NeraVintage / 10 gennaio 1950

Dalle ore 9.32 di martedì 10 gennaio 1950 Caterina Fort – meglio conosciuta come Rina Fort – è nella “gabbia degli imputati”, davanti alla Corte d’Assise di Milano.

L’accusa nei suoi confronti è pesante: quella di avere ucciso la moglie dell’amante, Giuseppe Ricciardi, e i tre piccoli figli, nell’appartamento di famiglia, a Milano, in via San Gregorio 40, venerdì 29 novembre del 1946.

Veste un soprabito nero di lana, indossa guanti e scarpe nere, Rina Fort, la mattina in cui il processo ha inizio: a colpire tutti è la sciarpa color giallo canarino dell’imputata.

Sono in duecento ad assistere all’avvio del dibattimento a carico di quella che, bersagliata dai flash dei fotografi, viene chiamata “la belva di San Gregorio”.

Dal pubblico si alzano le urla che la vogliono morta; e di chi la vorrebbe processare in Piazza Duomo, a Milano, per poi giustiziarla in pubblico.

Così ci dicono le cronache dei giornali nel dare inizio al resoconto del processo alla donna che ha – nonostante la confessione alla polizia e quanto emerso in istruttoria – nel corso del dibattimento sosterrà di non avere ucciso.

La donna parlerà di due uomini che erano con lei: un certo “Carmelo”, che Rina Fort individua in Giuseppe Zappulla (deceduto per cancro prima del processo), e in uno sconosciuto di cui non ha saputo dire nulla.

Alla vicenda di Rina Fort, con l’avvio del processo il 10 gennaio 1950, dedichiamo questo articolo della sezione NeraVintage del blog Il Biondino della Spider Rossa®.

Rina Fort, dal Friuli alla storia d’amore di Milano

Rina Fort, nata a Santa Lucia di Budoia (Pordenone), il 28 giugno del 1915, e che morirà a Firenze il 2 marzo 1988, per un infarto, ha 34 anni quando comincia il processo.

Giudicata colpevole di omicidio per l’uccisione, avvenuta il 29 novembre 1946, della moglie dell’amante e dei loro figli, Caterina Fort verrà condannata all’ergastolo e poi graziata dal Presidente della Repubblica nel 1975, dopo aver scontato quasi trent’anni di carcere.

Al processo del 10 gennaio 1950 – che si conclude nell’aprile di due anni dopo, con la condanna di Rina Fort al “fine pena mai” – sono giunte persone da tutt’Italia per seguire le udienze.

Fin dalle 6 del mattino, la gente si è messa in fila per entrare nell’aula magna del palazzo giudiziario milanese, dove alla fine troveranno posto soltanto duecento spettatori.

I maggiori quotidiani italiani tracciano il profilo dell’imputata; si avventurano in analisi criminologiche e sociologiche; la descrivono in ogni gesto e ogni dettaglio, per scoprire che non è un “mostro”. È soltanto una donna imputata di un delitto che fa gelare il sangue.

Le vittime dell’omicidio sono Franca Pappalardo, di 40 anni, Giovanni Ricciardi di 7 anni, Giuseppina Ricciardi di 5 anni, Antonio Ricciardi di 10 mesi.

La signora Franca è la moglie dell’amante di Rina Fort, Giuseppe Ricciardi. Gli altri sono i figli: moglie e figli sono da poco emigrati dalla Sicilia.

Il più piccolo, chiamato Antonuccio, viene ammazzato mentre si trova sul seggiolone per la pappa. Possiamo sentirle, a distanza di quasi 80 anni, le urla di quei bambini durante la strage familiare.

UNA VITA SEGNATA DAI LUTTI

Il delitto ha le sue radici nell’Italia del secondo dopoguerra.

Nel 1945, Rina Fort – che arrivava dal Friuli dopo una vita segnata da lutti e sventure – a Milano conosce Giuseppe Ricciardi, un commerciante siciliano proprietario di un negozio di tessuti in via Tenca, divenendone prima compagna di lavoro come commessa, poi amante, senza tuttavia essere a conoscenza — così dichiarò Rina Fort — del fatto che fosse già sposato.

Giuseppe Ricciardi aveva moglie e tre figli a Catania. Tuttavia la sua storia con la Fort proseguì tranquillamente, finché amici di famiglia non riferirono alla moglie Franca voci preoccupanti sul tradimento del marito.

Giuseppe Ricciardi pare avesse l’abitudine di presentare la Fort come la propria moglie a colleghi e amici. Così nell’ottobre del 1946 Franca Ricciardi decise di raggiungere con i figli il marito a Milano.

A seguito dell’arrivo della moglie di Giuseppe Ricciardi, Rina Fort fu licenziata e trovò lavoro come commessa nella pasticceria di un amico, continuando comunque a frequentare l’amante.

Però, con l’arrivo della moglie e dei figli di Ricciardi, la loro relazione era ormai compromessa. Franca Pappalardo aveva fatto chiaramente capire a Rina Fort che doveva rinunciare al suo uomo: pare che la donna le avesse rivelato di essere incinta per la quarta volta, suscitando ulteriore frustrazione nella rivale.

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IL DELITTO COME VENDETTA

Il 29 novembre 1946 Rina Fort si vendica sulla moglie del suo amante e sui suoi tre bambini, uccidendoli.

La stessa Rina Fort ricostruisce la dinamica del delitto nella sua unica dettagliata confessione, resa nella Questura di Milano una settimana circa dopo l’omicidio, dopo giorni di estenuanti interrogatori.

È una confessione che poi Caterina Fort smentirà, affermando di essere stata picchiata dagli agenti di polizia.

Rina Fort raccontò di essere andata a casa del Ricciardi, intorno alle 19 del 29 novembre 1946.

Disse di essere stata accolta dalla moglie dell’amante, Franca Pappalardo, che era in compagnia dei tre figli. Rina Fort disse anche di essersi sentita poco bene.

Dopo aver bevuto del liquore, che le era stato offerto dalla moglie di Ricciardi, raccontò di avere aggredito la donna e, in successione, il figlio più grande, Giovanni, di 7 anni, poi la bambina, Giuseppina, 5 anni, e infine il piccolo Antonuccio di dieci mesi.

Disse di averli lasciati agonizzanti nell’appartamento; e di essere venuta via dopo aver rubato degli oggetti in argento, di sicuro per sviare le indagini.

l delitto viene scoperto la mattina dopo, dalla nuova commessa di Ricciardi, Pina Somaschini, che s’era recata in via San Gregorio 40 per farsi dare dalla signora Pappalardo le chiavi del negozio.

Le vittime giacevano riverse in una pozza di sangue, materia cerebrale e tracce di vomito: la signora Pappalardo e il figlio maggiore Giovanni nell’ingresso dell’appartamento, i due bambini più piccoli – Giuseppina e Antonuccio – in cucina.

Il portiere dello stabile disse di aver chiuso il cancello alle 21 in punto come tutte le sere, ma mancava la serratura che era in riparazione e chiunque sarebbe potuto entrare senza difficoltà.

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LE INDAGINI DELLA POLIZIA

L’indagine fu affidata al commissario Mario Nardone, noto investigatore della Questura di Milano, di origini campane.

Per la polizia l’omicida era un conoscente della Pappalardo, perché la donna lo aveva accolto in casa e gli aveva offerto anche un liquore.

Gli assassini avrebbero potuto anche essere due, dato che i bicchierini sporchi — su uno dei quali furono rinvenute tracce di rossetto — erano in totale tre. Pare mancassero alcuni pezzi d’argenteria di scarso valore, sottratti per simulare una rapina degenerata in omicidio.

Gli inquirenti scartarono presto l’ipotesi della rapina: la famiglia versava in condizioni economiche quantomeno precarie e il negozio di Ricciardi — soprattutto dopo il licenziamento di Rina Fort, che aveva un certo talento per il commercio — era sempre a un passo dalla chiusura, con numerose cambiali in protesto.

Quello di via San Gregorio 40 pareva decisamente un delitto passionale, dato che erano stati uccisi dei bambini che non avrebbero nemmeno potuto testimoniare.

La donna aveva lottato prima di essere uccisa; e furono trovati tra le sue unghie dei capelli di donna. Inoltre, sulla scena del delitto venne trovata stracciata una fotografia dei coniugi Ricciardi il giorno delle nozze.

L’amante di Rina Fort, Giuseppe Ricciardi, si trovava a Prato per lavoro, quel 29 novembre del 1946.

Rintracciato e informato dell’accaduto venne interrogato e fece il nome di Rina Fort, sua commessa e amante dal settembre del 1945.

La polizia cercò la donna nella sua casa in via Mauro Macchi 89, poi nella pasticceria dove lavorava in via Settala 43. Fu arrestata mentre serviva i clienti scherzando e raccontando aneddoti.

L’interrogatorio alla Questura di Milano ebbe inizio il 30 novembre 1946 nel pomeriggio, a meno di 24 ore dall’efferato delitto.

Rina Fort ammise di aver lavorato per il Ricciardi, ma negò di essere la sua amante e di sapere dove si trovasse.

Negò anche qualsiasi responsabilità del delitto. Il 2 dicembre, portata a casa di Ricciardi, Rina Fort si mostrò indifferente.

Sarà lo stesso atteggiamento di distacco e fredda (almeno all’apparenza) lontananza da quanto le accade attorno che Rina Fort mostrerà nel corso del processo in Corte d’Assise, a gennaio 1950.

Rina Fort - Processo in Corte d'Assise - gennaio 1950 - titolo e foto

LA CONFESSIONE DEL DELITTO DI VIA SAN GREGORIO

Riaccompagnata in Questura, dopo 17 ore di interrogatorio, Caterina Fort iniziò a cedere. Ammise di essere stata l’amante di Ricciardi, con tanto di fede nuziale, e che la relazione era finita con l’arrivo della moglie.

Al suo avvocato difensore denunciò di essere stata malmenata e presa a manganellate durante l’interrogatorio in Questura.

Sostenne di aver partecipato all’eccidio, ma di non aver toccato i bambini; accusò l’amante Giuseppe Ricciardi di essere il mandante del delitto, assieme a un tal non meglio identificato “Carmelo”.

Caterina Fort aggiunse che, nelle intenzioni dell’ex amante, lei e “Carmelo” avrebbero dovuto inscenare un furto per intimorire Franca Pappalardo, indurla a credere che la vita a Milano fosse troppo pericolosa e spingerla a tornare a Catania.

Una volta giunti in via San Gregorio, la situazione sarebbe precipitata, anche a causa di una “sigaretta drogata” che il misterioso “Carmelo” avrebbe offerto a Rina Fort.

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10 gennaio 1950. Il processo a Rina Fort

Il 10 gennaio 1950 presso la Corte d’Assise di Milano, nell’aula magna del Palazzo di Giustizia, incominciò il processo contro Rina Fort, accusata di strage.

La donna presenziò a tutte le udienze, sfoggiando una vistosa sciarpa gialla. Tra un’udienza e l’altra, rilasciò diverse interviste, dipingendosi come assolutamente estranea al delitto e dichiarando a una cronista: “Lei crede che io sia così tranquilla se avessi sulla coscienza quei bambini?”.

Giuseppe Ricciardi confermò il suo alibi: era a Prato per lavoro. Negò di aver mai preso parte a qualunque progetto omicida nei confronti della propria famiglia.

La sua figura non apparve tuttavia limpida alla Corte d’Assise: arrivato sulla scena del delitto, Ricciardi parve più preoccupato di capire quali e quanti oggetti preziosi fossero spariti, che non affranto di aver perso i propri cari.

A sua volta portato in Questura, Giuseppe Ricciardi si era precipitato, singhiozzando, tra le braccia di Rina Fort gridando «Rina mia!», malgrado la polizia l’avesse informato che la donna era la principale indiziata.

Ricciardi si costituì comunque parte civile contro la sua ex amante, atto che gli valse una severa reprimenda da parte del legale del cognato, a sua volta costituitosi parte civile.

Il cognato, durante il processo, lo accusò di essere stato un pessimo marito e padre, e di aver maltrattato la moglie.

Su Giuseppe Ricciardi, anche da parte dei giornali oltre che da parte dei magistrati, pendeva una severa condanna morale.

In fondo, tutti pensavano, è stato lui a introdurre l’assassina nella propria famiglia. La sua condotta di amante di quella che si sarebbe rivelata una spietata donna omicida era – secondo i giornali e la pubblica opinione – in qualche modo una componente non secondaria del delitto.

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LA DICHIARAZIONE DELL’ASSASSINA

Quando al termine del dibattimento, le fu data l’ultima parola, Rina Fort dichiarò: «Potrei dire che non ho paura della sentenza. Faranno i giudici. Mi diano cinque anni o l’ergastolo, a che può servire? Ormai sono la Fort!».

In effetti, il suo tono distaccato, il suo comportamento senza segni di pentimento e l’alterigia che vi leggevano i giornalisti, rese Caterina Fort antipatica al pubblico.

Non mostrando ella stessa di avere consapevolezza del delitto commesso, con l’assassinio anche di tre bambini, attirava così il disprezzo di tutti coloro che ne leggevano le cronache. E che ne guardavano le immagini, immortalate dai fotografi che affollavano l’aula del tribunale.

La condanna all’ergastolo di Rina Fort

Il 9 aprile 1952, Rina Fort fu condannata all’ergastolo, mentre Giuseppe Zampulla (che la Fort indicava come complice con il nome di “Carmelo”) e l’ex amante Ricciardi furono prosciolti da ogni accusa.

Nonostante questo, i rilievi degli inquirenti sulla scena del delitto presentavano numerose lacune; mentre restavano parecchi dubbi sul fatto che una donna da sola avesse potuto uccidere con tanta violenza.

Il ricorso alla Corte di Cassazione, preso in esame il 25 novembre 1953, confermò l’ergastolo a Caterina Fort.

Rina Fort rifiutò sempre di considerarsi l’unica colpevole della strage. In una lettera al suo avvocato scrisse: “Non è la quantità della pena che mi spaventa. C’è una parte del delitto che non ho commesso e non voglio”.

Durante il processo cercò di dimostrare, infatti, di essere almeno estranea all’uccisione dei tre bambini, ma non fu creduta.

LA PENA, IL PERDONO E LA GRAZIA DOPO 30 ANNI DI CARCERE

Rina Fort scontò la pena nel carcere di Perugia fino al 1960, quando per motivi di salute venne trasferita nel carcere di Trani, che godeva di condizioni climatiche più favorevoli. Passò poi nel carcere delle Murate a Firenze.

Chiese e ottenne il perdono della famiglia Pappalardo. Il 12 settembre 1975 beneficiò della grazia dal Presidente della Repubblica Giovanni Leone.

Nello stesso anno morì Giuseppe Ricciardi, il suo ex amante, che nel frattempo s’era risposato e aveva avuto un altro figlio.

Dal 1975 riprese il cognome Benedet dell’ex marito Giuseppe, e visse una vita riservata a Firenze, presso una famiglia che l’aveva accolta dopo la scarcerazione, facendosi chiamare anche Rina Furlan, fino alla morte per infarto il 2 marzo 1988.

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UNA VITA SEGNATA DA LUTTI E TRAGEDIE

Prima del delitto di via San Gregorio, Rina Fort aveva avuto una vita travagliata, costellata da lutti e tragedie.

A dieci anni si salvò per miracolo dall’incendio della casa. Il padre morì durante un’escursione in montagna nel tentativo di aiutarla a superare un passaggio difficile. Il suo fidanzato morì di tubercolosi poco prima del matrimonio.

La donna poi si scoprì affetta da una precoce sterilità. A 22 anni si sposò con un compaesano, Giuseppe Benedet, che già il giorno delle nozze diede segni di squilibrio destinati a degenerare in pazzia, al punto di dover essere ricoverato in manicomio.

Ottenuta la separazione e ripreso il cognome da nubile, Rina Fort si trasferì a Milano presso la sorella.

Fu a Milano che Caterina Fort conobbe Giuseppe Rizzardi, nel 1945, al quale – con i propri risparmi – diede l’occasione di aprire un negozio dove Caterina Fort sapeva fatto il suo come commerciante. E fu lì che tutto ebbe inizio.

Se poi sia stata davvero lei, oppure no, ad uccidere i figlioletti dell’amante, se vi fosse qualche altra presenza quel 29 novembre 1946 in via San Gregorio, questo è un atroce dubbio che non è stato sciolto.

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NeraVintage. Analisi dei giornali sul delitto di San Gregorio

Tutti i giornali, dai quotidiani ai rotocalchi, si interessano di uno dei più noti e inquietanti delitti nell’Italia del secondo dopoguerra.

È il caso di Caterina Fort, classe 1915, chiamata “Rina”. Un caso di cronaca nera e giudiziaria che non può essere assente nella memoria di un giornalista.

Il più grande giornalista italiano, Dino Buzzati, scrive – al tempo del delitto, avvenuto il 29 novembre del 1946 – un articolo memorabile.

“Una specie di demonio si aggira dunque per la città invisibile, e sta forse preparandosi a nuovo sangue. L’altra sera noi eravamo a tavola per il pranzo quando poche case più in là una donna ancora giovane massacrava con una spranga di ferro la rivale e i suoi tre figlioletti. Non si udì un grido”, scrive Dino Buzzati sul Corriere della Sera.

Prosegue Buzzati: “Negli appartamenti vicini continuavano, fra tintinnio di posate e stanchi dialoghi, i pranzi familiari come nulla fosse successo, e poi le luci ad una si spensero, solo rimase accesa nel cortile quell’unica finestra al primo piano, e i ritardatari, passando, pensarono che lassù forse un bambino era ammalato, o una mamma era rimasta alzata tardi a lavorare, o altra scena, dietro quei vetri, di notturna intimità domestica”.

Ancora Buzzati nel suo articolo sul delitto di via San Gregorio 40: “E invece là tutto era silenzioso e immobile; orribilmente fermi come pietre i quattro corpi di cui il più piccolo seduto sul seggiolone con la testa piegata da una parte come per un sonno improvviso, e fermo ormai anche il sangue i cui rigagnoli, simili a polipi immondi, lucevano sempre meno ai riflessi della lampadina di 25 candele, facendosi sempre più neri”.

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Giornalismo paraletterario

Questi brani dell’articolo di Dino Buzzati sull’omicidio di Franca Pappalardo e dei tre figlioletti (Giovanni, 7 anni, Giuseppina, 5 anni, e Antonuccio, 10 mesi) ci riportano alla tradizione propria del giornalismo italiano: quella letteraria.

Il bello scrivere è sempre stata la caratteristica della nostra professione di giornalisti. 

Mi ricordo quando, a 23 anni, nell’estate del 1980, mi presentai al capo della Cronaca di quello che sarebbe diventato per molti anni il mio giornale: L’Arena di Verona.

Il capocronaca, Giuseppe Faccincani, non mi chiese se sapevo fare inchieste, approfondimenti, interviste. Mi assegnò un compito e mi disse che mi avrebbe giudicato dalla scrittura.

Per fortuna, superai l’esame del capocronista. E cominciai a scrivere per la Cronaca de L’Arena.

Nel giornalismo italiano non vi è una consolidata tradizione di inchiesta alternativa alle “verità ufficiali”, quando parliamo di cronaca nera e di cronaca giudiziaria.

Abbiamo alcune figure di grande rilievo, questo sì. Basti pensare a Tommaso Besozzi, che nel luglio del 1950, sul settimanale L’Europeo, smentisce la versione data dai carabinieri sull’uccisione del bandito Giuliano.

Il giornalismo paraletterario si sposa con una certa sudditanza verso le fonti.

Il pensare soprattutto al bello scrivere (di certo caratteristica importante di un giornalista) si coniuga con una minore propensione al cercare informazioni per conto proprio.

Non solo. Il bello scrivere caratterizza un giornalismo, quello italiano, che non ha mai avuto una stampa quotidiana “popolare”, come accaduto nel Regno Unito piuttosto che in Germania.

Anche quando si scrive di cronaca nera e giudiziaria, negli Anni Cinquanta in occasione del processo a Rina Fort, abbiamo articoli elitari. 

Sono articoli che argomentano tra la sociologia e la criminologia, con una prosa e riflessioni certo interessanti; ma assai difficili da comprendere per un’Italia ancora semianalfabeta in larghi strati della sua popolazione.

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L’omicidio raccontato e messo in pagina

Il racconto del delitto di via San Gregorio 40, delle azioni di Caterina Fort e del processo è organizzato lungo una precisa linea narrativa: quella della polizia e della magistratura.

L’attenzione si concentra sull’imputata di omicidio, Rina Fort. Gli articoli descrivono in dettaglio, con la precisione di una macchina da presa, com’è vestita, qual è la sua capigliatura, come si comporta.

Com’è accaduto per Amanda Knox – con cui Rina Fort condivide il segno zodiacale (Cancro), per chi ama le cose astrologiche – la sua imperturbabilità, il distacco e la freddezza vengono interpretate come segni di lucida e senza rimorso azione criminale.

La stessa cosa è accaduta anche a Lorenzo Bozano, nel caso di Milena Sutter che tratto in una sezione di questo blog (Genova, 1971). Anche a Bozano si addossa la grave colpa di avere un atteggiamento distaccato, algido, senza emozioni.

Non è vero che Rina Fort non provasse potenti emozioni. Non è vero che Lorenzo Bozano fosse calmo e algido come ghiaccio. Non è vero che Amanda Knox fosse indifferente, dopo l’omicidio di Meredith Kercher. 

L’analisi del volto, ad esempio, di Lorenzo Bozano, fatta da uno psicologo esperto sulla base di registrazioni video, dimostra che il giovane accusato del rapimento e omicidio di Milena Sutter (maggio 1971) era in ansia. E tutt’altro che distaccato.

I giornali quotidiani – nel raccontare il delitto di cui è imputata Rina Fort e poi il processo in Corte d’Assise – mostrano di interessarsi più agli aspetti psicologici, che all’esame dei dati di fatto.

Non si pongono una domanda dirimente: Rina Fort era da sola in quell’appartamento di via San Gregorio 40, a Milano? Oppure a massacrare la moglie dell’amante Giuseppe Ricciardi e i tre figlioletti, uno dei quali ancora sul seggiolone, c’erano altre persone?

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L’affresco di un’epoca dietro il delitto

Ogni delitto va oltre quanto accaduto. Ci racconta più di quanto la somma delle azioni criminali possano, in superficie, raccontarci.

Trovo interessante la cronaca nera e quella giudiziaria quando ci dicono cose in più rispetto al mero accadere delle cose.

Tant’è che attraverso una serie di delitti possiamo raccontare la storia sociale dell’Italia.

Come le stragi e le azioni terroristiche, degli anni dal 1969 al 1993, ci dicono molto dell’epoca classificata come “strategia della tensione”; altrettanto fanno i delitti tradizionali raccontati dalla cronaca nera.

Cosa ci racconta il delitto di via San Gregorio 40? 

Intento è interessante notare che sia Caterina Fort che l’amante Giuseppe Ricciardi sono due “immigrati”.

Caterina, classe 1915, è originaria del Friuli. Si è trasferita a Milano dopo una giovinezza e una prima età adulta segnata da lutti e tragedie.

STORIA DI EMIGRAZIONE

Siamo di fronte alla tipica storia di emigrazione di una persona che cerca di rifarsi una vita da un’altra parte, rispetto al luogo d’origine segnato dal dolore.

Giuseppe, di qualche anno più vecchio, è il tipico emigrante siciliano. Lascia la terra natia, la moglie e ben tre figli per vivere nella Milano dove in tanti meridionali cercano fortuna.

È interessante notare come il quotidiano La Stampa, nel parlare dell’avvio del processo a Rina Fort (il 10 gennaio 1950), faccia notare che a Palazzo di Giustizia, a Milano, ci siano due carabinieri in alta uniforme a presidiare l’aula del dibattimento: uno è “settentrionale”, fa notare il giornalista de La Stampa, e l’altro è “meridionale”.

L’emigrazione si mischia con i drammi personali, in questa storiaccia milanese che ha interessato tutti gli italiani. E di cui, ancora oggi, scriviamo.

Nella disperazione e nella rabbia di Rina Fort c’è l’espressione di una donna che nella terra origine ne ha passate di tutti i colori. E che a Milano, assieme al lavoro di commessa che sa svolgere assai bene, trova anche un amore.

Nella storia d’amore con Caterina, Giuseppe Ricciardi esprime il maschio italiano che – lontano da famiglia e terra d’origine – fa il gallozzo. E pensa di poter tenere i piedi in due staffe.

Ricciardi vive la condizione tipica del migrante che lascia la propria terra, gli affetti, una parte di sé per costruirsi un’altra vita altrove.

Nell’altra vita non c’è solo il lavoro. C’è l’amore. Ci sono gli svaghi. C’è la fuga da una realtà non facile, come la gestione – poco redditizia – del negozio di cui Giuseppe Ricciardi è titolare.

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I giornalisti e la dipendenza dalle fonti

È un dato di fatto che anche nel racconto del delitto – una strage familiare, potremmo chiamarla, con la morte di quattro persone – i giornali del tempo, tra Anni Quaranta e Anni Cinquanta, dipendono in modo decisivo dalle fonti.

Ne abbiamo una dimostrazione dal racconto dei dubbi su come siano andate davvero le cose, in via San Gregorio 40, quel venerdì 29 novembre 1946.

C’era soltanto Rina Fort sulla scena del crimine? Può avere, una donna soltanto, massacrato un’altra donna e i suoi tre figlioletti?

Come mai c’erano tre bicchierini, per il liquore? E come mai si passa dal bere un liquore assieme, segno di ospitalità, all’uccidere come fa uno spietato assassino?

L’unico racconto, che attraverso i giornali del tempo e gli articoli successivi, ci tramandiamo è quello che esce dalla Questura di Milano.

Abbiamo il mitico commissario Mario Nardone – anche lui un migrante, originario della Campania – che risolve il caso, facendo confessare Caterina Fort.

Poi la donna, in sede processuale, ritratta. Accusa la polizia di averla menata, cosa non infrequente, a quel tempo.

Il dato che ci interessa è che dipendiamo – nel racconto del delitto di via San Gregorio – dalle fonti ufficiali. Non abbiamo, almeno nei quotidiani nazionali più importanti che hanno aperto i loro archivi, narrazioni alternative.

“La belva di San Gregorio compare davanti ai giudici”, titola L’Unità, quotidiano comunista, il 10 gennaio 1950, nel dare la notizia dell’avvio del processo contro Rina Fort.

L’articolista si pone la domanda sulla “verità” sul delitto. Si chiede come possa la gelosia, la rivalità o comunque un sentimento di quel livello portare una persona a sterminare una famiglia.

Manca, purtroppo, lo scavo e l’inchiesta autonomi sul delitto di via San Gregorio.

I giornali se la cavano chiamando la donna imputata – che ammette l’omicidio della moglie di Ricciardi, ma nega di avere ucciso i tre figlioletti – “belva di San Gregorio”.

Come in altri casi di cronaca nera, l’etichetta copre la carenza di giornalismo investigativo.

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Rina Fort: il significato di un fatto di cronaca nera

Che cosa ci insegna, a quasi 80 anni dall’evento criminoso, il delitto di via San Gregorio, a Milano?

Me lo sono chiesto, nel leggere i due maggiori quotidiani del tempo – La Stampa e il Corriere della Sera, oltre al quotidiano di partito L’Unità – negli articoli che presentano l’avvio del processo, il 10 gennaio 1950, a Caterina Fort, che tutti chiamano “Rina Fort”.

Credo che occorra muoversi lungo quattro direttrici. O, meglio, lungo quattro livelli. È il metodo che ho applicato al caso giudiziario Sutter-Bozano.

Ecco i quattro livelli, che possiamo utilizzare anche nel caso di Rina Fort e della strage familiare di via San Gregorio 40:

  • il primo livello è quello dell’accadimento dei fatti: le persone coinvolte, la successione degli eventi, le cose presenti nel dramma scenico della vicenda;
  • il secondo livello è quello della narrazione del caso, attraverso le carte giudiziarie dell’istruttoria; e attraverso i media che da un lato anticipano e dall’altro divulgano gli esiti giudiziari. Una narrazione che ha in un magistrato la figura del Grande Narratore;
  • il terzo livello è quello dei suggerimenti che vengono fatti sia a chi indaga e fa istruttoria, sia ai giornali (attraverso i “soffietti”, come si dice in gergo, ai giornalisti). Qui abbiamo il Grande Suggeritore, che non è una sola persona, ma un gruppo coordinato di soggetti mirati a orientare e sostanziare la narrazione, sia giudiziaria che mediatica;
  • il quarto livello è quello degli Sconosciuti, ovvero di coloro che hanno a vario titolo beneficiato del lavoro del Grande Narratore e di quello del Grande Suggeritore. Gli Sconosciuti sono come il “mondo delle idee” del filosofo Platone: non si vedevano, ma c’erano.

Il livello dell’accadimento dei fatti ci racconta la strage familiare. Ci porta, poi, nelle storie personali, nelle biografie di Rina Fort e dell’amante Giuseppe Ricciardi. 

Il livello dell’accadimento dei fatti è quello che ci consente, dati alla mano, di scrivere anche l’affresco di un’epoca, di quell’ambiente, di quegli anni.

Abbiamo poi il livello, fondamentale, della narrazione. È una narrazione dove il dominus è rappresentato dagli investigatori e dagli inquirenti: la polizia e il giudice istruttore, figura di magistrato oggi non più presente nell’ordinamento giudiziario italiano.

C’è, poi, il livello del suggeritore. È chi ha interesse che le cose siano raccontate e interpretate in un certo modo, anziché in un altro. 

Perché il suggeritore proponga, e faccia realizzare, una certa storia anziché un’altra, dipende dal contesto, dal tempo e dalle circostanze.

Nel caso di Rina Fort e dell’omicidio di via San Gregorio 40, il suggeritore è colui che ha gestito sin dall’inizio la narrazione affinché ne uscisse una certa verità.

Sia chiaro, la ricostruzione del delitto in questione può essere stata davvero precisa e coincidente con quanto raccontato. Le incongruenze e i dubbi, tuttavia, fanno pensare che vi sia stata, comunque, una manipolazione.

Gli sconosciuti sono i beneficiari del racconto. In questo caso, ammesso che abbiano un qualche ruolo, l’amante di Rina Fort, Giuseppe Ricciardi, e quel “Carmelo” di cui l’assassina parla ma che non è mai stato individuato.

Non è necessario che vi sia un quarto livello. Il livello degli sconosciuti, sorta di “mandanti” di un delitto, è presente nei casi complessi.

E se tutto fosse andato com’è stato raccontato? Se Rina Fort avesse ucciso da sola, a Milano, in via San Gregorio 40, quel venerdì 29 novembre 1946?

Allora avremmo in lei una brava suggeritrice e un’efficiente narratrice. Lo dimostra il fatto che, ancora oggi, io che scrivo mi pongo la domanda: ma ha fatto tutto da sola?

Maurizio Corte
corte.media

Photo di copertina: Massimo Virgilio (Unsplash)

Canzone dell’anno 1950: “La raspa”. Canta: Nilla Pizzi

Video ricostruzione del delitto di via San Gregorio

Il caso “Rina Fort” su History Channel

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