La rappresentazione che esce dalla serie tv Dahmer – Mostro: la storia di Jeffrey Dahmer.

Quella di Jeffrey Dahmer è la storia di uno dei più efferati serial killer americani dello scorso secolo. Una storia che interessa la Psicologia Investigativa, che si occupa di crimini e profili degli autori di reato.

Soprannominato “Il cannibale di Milwaukee” e “Il mostro di Milwaukee”, la vicenda di Jeff Dahmer non è passata inosservata.

Tanto la sua storia personale quanto le azioni truci che ha compiuto.

La serie tv crime – disponibile su Netflix – è composta da 10 episodi e creata da Ryan Murphy.

Si è posta in cima alla classifica di Netflix per visualizzazioni in poche settimane dall’uscita e risulta essere la seconda serie più vista di sempre.

In compenso ha provocato reazioni nette e contrastanti nell’opinione pubblica, tra fascinazione e critiche.

Da parte della produzione non c’era l’intento di giustificare il personaggio, ma il successo della serie l’ha resa un caso da studiare.

Evan Peters intepreta Jeff Dahmer e il vero Dahmer - Agenzia Corte&Media
A sinistra Evan Peters intepreta Jeff Dahmer in una scena e a destra il vero Dahmer

Recensione della serie tv Dahmer – Mostro: la storia di Jeffrey Dahmer

Dahmer – Mostro: la storia di Jeffrey Dahmer” è una serie crime fiction la cui sceneggiatura si è mantenuta abbastanza fedele ai fatti reali.

L’attore, Evan Peters, è già conosciuto per altri ruoli nei generi thriller e drammatici, come nella serie più recente e premiata Omicidio a Easttown.

È riuscito in modo brillante ad interpretare un personaggio tanto discusso quanto difficile come quello di Jeff Dahmer, studiando i fascicoli di polizia per entrare al meglio nel ruolo.

La fotografia nella serie tv è in prevalenza monocromatica, tendente al giallo, e con focus principali i luoghi scene del crimine: le strade di Milwaukee e le abitazioni dove il protagonista risiedeva.

La narrazione non è lineare e cronologica: il primo episodio, infatti, comincia dall’ultima vittima di Dahmer che riesce però a salvarsi e a farlo arrestare.

Dal secondo episodio si susseguono costanti salti temporali; il montaggio è costruito in modo tale che lo spettatore segua l’evoluzione del personaggio.

“Dahmer – Mostro: la storia di Jeffrey Dahmer” è un prodotto ben riuscito anche perché non si focalizza sulle parti più cruenti, lasciando spazio all’immaginazione.

Particolare nella serie tv è la congiunzione delle scene del battesimo di Dahmer, dell’esecuzione di John Wayne Gacy, altro efferato serial killer, e dell’eclissi totale.

Una scelta stilistica quasi surreale, forse per annunciare una nuova stagione della serie con protagonista il “killer Clown”.

Ebbene, tutti gli eventi sono avvenuti davvero nello stesso momento.

Serie tv Dahmer – Mostro la storia di Jeffrey Dahmer - l'attore Evan Peter
Una scena di “Dahmer – Mostro la storia di Jeffrey Dahmer”

L’analisi psicologica di Jeff Dahmer: uomo fragile o “mostro”?

La mente è la chiave principale in Dahmer – Mostro: la storia di Jeffrey Dahmer e nell’opinione pubblica.

Tra i temi che hanno colpito c’è l’umanizzazione del “mostro”, che ha spinto il pubblico a empatizzare con Jeff Dahmer.

Era una persona fragile e riservata che ha cercato di sopprimere le sue mancanze rifugiandosi nell’alcool.

La sua infanzia era tranquilla ma solitaria e segnata dai conflitti tra i genitori e dalla loro assenza nella sua vita: il padre era concentrato sulla carriera accademica e la madre era presa dalla sua instabilità mentale che curava con gli psicofarmaci.

Trauma che, insieme alla paura della solitudine, ha forse alimentato il senso di vuoto che provava anno dopo anno.

Era incapace di relazionarsi con i compagni di scuola, che spesso lo deridevano e lo rifiutavano, portandolo a chiudersi sempre più in se stesso.

Non aveva amici e non parlava a nessuno dei suoi sentimenti, risultando apatico e anaffettivo.

Dalle registrazioni presenti nella docuserie “Conversazioni con un killer: il caso Dahmer” ha ammesso di non saper amare, al contrario non sarebbe stato in grado di compiere atti atroci.

Quando ha scoperto di essere omosessuale durante la pubertà, lo tenne nascosto anche per vergogna, soprattutto vista la fede della sua famiglia.

Come infatti scrive la criminologa Laura Baccaro, la presenza di problemi nella sfera sessuale è una delle cause principali delle azioni compiute dai serial killer.

Jeff Dahmer con papà e fratello - foto repertorio
Una foto di repertorio: da destra Jeff Dahmer con papà Lionel e il fratellino David

LA PAURA DELL’ABBANDONO DIETRO GLI OMICIDI SERIALI

Ha cominciato in giovane età a bere e a comportarsi in modo irresponsabile: a scuola si presentava con la birra, dall’università è stato espulso, dalla carriera militare è stato congedato con onore (per alcolismo).

Il padre, Lionel Dahmer, ha sempre cercato di indirizzarlo sulla buona strada, a modo suo e non nella maniera più corretta ma con buone intenzioni.

Della madre, Joyce Flint, non si sa più nulla dopo il divorzio dal marito e l’abbandono di Jeff portando via con sé il figlio più piccolo, David.

Al suo arresto, Dahmer non ha mai incolpato i genitori per la loro assenza né ha voluto ammettere di essere stato abbandonato.

Ha confessato tutti i crimini commessi senza volersi difendere; la sua collaborazione, infatti, ha portato a identificare alcuni ragazzi scomparsi.

Il suo cruccio più grande era la sofferenza al pensiero che le persone lo abbandonassero o lo rifiutassero, nonostante fosse incapace di provare empatia.

Il suo modus operandi si basava proprio su questo punto cardine: avere al suo fianco qualcuno che non scappasse e non pretendesse nulla da lui.

Serie tv Dahmer – Mostro la storia di Jeffrey Dahmer - true crime story
Jeffrey Dahmer intepretato dall’attore Evan Peter

IL MODUS OPERANDI DEL SERIAL KILLER

Dall’adolescenza all’età adulta in Dahmer c’è stata un’evoluzione notevole.

Dall’innocuo ma strano interesse per la tassidermia di animali già morti a quello crescente e pericoloso verso l’essere umano purché non cosciente.

La curiosità si è fatta sempre più morbosa: dalla necrofilia alla creazione di zombie e al cannibalismo.

Alla base degli omicidi seriali c’era la volontà di controllare le persone, che narcotizzava per renderle incoscienti e sfruttarle a suo piacimento.

Sapeva ingannare le persone quando voleva, era bugiardo e manipolatore, e tutti gli credevano.

Per adescare i ragazzi nei bar gay proponeva di fare le foto con la Polaroid in cambio di soldi; il modus operandi partiva sempre così.

Una volta invitati a casa offriva un drink che conteneva un potente sonnifero.

Dalle foto attendeva l’effetto del sonnifero per passare del tempo sdraiato a letto e, infine, passare agli strumenti più pesanti per non lasciarli più andare.

Talvolta, dopo aver smembrato i corpi, ne mangiava la carne: un modo perverso per non sentirsi solo e tenere con sé i ragazzi.

Era cosciente di provare piacere compiendo atti cruenti e illegali, ma era insaziabile perché tale piacere durava poco.

Ha tentato di controllare le sue pulsioni e per 9 anni dal primo omicidio ci è riuscito.

Dopo, un omicidio involontario – un “incidente”, come lo ha definito lui – lo ha fatto scattare di nuovo.

In quel momento Dahmer si convinse di meritare un destino crudele governato dal male del diavolo.

Sosteneva di non avere mai voluto fare del male, le narcotizzava per non farle soffrire, e spesso ha avuto i sensi di colpa per la loro morte.

Inoltre, come si vede a metà della serie tv, Dahmer sembrerebbe redimersi dalle sue azioni intraprendendo una relazione con un ragazzo non udente.

Questo è stato il fulcro dell’umanizzazione del “mostro”: lo spettatore parteggia per Jeff nella speranza che affronti la sua paura più grande.

 

Serie tv Dahmer – Mostro la storia di Jeffrey Dahmer -scena dell'arresto
Scena dell’arresto di Jeff Dahmer in “Dahmer – Mostro la storia di Jeffrey Dahmer”

IL PROCESSO E LA DETENZIONE

Fin dal suo arresto, Jeff Dahmer è stato collaborativo con la polizia e non ha mai negato alcun crimine.

Ha perfino chiesto di poter scegliere la sedia elettrica, come punizione per i condannati a morte.

Lo Stato del Wisconsin, di cui Milwaukee è una delle città, non applicava la pena di morte – né la applica tutt’oggi.

Per questo motivo la difesa intendeva chiedere la perizia psichiatrica, ma Dahmer non ha mai voluto, cosciente delle sue attività criminali.

Si è dichiarato colpevole, consapevole del dolore arrecato, e viene condannato a 16 ergastoli, uno per ogni omicidio commesso.

In passato Dahmer era stato denunciato per molestie ai danni di un giovane ragazzo (il fratello di una delle vittime).

Il giudice che ha presenziato la causa non lo condannò in carcere bensì in un ospedale psichiatrico e in libertà vigilata.

A quell’epoca, il padre Lionel chiese al giudice che a Jeff venisse affiancato un aiuto psicologico, ma Jeff non ebbe mai alcun supporto.

Alla condanna definitiva di Jeff, Lionel gli confessa disperato di aver chiesto aiuto all’epoca, temendo che sia troppo tardi.

Accanto alla negligenza della polizia, che ha permesso Dahmer di agire indisturbato per anni, sorge anche il tema della mancata rieducazione carceraria.

La sua fragilità non curata lo ha aiutato nei suoi conflitti interiori per sfociarsi in azioni illegali e al limite della fantasia.

Durante la detenzione sembra essersi avvicinato alla fede cattolica; riavvicinarsi a Dio credeva di poterlo aiutare ad alleviare il peso della condanna.

La sua condanna dura solo qualche anno prima che un altro detenuto lo aggredisse a morte.

Nella serie tv si vede Dahmer accettare questa fine come punizione meritevole e non oppone resistenza.

La mente chiude il cerchio su Dahmer quando, alla sua morte, si è dibattuta in tribunale la possibilità di studiarne il cervello per capirne le cause dei suoi comportamenti.

Questione risolta con la sua distruzione, in accordo con le ultime volontà di Dahmer, la cui storia è al centro della serie televisiva crime, su Netflix, Dahmer – Mostro: la storia di Jeffrey Dahmer.

Gaia Corradino

Il serial killer di Milwaukee. Video sulla vicenda di Jeffrey Dahmer

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