Si possono amare gli artisti che si comportano male? Breve guida al “politicamente corretto” e alla “cancel culture”.

«Benché sapessi ciò che Polanski aveva fatto continuai a guardare i suoi film. A esserne avida». 

Inizia così l’ultimo libro della scrittrice statunitense Claire Dederer, dal titolo “Mostri”. Un’analisi dei media che permette di studiare due hot topics: il “politicamente corretto” e la “cancel culture”. 

I mostri sono in realtà dei grandi artisti, come il regista Roman Polanski.

Un uomo sì sfortunato – la moglie Sharon Tate venne uccisa dalla setta di Charlie Manson – ma anche colpevole di uno stupro nel 1977. La vittima era una quattordicenne. 

E con questo precedente Roman Polanski e altri artisti possono generare un dilemma: si può idolatrare un artista e allo stesso tempo ripudiarlo umanamente?

Un dilemma che esiste da tempo, ma che oggi è più rilevante. Il movimento #MeToo e le lotte contro le diseguaglianze razziali e di genere sono infatti i motori principali della discussione. 

E insieme uniscono i vari artisti all’interno dell’ampia etichetta “mostri” usata da Claire Dederer. Una carica di “mostruosità” che si muove lungo un termometro con almeno due tacche rosse: la condotta immorale e il reato penale.

Artisti, quindi, colpevoli di comportamenti poco accettati dalla società: come l’antipatia che J. K. Rowling ha suscitato con le sue ferme posizioni sull’identità di genere. 

O, ancora, artisti vittime del tempo. Una categoria in cui ormai “i geni che furono” stanno stretti. Come la regina del giallo Agatha Christie.

Infine, i veri artisti “mostruosi”. I colpevoli – o presunti tali – di reati penali. Alcuni possono essere “eliminati”, come l’attore Kevin Spacey. Mentre altri vengono quasi accettati, come Roman Polanski.

Sempre più spesso però la società preme il tasto “cancella” dentro e fuori i social network: benvenuti nell’era della “cancel culture”! O forse no.

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Copertina del libro “Mostri” di Claire Dederer pubblicato dalla casa editrice “Altrecose”.

La “cancel culture”: una cura contro gli artisti “mostruosi” 

Cosa fare degli artisti “mostruosi”? Non c’è una risposta giusta.

Molto dipende dalla propria persona: dalle idee, la famiglia, il percorso di studi. 

E molto dipende anche dalla propria cultura nazionale. Gli Stati Uniti, per esempio, sembrano avere un atteggiamento meno tollerante rispetto al vecchio continente.

E negli ultimi dieci anni lo Stato a “stelle e strisce” è stato ancora più critico. 

Un atteggiamento permesso anche dai social network, che hanno allargato il potere di critica a più persone.

Così facendo, si è creato un clima da “caccia alle streghe”. Un’atmosfera culminata anche con la messa in discussione di alcuni testi classici e la minaccia della messa a bando. 

Molti parlano quindi di “cancel culture”: la cultura della cancellazione.

Intorno però allo spazio della “cancel culture” corrono molte definizioni diverse. Spesso perfino in contrasto tra loro. 

Insomma, c’è molto confusione: nessuno ha infatti ancora impresso un’unica sfumatura al termine.

Ci sono tuttavia delle definizioni che si ripetono. Da cui possono fuoriuscire le tre vie percorribili per superare – o forse no – il dilemma.

La prima definizione: l’esclusione 

L’attivista Loretta Ross ha proposto una definizione di “cancel culture” riportata e tradotta dal magazine Wired. 

«Le persone cercano di espellere chiunque non sia perfettamente d’accordo con loro, piuttosto che rimanere concentrate su coloro che traggono profitto dalla discriminazione e dall’ingiustizia». 

In altre parole, la “cancel culture” è una pressione dal basso verso l’alto su una istituzione o una società per segnalare una persona che viene percepita come “dannosa”: moralmente, emotivamente e psicologicamente.

In questa definizione, quindi, la cultura della cancellazione funge da mezzo. Uno strumento di lotta contro le ingiustizie e le diseguaglianze di ogni tipo. 

E un mezzo con la capacità di escludere l’accusato dal suo ambiente lavorativo. Come ci insegna la storia professionale di Kevin Spacey. 

LA CANCELLAZIONE DEGLI ARTISTI “MOSTRUOSI”: KEVIN SPACEY

L’attore Kevin Spacey ha vinto per ben due volte il Premio Oscar: nel 1996 per “I soliti sospetti” e nel 2000 per “American Beauty”.

Fino al 2017 era uno degli attori più acclamati di Hollywood. Il 2017 è stato però l’anno del movimento #MeToo. 

In quel clima di denuncia contro le molestie sessuali, emersero delle accuse gravi contro Spacey: venne accusato di molestie dall’attore Anthony Rapp. Il fatto risaliva al 1986: Spacey aveva 26 anni; Rapp solo 14.

In seguito, emersero molte altre accuse simili contro l’attore americano.

Nonostante i processi si siano conclusi in favore di Kevin Spacey – per la non sussistenza dei fatti o per la non colpevolezza – l’attore premio Oscar è stato cancellato dal mondo del cinema e della televisione.

Un esempio di “cancel culture” come effettiva estromissione. 

Infatti in quel 2017, il dibattito pubblico espresse la sua chiara sentenza: sui social media Spacey non era più un attore, ma un “predatore sessuale”. E così Kevin Spacey venne cancellato dall’Olimpo hollywoodiano. 

La seconda definizione: il “politicamente corretto”

Una seconda definizione di “cancel culture” trae origine da un’altra questione spinosa: il politicamente corretto. 

Si tratta di un’«insieme dei dispositivi di censura e autocensura che regolano gli atti comunicativi», come riporta Wired.

Così facendo il politicamente corretto può produrre un episodio di “cancel culture”.

Tuttavia, più spesso, il politicamente corretto nel mondo dell’arte trova una “scappatoia”: la riscrittura. Così per esempio in letteratura, sono molti i libri che oggi vengono ripubblicati con delle modifiche.

Modifiche che possano rendere il libro più accettato. E in linea con i nostri tempi.

In realtà, questa soluzione è adottata anche per scopi più egoistici: le case editrici, per esempio, trovano un vantaggio economico nel riscrivere i libri, dando di loro un’immagine di modernità. 

Tuttavia il problema rimane. La riscrittura innanzitutto viola il pensiero di un artista. Un artista spesso deceduto, che non può difendersi.

E non è tutto. La riscrittura appiattisce la nostra storia, l’evoluzione culturale e sociale dell’umanità. Per questo motivo molti difendono le opere accusate: simboli in realtà del progresso. 

Ciò nonostante, il mondo dell’arte sembra ormai colpito da un’epidemia di riscritture “politicamente corrette”. E anche la regina del giallo è stata contagiata. 

Romanzi di Agatha Christie Photo 199701380 Jelena Katavic Dreamstime

LA RISCRITTURA: AGATHA CHRISTIE

La spia rossa del razzismo oggi si accende con molta più frequenza rispetto al passato. Per fortuna, aggiungo. E il nostro linguaggio si è adattato di conseguenza.

Così oggi una pagina di un bestseller da milioni di copie può essere letta con occhi diversi, più sensibili e giusti.

È questo il caso di Agatha Christie. Un talento indiscutibile, ancora oggi. Eppure, negli ultimi anni i romanzi gialli della Christie sono stati accusati di essere politicamente scorretti.

È successo a uno dei suoi bestseller: “Dieci piccoli indiani”. Un capolavoro uscito nel 1939. Tuttavia, oggi nel leggerlo «fastidiosi elementi linguistici e topografici balzano all’occhio, primo di tutti l’uso costante del termine nigger, letteralmente “negro”», come scrive Erika Funari sul blog.

Questo vuol dire che Agatha Christie era razzista o sessista?

Difficile dirlo dopo tanti anni. Parliamo di un libro che quest’anno spegnerà la sua 85esima candelina. E 85 anni fa la società era diversa. E lei era una donna del suo tempo. 

Anzi: per la giornalista Vanessa Roghi, Agatha Christie era «oltre il suo tempo», se si pensa ad uno dei suoi personaggi più noti: il detective Hercule Poirot. 

L’investigatore era «un profugo belga, costretto a emigrare in Inghilterra durante la Prima guerra mondiale, vittima di continui insulti» di una società razzista e classista.

Una società oscura che la Christie demolisce una pagina alla volta. Pochi maggiordomi o camerieri; nei romanzi della regina del giallo, gli assassini sono spesso gli esponenti dell’alta società inglese.

La terza via: la separazione 

Nessuna terza definizione di “cancel culture”.  Per curare il dilemma causato dagli artisti “mostruosi”, la terza via opera con la più cieca semplicità: non vedere il problema.

In altre parole, una terza soluzione consiste nel far finta di niente, separando l’opera dall’artista.

Una soluzione utilizzata in realtà molto più spesso di quello che si pensa.

Se così non fosse stato, nel 2017 dopo il #metoo si sarebbero persi molti nomi ad Hollywood e nel resto del mondo.

E in realtà, molto prima del “Me Too” gli esempi di “cecità al reato” sono molti.

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GLI ARTISTI “MOSTRUOSI” E LE LORO OPERE: ROMAN POLANSKI

È il 1977: il grande regista Roman Polanski viene accusato di violenza sessuale nei confronti della quattordicenne Samantha Geimer.

Sconterà poco più di 40 giorni di carcere per questo reato. Per tutta la vita, e ancora oggi, l’artista è stato inoltre punito con una gogna mediatica, in particolare negli Stati Uniti.

Eppure questo linciaggio sociale non ha pregiudicato la sua carriera. Polanski non è mai stato cancellato come regista.

E la sua carriera non si è fermata al 1977. Sono infatti ben 15 i film usciti dopo quell’anno, tra cui “Il pianista”, vincitore di tre premi Oscar.

Per questo Roman Polanski è un chiaro esempio di separazione dell’artista dalla sua opera: accusato sui social e premiato sul palco.

C’è da aggiungere un dettaglio: Polanski ha trovato un porto sicuro in Europa. Continente capace di essere cieco di fronte a certi reati. 

O, come nel caso di Woody Allen – prosciolto da ogni accusa – l’Europa sembra a volte più permeabile alla verità giudiziaria.

Come dimostra una vicenda italiana: il caso Sutter-Bozano. La verità delle indagini e dei processi come verità assoluta, senza una propria personale riflessione. 

Consiglio di lettura: “Mostri” di Claire Dederer

Un consiglio di lettura. Dal 10 aprile è disponibile in Italia l’ultimo libro di Claire Dederer: “Mostri”.

Un libro nato da un articolo pubblicato dalla scrittrice e giornalista statunitense sulla Paris Review nel 2017, nel pieno del movimento femminista #MeToo.

Sviluppando quell’articolo, la Dederer ha esplorato l’universo degli artisti “mostruosi”. Pittori, cantanti, scrittori o cineasti: tutti “mostri”, anche se in misura diversa.

E il libro della scrittrice esplora questi personaggi, aggirandosi intorno alla “grande contraddizione”: amare l’opera, ma disdegnare l’artista. Una contraddizione suscitata in lei dalla vita di Woody Allen. 

Una risposta al dilemma nel libro – vi avviso – non è presente. Tuttavia, la sviscerazione del quesito morale potrà stimolare la vostra mente. E magari portarvi alla vostra personale ricetta contro il dilemma degli artisti “mostruosi”. 

Il libro in Italia è pubblicato da una nuova casa editrice: “Altrecose”, ideata da Il Post e Iperborea. E “Mostri” è il loro primo titolo.

Il libro è disponibile su Amazon, il sito di Il post e negli altri principali shop di editoria.

Anna Ceroni
Agenzia Corte&Media
Data di pubblicazione: 16.04.2024

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