Come l’intelligenza artificiale sfrutta le nostre scorciatoie cognitive e mette in difficoltà il pensiero critico

È possibile che una parte decisiva della nostra vita mentale venga guidata da meccanismi che hanno una caratteristica inquietante: si attivano prima ancora che iniziamo a riflettere per davvero.
 

È questa, in fondo, la questione che oggi la media literacy non può più eludere.

L’intelligenza artificiale generativa, gli algoritmi di raccomandazione e le architetture persuasive delle piattaforme non si limitano a distribuire contenuti.

Non sono più soltanto fornitori di video, immagini, storie, notizie.

Questi strumenti intercettano le nostre attese. Valorizzano ciò che appare subito plausibile. Ci spingono verso forme di consumo informativo sempre più rapide e sempre meno meditate.

Per capire meglio ciò che sta accadendo, però, non è necessario guardare solo al presente. A volte il presente diventa più leggibile se lo si osserva attraverso un caso del passato.

Il caso a cui mi riferisco è quello di Genova, del maggio 1971: la scomparsa di Milena Sutter, 13 anni, figlia di un ricco industriale svizzero della cera; e la sua morte con il ritrovamento del corpo in mare.

Per quella vicenda è stato condannato all’ergastolo, nel 1975, Lorenzo Bozano, 25 anni, rampollo di una famiglia dell’alta borghesia genovese.

Assolto in primo grado, poi sentenza ribaltata in appello, Lorenzo Bozano – morto in mare nel 2021 – si è sempre professato innocente.

Pur non essendo biondo, né magrolino, ma anzi castano scuro e grassoccio, Bozano è passato alla storia giudiziaria come il biondino della spider rossa.

È nella prospettiva di una storia mediatica consumata senza riflessione, che il caso Sutter-Bozano continua a parlarci con una forza straordinaria.

Fin da quando ho iniziato a occuparmene come studioso, nel 2010, mi sono reso conto che siamo davanti a qualcosa di più di una vicenda giudiziaria e mediatica italiana.

Il dramma della ragazzina genovese – e quello del “biondino” che biondo non era – è un laboratorio che anticipa un problema che oggi ci riguarda tutti.

Mi riferisco alla tendenza dei media a trasformare la complessità in narrazione seducente, da un lato; e dall’altro la tedenza del pubblico a scambiare la forza di una storia per la forza della verità.

Quando il corpo guarda prima della mente

Immaginiamo per un momento di camminare per le strade di Genova in un pomeriggio di maggio del 1971.
 

All’improvviso, una spider rossa fiammante attraversa la scena a grande velocità. Lo sguardo si volta quasi da solo. Non c’è ancora una decisione consapevole, non c’è ancora ragionamento: c’è una risposta immediata, corporea, automatica.

Questa soglia tra percezione e pensiero è cruciale.

Prima ancora di argomentare, interpretare o verificare, gli esseri umani reagiscono agli stimoli che sembrano salienti.

Il movimento brusco, il colore acceso, l’elemento inatteso, la forma narrativa più semplice da afferrare: tutto questo cattura la nostra attenzione prima che la mente avvii una valutazione critica vera e propria.

 

Qui si colloca il problema. Nell’ecosistema digitale contemporaneo, questo meccanismo antico non viene solo osservato: viene studiato, misurato, ottimizzato e sfruttato.

Gli algoritmi delle piattaforme social e della stessa Intelligenza Artificiale non si limitano a proporci contenuti. Ci espongono con particolare intensità a ciò che ha maggiori probabilità di fermarci, emozionarci, confermare una predisposizione, consolidare un’impressione.

In altre parole, parlano dritti alle nostre scorciatoie cognitive.

Basta leggere un commento su Facebook – relativo alla vicenda di Milena Sutter – per cogliere come le reazioni siano in funzione di quanto la storia genovese ci propone.

Non troviamo commenti meditati. Non troviamo argomentazioni. Non troviamo riflessione.

La cosa non mi stupisce, se ripenso alle reazioni di giornalisti che ho sentito sul caso Sutter-Bozano. Non si alzavano oltre il livello istintivo dei social.

L’automaticità: la comodità mentale che può diventare un rischio

Per orientarsi nel sovraccarico informativo, la mente umana ricorre sempre a forme di semplificazione. È una necessità, non un è un difetto morale.

Nessuno potrebbe analizzare con la stessa attenzione ogni immagine, ogni titolo, ogni video, ogni dichiarazione che incontra nell’arco della giornata. Ridurre, filtrare, selezionare è inevitabile.


Il problema nasce quando questa economia mentale, che in sé è fisiologica, viene colonizzata da sistemi mediali costruiti per produrre coinvolgimento rapido, permanenza, clic, ripetizione e adesione narrativa.

In quel momento, la semplificazione non è più soltanto una strategia umana di sopravvivenza cognitiva: diventa anche il punto di ingresso della manipolazione.


L’
automaticità è proprio questo. È lo stato in cui riceviamo e assorbiamo messaggi senza attivare una sufficiente distanza critica.

Leggiamo, scorriamo, reagiamo, condividiamo, commentiamo, ma senza attraversare davvero il contenuto. La mente sembra attiva; in realtà, sta lavorando in modalità di minimo sforzo.

Proviamo a pensare a un altro caso caso giudiziario che ha fatto molto discutere. E che tiene ancora banco sui media in maniera consistente: mi riferisco all’omicidio, il 13 agosto del 2007, di Chiara Poggi, a Garlasco.

Molti commenti e molti interventi televisivi sono improntati alla reazione immediata, senza filtro critico.

Il caso Sutter-Bozano come matrice mediale

Il caso del rapimento e dell’uccisione di Milena Sutter, e della successiva costruzione pubblica della figura di Lorenzo Bozano, resta uno degli esempi più potenti di narrazione giudiziario-mediatica nella storia italiana del secondo Novecento.

In quella vicenda, l’informazione non si limitò a raccontare i fatti: contribuì in misura decisiva a organizzarli in modo simbolico. E lo fece dentro una cornice narrativa ad altissima presa emotiva.


L’espressione
“il biondino della spider rossa” non fu soltanto un soprannome giornalistico riuscito.


Fu una formula di straordinaria efficacia cognitiva. In poche parole condensava una scena, un volto, un’immagine, un’atmosfera, una promessa narrativa.

Permetteva al pubblico di orientarsi senza fatica dentro una materia complessa, dolorosa e giuridicamente delicata.

La creazione mediatica del biondino della spider rossa era, in questo senso, una scorciatoia perfetta.


Quel dispositivo linguistico e visivo funzionava perché univa due elementi decisivi.

Da un lato c’era la personalizzazione: il “biondino”, figura subito riconoscibile, quasi romanzesca. Dall’altro c’era l’oggetto iconico: la spider rossa, capace di imprimersi nell’immaginazione collettiva con una forza quasi cinematografica.

Insieme, questi elementi – il biondino e la spider rossa – rendevano il caso irresistibile sul piano della narrazione.

Io stesso, che avevo 13 anni nel maggio del 1971, fui conquistato dalla storia. Credetti sia al rapimento che all’omicidio di Milena. E credetti al biondino della spider rossa, anche se non riuscivo credere nella sua completa colpevolezza.

Proprio qui si apre il nodo più delicato. Quando una vicenda giudiziaria viene riassunta in un’immagine così potente, il rischio è che la narrazione diventi più persuasiva dei fatti.

La coerenza simbolica può prendere il posto della complessità probatoria.

L’emozione può precedere la verifica. Il pubblico può avere l’impressione di aver capito, mentre sta soprattutto riconoscendo una storia ben costruita.

Dal rumore mediatico di ieri alle architetture algoritmiche di oggi

È qui che il passato smette di essere soltanto passato. Perché ciò che il caso Sutter-Bozano mostra in forma storica, oggi riappare in forma potenziata sul piano della tecnologia.

Allora erano i giornali, la radio e la televisione a selezionare, ripetere e amplificare certe immagini e certe formule narrative.

Oggi lo fanno anche gli algoritmi di raccomandazione, i feed personalizzati, i sistemi di ranking, le logiche di engagement e i contenuti generati dall’IA.


La differenza è enorme. Il sistema mediatico analogico poteva solo intuire ciò che avrebbe colpito il pubblico.

Si andava, insomma, a braccio, seguendo la propria esperienza di cronisti. Mi ricordo il mio capocronaca, al quotidiano L’Arena di Verona, quando mi diceva: “Questa è una storia che si fa leggere”.

Lo diceva sempre quando gli portavo il racconto di un fatto che, dal suo punto di vista, avrebbe attratto e coinvolto il pubblico del giornale.

L’ecosistema digitale contemporaneo può misurare il gradimento del pubblico con una precisione assai maggiore.

Può osservare le nostre soste, i nostri clic, le nostre esitazioni, i nostri tempi di permanenza, i nostri ritorni ricorrenti sugli stessi temi.

L’ecosistema digitale può imparare che cosa ci attira e riproporcelo in forme sempre più persuasive.

L’Intelligenza Artificiale rende questa registrazione delle nostre preferenze una certezza scientifica. Tant’è che le piattaforme social arrivano a predire il nostro comportamento online.


In questo senso, la spider rossa continua a correre.

Non corre solo nella memoria di un caso giudiziario esemplare, ma dentro gli stessi meccanismi attraverso cui oggi l’informazione viene selezionata, impaginata, raccomandata.

Grazie al digitale e all’IA, poi, quell’informazione vine resa all’apparenza naturale ai nostri occhi.

Il punto non è che tutto sia falso. Il punto è più sottile: ciò che appare plausibile, familiare e coerente sul piano narrativo tende a sembrarci vero con minore resistenza.

La verosimiglianza come nuova frontiera del problema

Nel caso Sutter-Bozano, le immagini e gli oggetti centrali della narrazione erano comunque parte di un mondo reale.

La questione decisiva riguardava il modo in cui venivano interpretati, caricati di senso, cuciti dentro una storia più forte della prudenza critica.

Oggi, invece, l’Intelligenza Artificiale generativa complica il quadro, perché può produrre contenuti nuovi dotati di elevata verosimiglianza.


Non siamo più soltanto di fronte al rischio di un montaggio persuasivo del reale.

Siamo anche di fronte alla possibilità di una simulazione credibile, stilisticamente impeccabile, efficace sul piano emotivo. E difficile da distinguere a colpo d’occhio da ciò che documenta un fatto.

Questo abbassa la soglia critica del pubblico, soprattutto quando il contenuto si accorda con attese già presenti, con pregiudizi sedimentati; o con copioni narrativi familiari.


La potenza dell’IA non consiste soltanto nel creare il falso. Consiste nel creare il
credibile. E il credibile, nel consumo rapido dell’informazione, spesso esercita più influenza del vero, perché chiede meno fatica interpretativa.

Quando una storia convince troppo bene

Esiste un momento in cui il lettore, lo spettatore o l’utente non stanno più valutando un contenuto: lo stanno abitando.

Entrano nella storia, si lasciano portare dalla sua coerenza, dalla sua fluidità, dalla sua forza di trascinamento.

In quel momento la contro-argomentazione si indebolisce. Il dubbio arretra. La domanda sulle fonti perde centralità.


È anche per questo che i media più potenti non sono soltanto quelli che informano, ma quelli che costruiscono ambienti di esperienza narrativa dentro cui il pubblico si muove con sempre minore attrito.

Le piattaforme digitali, in particolare, eccellono proprio in questo: non ci danno solo contenuti, ci danno un flusso. E nel flusso la vigilanza critica tende a diluirsi.


Il caso Sutter-Bozano ci ricorda che questo meccanismo non nasce oggi. Tuttavia l’oggi lo ha reso più capillare, più continuo, più individualizzato.
 
Quello che un tempo era rumore mediatico, oggi può diventare ambiente cognitivo quotidiano.

Fermiamoci un attimo a riflettere, quando scrolliamo le varie news sui social o su qualche giornale online: ci renderemo conto che l’esperienza digitale è uno stato di estraneazione dal reale, che tuttavia diventa essa stessa reale. E ci condiziona.

Il costo civile dell’automaticità

Potrebbe sembrare che tutto questo riguardi soprattutto la psicologia individuale: l’attenzione, la percezione, la vulnerabilità personale alla seduzione narrativa. In realtà il problema è più ampio.

Quando l’automaticità si diffonde come stile di consumo dell’informazione, anche la qualità della sfera pubblica si indebolisce.


Una cittadinanza che reagisce più di quanto analizzi, che riconosce più di quanto verifichi, che condivide più di quanto comprenda, è una cittadinanza più esposta alla semplificazione, alla polarizzazione, al conformismo interpretativo.

In un simile contesto, il giornalismo che richiede tempo, verifica, complessità e responsabilità rischia di apparire meno competitivo rispetto ai contenuti più rapidi, più emotivi, più leggibili a colpi di intuito.


Il danno, allora, non consiste soltanto nell’errore occasionale. Consiste nell’abitudine.

Quando ci abituiamo a ricevere informazione in forma di stimolo continuo e persuasione fluida, perdiamo familiarità con la lentezza del giudizio, con la fatica della contestualizzazione, con il valore democratico del dubbio.

Cinque modi per non leggere in modalità automatica

Per rendere questa riflessione qualcosa di più di un appello morale, conviene tradurla in pratica.
 
Chi legge, insegna, studia, scrive o lavora nei media può cominciare da qui.
 
Algoritmo, pensiero critico, media literacy
 
Queste pratiche non eliminano il rischio dell’automaticità. Tuttavia lo rendono visibile. E ciò che diventa visibile può essere almeno in parte governato.

Guardare oltre il riflesso rosso

La questione, in definitiva, non riguarda soltanto l’Intelligenza Artificiale. Riguarda il tipo di soggetti che vogliamo essere dentro l’ambiente informativo contemporaneo.

Possiamo lasciarci condurre da ciò che colpisce più in fretta, rassicura in modo più facile, conferma più docilmente ciò che già pensiamo.

Oppure possiamo scegliere una strada più esigente: quella che accetta la fatica dell’interpretazione, il peso del dubbio, la responsabilità della verifica.


È per questo che il caso Sutter-Bozano continua a essere una lente così preziosa.
Non solo perché parla di una pagina importante e dolorosa della storia mediatica italiana, ma perché ci ricorda che ogni società rischia di scambiare il potere di una narrazione per la prova della sua verità.

Oggi quella narrazione corre anche dentro gli algoritmi, nelle piattaforme, nelle immagini sintetiche, nei flussi personalizzati che sembrano conoscere le nostre debolezze meglio di noi stessi.


Proprio per questo il compito della media literacy diventa ancora più urgente: imparare a frenare, a vedere, a nominare i meccanismi, a sottrarre la mente al pilota automatico.

La spider rossa, allora, non è soltanto un’immagine del passato. È una figura del presente. E forse anche un avvertimento.

 

Maurizio F. Corte

Agenzia Corte&Media

- Il Colpevole Perfetto - Podcast - M. Corte -

Il Colpevole Perfetto. Podcast

Testo e voce di Maurizio F. Corte. Regia audio di Giuliana Corsino.

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