Gli atti criminali come intrattenimento e specchio sociale.
Omicidi efferati, sparizioni misteriose, delitti familiari: da sempre la cronaca nera esercita un magnetismo potente sull’opinione pubblica.
Vedendo i podcast più popolari o i documentari più seguiti su Netflix, si notano molti lavori che riguardano l’omicidio.
Negli ultimi anni, il true crime, vero crimine – quel genere di storia (un tempo di nicchia) che trasforma i crimini della vita reale nell’intrattenimento – è diventato un’ossessione.
Questo fascino per il crimine reale non è tuttavia nuovo.
Cinquant’anni fa, alcuni degli spettacoli più popolari in televisione riguardavano il crimine e la punizione, come Perry Mason, Colombo oppure La signora in giallo. E non posso tralasciare i film di Alfred Hitchcock.
Dai salotti del XIX secolo, dove si leggeva avidamente dei crimini riportati nei giornali, fino alle serie Netflix e ai podcast più ascoltati, l’interesse per il lato oscuro della società è rimasto costante.
La differenza sta solo nel fatto che il true crime sui media si è adattato alle tecnologie e ai linguaggi del nostro tempo. Fra audio da ascoltare sullo smartphone e visioni in streaming.
GLI ARCHETIPI NARRATIVI NEL CRIMINE
Ma perché la cronaca nera esercita un’attrazione così potente? Questa attenzione non è solo una curiosità morbosa.
La risposta è complessa e intreccia psicologia, sociologia, diritto e cultura popolare. Quello per il crimine è un interesse antico, profondo e stratificato, che oggi assume forme sempre più pervasive.
È una lente attraverso cui osserviamo, proiettiamo e interpretiamo paure, desideri e conflitti profondi. Come mai siamo così attratti dal male?
Perché, mentre condanniamo la violenza, continuiamo a consumarla sotto forma di racconto?
Il crimine come esperienza emotiva controllata
Secondo alcuni studiosi, il crimine – se narrato – offre una “scarica di adrenalina a rischio zero”: ci fa paura, ma in un modo sicuro.
Storie spaventose, ma vissute a distanza di sicurezza, che offrono emozioni forti e coinvolgenti. Stimola emozioni forti (paura, ansia, indignazione) senza esporci al pericolo reale.
Nel racconto criminale, infatti, il pericolo è confinato e controllato.
Possiamo empatizzare con la vittima, investigare con l’inquirente, comprendere o detestare il colpevole. E tutto questo senza abbandonare la nostra posizione di spettatori protetti.
Altri vedono nella narrazione criminale una forma di educazione preventiva: capire “come è successo” può aiutare a evitare situazioni simili.
In effetti, la violenza raccontata attiva meccanismi emotivi intensi — paura, ansia, indignazione — che tengono incollati allo schermo o alla pagina.
Freud e criminologia: la seduzione dell’oscuro
C’è, però, un livello più profondo. Il fascino per il crimine potrebbe nascere anche da una zona nascosta della psiche.
Freud l’avrebbe chiamata Id: il nucleo pulsionale, primitivo, anarchico della mente.
Dentro ognuno di noi – suggeriscono psicologi e criminologi – esiste un lato oscuro: l’impulso a trasgredire, il desiderio di violare le regole, la tentazione della distruzione.
Nella maggior parte dei casi, questo lato resta silente, contenuto dal Super-Io, cioè dalle norme sociali, dal senso di colpa, dalla compassione.
Tuttavia il crimine – soprattutto se spettacolare – apre una finestra su questa dimensione.
Guardare il male ci permette di esplorare quella parte di noi che normalmente censuriamo. E lo facciamo attraverso storie altrui, mantenendo la distanza di sicurezza.
Psicologia del crimine: fantasie violente e impulso umano
David Buss, psicologo evoluzionista, ha rivelato dati sorprendenti: circa il 91% degli uomini e l’84% delle donne hanno avuto, almeno una volta, una fantasia di uccidere qualcuno (in nel suo libro The Murder Next Door: Why the Mind Is Designed to Kill).
Non significa che siamo tutti potenziali assassini, ma che il pensiero violento, in condizioni estreme, è parte del nostro repertorio mentale.
Il crimine, in questo senso, ci interroga su chi siamo davvero. È uno specchio inquietante, che ci costringe a confrontarci con la nostra ambiguità morale, con ciò che potremmo diventare in certe condizioni.
Omicidi: uomini, donne e motivazioni diverse
Guardare una serie true crime può soddisfare esigenze diverse. Le ricerche rivelano motivazioni diverse tra i generi.
Le donne, ad esempio, dichiarano di guardare i true crime per imparare a difendersi, per riconoscere segnali di pericolo, per sviluppare strategie di sopravvivenza.
Gli uomini, invece, sembrano spinti da una componente identitaria: il crimine alimenta un senso di potere, di controllo, talvolta un impulso alla sfida o all’identificazione con l’investigatore.
In entrambi i casi, l’interesse risponde a bisogni evolutivi: riconoscere il pericolo, prevederlo, controllarlo.
Il crimine, raccontato, diventa così un manuale di sopravvivenza simbolico.
Funzione sociale del crimine: la costruzione del “mostro”
C’è da notare un altro aspetto fondamentale dell’interessa per il mondo crime.
Il racconto criminale si nutre anche di archetipi antichi. Il colpevole diventa “mostro”, la vittima è innocente, l’investigatore un eroe.
È il classico schema del “bene contro il male”, che trasforma la cronaca in mitologia moderna. È lo schema archetipico del “bene contro il male”, profondamente radicato nella nostra cultura.
Questa semplificazione narrativa – seppur efficace – rischia di essere pericolosa: rischia di deformare la realtà giudiziaria, creando processi paralleli fondati sull’emozione anziché sulle prove.
Trasforma il colpevole in “mostro”, sottraendolo alla complessità del contesto, della mente, delle circostanze.
In questo processo, i media giocano un ruolo decisivo: esaltano i dettagli più cruenti, alimentano l’indignazione, suggeriscono colpevolezze senza prove. Si crea così un clima emotivo che spesso anticipa – e distorce – l’iter giudiziario.
Attrazione per i delitti e morbosità
La fascinazione per i dettagli macabri è un altro ingrediente della cronaca nera contemporanea.
I media spesso enfatizzano gli aspetti più cruenti per aumentare l’audience, alimentando una spirale di interesse morboso.
Il rischio è quello di distorcere la percezione del fatto criminoso, sovrapponendo sensazionalismo e realtà giudiziaria.
In questo scenario, l’“effetto mostro” prevale, e con esso si affievolisce il principio di presunzione d’innocenza.
Crimine e giustizia: il rischio del processo mediatico
Dal punto di vista giuridico, questa la spettacolarizzazione del crimine è problematica.
La presunzione di innocenza – principio cardine del diritto – viene messa in crisi dalla pressione mediatica e dal pregiudizio collettivo.
Quando l’opinione pubblica – sollecitata da narrazioni unilaterali – si convince della colpevolezza di un individuo, il processo rischia di diventare una formalità.
Il “tribunale mediatico” ha già emesso la sentenza.
I giudici, allora, devono operare in un contesto contaminato da emozioni, aspettative, narrazioni mitologiche. E difendere l’imparzialità diventa una sfida.
Cronaca nera, catarsi collettiva e bisogno di ordine
Il racconto del crimine ha anche una funzione sociale. È catartico: consente al pubblico di proiettare le proprie ansie, paure e tensioni su un evento esterno.
Seguire un caso di cronaca nera può avere anche una funzione liberatoria. Si parla del caso, ci si indigna, si solidarizza con la vittima.
Il pubblico proietta paure e ansie su un fatto esterno, trovando nella condivisione sociale un senso di appartenenza.
La visione del colpevole arrestato e condannato, inoltre, offre rassicurazione: la giustizia esiste, l’ordine viene ripristinato.
Questo crea un senso di comunità: si condividono emozioni, si rafforza l’identità collettiva, si riafferma un ordine morale.
La condanna del colpevole diventa simbolica: serve a ristabilire un equilibrio infranto. Tuttavia la velocità emotiva del pubblico non sempre coincide con i tempi del diritto.
Vantaggi psicologici del true crime
Secondo la teoria “Uses and Gratifications”, la cronaca nera soddisfa vari bisogni psicologici: conoscere per sentirsi al sicuro, emozionarsi in modo controllato, comprendere il disordine per ritrovare senso.
Inoltre, attorno ai casi si creano community, gruppi online, forum di discussione: luoghi dove la condivisione dell’orrore diventa socialità.
Spesso, il pubblico si sente al sicuro perché le vicende criminali riguardano “qualcun altro”. Oppure accadono in contesti all’apparenza lontani dalla quotidianità di chi guarda, permettendo di vivere tensioni emotive senza un coinvolgimento diretto.
Informarsi su omicidi o casi di cronaca nera può fornire un’illusione di controllo (“capendo i meccanismi, potrò difendermi meglio”), alimentando la convinzione che conoscere i dettagli possa aiutare a evitare situazioni pericolose.
Vedere i casi di cronaca nera e la successiva azione della magistratura o delle forze dell’ordine (arresti, processi, condanne) può dare al pubblico una sensazione di controllo e rassicurazione: la società punisce i colpevoli, ripristinando l’ordine.
Da un punto di vista legale, però, l’apparato giudiziario ha tempistiche e procedure che non sempre corrispondono all’“urgenza emotiva” del pubblico.
Quando le persone apprendono particolari su un crimine (modus operandi, dinamiche relazionali, contesto di rischio), si attivano in modo preventivo, cercando informazioni su come tutelarsi
Non è solo voyerismo: è un bisogno di orientarsi in un mondo complesso, dove il male esiste e può colpire chiunque.
Il nodo della responsabilità e la deriva spettacolare
L’interesse per i criminali più efferati solleva interrogativi su malattia mentale, imputabilità, misure di sicurezza.
Anche qui, tuttavia, la narrazione mediatica tende a semplificare, forzando etichette e giudizi.
L’ossessione per il male può offuscare la complessità dei casi, trasformando il processo penale in un’arena emotiva.
Il ruolo dei media nella cronaca nera
Il crimine, oggi, è raccontato come un prodotto culturale. Ma questa narrazione ha conseguenze.
Se i media cedono al sensazionalismo, rischiano di compromettere il processo penale. Quello che, seguendo certe regole, si celebra nelle aule dei tribunali.
Serve equilibrio: tra diritto all’informazione e tutela dell’imputato, tra trasparenza e rispetto della dignità, tra racconto e verità processuale.
In una democrazia matura, i media devono informare, non deformare.
Cronaca, crimine, delitti: un’ossessione che ci riguarda tutti
La cronaca nera ci attira perché ci parla di noi: delle nostre paure, dei nostri impulsi, della nostra ricerca di senso. del nostro bisogno di giustizia e sicurezza.
La cronaca nera non è solo spettacolo: è specchio, rito collettivo, mitologia moderna.
È un’esplorazione collettiva dell’umanità più fragile e contraddittoria.
Tuttavia, se vogliamo comprenderla davvero, dobbiamo andare oltre la morbosità, oltre gli archetipi. Dobbiamo riconoscere la complessità del male, le ambiguità della mente umana, il valore delle garanzie giuridiche.
Solo così potremo continuare a raccontare il crimine – e ad ascoltarlo – senza trasformarlo in una giustizia da palcoscenico. Il vero nodo, in fondo, è questo: riuscire a raccontare l’oscurità senza alimentarla.
Laura Baccaro
Psicologa giuridica e criminologa
https://laurabaccaro.it
Il “mostro” Bozano raccontato dalla criminologa
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Sono un giornalista professionista, scrittore e media educator irriverente. Insegno Giornalismo Interculturale e Multimedialità all’Università di Verona. Faccio ricerca su come i media rappresentano la società, il crimine e la giustizia. Sito web: Corte&Media. Per contattarmi: direttore@ilbiondino.org





