudizio verso Lorenzo Bozano

La studentessa Laura accettò la mia proposta di tesi. Poiché sono solito andare a fondo delle cose, le dissi che meritava di scrivere a Lorenzo Bozano, in carcere.

Sapevo che – condannato all’ergastolo – era rinchiuso nel carcere di Porto Azzurro, all’Isola d’Elba.

Non mi fidai, tuttavia, di lasciare che Laura scrivesse di suo pugno al “biondino della spider rossa”.

La sua nomea di maniaco sessuale, di figuro appassionato delle ragazzine, di deviato – tutte falsità, come poi ha dimostrato la criminologa Laura Baccaro nel libro Il Biondino della Spider Rossa. Crimine, giustizia e media – aveva condizionato pure me.

Fu grazie a Giuliano Capecchi – dell’associazione Liberarsi Onlus di Firenze – che seppi come mettermi in contatto con Lorenzo Bozano.

Giuliano mi spiegò che potevo scrivere a Lorenzo Bozano, purché indicassi il mio nome e recapito come mittente. Così feci, ma per molto tempo non mi fidai a mettere il mio indirizzo di casa.

LA PRIMA TELEFONATA CON “IL BIONDINO”

Sul retro della mia lettera a Lorenzo Bozano – con cui gli raccontavo della tesi e delle domande che gli volevo porre – misi l’indirizzo del quotidiano L’Arena.

Sono, quindi, io Maurizio Corte, giornalista professionista, professore universitario a contratto che insegna ai giovani a liberarsi da pregiudizi e stereotipi nel leggere i media… io sono la prova vivente di come i media mi abbiano condizionato nel leggere la vicenda di Lorenzo Bozano.

Il “biondino della spider rossa” – che biondino non è mai stato – mi rispose.

Ci demmo appuntamento al telefono, quando lui, come usava fare ogni autunno in concomitanza con il suo compleanno, sarebbe stato in permesso dal carcere. E sarebbe andato a Genova, dai suoi famigliari.

Fu così che Lorenzo e io ci sentimmo, per la prima volta, all’inizio di ottobre del 2010. Il centralinista, Mario, che nulla sapeva del caso genovese, mi disse al telefono: “C’è il signor Lorenzo Bozano”.

Gli chiesi di passarmi la telefonata nella saletta riservata ai colliqui. Mi sedetti al tavolo di legno, con attorno le gigantografie di una Verona in bianco e nero.

Risposi “Pronto?”. E Lorenzo Bozano esordì: “Buona sera, professor Corte. Sono Lorenzo Bozano. Finalmente possiamo parlarci a voce”.

Da lì cominciò il mio lungo viaggio nella storia di Lorenzo e di Milena. Anzi, nelle due storie – separate – di Lorenzo Bozano e di Milena Sutter, che un genio della narrazione mendace ha saputo far incontrare: nelle aule di giustizia e sui giornali.

Maurizio Corte
corte.media

(Capitolo 2^ – continua. Foto di copertina: Dom Fou – Unsplash)

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