Il canale YouTube “Crimini Dimenticati” racconta un cold case romano degli anni ’90, che ha ancora molto da svelare.

Una casa vuota da due giorni, con un’assenza inspiegabile: Antonella Di Veroli non si trova dal 10 aprile 1994. Dove è andata la commercialista 47enne? Purtroppo, la risposta è agghiacciante: Antonella non ha mai lasciato casa. È stata assassinata e nascosta dentro l’armadio.

Prima di soffocarla con un sacchetto di plastica, l’assassino le ha anche sparato due colpi di pistola. Una volta morta, il corpo di Antonella è quindi stato posto nell’armadio a muro, sigillato con una mano di stucco.

L’assassino dopo il delitto è uscito di casa indisturbato, recuperando un bossolo e forse nient’altro. Il delitto non sembra infatti una rapina, ma un omicidio improvvisato, con troppi errori per poter pensare ad un piano criminale.

Qualcuno poi chiama perfino un taxi con il telefono fisso della vittima, senza nascondersi sotto troppi imbrogli. E non dimenticando di lasciare sbadate impronte.

Con una scia del genere di tracce, sembra quasi impossibile che il delitto faccia parte della lunga lista di casi irrisolti romani. Ma lo è. Il giallo dell’armadio è un cold case per cui nessuno ha mai pagato il suo pegno con la giustizia. E con la vittima.

Eppure — come dice da anni il giornalista Mauro Valentini — l’assassino ha lasciato la sua firma ovunque nell’appartamento nel quartiere romano Talenti.

Il problema è che, dal rinvenimento del corpo in poi, l’inchiostro dell’assassino si dissolve sotto errori grossolani e inspiegabili. Errori senza risposta.

A distanza di trent’anni, la famiglia Di Veroli e alcuni bravi giornalisti investigativi non si sono tuttavia ancora arresi: la verità sull’omicidio può ancora essere svelata.

ROMA PROVINCIA DEL CRIMINE ANNI ’90

Negli anni ’90, Roma è una delle principali provincie del crimine in Italia. L’omicidio di Antonella Di Veroli è dunque solo una goccia nel mare magnum della cronaca nera della capitale.

Eppure non tutti i casi degli anni ’90 sono stati colpiti dall’oblio, come è successo ad Antonella, caduta nel dimenticatoio della cronaca nera per molto tempo.

L’infelice destino mediatico non è stato destinato infatti a tutti. E neppure ad altri cold case, che anzi hanno avuto un ostinato eco, come il delitto di Via Poma o il caso dell’Olgiata. 

IL PROGETTO “CRIMINI DIMENTICATI”

Crimini Dimenticati non ci sta.

Il canale YouTube di Simona Cascio e Marcello Randazzo non crede nella politica giornalistica dell’agenda setting, per cui, nella cronaca nera, un delitto merita più di un altro di vivere sulle pagine di un giornale.

Per questo motivo, nel loro progetto di video-giornalismo, i due professionisti televisivi hanno deciso di trattare solo casi dimenticati, comprese alcune vicende romane, come il delitto dell’armadio o l’omicidio di Katty Skerl.

L’obiettivo del canale Crimini Dimenticati (Anello di carta) è quindi uno: raccontare con rispetto le vittime e sollevare con un ricordo le loro famiglie.

Un lavoro di giornalismo etico e prezioso, che Simona e Marcello portano avanti con impegno e dedizione, scavalcando le difficoltà del lungo lavoro.

Per costruire un video, infatti, l’impegno non è da poco: i due professionisti partono raccogliendo testimonianze di famiglie e amici delle vittime. Crimini Dimenticati fonda inoltre le indagini sul rapporto e il confronto lavorativo con i professionisti di una vicenda, come giornalisti, inquirenti e avvocati.

Un lavoro d’indagine che dona molte soddisfazioni e che ha accompagnato i due professionisti anche nel racconto di Antonella Di Veroli. Una storia del 1994 che dopo trent’anni si rapporta ancora con nuove ipotesi, nella speranza di una riapertura.

Seguiamo allora il racconto del canale Crimini Dimenticati per scoprire i dettagli sul giallo dell’armadio.

Marcello Randazzo e Simona Cascio, crimini dimenticati - anello di carta

L’omicidio di Antonella Di Veroli

Nel 1994 Antonella Di Veroli ha 47 anni. La donna vive e lavora a Roma, come commercialista. La sua è una vita riservata e abitudinaria, fatta di poche persone, con cui però intrattiene legami stretti.

Anche in campo lavorativo la cerchia della commercialista non è ampia. Antonella ha deciso di occuparsi di pochi clienti, in modo da avere una mole di lavoro che le possa garantire una buona indipendenza economica.

La vita metodica della 47enne si consuma nel quartiere Talenti, il ventottesimo di Roma, nella zona nord-est della città. Antonella ha da poco comprato una nuova casa lì: una vecchia dimora in via Domenico Oliva 8, a pochi passi da Villa Torlonia.

Antonella si occupa della nuova casa da sola: ha un ottimo gusto in fatto di arredo e non ha bisogno di qualcuno che la aiuti. E, comunque, al momento del delitto la donna è single, nessun uomo all’orizzonte pronto a incarnare i panni da perfetto macho aggiusta-tutto.

La commercialista non può però fare proprio tutto con le sue mani. E allora chiama degli operai per costruire un armadio bianco a muro: Antonella ci tiene all’ordine e questo escamotage la può aiutare ad organizzare la camera da letto. Certo è che la donna non può pensare che lì dentro troverà la morte.

10 APRILE 1994. L’ULTIMO POMERIGGIO DI ANTONELLA

Il 10 aprile 1994 è una domenica ventosa a Roma, accompagnata anche da qualche goccia di pioggia.

Antonella decide di andare a pranzo da una amica. Le due rimangono insieme fino a pomeriggio inoltrato. La 47enne viene anche invitata per cena ma decide di tornare a casa, per sbrigare qualche faccenda in vista dell’inizio della settimana lavorativa.

Antonella «era molto paurosa», come racconta la sorella Carla a Crimini Dimenticati. E «aveva paura di tornare a casa da sola per esempio la sera».

Quel giorno d’aprile, tuttavia, Antonella si mette alla guida in solitaria per tornare in via Domenico Olivo. Parcheggia l’auto, lascia le chiavi della A112 malconcia al custode, prende l’ascensore ed entra nell’appartamento.

Queste azioni si consumano in un tratto di soli 40 passi, come ricorda il giornalista Mauro Valentini, richiamando il titolo del suo libro inchiesta. Sono infatti 40 i passi dall’auto al portone di casa, dove Antonella trova la morte.

Che cosa succede quindi nell’appartamento il 10 aprile 1994?

Sappiamo che alle 22:45, la donna telefona alla mamma. «Terminata la chiamata» — dice Valentini nel video YouTube — «il campanello suona»: questi sono gli ultimi attimi di vita di Antonella Di Veroli.

LUNEDì 11 APRILE: ANTONELLA DI VEROLI NON SI TROVA

Il mattino successivo, la vicina di casa di Antonella, la signora Ninive Colombo, nota che la commercialista non si reca a lavoro.

Anche la mamma di Antonella e il suo ex compagno Umberto Nardinocchi — ragioniere di 63 anni — percepiscono una stranezza: telefonano e lasciano messaggi in segreteria, senza ricevere mai nessuna risposta.

Nel primo pomeriggio dell’11 aprile non si hanno notizie di Antonella da troppe ore, quando i familiari decidono di entrare in casa, per controllare che vada tutto bene. Con la famiglia della vittima c’è anche Nardinocchi, che si fa accompagnare da un’agente di polizia suo amico. Una scelta bizzarra.

Dentro l’appartamento, tuttavia, non scorgono nessuna traccia rivelatrice su Antonella.

Antonella Di Veroli, Simonetta Cesaroni e Alberica Filo della Torre
Simonetta Cesaroni, Antonella Di Veroli e Alberica Filo della Torre

MARTEDì 12 APRILE: LA SCOPERTA DEL CORPO

Sono passate 48 ore da quando Antonella ha chiamato la madre al telefono. Dunque, Carla Di Veroli, Nardinocchi e l’amico poliziotto decidono che è il caso di tornare nell’appartamento.

In cerca di risposte, i tre indossano dei guanti in lattice. Tra i vestiti, le credenze e i cassetti non trovano però nulla di strano: nessun biglietto d’addio o tracce sospette. Finché non arrivano in camera da letto.

Nella camera di Antonella, Nardinocchi nota un dettaglio, sfuggito il giorno precedente: l’anta dell’armadio è sporca di stucco e sembra sigillata. Anche per capire se mancano vestiti e valigie — ipotizzando un ingiustificato allontanamento volontario della donna — decidono di aprire l’armadio.

Ad Umberto Nardinocchi basta poco: non serve infatti forzare le ante, l’armadio bianco si apre senza opporre resistenza. E una volta aperto il mobile, Nardinocchi si accorge quasi subito del corpo rannicchiato senza vita di Antonella Di Veroli.

LA CAMERA DA LETTO DI ANTONELLA: LA SCENA DEL CRIMINE

Cosa ci dice la scena del crimine sull’omicidio di Antonella Di Veroli?

Partiamo dalle porte dell’armadio bianco accanto al letto, nella camera della vittima. Queste porte sono state trovate sigillate con dello stucco, acquistato da Antonella.

All’interno del mobile la scena è raggelante: il cadavere è in posizione fetale, coperto da alcuni abiti, da un cuscino e da un sacchetto sulla testa.

Secondo i dati dell’autopsia, l’assassino ha prima sparato due colpi di pistola — sul letto, usando i cuscini come silenziatori — e poi ha soffocato la donna con un sacchetto di nylon: un oggetto che è diventato, suo malgrado, l’arma del delitto.

Accanto al letto, infine, viene rinvenuto un solo bossolo: l’assassino deve avere raccolto il secondo prima di uscire. Nient’altro sembra fuori posto.

LE PROVE SCOMPARSE

Quello che accade dopo il rinvenimento del cadavere è un mistero nel mistero. Il giornalista Mauro Valentini, ha rivelato a Crimini Dimenticati, che è una «tra le cose più clamorose» di cui si è occupato nella sua carriera.

Il giornalista ed esperto del caso Di Veroli, si riferisce ad un fatto gravissimo: durante le indagini alcune prove spariscono, svaniscono nel nulla come in un gioco di magia. Solo che stiamo parlando di indagini per omicidio. 

Nel dettaglio, sono tre le prove che scompaiono:

  • il sacchetto di plastica;
  • il pianale dell’armadio. Un elemento importante perché per Valentini «c’erano certamente delle impronte» sulla sua superficie;
  • e, infine, la porta dell’armadio bianco.

LE IPOTESI INVESTIGATIVE

Sono due gli elementi su cui le indagini si concentrano: il mastice della porta e il pigiama azzurro della vittima.

Partiamo dal mastice. È Antonella ad acquistare lo stucco per delle manutenzioni al pavimento in legno chiaro. Dunque difficilmente l’omicidio è stato premeditato. O, comunque, non questo dettaglio.

Il secondo elemento è il pigiama che indossava la vittima. Un capo semplice, certo non un pigiama da indossare per un incontro galante o per aprire ad uno sconosciuto. Quindi, nelle ipotesi investigative, colui che suona alla porta di Antonella è una persona fidata e conosciuta.

Seguendo queste ipotesi, gli investigatori si concentrano su due uomini del passato sentimentale della vittima:

  • Umberto Nardinocchi: suo socio in affari e suo amante dal 1987 al 1991; il suo movente per la sera del delitto è debole, un classico movente familiare.
  • Vittorio Biffani: un fotografo sposato, con cui Antonella intrattiene una relazione affettiva di 10 mesi, fino all’estate 1993, quando la moglie scopre tutto. Anche per lui un alibi casalingo. Moglie e marito passano il pomeriggio a Sperlonga e poi dalle 19.00 sul divano di casa. 

I DUE SOSPETTATI: GELOSIA O DENARO?

Il 9 aprile 1994, il giorno prima dell’omicidio, Antonella e Umberto Nardinocchi passano la serata insieme, a mangiare una pizza a Grottaferrata.  

Dopo cena però l’uomo si sente male. Per questo motivo, i due ex amanti si recano a casa della donna, dove probabilmente Nardinocchi si butta a letto: durante le indagini, questa circostanza giustifica la presenza di DNA dell’uomo nel letto della vittima.

Per i media e l’opinione pubblica, Nardinocchi incarna l’amante geloso e disilluso: per loro il ragioniere potrebbe aver ucciso la vittima per gelosia, poichè ancora innamorato di Antonella. 

La questione con Biffani è invece più complessa. Le frecce contro di lui sono molte e non mancano il bersaglio:

  • innanzitutto, la moglie di Biffani, la signora Aleandra, quando scopre la relazione extraconiugale, inizia una corrispondenza telefonica minatoria con Antonella. Un’abitudine che rispetta anche il 10 aprile, il giorno della scomparsa della vittima, con due chiamate: alle 14.09 e alle 14.32. 
  • in secondo luogo, gli inquirenti scoprono che Antonella ha prestato 42 milioni di lire all’amante, denaro che non era stato restituito: gli inquirenti ipotizzano quindi un movente economico.

Tre giorni dopo il delitto, gli inquirenti decidono di mantenere aperte entrambe le piste: quella della gelosia e quella economica, a braccetto con le minacce della moglie tradita.

Gli inquirenti interrogano quindi i due sospettati. E siccome chi ha ucciso Antonella ha sparato due volte, il sostituto procuratore del tribunale di Roma a capo delle indagini — il Dottor Nicola Maiorano — dispone l’esame dello Stub.

L’ESAME DELLO STUB

L’esame per individuare tracce di polvere da sparo (Stub) viene affidato al centro Carabinieri investigazioni scientifiche, per una consulenza tecnico-chimico balistica.

Il 13 aprile 1994 alle 5 del mattino, si effettuano i tamponi su collo, mani e orecchie dei due uomini sospettati. Con l’esito dell’esame arriva una svolta inaspettata, poiché entrambi gli esiti sono positivi:

  • sul campione A1 di Nardinocchi — relativo ai prelievi sul lato destro del collo e l’orecchio — si riscontrano la presenza di tre particelle rilevanti.
  • sul campione B di Biffani — relativo ai prelievi sulla mano sinistra — viene riscontrata la presenza di una particella di interesse.

Mentre Biffani non sa giustificare l’esito dell’esame, Nardinocchi ha un poligono in casa che è solito usare. 

A questo punto, il ragioniere lascia la lavagna dei sospettati, mentre le posizioni di Vittorio Biffani e di sua moglie si complicano, fino ad arrivare in tribunale.

Umberto Nardinocchi e Vittorio Biffani, i sospettati dell'omicidio di Antonella Di Veroli

PROCESSO ALLA COPPIA BIFFANI

Nel 1995 inizia il processo di primo grado per la coppia Biffani: lui per omicidio volontario premeditato. Lei per tentata estorsione e minacce. Entrambi vengono prosciolti.

Con qualche colpo di scena da libro thriller, infatti, il processo si conclude con l’assoluzione completa per la coppia Biffani, grazie ad una serie di elementi incredibili:

  • un’impronta trovata sull’armadio, appartenente a una terza persona: l’individuo ignoto.
  • lo stravolgimento del risultato dello Stub.

Si scopre infatti che il tampone dello Stub non apparteneva a Biffani, poiché era stato scambiato per errore: uno strafalcione clamoroso, che impedisce di considerare ancora validi i risultati. 

Il 10 giugno 1997 con il processo d’appello c’è una nuova assoluzione, che viene confermata dalla Cassazione nel 2003. Così la vicenda giudiziaria si conclude.

LA SPERANZA DI RIAPERTURA

Nel 2019 la procura di Roma ha tentato di riaprire le indagini di omicidio di Antonella Di Veroli, sottolineando la portata di alcuni elementi trascurati dalle indagini precedenti:

  • il DNA Ignoto sull’anta dell’armadio bianco di Antonella;
  • i reperti scomparsi durante le indagini;
  • una telefonata effettuata dal telefono fisso della vittima la notte del delitto, per chiamare un taxi.

Nel 2024 è arrivata inoltre un’ulteriore svolta. Diletta Riccelli e Flavio M. Tassotti — due giornalisti investigativi, presenti anche nel video di Crimini Dimenticati — sono arrivati a nuove conclusioni interessanti.

I giovani giornalisti hanno riletto le carte e hanno scovato l’assenza dell’analisi scientifica sul bossolo calibro 6,35. Un bossolo di una Bowning o una Beretta, che gli inquirenti trovano il 12 aprile sul pavimento di Antonella Di Veroli. 

Una pesante mancanza delle indagini a cui oggi, tuttavia, si potrebbe rimediare, con nuovi strumenti: forse un’analisi potrebbe ancora trovare un profilo di DNA o un’impronta sull’oggetto.

Intanto, gli elementi scoperti dai giornalisti Riccelli e Tassotti, hanno convinto Carla Di Veroli, sorella della vittima, e Stefania Ascari, deputata del Movimento 5 stelle, a interpellare la procura di Roma.

Ora non rimane che l’attesa. E purtroppo la famiglia Di Veroli è fin troppo abituata.

Cosa rimane dell’omicidio di Antonella Di Veroli? Le parabole dei crimini dimenticati

A distanza di trent’anni, resta il silenzio. Nonostante le piste investigative e i sospetti, nessuno ha mai pagato per l’omicidio di Antonella. Il caso è rimasto freddo, con tracce sparite nel buio delle indagini.

Il lavoro di Crimini Dimenticati ci ricorda tuttavia che, dietro ogni cold case, una famiglia vive in un limbo senza risposte. Per Carla Di Veroli e chi ha conosciuto Antonella, ogni giorno senza giustizia è una ferita aperta.

Ma forse, il tempo non ha cancellato tutto. Nuove letture del caso e l’impegno di giornalisti come Mauro Valentini, Diletta Riccelli e Flavio M. Tassotti, possono riaccendere la speranza.

C’è ancora una verità da svelare su Antonella Di Veroli. E quella verità merita di essere trovata.

Anna Ceroni
Agenzia Corte&Media
Data di pubblicazione: 28.09.2024

Crimini dimenticati | Anello di carta: dove ascoltare il video-podcast

Crimini dimenticati è un progetto di video giornalismo nato sulla piattaforma YouTube. È possibile ascoltare, a titolo gratuito, i casi sotto forma di podcast anche su queste piattaforme online:

Il video del canale “Crimini dimenticati | Anello di carta” 

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