All’ombra del regime nazista, la diplomazia di Gösta Engzell traccia vie di fuga per i profughi ebrei.
C’è una forma di resistenza civile che non ha mai impugnato un fucile, ma solo timbri e protocolli. È questa la storia che rivive nel film The Swedish Connection (Netflix).
Il protagonista del dramma storico è Gösta Engzell, un funzionario svedese del Ministero degli Affari Esteri di Stoccolma.
Durante la Seconda guerra mondiale, l’uomo riesce a ostacolare i piani di sterminio della Germania nazista, usando un’arma insolita: la macchina amministrativa.
La guerra burocratica viene combattuta a colpi di cavilli, visti e interpretazioni normative, sfruttando ogni spiraglio del diritto internazionale.
La strategia di Engzell è quindi tanto semplice quanto folle.
Dalla sua scrivania, il diplomatico cerca una connessione — reale o presunta — tra i profughi ebrei e la Svezia. Un dettaglio che possa diventare un lasciapassare: un biglietto di sola andata verso la vita.
Alla fine del conflitto il bilancio è straordinario.
Sono infatti tra i 30 e i 40 mila gli ebrei salvati da Engzell e dai suoi collaboratori, grazie a un’operazione diplomatica tanto discreta quanto decisiva.
Un’azione che contribuisce inoltre a fare della Svezia «un punto luminoso in un’Europa soggiogata da Adolf Hitler».
Eppure questa vicenda rimane a lungo nell’ombra, soffocata dal senso di colpa per essere intervenuti troppo tardi davanti a una delle più grandi tragedie dell’umanità.
Disponibile dal 19 febbraio 2026, The Swedish Connection non è quindi soltanto una storia vera avvincente.
Il film è anche un riconoscimento tardivo di una resistenza fatta di firme e dossier. Un coraggio che merita di essere ricordato — e imitato.
The Swedish Connection, film sulla guerra burocratica contro l’Olocausto
È una pagina di storia poco conosciuta quella portata su Netflix con The Swedish Connection.
Il film svela infatti l’impegno dei diplomatici svedesi per strappare quante più vite possibile all’Olocausto. Un merito rimasto custodito fino al 2026.
Diretto e scritto da Thérèse Ahlbeck e Marcus Olsson, il dramma storico evita però il classico racconto bellico: nessuna scena al fronte o bombe atomiche.
Per 100 minuti, infatti, la tensione del film gira intorno a una scrivania, una penna e la firma del capo del Dipartimento giuridico del Ministero degli Affari Esteri: Gösta Engzell.
TRAMA DEL FILM SUL BUROCRATE SVEDESE
1942, Svezia. Dall’altra parte del Mar Baltico, uomini, donne e bambini vengono deportati verso i campi di sterminio.
Il Paese gira tuttavia lo sguardo altrove, trincerandosi dietro una parola magica: neutralità.
Tutti si muovono con cautela sulla questione ebraica, anche il Ministero degli Affari Esteri. Traduzione: le richieste di visto vengono ignorate, le suppliche archiviate, le responsabilità rinviate.
Poi le notizie sui campi iniziano a filtrare.
Engzell si trova così davanti a un bivio. Senza armi né divise, decide di agire. Grazie al suo coraggio, i superstiti saranno in migliaia.
IL TONO DEL FILM SU GÖSTA ENGZELL
Il tono di The Swedish Connection può sorprendere.
Il dramma storico intreccia infatti una vena ironica alla gravità della Shoah, muovendosi tra l’assurdità dell’amministrazione pubblica e le ombre del conflitto.
In questa instabile armonia prende forma il ritratto cinematografico di Engzell, interpretato dal noto attore comico Henrik Dorsin.
Con i suoi cardigan démodé e i papillon eccentrici, Dorsin veste i panni di «un improbabile funzionario pubblico che supera la burocrazia nazista con la burocrazia».
Accanto al protagonista troviamo inoltre:
- Sissela Benn, come Rut Vogel: personaggio fittizio che incarna lo spirito di iniziativa di chi, in quegli anni, ha agito invece di obbedire;
- Johan Glans è Göran von Otter: uno dei primi svedesi a ricevere notizie certe sui campi di concentramento;
- infine, Jonas Karlsson (Staffan Söderström) e Marianne Mörck (Stina Johansson) completano l’ottimo cast del film.
Presentato il 25 gennaio 2026 al Göteborg Film Festival, il dramma è stato girato in svedese e tedesco. La colonna sonora è firmata da Johan Testad e Kaspar Kaae.
“The Swedish Connection”, la vera storia di Gösta Engzell
La pagina raccontata in The Swedish Connection si inserisce in un libro abitato da personaggi diversi tra loro: solitari, religiosi, gruppi clandestini, diplomatici.
Chi ha salvato gli ebrei dall’Olocausto non faceva infatti parte di un’unica rete organizzata, ma di una costellazione di iniziative spesso isolate tra loro.
Un elemento accomuna però questi eroi invisibili: tutti loro hanno operato in condizioni di pericolo estremo, senza garanzie di successo o protezione.
Gli strumenti a disposizione erano inoltre improvvisati: documenti e passaporti falsi, reti di fuga clandestine, conventi trasformati in rifugi.
In queste missioni di salvataggio, l’unico vero limite era quindi la capacità di immaginare una via d’uscita e il coraggio di percorrerla.
Nonostante gli innumerevoli episodi di eroismo, la priorità strategica degli Alleati rimane però un’altra: la vittoria militare.
Davanti ai costi elevati, la logistica bellica e l’indifferenza delle persone, le operazioni di soccorso vengono infatti presto sostituite dal pragmatismo bellico.
All’interno di questo scenario contraddittorio, si inserisce anche la storia di Gösta Engzell.
IL BUROCRATE MINISTERIALE
Halmstad, Svezia. Gösta Engzell nasce il 14 febbraio 1897 da Carl Nilson e Amy Engzell.
Il suo è un percorso lineare. Laurea in legge all’Università di Stoccolma nel 1919, carriera in tribunale, poi incarico alla Corte d’appello di Göta nel 1926.
Nello stesso periodo, inoltre, l’uomo sposa la baronessa Anna Ehrenkrona, dalla quale avrà quattro figli.
Gli anni Trenta segnano invece l’inizio di una prodigiosa scalata ai ranghi ministeriali.
Engzell diventa Direttore:
- per gli affari amministrativi al Ministero del Commercio (1932),
- poi delle Finanze (1936),
- infine, del Dipartimento giuridico del Ministero degli Affari Esteri (1938).
All’inizio del conflitto, è lui quindi a decidere chi entra in Svezia e chi no: ogni sua firma ha il potere di essere una condanna o una salvezza.
Elegante, sempre con il papillon al collo, Engzell è inoltre inserito nell’élite svedese.
La sua è infatti una vita sociale intensa, fatta di relazioni e potere. Un potere che sceglierà di utilizzare per salvare vite umane.
L’ABBANDONO DEI PROFUGHI EBREI
Luglio 1938, Francia. Il presidente Franklin D. Roosevelt convoca la Conferenza di Évian per affrontare l’aumento dei rifugiati ebrei in fuga dal Terzo Reich.
Sulle sponde del lago Lemano, trentadue nazioni si riuniscono. Una dopo l’altra, però, trovano scuse per non affrontare la questione.
Tutte le 32 delegazioni hanno infatti «paura di pochi migranti». Anche la Svezia, rappresentata da Gösta Engzell.
Alla fine, l’esito di Évian è purtroppo molto chiaro.
La Conferenza si conclude con un atto di ipocrisia che si condensa in una frase: «solidarietà agli ebrei, purché non vengano in casa mia».
Questa apatia scriverà il destino di 6 milioni di persone.
LE VOCI SULL’OLOCAUSTO
All’inizio del conflitto la situazione politica in Svezia è una bomba pronta ad esplodere.
La borghesia e la destra nutrono timori verso i rifugiati ebrei, mentre i socialdemocratici considerano «il panico ridicolo, razzista e infondato».
Nemmeno il mare riesce inoltre a impedire alle teorie razziali di sbarcare sulle sponde svedesi, dividendo l’opinione pubblica.
Poi arriva il 1942 e tutto cambia:
- il 7 settembre Engzell incontra Gillel Storch, profugo lettone, che gli descrive le persecuzioni nei territori occupati;
- il 26 novembre, inoltre, dalle coste norvegesi, la nave Donau salpa con 532 ebrei per una direzione chiara: i campi di sterminio.
Queste e altre informazioni scuotono l’opinione pubblica: ormai, le notizie sull’Olocausto non sono più solo voci, ma dati, nomi, numeri.
Quelle che erano solo maldicenze sul Führer, si trasformano quindi in realtà, in materia fatta di carne e ossa.
Anche Engzell rimane sconvolto. E lo sconcerto è tale da provocargli un risveglio morale.
Da funzionario obbediente, l’uomo diventa infatti promotore di una coraggiosa “resistenza burocratica”. Un’operazione fatta di molte scartoffie e tanta umanità.
UNA GUERRA DIPLOMATICA
Per capire The Swedish Connection bisogna partire da un fatto: l’Olocausto è stato anche un crimine amministrativo.
Alla base dello sterminio, infatti, c’erano liste, registri, decreti, pianificazioni: la Shoah funzionava perché funzionava la macchina statale.
Engzell comprende tutto questo e decide di agire sullo stesso fronte, iniziando una guerra burocratica in punta di piedi.
La battaglia dell’uomo si combatte tra le pieghe della legge: una corsa a forzare tempi, scovare margini di manovra e cavilli giuridici.
E, quando serve, Engzell ricorre anche a un’arma secolare: la menzogna.
Basta infatti una sola connessione con la Svezia — reale, documentata o anche solo inventata — per garantire un timbro, un visto, un lasciapassare per il paese.
Da strumento di esclusione, la burocrazia diventa così uno scudo contro l’odio razzista. Un successo senza precedenti.
LE OPERAZIONI DI SALVATAGGIO
Dal 1942 Engzell contribuisce a costruire una rete di operazioni diplomatiche che trasformano la Svezia in un rifugio per i profughi ebrei in fuga.
Sono tre i fronti decisivi:
- Danimarca, 1943. Il 31 agosto Engzell autorizza l’ambasciatore svedese a Copenaghen a rilasciare passaporti per portare gli ebrei danesi in Svezia.
- Ungheria, 1944. L’uomo incoraggia i diplomatici Per Anger e Carl Ivan Danielsson a proteggere gli ebrei a Budapest, aprendo la strada al giusto tra le Nazioni Raoul Wallenberg.
- Finlandia. Engzell prepara piani segreti per evacuare 2.000 ebrei finlandesi attraverso il Golfo di Botnia.
Il frutto del lavoro di Engzell e del suo ufficio tocca alla fine una cifra importante.
Sono infatti tra i 30 e i 40.000 gli ebrei portati in salvo. Migliaia di persone che hanno avuto figli, nipoti, pronipoti grazie a un funzionario ministeriale.
«Di fronte a questo successo», scrive inoltre Henrik Arnstad, anche gli Stati Uniti aprono gli occhi: ora l’Olocausto non può più essere negato.
LA MODESTIA DELL’EROE VERO
Dopo la guerra, Engzell prosegue la carriera diplomatica tra Varsavia e Helsinki.
Negli anni, l’uomo riceve anche onorificenze importanti, ma non rivendica nulla. Per lui non c’è mai stato eroismo, solo dovere.
Il 7 marzo 1997, all’età di cento anni, Gösta Engzell muore a Djursholm (Stoccolma): senza celebrazioni, monumenti o film.
Per decenni, infatti, la sua storia rimane nell’ombra, oscurata dal senso di colpa della Svezia per i legami economici con il Terzo Reich: una punizione autoimposta, un silenzio che vale più di mille parole.
Del diplomatico in papillon oggi rimane ciò che è sempre stato: un «grigio guerriero da scrivania» che ha sabotato in silenzio lo sterminio nazista.
Perché il bene non fa sempre rumore, ma può cambiare la vita di milioni di persone. E salvare così vite umane.
Anna Ceroni
Agenzia Corte&Media
Data di pubblicazione: 19.02.2026
Se ti interessano le storie vere in cui il cinema indaga il rapporto tra potere, responsabilità e memoria storica, leggi anche:
- “La zona d’interesse”. La banale vita quotidiana nell’orrore del lager di Auschwitz
- Il nazista e lo psichiatra di “Norimberga”. La vera storia dietro il film
- “Rapito”. Il film sul caso religioso e politico di Edgardo Mortara
The Swedish Connection. Trailer del film drammatico svedese su Netflix
Autrice e copywriter. Laureata magistrale cum laude in Editoria e Giornalismo, ama analizzare e divulgare crimini e ingiustizie di ogni tipo: dai misfatti di Hollywood ai reati ambientali.


