Diario di Bordo – Capitolo Primo

La vicenda ha inizio con Milena, 13 anni, rapita il 6 maggio 1971, a Genova. Poi la storia si fa diversa.

Quando penso al caso di Milena Sutter – ufficialmente rapita e uccisa a Genova il 6 maggio del 1971 – c’è un’immagine che mi viene subito in mente: la sedia dov’ero seduto e il tavolo di ciliegio davanti a me in una sabato mattina d’agosto.

Siamo in Valpolicella, terra di vini pregiati, e con i miei genitori e mia sorella abitavo nella casa che avevamo fatto costruire di recente. Attorno lo sguardo si posava, oltre le rare case, sui vigneti e sugli alberi da frutto.

Era un sabato mattina d’agosto del 1971. Sentii il pony nitrire nella piccola stalla che avevamo sul retro, accanto all’orto.

Aprii il rotocalco Gente che mia madre Maria era solita comprare. Mi rivedo immerso nella lettura del memoriale di Lorenzo Bozano, soprannominato “il biondino della spider rossa”.

Il caldo dell’estate era pacificato dalla pianta di betulle che avevamo nel giardino, a oriente. Mentre di fronte la finestra era socchiusa e le tende tirate.

Il rapimento e l’omicidio di Milena, 13 anni, ci avevano impressionati tutti. Il cognome Sutter era noto a tutti gli italiani: l’azienda di cera per i pavimenti faceva pubblicità a Carosello, sul primo canale della Rai. 

Il rotocalco Gente pubblicava, a puntate, il memoriale di Lorenzo Bozano. Dal carcere il “biondino della spider rossa” – che biondino non era affatto – raccontava la sua versione dei fatti. 

La scrittura era scorrevole. Accattivante. Ti coinvolgeva. Mi renderò conto, anni dopo, che Lorenzo era un grande narratore, oltre che un eccellente scrittore di testi, nonostante nel 1971 avesse soltanto la terza media.

Alla fine della lettura mi dissi che Bozano doveva essere uno di quelli che hanno la passione per le ragazzine. Al suo ruolo di assassino, tuttavia, facevo fatica a credere.

Tipi da festina e balletti verdi

I tipi come Lorenzo Bozano (25 anni nel maggio del 1971) li conoscevo bene. Nel 1971, quando vi fu il caso di Milena Sutter frequentavo la terza media. Avevo 14 anni, un anno in più di Milena. Lei era nata a fine gennaio del 1958 e doveva aver cominciato la scuola prima di compiere i sei anni; io ero nato all’inizio di febbraio del 1957.

La mia scuola media, la Cesare Battisti, si trovava nel quartiere borghese di Ponte Crencano, a Verona. Con la mia famiglia avevo abitato, sino al 1969, nella parte più popolare di quel quartiere.

Nell’estate del 1969 ci eravamo trasferiti nella nuova casa di campagna a Negrar di Valpolicella, tuttavia avevo continuato a frequentare le medie a Ponte Crencano.

Fuori della scuola media Cesare Battisti le ragazze più carine erano attese da qualche ragazzo in automobile. Ci furono addirittura due giovani che si piazzavano con il furgone in attesa di abbordare le studentesse. 

I giovani – intorno ai vent’anni – avevano una marcia in più, rispetto a noi ragazzini di terza media. Mi ricordavano il figlio di un imprenditore che si scarrozzava le ragazze nel romanzo Peyton Place

Loro avevano l’età, il fascino e l’automobile dalla loro parte. Noi solo la goffaggine e i brufoli degli adolescenti.

Un paio d’anni più tardi, nel 1973, alle festine che si facevano il sabato pomeriggio in casa – con balli e musica rigorosamente al buio – quelle ragazze abbordate dai ventenni in automobile a noi concedevano al massimo un bacio, quando andava bene.

Girava voce – ma non ne ho avuto conferma – che vi fossero altre feste e altri giri di ballo, con i ragazzi più grandi, rispetto alle nostre festine innocenti. Non eravamo ai “balletti verdi” di uno scandalo scoppiato in quegli anni, ma ci andavano vicino.

La raccomandazione che i genitori ci davano allora era di due tipi: la prima di non accettare caramelle dagli sconosciuti; la seconda di non farci ammaliare da qualche signore anziano, magari zoppicante, che voleva portarci da qualche parte.

Solo anni dopo compresi che le caramelle degli sconosciuti stavano per le dosi di droga che qualcuno ti poteva rifilare, magari senza che tu lo sapessi. E che l’anziano zoppicante era di fatto un pedofilo.

La pedofilia, purtroppo, è sempre esistita. La diffusione della droga – anche nella Verona che sarà poi chiamata “Bangkok d’Occidente” – vedeva in quegli anni, tra la fine degli Anni Sessanta e l’inizio degli Anni Settanta, la sua diffusione massiccia.

Siamo nel periodo dell’Operazione Blue Moon. Non c’è prova provata che l’Operazione Blue Moon sia davvero esistita. Ma un alto ufficiale dei Carabinieri proprio di recente mi ha fatto notare che i conflitti hanno sempre portato con sé l’uso massiccio della droga. 

In quel 1971 eravamo in piena Guerra del Vietnam. E la droga, lo sappiamo, di sicuro girava negli ambienti militari che facevano la guerra: gli Stati Uniti, ad esempio.

La domanda: “Chi è davvero Lorenzo Bozano?”

Posi il rotocalco Gente e mi chiesi chi potesse essere per davvero Lorenzo Bozano. Non aveva l’avvenenza, il fascino e il look dei bei giovani con automobile che sfilavano le ragazze a noi ragazzini delle medie e dei primissimi anni di liceo.

Bozano assomigliava più al magazziniere dell’azienda dove d’estate, durante il liceo, andavo a lavorare per prendere qualcosa. E perché sia mio padre Walter, eccellente meccanico d’auto innamorato dell’Alfa Romeo e della Mercedes, sia mia madre Maria, sua collaboratrice, trovavano inconcepibile che da ragazzini si potesse oziare nei torridi giorni d’agosto.

Insomma, Lorenzo Bozano era – dal mio punto di vista – un “giovane vecchio”. Pareva avere più dei 25 anni che pure aveva, come dimostrano le foto del tempo. 

Bozano aveva poi un look da trentenne, che negli Anni Settanta era un’età paragonabile ai nostri 45-50 anni. Come poi dirà un’interessante testimone, le ragazzine carine non si sarebbero mai fatte scarrozzare da un “vecchio” come Lorenzo Bozano.

Lasciato il rotocalco sulla sedia accanto alla mia, perché potesse leggerlo mamma nei rari momenti di riposo che si concedeva, archiviai quei miei pensieri su di lui.

Seguii da distante la sua vicenda. Il rapimento e omicidio di Milena Sutter (storia che oggi contesto sul piano fattuale, scientifico e della logica) era avvenuto a Genova, il giovedì 6 maggio del 1971.

Genova sarebbe diventata un po’ la mia seconda città. Ci passai un paio di estati, a metà Anni Settanta, grazie al mio compagno di banco al liceo, Stefano, che vi era nato e che alla Ruta, sopra Camogli, aveva una casa dal panorama mozzafiato.

A Genova lavorai per la società editoriale di cui curavo le pubblicazioni a carattere turistico, nel biennio 1991-1992. Fu in quel periodo, in occasione dei festeggiamenti per i 500 anni dalla scoperta dell’America, che conobbi Gustavo Gamalero, l’avvocato dei Sutter.

Ricordo quando – era la primavera del 1992 – gli chiesi, durante un colloquio per conto della società per cui lavoravo, cosa pensasse di Lorenzo Bozano. Mi rispose gelido: “Bozano è in galera. Ed è bene che lì resti”.

L’ultima eco della vicenda di Milena Sutter e della vicenda di Lorenzo Bozano – perché le storie sono due – risale al 1996. 

Abitavo in centro a Verona, in un palazzotto di inizio Novecento, in pieno Foro Romano, a trenta passi da Piazza delle Erbe e a forse 150 metri dal balcone di Giulietta. 

Una sera – alla trasmissione I Grandi Processi – i giornalisti Sandro Curzi e Franca Leosini raccontano la storia di Milena Sutter e di Lorenzo Bozano. Il rapimento. L’omicidio. I dubbi sul caso. Le proteste di innocenza del cosiddetto “biondino della spider rossa”, condannato all’ergastolo.

In cantina, da qualche parte, ho ancora la cassetta Vhs con la registrazione di quel programma, che andava in diretta, in prima serata, su RaiUno.

Sarebbero passati molti anni prima che tornassi a interessarmi, stavolta come giornalista e come studioso, delle vicende di Milena e di Lorenzo.

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La svolta avviene una mattina di primavera del 2010, all’Università degli Studi di Verona. Una mia brava studentessa, al corso che ancora oggi tengo di Giornalismo Interculturale e Multimedialità, mi ferma dopo la lezione.

Laura, così si chiama quella studentessa oggi una giovane professionista, mi prende da parte e mi dice: “Professore, vorrei discutere la mia tesi di laurea magistrale con lei”.

Laura era una studentessa attenta, silenziosa, sempre presente a lezione. Mi dava l’idea del topo da biblioteca, di chi ama fare ricerca e capire. Insomma, la laureanda ideale.

“E su quale argomento vorresti discutere la tesi?”, chiesi io, interessato. “La tesi triennale l’ho fatta su tre delitti, fra cui quello di Rina Fort. Vorrei fare una tesi di cronaca nera”.

Mi irrigidii subito. Conoscevo abbastanza bene il caso di Rina Fort, dato che ogni giornalista i casi famosi di nera li deve almeno aver sentiti. A casa mia, poi, tra mia madre Maria e mio padre Walter facevano a gara a ricordare i delitti più feroci del secondo dopoguerra, quando erano giovani entrambi.

Cronaca nera? No, grazie

Della cronaca nera non mi fregava nulla, tuttavia. Nel 2010, mentre insegnavo come professore a contratto all’Università degli Studi di Verona, ero al quotidiano L’Arena, alla redazione Interni-Esteri, e mi occupavo della pagina degli Esteri.

Ero come il filosofo Montesquieu: viaggiavo per il mondo stando seduto alla mia scrivania. Nella mia testa c’erano il Medio Oriente, le elezioni americane, il Chile dove è nata mia figlia Stefani. C’era la mia ricerca universitaria su “media e immigrazione” che mi aveva dato tante soddisfazioni in ambito accademico.

“Mi spiace, Laura, ma la cronaca nera non mi interessa”, tagliai corto. Le ultime parole famose…

Non sapevo che di lì a qualche giorno proprio la “nera”, come la “giudiziaria”, sarebbe diventata uno dei due campi di ricerca e di interesse più importante per me.

Laura dovette rimanere delusa. Allora, fedele al mio principio pedagogico del dialogo e dell’accoglienza, riflettei sul fatto che la studentessa era attenta, presente, che nella tesi triennale aveva fatto un gran lavoro di lettura dei testi. Insomma, era un ottimo elemento.

“Va bene, Laura”, le dissi. “Fammici pensare. E vedo che argomento proporti”.

Fu così che, di lì a poco, le vicende di Milena Sutter e di Lorenzo Bozano sarebbero rientrate – dalla porta principale – nella mia vita.

Maurizio Corte
corte.media

(Capitolo 1^ – continua. Foto di copertina: Dom Fou – Unsplash)

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