Storie di crimine e giustizia con protagoniste donne della ‘ndrangheta, nella serie su Disney+.

Mamma santissima. Sorelle d’onore. Le onorate. Nel sistema maschile della ‘ndrangheta, la donna, anche se nell’ombra, è ben presente.

Per questo sa, agisce e a volte reagisce. Così come mostra la serie crime The Good Mothers, distribuita da Disney+.

Questo dramma offre uno sguardo all’interno delle famiglie della mafia calabrese, ripercorrendo le storie di coraggio e criminalità di quattro donne di un recente passato.

Parliamo di Denise Cosco, Lea Garofalo, Giuseppina Pesce e Maria Concetta Cacciola.

Ma anche del sostituto procuratore Anna Colace, che diede alle donne l’ultima goccia di coraggio per ribellarsi al sistema mafioso.

Ad Anna Colace inoltre spetta il merito di un’intuizione brillante: sgominare dall’interno la ‘ndrangheta, collaborando con le donne.

Donne di certo arrabbiate, impaurite e stanche.

Questo perché il sistema mafioso — quello della mafia calabrese, in particolare — delega da sempre alle donne un ruolo pesante, quello di bilancia della famiglia: la propria e quella allargata della ‘ndrangheta.

E questo ruolo le costringe ad una cieca obbedienza e dipendenza dall’uomo di casa: si inizia con il padre, a cui si affiancano i fratelli, per finire con un marito.

Una vita di costrizione, senza nessuna libertà e a volte con molta violenza.

Una violenza che molte di loro hanno imparato da piccole. E che hanno accettato come unica vita possibile.

Fino a che le onorate non hanno detto basta, abbracciando la giustizia.

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“The Good Mothers”: la serie sulle donne di mafia

The Good Mothers è una serie crime prodotta da House Productions e Wildside, e distribuita da Disney+. 

La serie ribalta la narrativa tradizionale sulla mafia, che possiamo trovare in molti film e serie televisive. 

Lo fa seguendo alcune storie vere di madri, figlie e sorelle della ‘ndrangheta. 

Le protagoniste sono tutte donne cha ad un certo punto hanno deciso di cambiare vita, per salvare loro stesse e i loro figli da violenza e oppressione.

Per cambiare vita le onorate hanno così deciso di diventare testimoni, grazie a uomini e donne di giustizia, come il sostituto procuratore Anna Colace.

Come scrive Vogue, è proprio il personaggio di Anna Colace che «decide di dare voce a quelle figlie, madri, mogli da sempre relegate al silenzio».

Donne vittime di un sistema patriarcale-malavitoso.

I PERSONAGGI DELLA SERIE TV

La serie tv crime The Good Mothers esplora le figure e le scelte di alcune vere donne della mafia calabrese.

Parliamo di Giuseppina Pesce (interpretata da Valentina Bellè), Maria Concetta Cacciola (interpretata da Simona Distefano) e Denise Cosco (interpretata da Gaia Girace).

Sono donne che hanno nella realtà sfidato le loro famiglie, grazie al supporto di una coraggiosa procuratrice, Anna Colace (interpretata da Barbara Chichiarelli).

DALLA TRAMA AI FATTI

La serie tv, così come i fatti giudiziari, ha inizio con la scomparsa di una ex collaboratrice di giustizia, Lea Garofalo (interpretata da Micaela Ramazzotti). 

Alla scomparsa delle donna, la figlia Denise Cosco è costretta a rientrare nella famiglia del padre, un noto boss mafioso.

Denise, sola e impaurita, trova comunque la forza di guardare in faccia la realtà e di scegliere, nonostante la paura, la parte della giustizia.

Dal caso di Lea Garofalo, il sostituto procuratore Anna Colace arriva ad altre due donne della mafia calabrese: Giuseppina Pesce e Maria Concetta Cacciola.

Giuseppina Pesce appartiene a una delle famiglie più potenti della ‘ndrangheta.

Lei, al contrario di altre, ha un ruolo attivo nella famiglia, come messaggera.

Ciò non significa che la donna abbia libertà di scelta ed azione. E per questo, oltre che per proteggere i suoi figli, decide di collaborare con la giustizia.

Molto diversa è la figura invece di Maria Concetta Cacciola. 

Figlia di un boss della ‘ndrangheta, la donna è sottomessa in tutto e per tutto alle decisioni degli uomini della sua famiglia, a cui non si sottrae nemmeno la madre, come vittima e carnefice.

Sfinita e annichilita, decide anche lei di collaborare con la giustizia.

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Denise Cosco interpretata da Gaia Girace.

COSA È SUCCESSO DOPO? SPOILER

Cosa è successo alle donne di The Good Mothers? Le donne hanno subito destini diversi.

Partiamo con Lea Garofalo, scomparsa il 24 novembre 2009.

Secondo le ricostruzioni giudiziarie, Carlo Cosco — ex compagno della donna — quel novembre attirò la Garofalo a Milano, con la scusa di dover parlare della figlia Denise. 

A quel punto Cosco riuscì a rapire Lea Garofalo e a uccidere l’ex compagna, con un commando di cinque persone. 

La figlia Denise Cosco, invece, dopo un periodo di convivenza nella famiglia del padre a Petilia Policastro, iniziò una coraggiosa collaborazione con la giustizia.

Grazie alla sua testimonianza, Carlo Cosco e altri cinque uomini sono stati condannati per l’omicidio di Lea Garofalo.

Oggi Denise Cosco è nel programma protezione testimoni in una località segreta.

Passiamo ora alla storia di Giuseppina Pesce. 

Come si vede nella serie The Good Mothers, la donna iniziò nel 2010 un percorso di collaborazione con la giustizia, diventando un testimone chiave contro la sua famiglia.

Grazie alla sua collaborazione, infatti, gli inquirenti sono riusciti a ricostruire «la piramide del potere dei Pesce», come scrive Fan Page.

Oggi Giuseppina Pesce vive sotto protezione in una località protetta.

Infine, un altro triste destino è spettato a Maria Concetta Cacciola. 

La donna — dopo un periodo di collaborazione con la giustizia, terminato con il suo ritorno a casa — morì «dopo aver bevuto misteriosamente dell’acido», come riporta Fan Page.

I familiari di Maria Concetta Cacciola sono oggi in carcere per istigazione al suicidio.

“The Good Mothers”. La recensione

Non è semplice sbarcare nel mondo delle serie televisive con l’ennesima storia di mafia.

La possibilità di cadere nel “già detto” ormai è alta. 

The good mothers però è riuscito ad eseguire un atterraggio quasi perfetto. Come dimostrano gli alti consensi su Rotten Tomatoes.

La serie è infatti avvincente e ben realizzata, sia per la sua coerenza storica, sia per le interpretazioni drammatiche degli attori. 

Inoltre la serie tocca un argomento importante oltre alla mafia: i diritti delle donne. Diritti che in una famiglia mafiosa sono ancora più duri da conquistare. 

The Good Mothers riesce così ad essere un dramma emozionante, oltre che istruttivo, offrendo ad un ampio pubblico uno sguardo sulle dinamiche familiari della ‘ndrangheta. 

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Il sostituto procuratore Anna Colace interpretata da Barbara Chichiarelli.

Pillole di mafia: la ‘ndrangheta

Il termine ‘ndrangheta è comparso nei documenti ufficiali per la prima volta nel 1884. 

L’occasione fu una «relazione fatta dal prefetto di Reggio Calabria Tamajo al Ministro degli Interni», come scrive il Museo della civiltà.

Il termine deriva dal greco “andros agathos”, traducibile come “uomo coraggioso e valoroso”. 

Già nel nome, quindi, la mafia calabrese racchiude molti dei valori cari alla ‘ndrangheta, oltre alla limitazione di genere.

Parliamo di valori che nella mentalità mafiosa sono in grado di formare gli uomini d’onore: dei forti e valorosi giustizieri.

Al di sopra di questi valori c’è però sempre la famiglia.

Infatti, l’uomo d’onore non agisce mai solo per i suoi singoli interessi, anteponendo sempre la collettività.

I RUOLI DELLE DONNE DI MAFIA

Come scrive il quotidiano Il Resto del Carlino, nella ‘ndrangheta le donne hanno molti ruoli: «vittime, complici silenziose, ribelli, ma anche co-protagoniste delle trame criminali».

Il ruolo più importante rimane però quello di bilancia familiare, in grado di dare il giusto equilibrio all’uomo che sta svolgendo il suo cursus honorum.

Inoltre, la mamma di mafia educa i figli all’onore, e non solo.

Bambini e bambine imparano da subito la violenza, unico strumento per creare l’ordine (bussola dell’agire mafioso).

Nella mafia la donna può essere anche un trofeo da sfoggiare: le donne devono così dimostrare chi è il loro uomo, attraverso il loro cognome, il loro comportamento e il loro apparire.

La donna di mafia è inoltre spesso una complice silenziosa; anche se vittima, sa quello che succede.

Ragion per cui nel 1988, quando Angela Montagna scese ad Aspromonte per cercare il figlio sequestrato, parlò con tutte le donne che trovava. 

Le donne di Aspromonte — massiccio montuoso dell’Appennino calabro — dovevano per forza sapere qualcosa. E qualcuna doveva anche aver preso parte a quel sequestro. 

Un altro ruolo delle donne di mafia consiste infatti nella cura e la copertura dei sequestrati.

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Giuseppina Pesce interpretata da Valentina Bellè.

LE DONNE: BOSS AD INTERIM 

Nonostante l’oppressione femminile, la mafia negli ultimi anni è diventata più permeabile agli impulsi esterni. 

Per esempio, l’emancipazione femminile è in parte riuscita a penetrare anche nelle famiglie mafiose. 

Così oggi le donne di mafia vengono per esempio istruite. Anche se — sia chiaro — il loro studio è sempre in funzione dei bisogni della Famiglia.

Inoltre, già da tempo si stanno succedendo donne boss, amministratrici, contabili, esecutrici, come scrive Irpimedia.

Secondo i dati di Trascrime, oggi, infatti, «un terzo degli azionisti di società confiscate alle mafie è donna».

Di queste aziende, il settore maggiormente presente è quello della ristorazione e alberghiero, seguito dal commercio all’ingrosso e al dettaglio, dai trasporti e dalle costruzioni.

Nella maggior parte dei casi però questo ruolo è solo un altro indicatore di passività. 

Questo perché, la donna boss — possiamo azzardare a dire — è spesso e volentieri solo un capo ad interim.

Come specifica Ombretta Ingrascì — nel libroDonne d’onore: storie di mafia al femminile — infatti, «la detenzione dell’uomo è presupposto fondamentale perché la donna eserciti» un ruolo da “boss”.

Infine, bisogna nominare un altro evento esterno, che ha modificato gli equilibri interni dell’organizzazione negli ultimi anni: il Covid. 

Con la pandemia mondiale del 2020, le organizzazioni malavitose hanno sfruttato le difficoltà delle persone, come approfondisce un articolo di Maurizio Corte sul blog.

E questo nuovo input esterno ha comportato delle modifiche interne. 

IL RITO DI AFFILIAZIONE NEGATO

Nonostante questa “apertura”, nel codice mafioso le donne non possono «associarsi al clan attraverso il rito di affiliazione», precisa Irpimedia.

Questa negazione al rito di affiliazione è un altro chiaro indicatore dell’inferiorità della donna nella mafia. 

Tra l’altro questo aspetto è stato un ostacolo per i magistrati, che per molto tempo non sono stati in grado di imputare le donne.

Infatti, è solo del 1999 «la prima sentenza della Corte di Cassazione che dichiara esplicitamente l’imputabilità delle donne (…) in assenza di una loro formale affiliazione» conclude l’articolo di Irpimedia.

MAMMA SANTISSIMA: L’ARCHETIPO SIMBOLICO-MITOLOGICO

Tutti i tipi di mafia fanno largo uso di un sistema simbolico. Non fa eccezione la ‘ndrangheta.

Il sistema simbolico della ‘ndrangheta trae vita dalla simbologia esoterica e religiosa di Aspromonte.

In questo sistema, molti riferimenti simbolici ricadono nella figura della donna, la bilancia del maschile. 

In particolare, si richiama spesso la figura della Madonna e quindi della Madre.

Ed è la Mamma di San Luca a detenere il ruolo apicale nella ‘ndrangheta, per il suo legame leggendario con Polsi, mecca della mafia calabrese. 

Secondo la leggenda, le 12 tavole contenenti le regole dell’organizzazione furono infatti trovate proprio a Polsi.

Per questo la Mamma di San Luca funge da protettrice della mafia calabrese. 

Tuttavia, la figura della madre non appare solo nei santini.

Nel gergo mafioso, per esempio, “avere una mamma” significa avere una famiglia a cui riferirsi se si hanno dei problemi. 

O, ancora, nella struttura della ‘ndrangheta, la “Mamma Santissima” è uno dei gradi più alti e segreti dell’organizzazione.

Podcast consigliato: “Le onorate”

Disney+ non ha sprecato l’occasione: oltre alla serie tv The Good Mothers ha collaborato con il Post, per produrre il podcast Le onorate. 

Si tratta di un dialogo sulle donne di mafia tra il giornalista Stefano Nazzi — specializzato in cronaca nera e giudiziaria — e la docente di criminologia Anna Sergi.

Il podcast, così come la serie tv, esplora il ruolo delle donne all’interno della mafia calabrese.

Si passa così dalle donne rimaste fedeli all’organizzazione criminale, a quelle che hanno cercato di opporsi alla Famiglia. 

Il podcast Le onorate si compone di soli tre episodi di breve durata, tuttavia saranno minuti intensi per gli ascoltatori. 

Il podcast è disponibile gratuitamente sulle principali piattaforme di streaming: 

Copertina del podcast "Le onorate".

Il messaggio di “The Good Mothers”

La piattaforma Disney+ ci ha offerto l’occasione di spiare dalla finestra le famiglie della mafia calabrese.

Così facendo, The Good Mothers e Le onorate fanno molto di più che occupare (bene) il tempo.

Serie tv e podcast riescono infatti ad educare e sensibilizzare il pubblico sulla condizione della donna nella ‘ndrangheta.

Dalla visione e l’ascolto di questi due titoli possiamo tratte tanti insegnamenti:

  • raccontare la ‘ndrangheta serve per riuscire a normalizzarla;
  • parlare di donne della ‘ndrangheta, serve a ricordarle. Ma anche a ricordare a noi stessi, che erano persone normali; 
  • se la condizione femminile nella mafia avanza in alcune sfere della vita, continua ed essere per lo più arretrata;
  • quando si parla di mafia bisogna ricordare che si tratta di una organizzazione criminale che vive in un contesto; per cui bisogna leggere i fatti analizzando le dinamiche interne ed esterne, in un hic et nunc.

Anna Ceroni
Agenzia Corte&Media
Data di pubblicazione: 26.05.2024

“The Good Mothers”: il trailer

Storia criminale: la ‘ndrangheta 

Le donne di mafia: Fondazione Corriere della Sera

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