Il regista Jonathan Glazer filma in La zona d’interesse la banalità del male: una famiglia normale, gli Hoss, a capo di una delle peggiori “industrie della morte”.

La famiglia Hoss vive in una bella casa con un giardino fiorito: un paradiso. Hanno cinque figli, un cane allegro e dei camerieri. 

Quest’ultimi tengono in ordine la casa, cucinano e si occupano dei bambini. 

Tra i loro compiti spicca una strana danza della pulizia degli stivali del capofamiglia, Rudolf Hoss. Da bravo marito, il signor Hoss si toglie infatti gli stivali prima di entrare in casa.

Un valletto li recupera in gran silenzio e li porta al lavello; dagli stivali neri non scende però del fango, ma una sostanza rossa: sangue.

Gli stivali passano poi nelle mani della cameriera e, quindi, raggiungono la porta chiusa dello studio.

Dentro, Rudolf Hoss parla di un progetto: sembra un’industria all’avanguardia. E, in un certo senso, si tratta di un’industria innovativa, mai concepita. 

Si parla poi di una merce.

Lo spettatore, la piccola mosca che osserva indisturbata queste scene di quotidianità, non avrà ancora per molto tempo dei dubbi. La merce è composta da esseri umani: prigionieri ebrei.

È il 1940 e i tedeschi stanno costruendo un’industria della morte ad est: il campo di sterminio di Auschwitz.

Rudolf Hoss ne è a capo. 

E quella bella casa degna del paradiso, confina con suoni e odori dell’inferno.

Presentato in concorso al Festival di Cannes 2023, La zona di interesse è il primo film del regista Jonathan Glazer in dieci anni.

Il film drammatico La zona d’interesse  ha ottenuto il Premio Oscar 2024 come miglior film straniero e per il suono.

La zona di interesse

“La zona d’interesse”. Trama del film

Il film riprende in parte la storia del libro La zona d’interesse di Martin Amis, in Italia pubblicato da Einaudi: un racconto sulla quotidianità della famiglia Hoss durante la Seconda guerra mondiale.

Gli Hoss abitano nella “zona d’interesse” (l’area circostante ad Auschwitz, dove vivono gli ufficiali con le loro famiglie), in una villetta che confina con il campo.

La strana ubicazione del numero civico degli Hoss è presto spiegata: Rudolf, il capofamiglia, interpretato dall’attore Christian Friedel, è a capo di Auschwitz dal 1940. 

Poco ci viene però mostrato di quella vita lavorativa. 

Infatti, la cinepresa riprende solo la vita quotidiana degli Hoss fuori da Auschwitz, come scrive Andrea D’Addio su Esquire: il «tè della moglie», interpretata da Sandra Hüller, «con le sue amiche», le semplici feste domenicali e le giornate al fiume a pescare con i cinque figli.

Allo stesso tempo, dietro questo idillio quotidiano, come scrive Esquire, «si vede e respira la cenere», «si ascolta il sommesso rumore di chi marcia legato» e si osserva la signora Hoss provare i vestiti requisiti agli ebrei.

L’OLOCAUSTO COME NON SI ERA MAI (NON) VISTO

«Non si era mai visto un “film sull’Olocausto” come questo». Inizia così l’articolo recensione del magazine online Rolling Stone.

E lo spettatore non può che essere d’accordo. 

Il regista Jonathan Glazer si allontana dai film drammatici sull’Olocausto nella mente delle persone, come La vita è bella o Schindler List.

Lo fa non mostrando mai quello di cui si parla: l’industria della morte dei campi nazisti. 

O meglio, in lontananza, nel fondo delle inquadrature, si intravedono i camini dei forni crematori, accompagnati da fumi di cui si può quasi sentire l’odore pungente.

Ma quello che lo spettatore vede, passa sempre attraverso la banale vita quotidiana degli ufficiali e delle loro famiglie nella “zona di interesse”.

L’occhio del regista, infatti, non si stacca quasi mai dalla famiglia Hoss e avanza al massimo fino alle soglie del campo, su quel muro che separa il paradiso fiorito degli Hoss con l’inferno dei forni crematori. 

La zona d’interesse: mostri o banali fanatici del Reich?

Il regista Jonathan Glazer filma Rudolf Hoss come un bravo padre, un marito amorevole e un efficiente lavoratore. 

Ed è così che la sua famiglia in effetti lo vedeva: decenni dopo questi eventi, una delle sue figlie immaginò, per questo, che suo padre dovesse avere due facce, di cui una a lei sconosciuta.

Eppure, come scrive Il Messaggero, Hoss «non era uno schizofrenico dissociato», ma era convinto, come altri, di due cose: «che gli ordini andassero eseguiti, e che i nemici del Reich andassero fisicamente eliminati». 

Nel film, Rudolf Hoss è anche quel tipo di uomo che prima di andare a dormire non riesce a non pensare al suo lavoro. Solo che lui «si chiede se il raggiungimento dei numeri trimestrali» – numero di morti – «possa portare a una promozione», come scrive Rolling Stone.

Al di là di scene come questa, i due attori principali interpretano i loro personaggi come persone «comuni, vuote, noiose, familiari», come dice il regista per Hot Corn, non come mostri.

Ed è questo atteggiamento che infastidisce lo spettatore: persone normali che compiono il loro lavoro di sterminio come se fossero dei dipendenti municipali.

Il regista voleva in questo modo spingere le persone a trovare le somiglianze con i carnefici, per riflettere sulla situazione storica attuale. 

LA ZONA D’INTERESSE: OLTRE L’INDIFFERENZA

Ieri come oggi. Attraverso un flashforward finale, Glazer accompagna lo spettatore verso una riflessione sul presente, per pensare a quello che le persone oggi possono ancora fare o non fare: «una lezione sull’indifferenza», come scrive il magazine online The Hot Corn.

Contro l’indifferenza, nel film si presentano due personaggi: la madre di Hedwig Hoss e una ragazzina polacca di quattordici anni, che rischia la vita per portare del cibo nel campo.

L’ideazione del personaggio della coraggiosa ragazzina è nata da un incontro del regista con Alexandra, una donna di 90 anni.

Dice il regista per Hot Corn: Alexandra «aveva come compito quello di trovare cibo, nasconderlo e distribuirlo, con grande pericolo, dato che portava il cibo anche ai prigionieri, corrompendo le guardie».

Una luce di bontà che il regista Jonathan Glazer ha filmato di notte utilizzando delle telecamere termiche, per rappresentare la luce in mezzo al buio.

La zona di interesse

“La zona d’interesse”. lo stile di Jonathan Glazer

Le immagini del film La zona d’interesse vengono costruite dalla macchina da presa di Glazer attraverso uno stile che dondola tra il “quasi noioso realismo”, all’inaspettato cinema dell’orrore.

Come scritto sulla recensione del film di Esquire, Glazer muove una storia fatta di poco, attraverso gli espedienti tipici del cinema horror: «dagli improvvisi e stridenti strappi sonori a scene oniriche in bianco e nero passando a schermate piene solo di rosso». 

Molto fa poi la musica della compositrice Mica Levi, un insieme di contrappunto e contrappasso che sembra penetrare nei corpi davanti allo schermo.

Secondo le stesse parole del regista, la priorità del film era infatti l’ascolto: «mettere le orecchie prima degli occhi» (come riporta The Hot Corn).

Alla colonna sonora il regista ha aggiunto quindi uno spazioso tappeto sonoro, composto da molti suoni stridenti.

Scrive a tal proposito Wired: «Glazer racconta di aver passato molto tempo a registrare suoni reali per strada, tra rumori e grida, per poi riproporli in un frastuono raggelante che funziona».

Rudolf Hoss: dal film alla storia

Rudolf Hoss è passato alla storia come l’animale di Auschwitz, per aver contribuito alla morte di tre milioni di persone nelle camere a gas. 

È anche l’uomo che durante il suo processo corresse il giudice su questo numero: «furono solo due milioni e mezzo, gli altri morirono di fame, sfinimento o malattia» (parole di Hoss riportate dal magazine online National Geographic). 

Si affrettò poi a specificare che nessuna morte era stata causata direttamente dalle sue mani.

Eppure, dice National Geographic, «fu uno dei principali organizzatori dello sterminio di massa dell’Olocausto».

Infatti, Hoss diresse il campo per tre anni e mezzo, durante i quali ampliò le strutture del campo, in un secondo momento denominato Auschwitz-Birkenau. 

Nel 1941, dopo un incontro con Himmler, Hoss iniziò inoltre a gestire la “soluzione definitiva della questione ebraica”.

La zona di interesse

LA SOLUZIONE DEFINITIVA: LE CAMERE A GAS

Il Führer scelse infatti proprio il campo di Auschwitz per attuare il progetto di sterminio, perché dotato di un facile accesso ferroviario e perché di facile isolamento. 

Hoss, ormai comandante generale, si occupò quindi dell’organizzazione e dell’amministrazione del campo da un punto di vista militare, poliziesco, penitenziario e di sicurezza.

A questo punto, con a capo – lo sottolineiamo – Hoss, «furono installate delle camere a gas camuffate da docce, in cui fu inserito il gas letale Zyklon B, che permetteva di uccidere duemila persone alla volta», come riporta National Geographic. 

L’uso dello Zyklon B, «un preparato di acido prussico usato al campo per la disinfestazione dei parassiti», come specifica Focus, permise ad Hoss di evitare fastidiosi spargimenti di sangue che, per sua ammissione, non poteva sopportare.

Un lavoro “pulito” che gli valse l’appellativo di “pioniere” in un report delle SS.

L’ARRESTO E L’ESECUZIONE DI RUDOLF HOSS

Negli ultimi giorni di guerra, quando era ormai chiaro che per il nazismo era tutto perduto, Himmler diede un consiglio al diligente dipendente Hoss: nascondersi tra il personale del campo.

Sotto le mentite spoglie di Rudof Lang, con gli abiti da giardiniere, venne arrestato solo tempo dopo.

A quel punto per Rudolf Hoss era veramente tutto finito: dopo l’ammissione di colpevolezza fu processato nel 1947 e, quindi, condannato all’impiccagione.

Come teatro per l’esecuzione venne scelto il suo vecchio castello: Auschwitz. 

Un banale ingranaggio: il messaggio del film

«L’assassinio in sé era la parte che prendeva meno tempo. Potevamo farne fuori duemila in mezz’ora, ma era bruciarli che richiedeva tempo». Queste sono alcune parole di Rudolf Hoss, riportate da National Geographic.

A lungo, questo fu Rudolf Hoss: un ingranaggio del Terzo Reich.

Questa immagine di Hoss, sovrapponibile a quella del film drammatico La zona d’interesse, mostra la banalità del male del nazismo, espressione coniata dalla storica e filosofa Hannah Arendt. 

Nessun mostro: solo un bravo dipendente che svolgeva al meglio i compiti assegnati dall’azienda che amava in modo ossessivo.

E poi, una volta terminato l’orario di lavoro, tornava nella sua villetta come padre amorevole.

Ed è su questo aspetto che vuole riflettere il film. Ma c’è un ma, almeno per quanto riguarda Rudolf Hoss.

IL PENTIMENTO (POSSIBILE) DI RUDOLF HOSS

Negli ultimi scritti, sembra infatti emergere un pentimento. Un secondo Rudolf Hoss.

Con ormai il nazismo decaduto, forse il filtro d’amore perse di intensità su Hoss e quella relazione gli si rivelò per quello che era.

«“Mio caro Klaus! Tu sei il più grande. Non accettare acriticamente e come incontestabilmente vero ciò che ti viene rappresentato. Impara dalla mia vita. Il più grave errore della mia vita è stato credere fedelmente a tutto ciò che veniva “dall’alto” senza osare d’avere il minimo dubbio…».

Queste parole rivolte al figlio Klaus, riportate da Vanilla Magazine, sembrano infatti dare ragione alla teoria di un pentimento tardivo di Hoss.

Ecco quindi che, «il nazismo di Rudolf Hoss (…) quotidiano, meccanico, sterile», come scrive Edoardo Ferrare sul magazine online Everyeye, forse si spezzò quando smise di essere una routine.

«Nella solitudine della mia cella, sono giunto all’amara consapevolezza di aver peccato gravemente contro l’umanità». «Devo pagare per questo con la mia vita».

Hoss concluse la lettera con una speranza: che gli errori del nazismo potessero almeno servire a non ripetere per tanto tempo «atti così crudeli».

Forse, però, l’essere umano non impara dai suoi errori.

Oscar 2024. I titoli candidati al tema “crimine e giustizia” 

La cerimonia degli Oscar 2024 è fissata per il 10 marzo. Tra i film e i documentari candidati, oltre a La zona d’interesse, ecco una selezione dei titoli sui temi “crimine e giustizia”.

  • Io capitano: un film sull’immigrazione africana verso l’Europa diretto nel 2023 dal regista italiano Matteo Garrone. È in corsa come miglior film straniero. Il film è disponibile su Sky.
  • Rustin: un film ambientato nel 1963, incentrato sull’attivista dei diritti civili Bayard Rustin. Il film è disponibile su Netflix.
  • Killer of the flower moon: un film sul “regno del terrore” delle popolazione di nativi  americani nella regione di Osage, ricca di giacimenti di petrolio. Il film è disponibile a pagamento su Prime Video.
  • Anatomia di una caduta: un thriller francese sui dilemmi morali, già vincitore a Cannes della Palma d’oro. Il film è disponibile alla visione a pagamento nelle principali piattaforme. 
  • Golda: un film sulla guerra dello Yom Kippur (1973), incentrato sulla figura di Golda Meir, prima donna a ricoprire il ruolo di premier in Israele. 
  • Bobi Wine (The People’s President): un documentario sul leader dell’opposizione ugandese, anche attivista e star musicale, contro il regime di Yoweri Museveni, a capo del paese dal 1986. Il documentario è visibile su Disney+.
  • To Kill a Tiger: un viaggio di un padre e di una famiglia indiana in cerca di giustizia per la figlia vittima di uno stupro di gruppo. Il documentario è disponibile su Netflix.
  • L’ABC della censura letteraria: un documentario su Grace Linn, una donna centenaria, che ha affrontato il consiglio scolastico della Florida contro la censura scolastica. Il documentario è disponibile su Paramount+.

Anna Ceroni
Agenzia Corte&Media
Data di pubblicazione: 09.03.2024

La zona d’interesse. Il trailer del film

La zona d’interesse: recensione e spiegazione del finale del film

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