NeraVintage / 8 gennaio 1950

Un uomo, un industriale di Lissone (oggi in provincia di Monza Brianza), Dante Scagnolari, di anni 63 e vedovo, uccide l’amante, Maria Tremolada, di anni 40 e madre di due bambini, “al culmine di una lite”.

La versione dell’uomo, che pur ferito riesce a parlare ai carabinieri che indagano sul caso, è semplice. Durante una lite, la donna avrebbe preso la pistola dell’industriale da un mobile e gli avrebbe sparato due colpi.

L’industriale, per difendersi, avrebbe quindi sparato due colpi all’amante, uccidendola.

Sembra tutto semplice. Tutto lineare. È un caso di legittima difesa. Ma è proprio così? Proviamo a vederci chiaro, in questa sezione NeraVintage del blog Il Biondino della Spider Rossa.

Un “femminicidio” nella Brianza Anni Cinquanta

Nei giorni in cui Rina Fort va a processo, a Milano, per avere ucciso la moglie e i tre figlioletti dell’amante, sui giornali compare la notizia di un “femminicidio”.

A quel tempo non si usava l’espressione femminicidio. Anzi, comunque andasse, la tendenza era quella di scaricare sulle donne le cause di un delitto. Lo dimostra un articolo uscito il 10 gennaio del 1950, sul quotidiano “La Stampa” di Torino.
Ecco la cronaca, con il linguaggio che si usava allora.

LA CRONACA DEL DELITTO

Ieri sera poco dopo le 22 una camera del villino «La polveriera» al n.15 di via Verdi a Lissone (nel Monzese), dove abita l’industriale Dante Scagnolari d’anni 63, che vi gestisce un piccolo stabilimento pirotecnico, è stata teatro di un’oscura tragedia passionale. Ferito da due colpi di rivoltella, sparatigli a bruciapelo da certa Maria Tremolada, d’anni 40, l’uomo riusciva a disarmarla e a ucciderla con la stessa arma.
Il sanguinoso episodio si è svolto fulmineamente ed è stato probabilmente l’epilogo di un lungo dissenso che teneva agitati i protagonisti. Da tempo fra i due si era stabilita una relazione amorosa (il marito della Tremolada, colto da alienazione mentale, essendo stato ricoverato al manicomio di San Colombano al Lambro e assegnato al reparto cronici).

L’industriale vedovo con una figlia, Angela, di anni 22, aveva conosciuto in passato una vera agiatezza, ma pare che attualmente si trovasse in condizioni critiche, al quale fatto non sarebbe estranea anche la Tremolada che in poco più di tre anni avrebbe fatto dilapidare all’amico un patrimonio di oltre 20 milioni.

Sembra anche che la donna facesse pressioni perché lo Scagnolari assicurasse un avvenire agiato ai suoi due figli, Carlo, di 17 anni, e Angela, di 14 anni.

L’industriale, rimasto a corto di mezzi, e costretto per far fronte a imprescindibili esigenze, a Ipotecare un edificio di sua proprietà, aveva deciso di troncare ogni rapporto con la Tremolada.

Ad ogni modo è certo che ieri sera la donna, come già spesso avveniva, si era recata a casa dell’amante. Fra i due si accese una violenta discussione presente la figlia dell’industriale; e nulla era trapelato che facesse temere una tragedia o che lasciasse intravedere l’addensarsi di simile uragano.

Rimasti poi soli, 1 due salirono al primo plano della villa. Ad un certo momento, la donna ebbe addirittura la sfrontatezza di chiedere dove lo Scagnolari tenesse la rivoltella, un’Astra di marca spagnola calibro 6,35.

Lungi dal sospettare nella donna una cosi drammatica decisione, egli rispose: «Nel comò».

Con tutta tranquillità la Tremolada s’impadronì dell’arma e poi iniziò una discussione che subito degenerò in un violento diverbio al termine del quale, come presa da delirio, mirò contro l’amante sparando due volte. I due proiettili raggiunsero il bersaglio, andando a conficcarsi nel cranio dello Scagnolari, uno nella regione orbitaria destra, l’altro alla mastoide.

Sebbene ferito quasi mortalmente, lo Scagnolari – che è un uomo alto e tarchiato e dotato di eccezionali risorse fisiche – trovò la forza di scagliarsi sulla donna riuscendo a disarmarla, ma siccome nuovamente, al pari di una furia, la Tremolada gli si era avventata contro col proposito di riprendersi la pistola, lo Scagnolari le sparò a bruciapelo due colpi che la fulminarono.

Poco dopo, richiamati dalle detonazioni, accorrevano alcuni vicini e la figlia dell’industriale. Fu provveduto all’immediato ricovero del ferito all’ospedale di Desio (sempre nel Monzese), ove è piantonato.

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Gli sviluppi del caso

Sono pochissimi gli articoli che ritornano sul caso, nei giorni possessivi. Sia sulla Stampa che sul Corriere della Sera (e le testate collegate).

Si viene tuttavia a sapere che, stando alla ricostruzione del caso, i colpi sparati alla donna, Maria Tremolada, dall’amante, Dante Scagnolari, sono stati esplosi da vicino. Un colpo ha addirittura colpito in piena fronte la donna. Un secondo l’ha raggiunta, quando era a terra, a un lato del cranio: una vera e propria esecuzione.

Gli stessi colpi che hanno colpito Scagnolari, oltre a non averlo ferito in modo grave, potrebbero essere stati esplosi dallo stesso ferito: vuoi per un tentativo di suicidio (ma quale suicida si spara due colpi?); vuoi per inscenare un tentato omicidio da parte della donna, che non c’è stato.

La realtà è che, appena ferito, l’uomo è stato in grado di dare la sua versione. E gli investigatori, come i giornali, hanno sposato quella versione.

Solo la perizia medico-legale sul corpo della donna, Maria Tremolada, pochi giorni dopo il delitto, ha consentito di rivedere la prima versione dei fatti, che la dava come possibile assassina; mentre l’uomo, Dante Scagnolari, si sarebbe difeso e quindi avrebbe invocato la legittima difesa.

L’uomo viene comunque portato in carcere, due settimane dopo il ricovero, con il sospetto che il delitto sia nato da una situazione diversa da quella che Scagnolari ha raccontato. E di lui, per tutto il 1950, i giornali non danno più notizia: non ci dicono se è stato prosciolto dalle accuse; oppure processato.

UN UOMO “SFORTUNATO”. LA COLPA È DELLA DONNA

In compenso, l’ultimo articolo – apparso il 25 gennaio sul Corriere della Sera – cerca di riabilitare, con un taglio di pietà e comprensione, quello che di fatto è l’assassino della donna.

Di Dante Scagnolari si dice, infatti, che ha avuto una vita sfortunata. L’industriale ha perso la moglie in uno scoppio avvenuto quattro anni prima nella fabbrica di fuochi d’artificio, accanto all’abitazione di famiglia; ha perso parecchi milioni di lire per colpa di un nipote che gli aveva proposto un investimento commerciale in articoli da cucina, poi finito male; e la fabbrica di fuochi d’artificio non va bene da tempo.

In compenso, Dante Scagnolari ha trovato sulla sua strada una donna che, a fronte di una ipoteca dei beni dell’industriale, gli ha dato i soldi per saldare i debiti causati dal nipote.

Purtroppo per lui, ci dice la cronaca del Corriere della Sera, il rapporto con questa donna salvatrice – con cui vi erano progetti di matrimonio – è saltato, mettendolo in difficoltà finanziarie, a causa di Maria Tremolata.

Quest’ultima, che abitava vicino alla casa di Scagnolari, da governante era diventata amante; e pretendeva che la relazione con l’uomo continuasse, facendo saltare il rapporto di questi con l’altra donna. In tutti questi eventi, la cronaca del Corriere della Sera vedono le “premesse” e la “preparazione psicologica” del delitto.

Insomma, i giornali ci dicono che la vittima, Maria, è la causa di tutto. E che il “povero” Dante Scagnolari, uomo sfortunato, ha ucciso per difendersi.

L’ha fatto, è bene ricordarlo, con due colpi di pistola: uno alla fronte dell’amante e uno al lato del cranio, che sono propri di un’esecuzione.

Il secondo colpo di pistola è stato sparato quando la donna era a terra, ferita gravemente (o forse già morta) dal primo colpo alla fronte.

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NeraVintage. Analisi dei giornali sul delitto di Lissone

Possiamo notare, già leggendo l’articolo che è possibile trovare sull’Archivio Storico del quotidiano La Stampa (con data 10 gennaio 1950), il taglio che l’autore del testo dà al racconto.

La versione è solo quella dell’uomo ferito, l’industriale Dante Scagnolari. Non vi è alcuna forma dubitativa in proposito.

Non solo. Al contrario di quanto accadeva (e accade) ai giornali statunitensi, ad esempio, non si dice che il racconto è frutto della ricostruzione dei carabinieri, degli inquirenti insomma.

Gli inquirenti sono “una parte”. Non sono la verità rivelata; né il loro raccontare è frutto di un dibattito a più voci.

In questo modo, quanto viene scritto, appare come “obiettivo”. Appare come un dato di fatto, senza alcun dubbio; e senza l’avvertenza che si tratta di una prima ricostruzione tutta da verificare.

Nel caso del delitto di Lissone, abbiamo una ricostruzione dell’omicidio di Maria Tremolada messa in piedi tutta dall’uomo che le ha sparato, Dante Scagnolari.

Soltanto l’autopsia ci consente, qualche giorno dopo l’assassinio, di capire che la donna è stata uccisa in un’esecuzione vera e propria: un colpo in fronte, con la pallottola che è entrata per 10 centimetri dalla fronte nel cranio; e un secondo colpo con la donna distesa a terra, probabilmente morta o agonizzante.

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L’omicidio raccontato e messo in pagina

Ci troviamo di fronte a un “racconto”, quindi. Le notizie, del resto, sono racconti e sono frutto di storytelling, anche se nel gennaio del 1950 non si usava quest’espressione di origine americana.

Lo storytelling prevede una certa situazione, che viene interrotta da un accadimento che la cambia. Abbiamo poi uno sviluppo, un culmine e infine la risoluzione.

La situazione che ci presenta l’articolo del quotidiano La Stampa è quella di un litigio tra due amanti, l’industriale di 63 anni e l’amante di 40 anni. 

L’incidente scatenante che interrompe, cambiandola, la situazione è la lite tra i due amanti.

Lo sviluppo è dato dal racconto della donna che chiede all’industriale dove tenga  la pistola. Dopo di che, lei prende la pistola, mentre la lite diventa furibonda.

Il culmine lo si raggiunge con i colpi che Maria Tremolada esplode (così ci dice Dante Scagnolari).

L’uomo reagisce e le spara due colpi di pistola. La morte di lei riporta la quiete. E scattano i soccorsi all’industriale ferito.

LA DIPENDENZA DEI GIORNALISTI DALLE FONTI

Questo modo di raccontare, rende la lettura accattivante, coinvolgente, interessante come un romanzo thriller.

Non veniamo avvisati del fatto che non vi è nulla di obiettivo. E che tutto è frutto dell’invenzione degli investigatori, che si basano su quanto l’uomo ferito ha detto loro; senza ancora i riscontri oggettivi della Medicina Legale.

Abbiamo, anche nella cronaca giornalistica di questo delitto, una decisa dipendenza dei giornalisti dalle fonti. In questo caso, dai carabinieri.

Italia Anni Cinquanta - Photo Social-History-Archive-OPAMbCedcrQ-Unsplash

L’affresco di un’epoca dietro il delitto

Ogni fatto si colloca, come sappiamo, in un contesto: politico, sociale, culturale.

Non sfuggono alla “regola del contesto” neppure i fatti di cronaca nera.

In questo caso, come in altri, è più corretto – a dire il vero – parlare del “racconto” di un fatto di cronaca nera.

Dobbiamo, insomma, tener presente ogni volta che stiamo ragionando su quanto ci viene raccontato; non sulla verità sostanziale dei fatti.

Cosa ci comunica, da parte sua, il “contesto”? 

Siamo nel 1950, a gennaio. Sono passati quattro anni e mezzo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Abbiamo una donna, Maria, con due figlioletti (maschio e femmina) in tenera età, che va a lavorare a casa dell’industriale, per mantenere la famiglia.

L’industriale, Dante, è vedovo. La sua fabbrica di fuochi d’artificio, veniamo a sapere, non va come dovrebbe: il boom economico non è ancora iniziato, anche se l’Italia sta cercando di rialzare la testa.

La mentalità del tempo non vede bene, anche se siamo in Brianza e non in qualche paesino sperduto del Sud, la relazione tra un uomo e una donna che hanno rapporti sessuali senza essere sposati.

Diventa, allora, facile far credere a lettori e lettrici che la donna, Maria, di 40 anni, governante, è l’amante di un uomo, Dante, 63 anni, industriale, per spillargli i soldi.

Non può esservi un rapporto d’amore, tra i due. A prevalere è l’interesse economico di lei. Mentre in lui vediamo un anziano vedovo che si fa turlupinare dalla donna più giovane di lui di 23 anni.

Peccato che Dante, l’uomo capace di farsi abbindolare, sia anche un preciso killer nello sparare alla donna: un colpo in fronte, dritto senza tentennamenti; e un secondo colpo mentre lei è a terra, agonizzante o forse addirittura già deceduta.

IL RUOLO DELLA DONNA NELL’ITALIA ANNI 50

Il contesto politico e culturale – con il ruolo della donna ben rappresentato nel film di Paola Cortellesi, C’è ancora domani  – porta con facilità a credere che si tratti di legittima difesa.

La colpa è della donna, che vive in un’epoca dove sta in un piano inferiore rispetto ai maschi: un piano inferiore sia a livello economico (stipendi più bassi), sia a livello gerarchico nella scala sociale, sia a livello di considerazione sul piano dei diritti.

Il contesto culturale di quel gennaio del 1950 porta sia i giornalisti che scrivono, sia chi legge, a ritenere la fonte maschile autorevole.

Un’eventuale fonte femminile, lo vediamo anche nel caso giudiziario di Rina Fort, conta meno. Quando una donna parla, ha una credibilità inferiore a quella di un maschio.

Una donna, poi, si porta dietro una certa visione del ruolo femminile: è madre e non deve essere amante; è materna e in quanto tale non deve uccidere, per cui se lo fa è contro natura; è considerata bugiarda, perché anche la letteratura popolare ci dice che a mentire sono soprattutto le donne.

Il contesto politico del 1950, vede l’autorità – a cominciare dai carabinieri – come fonte di racconti obiettivi, veritieri e credibili.

Ci vorrà Tommaso Besozzi, nel luglio del 1950 sul settimanale L’Europeo, per trovare in un giornalista il coraggio di smentire un racconto dei carabinieri.

Del resto, i cronisti di “nera” dipendono da polizia e carabinieri, nel raccogliere informazioni che diventano notizie raccontate alla macchina da scrivere. 

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Femminicidio: il significato di un fatto di cronaca nera

Ogni notizia ci dice qualcosa in più di quanto racconta, come cerco di spiegare nella sezione MediaKiller di questo blog, dedicata alla logica dei media.

Ci sono alcuni strumenti che possiamo utilizzare per leggere in controluce gli articoli di giornale (come i servizi radio, tv e sul web):

  • il linguaggio usato dai media;
  • la scelta degli argomenti da parte dei media;
  • il “frame” (la cornice culturale e valoriale) dei media;
  • i giudizi espressi dai media;
  • il rapporto dei media con le fonti

Sono strumenti che anche una lettrice e un lettore che non sono specializzati nei media studies possono applicare.

Basta fare attenzione all’uso del linguaggio, a quali argomenti e temi vengono trattati al posto di altri, all’interpretazione che viene data agli eventi, ai giudizi che – in via diretta o indiretta – sono espressi da chi scrive, alle fonti a cui attingono i giornalisti.

Nel caso del delitto di Lissone, a gennaio 1950, siamo di fronte a quello che oggi chiamiamo “femminicidio”. Al di là della cause e di ciò che davvero è accaduto, abbiamo un uomo, Dante Scagnolari, 63 anni, che uccide di proposito l’amante, Maria Tremolada, in quanto donna.

Le ha sparato dritto in fronte. E ha esploso un secondo colpo di pistola con la donna a terra, mirando alla testa. Non sono colpi partiti per caso; piuttosto che nel mezzo di una colluttazione.

Dante Scagnolari è rimasto ferito. Gli sono tuttavia bastati quindici giorni di ospedale (e allora le degenze erano molto lunghe, rispetto a oggi, prima di dimettere un paziente) per guarire.

Questi sono dati di fatto. Ebbene, quali sono le fonti a cui si rifanno – peraltro senza citarle – i cronisti di nera? I carabinieri. E da dove prendono il dati i carabinieri? Dall’uomo che ha ucciso.

LINGUAGGIO, ARGOMENTI E GIUDIZI DEI MEDIA

Quanto alla scelta degli argomenti, le cronache del delitto puntano diritto sui soldi che la donna avrebbe ottenuto dall’amante. Anche qui, la fonte è l’assassino.

La cornice interpretativa, quindi, è quella di un delitto frutto di un alterco causato dalla donna, una semplice governante, che spillava soldi allo sfortunato e vedovo imprenditore.

Il linguaggio scelto evita ogni riferimento all’industriale come a un possibile assassino. 

Il giudizio dei giornali – a cui lettori e lettrici attingono senza alternative – è evidente: abbiamo un omicidio frutto di una lite, in cui un povero industriale vedovo è stato costretto a difendersi a causa dell’aggressività di una donna, l’amante, che gli voleva spillare altri soldi. E che non accettava la fine della relazione.

In questo giudizio troviamo lo specchio, come scrivevo più sopra, di un certo contesto culturale: un contesto entro cui la figura femminile ha meno diritti, meno credibilità e meno reputazione di quella maschile.

Maurizio Corte
corte.media

Photo di copertina: Massimo Virgilio (Unsplash)

Canzone dell’anno 1950: “Borgo Antico”. Canta: Claudio Villa

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