NeraVintage / 3 gennaio 1950

L’anno 1950 ha inizio a Roma e sui maggiori quotidiani italiani con la notizia della soluzione di un caso di miseria, odi familiari e sogni d’amore infranti.

È il 3 gennaio 1950 – mentre l’Italia intera si sta ancora leccando le ferite della seconda guerra mondiale – quando sui giornali compare la verità sulla morte misteriosa, a inizio dicembre 1949, a Roma, di un giovane calzolaio di origini pugliesi.

Vediamo la cronaca riportata da un giornale del tempo, in questa sezione di NeraVintage, che si occupa di delitti degli Anni Cinquanta, Sessanta e Settanta.

Cronaca di morte e d’amore nella Roma di fine Anni Quaranta

Era la mattina del 29 dicembre 1949, un sabato, quando Felice Colonna, 26 anni, calzolaio doveva coronare il suo sogno d’amore, sposando la giovane Maria Canù.

Il matrimonio era stato fissato da tempo. Gli inviti erano stati spediti e i parenti delle zone d’origine dei due innamorati (la provincia di Bari) avevano programmato per tempo l’arrivo a Roma per le nozze.

Quel mattino del 29 dicembre, dalle gelide acque del Tevere, in territorio di Fiumicino, alcuni pescatori tiravano invece a riva il suo cadavere. Felice era morto.

Il suo corpo senza vita era venuto alla luce proprio lo stesso giorno – sabato 29 dicembre 1949 – in cui sarebbe dovuto essere felice con la sua giovane sposa Maria.

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2 DICEMBRE 1949. STRANA SPARIZIONE DI UN CALZOLAIO

Felice Colonna era scomparso misteriosamente nella notte del 2 dicembre del 1949.

Alla Questura di Roma era stata depositata una angosciata denuncia da parte del fratello Vito, che viveva con lui nel retrobottega del piccolo laboratorio da calzolai di via della Pace, a Roma.

Fu lo stesso Vito In lacrime che accompagnato dalla disperata Maria, firmava il verbale di riconoscimento.

Suicidio o disgrazia? Questo il dilemma che si pose il commissario Cammelli.

La prima tesi venne però subito scartata. Non ci si butta nel fiume quando gli affari vanno bene, si è in ottima salute, si sta per prendere moglie e in tasca si hanno 27 mila lire e una lettera da imbucare nella quale si parla di cose serene e modeste come la propria vita.

Disgrazia? La domanda viene spontanea. Ma poi ne succede un’altra: come si fa a cadere nel Tevere dall’alto dei muraglioni o dalle spallette di un ponte se non si è ubriachi? E senza che nessuno veda, né oda un urlo?

Si può poi cadere nel Tevere senza tentare di svincolarsi almeno dal cappotto, trovato indosso a Felice? Un cappotto perfettamente abbottonato e con la sciarpa di lana al collo?

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LE INDAGINI DEL COMMISSARIO

Il commissario volle risalire alle prime dichiarazioni fatte dal fratello Vito, più giovane di sei anni rispetto alla vittima; e dai conoscenti al momento della denuncia di scomparsa del colonna.

Il commissario della Questura di Roma riuscì così a ricostruire, per quanto possibile, cosa era accaduto la notte sul 3 dicembre 1949, quando il calzolaio era scomparso. Era un sabato sera, lo stesso giorno della settimana del ritrovamento del corpo del giovane sfortunato.

Su un particolare si soffermò il commissario: il fratello Vito era stato trovato rinchiuso, dopo due giorni dalla scomparsa di Felice, nella calzoleria. Ed era stato liberato da quella involontaria prigione da alcuni vicini accorsi alle sue grida.

Tra la saracinesca e la porta del negozio c’era un biglietto: “Caro Vito, ci rivedremo fra due giorni”. Il che voleva d’re che il morto aveva chiuso da sé il negozio quando se n’era andato per non più tornare; quindi doveva avere in tasca la chiave.

Il commissario dottor Cammelli, dopo aver analizzato i dettagli e con in testa una certa ipotesi, richiamò il fratello del calzolaio, Vito, e lo sottopose a stringente interrogatorio.

Fiume Tevere - Delitto - Roma - gennaio 1950

STORIA FAMILIARE DI FAME, ODIO E MISERIA

Ne venne fuori tutta una storia di fame e di miseria. Cos’era successo? Felice Colonna, sette anni or sono, quando aveva 22 anni, era venuto a Roma dal natio paese di Noci, in provincia di Bari.

Felice era in cerca di fortuna a Roma, perché apparteneva a una numerosa famiglia di braccianti agricoli troppo spesso disoccupati.

Il giovane aveva fatto un po’ di fortuna e aveva aperto un negozio abbastanza redditizio da calzolaio. Di carattere un po’ chiuso, pure mandando denaro alla famiglia, Felice Colonna aveva tenuto di malavoglia a Roma una sorella di 18 anni, finché non l’aveva rispedita alla famiglia.

Poi era venuto in città Vito, sperando di poterlo aiutare nel lavoro. Ma fra i due fratelli le liti erano frequenti: specialmente nel novembre del 1949, quando Felice Colonna voleva convincere Vito a tornarsene a casa, dato che si doveva sposare.

Il commissario Cammelli, appresa questa storia che precedeva la morte di Felice, sottopose il fratello Vito a continui interrogatori. Andò avanti per due giorni e due notti, notato qualche lieve contraddizione che suscitò i sospetti dell’investigatore.

Nella notte di Capodanno, il crollo. Vito Colonna confessò e, con cinismo, narrò tutto.

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LA CONFESSIONE DELL’OMICIDIO

Vito era uscito a sera tardi, sabato 2 dicembre 1949, con il fratello Felice, per discutere. Nella sua mente, Vito aveva il desiderio di impossessarsi della piccola azienda del fratello Felice.

A un certo momento, mentre transitavano sul ponte Sisto, Vito afferrò per il bavero del cappotto Felice e nella breve colluttazione questi si trovò addossato alla spalletta del fiume Tevere.

Per liberarsi dalla stretta, il calzolaio Felice Colonna alzò le gambe per respingere il fratello assalitore.

L’attimo gli fu fatale: il fratello Vito l’afferrò per le estremità e lo rovesciò nei gorghi del fiume. Un tonfo, senza nessun grido, dato che un pugno aveva stordito il disgraziato, e poi più nulla.

Il corpo di Felice Colonna, 29 anni e futuro sposo, era finito nelle acque fredde del Tevere.

Vito tornò allora a casa. Pregò un passante di abbassare la saracinesca del laboratorio di calzolaio del fratello; e di fare scattare il lucchetto, dato che aveva dimenticato la chiave.

Dopo due giorni, Vito inscenò la commedia dell’essere stato chiuso dentro la calzoleria. Scrisse persino al padre affermando di ritenere che Felice si fosse recato in Alta Italia per cercare fortuna.

Credeva — affermò Vito Colonna — di avere compiuto un delitto perfetto.

“Ma nessun delitto riesce mai perfetto”, chiosano i giornali del tempo. “Ora l’attende l’ergastolo; e Vito non ha che 23 anni”.

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NeraVintage. Analisi dei giornali sul delitto del calzolaio

Le cronache del delitto del calzolaio Felice Colonna, come possiamo vedere dal testo che ho pubblicato qui sopra, risentono della lingua italiana e della tecnica giornalistica del periodo in cui avviene il delitto.

Siamo nell’Italia che si affaccia sugli Anni Cinquanta. Sono passati meno di cinque anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. E dalla caduta del fascismo.

I giornali quotidiani escono con poche pagine. Il boom economico, e con esso le materie prime disponibili e la pubblicità che paga i giornali, è ancora da venire.

L’Italia rurale, come sempre avviene nelle crisi economiche, cerca lavoro e opportunità in città. Per chi abita nella provincia pugliese, come la sfortunata vittima di questo delitto, non resta che una meta: Roma, la Capitale.

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IL RACCONTO MESSO IN PAGINA

La narrazione sulla cronaca nera, a inizio Anni Cinquanta, non ha ancora la presa e l’interesse che monteranno sui giornali – rotocalchi in testa – negli anni a venire. 

La notizia del delitto del calzolaio trova spazio, sul quotidiano torinese La Stampa, ad esempio, solo a metà pagina.

Il titolo, letto con gli occhi del cronista di oggi, è addirittura sbagliato tecnicamente.

La “notizia” – ovvero il racconto di quanto accaduto, basato sugli elementi più importanti e originali – non sta nel fatto che un fratello abbia gettato un suo famigliare nel fiume.

L’aggressione è peraltro avvenuta all’inizio di dicembre del 1949. Mentre la notizia della soluzione del caso è sui giornali il 3 gennaio del 1950, proprio all’inizio del nuovo anno.

Un titolo corretto sarebbe potuto essere: “È il fratello l’assassino / del calzolaio trovato nel Tevere”.

L’occhiello sarebbe dovuto essere più preciso. Tutti i delitti sono “orrendi”. Non c’è alcun delitto bello, simpatico, affascinante.

L’occhiello lo si poteva scrivere in questo modo: “Odio familiare e interessi di denaro alla base del delitto”

È tuttavia facile correggere i titoli di oltre settant’anni fa, con uno stile linguistico che oggi è assai diverso da quello in uso nei giornali del 1950.

Dalla lettura della cronaca di questo delitto, possiamo notare come il testo dell’articolo sul delitto del calzolaio Felice Colonna assomigli più a un “tema” che a una composizione giornalistica.

La regola giornalistica ci dice, infatti, che entro le prime righe di un articolo dobbiamo avere la notizia.

La notizia – voglio ricordarlo – è quel racconto di un fatto, evento o situazione che merita di essere portato all’attenzione di chi legge.

La notizia, in questo caso, è che il corpo senza vita di un calzolaio di 29 anni – trovato a fine anno 1949 sul fiume Tevere – è di un giovane assassinato dal fratello. E che l’omicidio è stato causato da motivi di interesse economico; e alimentato da rancori e rivalità familiari.

A rendere la storia toccante, coinvolgente e potente è poi il fatto che il corpo del povero calzolaio, Felice Colonna, è stato trovato sul fiume proprio lo stesso giorno (29 dicembre 1949) in cui il giovane si doveva sposare.

Triste coincidenza, dobbiamo ammetterlo.

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L’AFFRESCO DI UN’EPOCA

Trovo la cronaca nera interessante solo nel momento in cui racconta un’epoca. Solo nel momento in cui la cronaca diventa ritratto di costume. Soltanto quando le cronache di “nera” vanno oltre la mera somma delle nostre umane cattiverie.

Il delitto di cui è rimasto vittima il povero Felice Colonna, 29 anni, che doveva sposare la fidanzata Maria il 29 dicembre del 1949, racconta molto dell’Italia di quel tempo.

Il calzolaio Felice è un giovane che viene da una famiglia povera, contadina, ben lontana dai ritmi e dalle relazioni di una grande città come Roma.

Pur partendo dal piccolo comune pugliese di Noci, in provincia di Bari, Felice Colonna è riuscito a metter su un proprio laboratorio di calzolaio. E l’attività rende.

Mi ricorda, in questo, mio padre Walter Corte (classe 1928) che più o meno alla stessa età di Felice mette in piedi la sua autofficina. E costruisce il proprio futuro, a Verona.

Il segreto, del resto, è sempre lo stesso. Ovvero, saper mettere a frutto i propri talenti: come meccanico, come calzolaio, come giovane professionista, non conta l’ambito. E offrire quei talenti alle necessità degli altri.

Chi non ha bisogno di risuolare le scarpe in un’Italia che è uscita dalla guerra e vive in ristrettezze economiche? Chi non ha bisogno di un meccanico d’auto, nel mentre percorre con la propria macchina le strade per ordinare e proporre prodotti?

È su quella gioventù – fatta di uomini e di donne – che l’Italia costruisce il proprio futuro.

È anche a quella gioventù che dobbiamo quanto oggi diamo per scontato: le scarpe da tempo libero, piuttosto che l’auto o la moto oppure il computer.

I giornali che raccontano il delitto del calzolaio a Roma non hanno ancora né la competenza, né l’interesse per interpretare le notizie di cronaca nera.

Ci hanno tuttavia lasciato, pur nel racconto scarno e appiattito sui verbali della polizia, un piccolo patrimonio di storie, di persone, di intrecci e destini.

Il delitto del calzolaio Felice Colonna, a Roma a fine 1949, e la narrazione fatta dai quotidiani del tempo ci dipingono, così, un pezzo d’Italia.

È un’Italia che, pure nella cronaca nera, mostra i suoi tratti sociali. È un’Italia dove – nonostante i lutti recenti della guerra – non manca la voglia di riscatto, non manca la battaglia per emanciparsi da miseria ed emarginazione. E dove, purtroppo, non manca il delitto.

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LA DIPENDENZA DEI GIORNALISTI DALLE FONTI UFFICIALI

Il racconto sui giornali della triste vicenda del calzolaio pugliese, Felice Colonna, che ha fatto fortuna a Roma, ci mostra come siamo noi a dover cercare l’affresco sociale dietro le notizie.

Non c’è un interesse dei giornalisti del tempo nel raccontare, grazie alla cronaca nera, un’epoca, una situazione politica, una condizione sociale piuttosto che economica.

La motivazione di questo sta nella storia del giornalismo italiano e nella formazione dei giornalisti in Italia. Pochi hanno la passione per l’inchiesta. Quasi tutti i giornalisti scelgono, invece, un approccio para-letterario.

I giornalisti hanno la passione per il bello scrivere, per le storie “che si fanno leggere”. Non importa se le fonti sono interessate, ufficiali, legate al Potere.

Nel resoconto del delitto familiare dei due fratelli calzolai c’è la volontà di mostrare quanto è stato bravo il commissario di polizia, più che la volontà di rappresentare un’epoca, un contesto sociale, delle relazioni familiari.

Mi viene in mente cosa mi successe quando, a un cronista de L’Unità (quotidiano comunista), della redazione di Genova, posi una domanda.

Nel 2014 lo avevo intervistato, via email e poi al telefono, sul caso di Milena Sutter e di Lorenzo Bozano, di cui si occupa una sezione di questo blog.

La vicenda Sutter-Bozano è del 1971, a Genova. Quel giornalista l’aveva seguita – come cronista di nera e giudiziaria – per un giornale comunista. Gli chiesi: “Hai provato a dare una lettura marxista (o, meglio, marxiana, da sinistra) al caso?”.

Il giornalista de L’Unità si mise a ridere, al telefono. Dovevo aver detto una castroneria, dal suo punto di vista.

Da un giornalista di sinistra mi sarei aspettato una cronaca nera fatta in un modo differente, rispetto agli altri giornali. Altrimenti, a cosa serve aver letto Karl Marx e la sua critica della società capitalistica, se non ci si differenzia nell’analisi dei fatti sociali?

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DELITTI, FATTI SOCIALI E CRONACA NERA

Il delitto è un fatto sociale. E come tale merita di essere letto, compreso e interpretato.

Il caso del calzolaio Felice Colonna, che in questa sezione di NeraVintage ho voluto analizzare, ne è una dimostrazione.

Oltre la violenza di spingere nel fiume un proprio fratello, oltre i disegni criminosi di subentrarne nell’attività florida, ci sono altre sfaccettature umane e sociali che meritano la nostra attenzione.

Come fa notare il professor David Canter, padre della Psicologia Investigativa che ho avuto l’onore di intervistare nel dicembre del 2011, all’Università di Huddersfield, noi umani uccidiamo, rubiamo e usiamo violenza così come amiamo, lavoriamo e ci comportiamo nel tempo libero.

Tranne rari casi di psicopatici, ci dice Canter, i criminali non sono “mostri”. I criminali non sono extra-umani, esseri deformi e impenetrabili. I criminali sono persone che violano regole.

Nel violare le regole, i criminali – come tutti noi nelle nostre azioni quotidiane – rivelano le proprie interne narrazioni, le proprie abitudini e appartenenze.

Vista in questo modo, ecco che la cronaca nera supera la mera soglia dell’intrattenimento macabro.

Letta, grazie anche ai giornali, in modo critico, la cronaca nera diventa strumento di conoscenza, di riflessione e l’occasione per migliorarci come persone.

Maurizio Corte
corte.media

Photo di copertina: Massimo Virgilio (Unsplash)

Canzone dell’anno 1950: “Autunno”. Canta: Elena Beltrami

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