I media seguono spesso percorsi standard nel dare le notizie sulla violenza di genere. Ignorando la realtà.

Come vengono raccontati i femminicidi? Ne abbiamo un esempio leggendo l’agenzia Ansa e il sito web del Corriere della Sera.

Possiamo affermare che – rispetto alle ricerche su media e femminicidi condotti negli anni scorsi da Cristina Martini – capita ogni volta di ritornare a leggere in modo stereotipato i femminicidi.

Il femminicidio – tra i più impressionanti di quelli raccontati dalle cronache – in questo caso è avvenuto all’alba di mercoledì 29 giugno 2024, a Padova, sull’Autostrada A4, nei pressi della cittadina di Vigonza.

Come racconta l’agenzia Ansa in un servizio di giovedì 30 giugno 2024, “non si era gettata volontariamente dal cavalcavia dell’autostrada, ma è stata uccisa dal compagno, che l’ha fatta precipitare sulla carreggiata, la donna il cui corpo è stato trovato all’alba di ieri sulla A4, straziato dai veicoli in transito, a Vigonza (Padova)”.

La morte della donna, Giada Zanola di 33 anni, sembrava riconducibile a un suicidio. Le indagini di Polstrada e Questura di Padova sono arrivate invece a conclusioni diverse.

Il compagno della donna, Andrea Favero, 39 anni, ha fatto alcune ammissioni al pubblico ministero che l’ha interrogato. Ed è poi stato fermato per omicidio volontario.

Scrive ancora l’Ansa: “La coppia, che ha un bambino di 3 anni, era da tempo in crisi. L’omicidio, secondo la ricostruzione della polizia, è avvenuto al culmine di una lite che i due hanno avuto mentre si trovavano sul ponte sopra l’autostrada, a Vigonza, poco distante dalla loro abitazione”.

Prosegue l’articolo: “Qui il compagno l’ha fatta precipitare. Alcune automobili sono riuscite ad evitare il corpo, poi la donna è stata travolta mortalmente da un camion”.

L’agenzia Ansa precisa poi che “sia la vittima che l’indagato sono italiani”.

LA CRONACA DEL CORRIERE DELLA SERA ONLINE

Sulla stessa linea è l’articolo Corriere della Sera online dello stesso 30 giugno 2024. Aggiunge, però, alcune informazioni sul contesto in cui è avvenuto il femminicidio e sui rapporti interni alla coppia.

“È emerso come negli ultimi tempi la relazione fosse entrata in crisi con liti anche violente”, scrive il Corriere, nell’edizione online.

“E in effetti sul corpo del compagno di Andrea Favero gli agenti hanno notato segni tipo lividi o escoriazioni, riconducibili a episodi del genere”, prosegue l’articolo. 

C’è poi un passaggio interessante dell’articolo del Corriere della Sera online, quando riferisce che il marito della donna assassinata, Andrea Favero, ha ricostruito le ore precedenti. 

Il giornale ci informa che l’uomo ha parlato di una serie di cose:

  • del suo stato di disagio per la relazione ormai in crisi;
  • della sua preoccupazione di non poter più vedere il figlio avuto con la compagna;
  • della notte tra il 28 e il 29 maggio, quando tra i due è scoppiata una lite proseguita sul cavalcavia dell’autostrada che dista poco meno di un chilometro dall’abitazione della coppia

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Cosa ci dicono i racconti del femminicidio

Ci sono alcuni elementi interessanti che emergono dagli articoli dell’agenzia Ansa e del Corriere della Sera online. 

Sono elementi che ci consentono di cogliere una serie di punti chiave che ricorrono nelle narrazioni dei media:

  • la chiave interpretativa (il frame) che un racconto giornalistico dà di un certo fatto,
  • le routine giornalistiche nel raccogliere e scrivere le notizie,
  • la scelta degli argomenti (agenda setting) che i giornali decidono di trattare,
  • l’uso delle fonti a cui ricorrere per ricostruire un fatto e raccontarlo,
  • il linguaggio che viene impiegato nel presentare un evento
  • il filtro della professionalità e umanità nel narrare un fatto

Vediamoli uno alla volta, per avere consapevolezza di come le informazioni vengono veicolate dai mezzi della comunicazione sociale. 

Possiamo così renderci conto di quanto il modo di raccontare, l’angolazione da cui vedere le azioni e la scelta degli argomenti possano incidere sulla nostra immagine dei fatti.

INTERPRETAZIONE: L’OMICIDIO “AL CULMINE DI UNA LITE”

Giada Zanola, ci dicono le cronache dei due giornali all’unisono, è stata uccisa “al culmine di una lite”.

È il primo elemento che colpisce. Una volta avuta notizia di dove, come e quando l’omicidio è avvenuto, siamo tutti a chiederci cos’abbia creato le condizioni perché quel delitto si realizzasse.

Come sappiamo, se si parla di litigio, ebbene proprio la “lite” può essere originata, dominata e risolta dall’uno o dall’altro dei soggetti coinvolti.

Potremmo addirittura pensare che sia stata la donna, 33 anni, ad avviare la lite.

Potremmo arrivare a crede che l’omicidio sia l’esito di un tentativo di difesa da parte del compagno, 39 anni. E che siamo di fronte a un omicidio preterintenzionale (oltre le intenzioni di chi l’ha commesso).

In ogni caso, le cronache dei due giornali evitano di farci inquadrare – in modo netto – questo omicidio nell’ambito dei delitti legati alla violenza domestica o di genere. Ovvero, il femminicidio.

La stessa situazione di “litigio” degenerato in assassinio – se ci fermiamo al racconto dei media – si sarebbe potuta realizzare anche tra due uomini adulti. Oppure tra due donne.

Insomma, la chiamo io femminicidio questa tragedia. Nei due importanti giornali non vi è alcun riferimento a quel tipo di lettura.

UN DELITTO TRA “ITALIANI”

Da notare, poi, la precisazione che la donna uccisa e il suo compagno sono “italiani”. 

Quale sarebbe stata la lettura di questo caso se tutti e due, oppure la donna, oppure il compagno, fossero stati “stranieri”? E se fossero stati “stranieri nordafricani” o “stranieri dell’Est Europa”, sarebbe cambiata ancora la nostra lettura dei fatti?

Media e Giornalismo - Agenda Setting - Media Studies - Photo Thomas-Charters-zAi2Is48-MA-Unsplash

ROUTINE: LE FRASI FATTE

La scelta di attribuire a una lite la causa dell’omicidio di Giada Zanola, da parte del compagno Andrea Favero, ci dimostra come in molte situazioni noi giornalisti si ricorra a formule standard.

Le formule standard sono espressioni d’uso frequente tra i giornali. Sono espressioni che consentono di risolvere il problema del racconto di un certo evento senza esporsi, senza mettersi in gioco. E a volte senza avere tutte le informazioni necessarie per un resoconto informato di un evento. 

Ci troviamo così a leggere le solite formule stereotipate, che ricorrono di frequente sui giornali. Il problema è che anche gli stereotipi e i pregiudizi ci orientano.

Leggiamo (o ascoltiamo) così che un certo incidente è accaduto “per cause in corso di accertamento”. Leggiamo che “le indagini proseguono senza sosta”. E abbiamo, nei femminicidi, il “culmine di una lite”.

Il “culmine di una lite” è come il climax di un film. O di un romanzo. Oppure di una serie televisiva. È il punto di maggiore tensione.

Ebbene, chi ha cagionato quel momento di tensione all’estremo? A volte il protagonista della storia. Altre volte l’antagonista. 

Utilizzando l’espressione “al culmine di una lite”, l’impressione che se ne ricava è che l’omicidio si è quasi prodotto da solo.

Parlando di “culmine di una lite”, la figura del compagno di Giada (il presunto assassino) si confonde con quella della vittima. 

Viene da pensare che, essendo una lite, lei poteva evitare che la situazione degenerasse. Il conflitto, volendo, lo si può gestire, ci dice un nostro retro-pensiero.

Del resto, come si usa dire, “si litiga in due”. Non è che uno litiga per conto proprio.

LA SCELTA DEGLI ARGOMENTI

I due articoli dell’Ansa e del Corriere della Sera online potevano approfondire le informazioni sul rapporto tra la donna uccisa, Giada, e il suo compagno, Andrea.

Potevano raccogliere notizie per comprendere in quale contesto sia maturato l’omicidio.

L’Ansa ignora questo taglio informativo. Il contesto in cui è avvenuta la morte violenta di Giada, mamma di un bambino di 3 anni, è ignorato.

Il Corriere della Sera va oltre e dà addirittura voce – come spesso accade – all’uomo accusato di omicidio volontario.

Abbiamo così la parte dell’articolo dedicata al disagio di Andrea Favero, alla crisi della coppia, al timore di non poter vedere il figlio, alle frequenti liti.

Sentiamo solo le ragioni dell’uomo accusato. La vittima, ovviamente, non parla. E non parlano i famigliari di Giada, come spesso accade.

Abbiamo avuto un’eccezione – rispetto al silenzio dei famigliari della donna uccisa – con il caso di Giulia Cecchettin. E abbiamo visto come il padre e la sorella siano stati massacrati sui social.

L’USO DELLE FONTI PER NARRARE UN FATTO

Le fonti sono tra i più importanti pilastri di una narrazione.

Come giornalisti – ma anche come semplici persone che narrano storie – raccontiamo ciò che abbiamo raccolto, vagliato e filtrato.

L’agenzia Ansa e il Corriere della Sera online mostrano di avere come uniche fonti quelle di polizia, magistratura e avvocato difensore dell’uomo accusato del delitto sull’autostrada A4 Milano-Venezia.

Come mai nessuno è andato ad ascoltare, come di solito si fa, i vicini di casa della coppia? Perché nessuno ci informa di qualche parente, amico/a o conoscente disposti a parlare, magari in anonimato?

Se non abbiamo fonti diverse, se non otteniamo tessere diverse del puzzle che stiamo costruendo con il nostro racconto, rischiamo la narrazione a voce unica. Come accade nelle dittature.

Ucraina Russia Guerra Propaganda dei Media - magazine ilbiondino.org - ProsMedia - Agenzia Corte&Media - Photo 128003750 : - Media Propaganda © Kiosea39 | Dreamstime

IL LINGUAGGIO CREA LA REALTÀ

Il linguaggio definisce persone e situazioni. I media creano la realtà (gli studiosi parlano di media creation) grazie al linguaggio: quello scritto e quello visivo.

Così titola il Corriere della Sera online del 30 giugno 2024 (aggiornamento alle ore 12.13), nel dare la notizia: “Padova, la donna precipitata dal cavalcavia a Vigonza non si è suicidata: Giada Zanola è stata buttata sulla A4, fermato il compagno”.

Questo il titolo dell’agenzia Ansa: “Donna caduta da ponte A4, non era suicidio, è stata uccisa”.

Non abbiamo, al contrario di altri casi, l’impiego della parola femminicidio. Manca una chiara chiave informativa e interpretativa dell’evento che riconduca la morte violenta di Giada alla violenza domestica, al femminicidio, alla violenza di genere.

Eppure l’interpretazione di un fatto passa, soprattutto, dalla scelta degli argomenti che vengono presi in considerazione nel raccontare quel fatto. E attraverso il linguaggio che viene utilizzato.

Prendiamo il caso dell’immigrazione. Se ne parliamo utilizzando parole come “extracomunitario”, “straniero”, “marocchino” e occupandoci solo di furti, violenza privata e devianza, abbiamo una certa interpretazione dell’immigrazione.

Lo stesso accade con l’uccisione di una donna. Se la definiamo femminicidio, sappiamo che c’è un contesto di violenza che lo determina e accompagna.

Se invece la morte violenta di una donna la definiamo solo omicidio, allora possiamo pensare che sia stata la lite a provocare il tutto. Una lite “al culmine”.

IL FILTRO UMANO E PROFESSIONALE

La formazione dei giornalisti, dei comunicatori e di tutti i professionisti della comunicazione è fondamentale.

È fondamentale per avere un giornalismo e un comunicare di qualità.

Solo con professionisti competenti, che conoscono gli argomenti, possiamo avere media con contenuti basati sulla verità sostanziale dei fatti.

Solo così possiamo fruire di informazione basata su un metodo di ricerca (e di esposizione dei fatti) che si rifà alle migliori tradizioni scientifiche.

Un giornalista non può essere un tuttologo. Tuttavia, là dove la sua competenza non arriva, può intervistare e ascoltare gli studiosi, gli specialisti e gli esperti di un certo argomento.

Conta molto – oltre alla formazione – anche l’umanità del giornalista e di chi fa comunicazione sui media.

Possiamo parlare di human centered journalism (di human centered communication). Si tratta di un giornalismo che ha alcuni punti e valori di riferimento:

  • metodo scientifico nel raccogliere, selezionare e raccontare i fatti;
  • impegno per la verità sostanziale dei fatti;
  • riferimento etico alla Costituzione e al Testo Unico dei Doveri del giornalista;
  • promozione della giustizia sociale;
  • rispetto della dignità delle persone;
  • rispetto della diversità e ascolto dell’alterità

Questi riferimenti mi sono venuti spontanei nella seconda metà degli Anni Novanta, quando per il mio giornale di allora – L’Arena di Verona – mi occupavo dei senza fissa dimora.

Li ho poi testimoniati, approfonditi e tematizzati con lo studio, la ricerca e l’insegnamento di Giornalismo Interculturale e di Comunicazione Interculturale nei Media al Master in Intercultural Competence and Management (Università degli Studi di Verona).

Violenza sulle Donne - Femminicidio - Photo Sinitta-Leunen-rRAT2lIQyIk-Unsplash

La violenza domestica e gli abusi

Un giornalismo e una comunicazione di qualità, autorevole e human centered passano attraverso l’ascolto degli studiosi e degli specialisti.

Sulla violenza di genere Laura Baccaro, criminologa e psicologa giuridica, ha scritto una serie di articoli su questo magazine e curato ricerche. Ecco alcuni riferimenti:

C’è poi un articolo di Anna Ceroni sulle vittime secondarie di femminicidio:

I fatti di femminicidio – come quello accaduto a Vigonza (Padova), con Giada Zanola uccisa dal compagno – meritano un’informazione che vada oltre i soliti cliché giornalistici.

Si tratta di puntare a un giornalismo e a una comunicazione che siano consapevoli del proprio ruolo. E che lo siano soprattutto nel leggere una società maledettamente complessa. 

Maurizio Corte
Agenzia Corte&Media

Video su come affrontare la violenza domestica

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