NeraVintage / 31 gennaio 1950

Il mese di gennaio del 1950 si chiude con una sentenza che evita un clamoroso errore giudiziario.

Una donna, Maria Giordano, a Roma viene assolta dall’accusa di avere avvelenato a morte il marito.

L’assoluzione avviene dopo 8 anni che la donna ha passato nelle aule giudiziarie e in stato di detenzione.

La sentenza giunge dopo un’accesa discussione in Corte d’Assise. E nel contesto di un delitto che può essere letto come vicenda passionale; ma che può anche nascondere motivi di interesse economico.
 
A segnare il destino di assoluzione della donna sono le risultanze dell’autopsia sul corpo dell’uomo assassinato con una pozione di veleno, come nei romanzi di Agatha Christie.
 
Vediamo cosa scrive il quotidiano “La Stampa”, adattando a oggi il linguaggio di allora, in un articolo da Roma.
 

Maria Giordano quasi non credeva ai suoi orecchi quando, a gennaio del 1950, il presidente della Corte d’Assise di Roma ha comunicato cosa avevamo deciso i giudici, dopo una discussione di due ore e mezzo in camera di consiglio:.

La decisione è stata di assolvere Maria Giordano, sia pure per insufficienza di prove, dall’accusa di aver ucciso, con il veleno, il marito Vincenzo Maresca.

 

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Tensione tra i giudici della Corte d’Assise

La signora Maria si è resa conto di quello che era effettivamente accaduto solo interrogando con lo sguardo uno del suoi difensori, il professor Remo Pannai.

Allora è scoppiata in un pianto dirotto e ha sentito il bisogno di baciare le mani di colui che l’aveva assistita nell’ultimo atto della sua vicenda giudiziaria, in segno di eterna gratitudine.

L’avventura che ai protraeva da otto anni e che la trascinava tra l’uno e l’altro dei palazzi di giustizia, era terminata.

L’attesa era stata delle più snervanti: vivace doveva essere stata la riunione in camera di consiglio dei sette magistrati.

Lo si intuiva dal tempo che trascorreva, lo si dedusse poi guardandoli in volto, quei giudici, quando tornarono in aula.

 
Lo si dedusse dallo scatto nervoso, insolito per lui, con cui il presidente della Corte d’Assise di Roma frenò l’applauso del pubblico a commento dell’assoluzione: “Silenzio. Bel senso di giustizia che avete!”.
 
Alle cinque ore del pubblico ministero, l’onorevole Crispo, dell’ultimo accusatore, quindi, l’ultimo difensore della Giordano, l’avvocato Remo Pannai, ne aveva contrapposto quattro di discussione.

Infine, il legale della difesa era andato a concludere chiedendo l’assoluzione di colei che era accusata di tentato veneficio e di concorso in omicidio.
 
 

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Il delitto: l’avvelenamento del marito

L’avvocato di Maria Giordano ha innanzi tutto ha ricordato ancora una volta alla Corte come l’indagine dovesse chiarire solamente due punti di tutta la vicenda.

Il primo punto era l’eventuale responsabilità della donna nell’avvelenamento di Vincenzo Maresca. Il secondo punto era, di conseguenza, l’ora in cui venne somministrato l’arsenico e la parte che la Giordano ebbe nell’assassinio.

Sul primo punto, il professor Pannai – legale della difesa – ha spiegato come i sintomi dell’avvelenamento per arsenico si debbano manifestare entro mezz’ora o un’ora al massimo dalla ingestione del veleno.

Se è vero che Vincenzo Maresca si senti male solamente tre ore dopo il pranzo, consumato verso le due dopo mezzogiorno, si deve desumere che l’arsenico venne ingerito fuori di casa.

L’autopsia stabilì la resistenza nello stomaco del morto di “cibi scarsamente digeriti, in prevalenza riso”.
Questo dimostra che la digestione al momento della morte era appena iniziata: dunque, il Maresca aveva cenato fuori di casa e solo in questa occasione gli poteva essere stato somministrato l’arsenico.

L’IMPUTATA E IL COINVOLGIMENTO NELL’ASSASSINIO

Superato questo primo ostacolo l’avvocato Pannai ha affrontato il secondo scoglio: quello, cioè, determinato dall’eventuale responsabilità di Maria Giordano nel delitto.

Secondo il difensore, il Maresca venne ucciso non alle 18, come ha sostenuto l’accusa, ma molto più tardi.

Infatti, un testimone vide due persone, identificabili per l’Imparato e Maresca, dirigersi verso la banchina e poi tornare indietro verso le otto di sera.

Inoltre, Maresca tornò a casa sua, sia pure per pochi minuti solamente, verso le 18.30: durante quel periodo di tempo Maria Giordano non si mosse dal suo appartamento.

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Perché il marito della donna è stato ucciso?

Quale la causale del delitto? Interesse; non amore, passione adultera, come ha voluto spiegare l’accusa.

Il Maresca aveva deciso in un primo momento che la sua amante, Adele Della Mura, sposasse Gustavo Imparato, e per favorire questo matrimonio aveva promesso una dote cospicua.

Maria Giordano favoriva questa unione per allontanare il marito dall’amante. In un secondo momento, il Maresca si rifiutò di corrispondere la dote promessa. Di qui l’odio della Della Mura, pazzamente innamorata di Gustavo Imparato.

D’altra parte, quale interesse avrebbe avuto Maria Giordano”, ha concluso il prof. Pannai, avvocato dell’imputata, “a sopprimere con violenza il marito, sapendo che il veleno somministrato sarebbe stato sufficiente a uccidere?». E cosi si è giunti alla conclusione dell’arringa.

LE ULTIME PAROLE PRIMA DELLA SENTENZA

Il presidente della Corte d’Assise ha chiesto all’imputata, Maria Giordano, se avesse qualcosa da aggiungere prima che i giudici si ritirassero in camera di consiglio per decidere.

Maria Giordano ha mormorato con voce rotta dall’emozione: “Una sola cosa chiedo: che mi si restituisca a mio figlio”. Poi è cominciata l’attesa.

Infine la sentenza: assoluzione per insufficienza di prove.

Poche ore dopo Maria Giordano ha riacquistato la libertà. Il delitto del marito della donna assolta, Vincenzo Maresca, resta al momento un mistero: chi è l’assassino (o l’assassina) dell’uomo ucciso?

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L’affresco di un’epoca dietro il delitto

Il resoconto che il quotidiano La Stampa fa dell’ultimo giorno, prima della libertà, del processo a Maria Giordano ci offre uno spaccato dell’amministrazione della giustizia nel 1950.

Il presidente della Corte d’Assise di Roma – nel richiamare il pubblico alla compostezza prima della lettura della sentenza – ci ricorda che non si decide sulla vita di una persona (galera a vita piuttosto che libertà) sull’onda delle emozioni, della gazzarra popolare e delle impressioni.

La sentenza dei giudici romani, poi, si dimostra fondata sulla scienza.

L’autopsia è giunta a precise conclusioni sui tempi della morte dell’uomo avvelenato. Lo studio dei comportamenti delle persone coinvolte – azioni, orari, coincidenze – ha completato il quadro.

Dal resoconto giornalistico emerge un’amministrazione della giustizia che si fonda sul dibattito scientifico, sul confronto giuridico, sulla passione per la verità.

Nello stesso tempo, il fatto che la donna – Maria Giordano, sospesa tra una dura condanna e l’essere assolta – abbia trascorso otto anni tra galera e aule giudiziarie la dice lunga.

UN PROCESSO INDIZIARIO INIZIATOSI DURANTE LA GUERRA

Da un lato, questi lunghi anni – che si sono iniziati nel 1942, nel pieno della seconda guerra mondiale – dimostrano che siamo di fronte a un processo indiziario, dove giungere alla verità sostanziale dei fatti è alquanto difficile.

Dall’altro, l’odissea della signora Maria ci ricorda l’importanza di giuste indagini – fondate sulla scienza, sulla competenza e senza pregiudizi – che sono la premessa indispensabile per giungere a un giusto processo.

Il rimbalzo tra le varie corti di giustizia ha di certo risentito della guerra, della confusione istituzionale dopo il conflitto. E delle difficoltà dell’Italia intera, passata la dittatura fascista. 

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Il racconto dei giornali su un fatto di cronaca nera

Ogni notizia ci dice qualcosa in più di quanto racconta, come cerco di spiegare nella sezione MediaKiller di questo blog, dedicata alla logica dei media.

Anche in questo resoconto di cronaca giudiziaria, vi sono alcuni strumenti che possiamo utilizzare per leggere in controluce gli articoli di giornale (come i servizi radio, tv e sul web):

  • il linguaggio usato dai media;
  • la scelta degli argomenti da parte dei media;
  • il “frame” (la cornice culturale e valoriale) dei media;
  • i giudizi espressi dai media;
  • il rapporto dei media con le fonti

Qui mi voglio soffermare sulla cornice interpretativa che l’articolo del quotidiano La Stampa – che ho riportato nella prima parte di questo post – ha utilizzato.

Abbiamo un’aderenza alla cronaca, senza alcun indugio sulla figura dell’imputata.

Non ci viene detto, come accaduto con il processo a Rina Fort, come la signora Maria Giordano sia vestita, sia pettinata; e come volga lo sguardo, piuttosto che il suo atteggiamento.

Il resoconto ci rende l’atmosfera tesa che ha portato alla sentenza, con l’assoluzione per insufficienza di prove.

Nell’articolo abbiamo il racconto delle ragioni della difesa della donna, mettendo in ombra – in questo testo finale sul processo – quanto aveva sostenuto il pubblico ministero.

Interessante, poi, il fatto che il rappresentante della pubblica accusa sia richiamato con l’appellativo di onorevole.

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L’ATTENZIONE DEL CRONISTA VIENE RIVOLTA AI FATTI

L’articolo – nota importante sul frame interpretativo – va poi ai dati di fatto, alle risultanze dell’autopsia, agli elementi che ricostruiscono il delitto.

Nonostante la pruriginosa storia di corna, d’amore e di sesso – l’amante dell’uomo ucciso, sposato, “pazzamente innamorata” di un altro – l’attenzione viene orientata sui dati che hanno condotto all’assoluzione della donna imputata.

Penseranno, poi, i rotocalchi – se lo vorranno – a dare un racconto popolare, intrigante, da giallo erotico, alla vicenda.

Qui abbiamo – nell’articolo sulla donna assolta, nel gennaio del 1950, dall’accusa di avere avvelenato il marito – un dato interessante sui media italiani del periodo.

I quotidiani, specie quelli nazionali, usano un linguaggio comprensibile (nel fare il resoconto giudiziario); che è comunque regolato su un lettore di cultura media. O medio-alta.

Siamo, insomma, al giornalismo italiano che parla alle élite.

Per il popolo, sono i rotocalchi (poi verrà la tv commerciale negli Anni Ottanta) a interpretare il ruolo di giornalismo popolare, tanto interessato alle cronache di delitti e processi.

Maurizio Corte
corte.media

(Photo di copertina: Andy Li Unsplash)

Canzone dell’anno 1950: “Laguna addormentata”. Canta: Luciano Benevene

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