Verità giudiziaria o storia inventata? C’è una rilettura del duplice omicidio: gli abusi familiari come possibile movente. Le nuove prove stanno spianando la strada verso una nuova sentenza.
«Onora il padre e la madre», recita il quarto comandamento. Purtroppo la cronaca è ricca di esempi contrari.
È quanto accade nel caso dei fratelli Menéndez: due ragazzi che hanno violato la dogmatica lezione biblica in pochi minuti, spezzando la vita ai genitori.
La vicenda di cronaca nera sconvolge l’America nel 1989. Lyle ed Erik non sono solo fratelli di sangue per i legami biologici, ma anche per il destino che si sono scelti, legato a un patto silenzioso, che culmina nel terribile crimine. A comandare le fila, forse, la sete di denaro.
A prima vista, quindi, il delitto appare come un parricidio da manuale. Tuttavia, scavando a fondo, emergono alcuni interrogativi sull’omicidio. Soprattutto dopo l’arresto dei fratelli, quando spunta un’altra verità.
A partire dalla difesa in tribunale, infatti, Lyle ed Erik descrivono l’omicidio come un atto di disperazione: una reazione estrema dopo anni di abusi sessuali e psicologici subiti da un padre violento (José) e una madre impotente (Kitty).
La difesa non viene però creduta. E i fratelli Menéndez vengono condannati all’ergastolo per il duplice omicidio. Ciò nonostante, nel corso degli anni, bisbigli sul caso hanno continuato a farsi largo, tra dubbi e teorie. In particolare nel 2023, con l’entrata in gioco di nuove prove e testimonianze.
Dove si cela quindi la verità del caso Menéndez? È stato un omicidio narcisistico motivato dalla brama di denaro? O forse Lyle ed Erik soffrivano del disturbo da stress post-traumatico e hanno agito per legittima difesa?
Cerchiamo di andare oltre la narrazione dei fatti attraverso un’analisi criminologica e della comunicazione — supportata da alcuni professionisti — per dare delle risposte a queste domande.
La vera storia dei fratelli Menéndez
Il caso Menéndez è un fatto di cronaca nera di fine anni ’80. I protagonisti sono due giovani fratelli, Lyle ed Erik Menéndez, che il 20 agosto 1989 uccidono i genitori, José e Kitty, nella loro sontuosa villa di Beverly Hills.
All’inizio della vicenda, tuttavia, i ragazzi sono solo due figli disperati, che hanno scoperto i corpi martoriati dei genitori. I fratelli, infatti, dicono di aver trovato i cadaveri al ritorno da una serata trascorsa fuori.
Con il funerale ancora da celebrare, però, Lyle ed Erik iniziano ad attirare attenzioni pericolose, spendendo enormi somme di denaro, per una vita sopra le righe.
La svolta nel caso arriva in modo bizzarro. Lo psicologo di Erik rivela alla sua amante le confessioni sull’omicidio del suo paziente. Dopo un litigio tra lo psicologo e la donna, l’amante ferita decide di rivelare la verità sui fratelli di sangue alla polizia.
E qui il secondo colpo di scena. Durante i processi, i fratelli sostengono di aver agito per autodifesa, accusando il padre di abusi sessuali. Tuttavia, nonostante queste rivelazioni, Lyle ed Erik vengono condannati per omicidio di primo grado e all’ergastolo senza possibilità di libertà vigilata.
Sebbene il caso sia stato risolto e concluso nel 1996, nel corso degli anni il delitto ha continuato a suscitare l’interesse del pubblico, anche grazie a nuove teorie, prove e una possibile riapertura giudiziaria.
GLI ANTEFATTI: CHI ERA LA FAMIGLIA MENÉNDEZ?
Nel 1989, i Menéndez sono una facoltosa e nota famiglia, residente in una lussuosa villa a Beverly Hills.
José Menéndez, il padre, è un immigrato cubano, con una brillante carriera nel mondo della musica e dello spettacolo. Grazie alle sue abilità imprenditoriali, l’uomo ha accumulato una notevole ricchezza e notorietà.
La madre, Mary Louise “Kitty”, non ha invece trovato la stessa fortuna del coniuge: il sogno di diventare una stella di Hollywood si è infatti infranto, lasciandola vittima di frustrazioni e dipendenze da alcol e droghe.
La famiglia Menéndez è completata infine dai figli Joseph Lyle Menéndez — nato a New York, il 10 gennaio 1968 — ed Erik Galen Menéndez — nato a Blackwood, il 27 novembre 1970.
IL DUPLICE OMICIDIO
La notte del 20 agosto 1989, Lyle (21 anni) ed Erik (19 anni) entrano in casa armati di fucili da caccia Mossberg calibro 12.
Colpiscono il padre José per sei volte, uccidendolo con un colpo mortale alla nuca. Nel frattempo la madre Kitty cerca di strisciare via, ma viene raggiunta da un colpo fatale di Lyle sulla guancia. Alla fine sparano alla donna dieci volte.
Dopo aver commesso il duplice omicidio, i fratelli escono di casa per costruire il loro alibi. Quando fanno ritorno in 722 North Elm Drive, chiamano la polizia fingendosi disperati. «Qualcuno ha ucciso i miei genitori», urla al telefono Lyle.
Agli agenti, i fratelli raccontano di essere stati al cinema a vedere Batman e poi al festival “Taste of LA”, organizzato al Santa Monica Civic Auditorium. Al loro ritorno a casa, l’amara scoperta.
Colpiti dalla devastazione emotiva dei giovani, la polizia non svolge nemmeno un esame standard per individuare residui di polvere da sparo, il test dello Stub. Un errore che poteva risparmiare mesi di indagine.
LE SPESE FOLLI: AMORE A SEI ZERI
Nei mesi successivi all’omicidio, i fratelli Menéndez iniziano a sperperare il patrimonio familiare in beni di lusso, viaggi e attività commerciali:
- Lyle acquista un ristorante a Princeton, il Chuck’s Spring Street Cafe, un costoso orologio Rolex e una Porsche 930.
- Erik invece impiega i suoi soldi nel tennis, ingaggiando un allenatore personale e partecipando a tornei internazionali.
Lo stile di vita sfarzoso non si limita a investimenti o hobby personali. I fratelli spendono senza freni anche per cenare, e per discutibili vacanze ai Caraibi e a Londra.
Ad un certo punto, Lyle ed Erik lasciano anche la villa di famiglia, per vivere in due condomini a Marina del Rey.
Nel corso di pochi mesi, fino al loro arresto nel marzo 1990, i fratelli di sangue spendono una cifra folle: circa $700.000.
L’ARRESTO DEI FRATELLI MENÉNDEZ
Durante le indagini, la polizia segue diverse piste investigative, arrivando a ipotizzare un coinvolgimento della mafia. Nessuno sembra però avere un movente convincete. Nessuno a parte i figli delle vittime: Lyle ed Erik Menéndez.
Infatti, mentre le ricerche proseguono, la polizia inizia a sospettare dei fratelli, a causa del loro comportamento lussuosamente sconsiderato e del potenziale movente economico.
Anche se Erik e Lyle sono i sospettati perfetti, non c’è nemmeno una piccola prova a loro carico. Con le indagini stagnati, gli inquirenti decidono quindi di forzare un po’ la mano, per cercare prove della loro colpevolezza.
Con l’aiuto di Craig Cignarelli — un amico di Erik — e di una microspia, la polizia spera in una confessione spontanea. A una domanda secca di Cignarelli, Erik però nega di aver ucciso i genitori.
Il piano della polizia è quindi un buco nell’acqua. Comunque una confessione informale da Erik arriva da lì a poco: il minore dei fratelli Menéndez rivela al suo psicologo, Jerome Oziel, l’omicidio. La conversazione è però coperta dal segreto professionale e lo psicologo mantiene la confidenza. O almeno lo fa con la polizia, ma non con l’amante.
Infatti, Oziel confessa la scioccante rivelazione alla sua amante, Judalon Smyth. Anche la donna non parla, finché non viene lasciata dall’uomo e decide, forse per una strana vendetta, di informare la polizia.
A quel punto si procede con gli arresti: Lyle viene arrestato l’8 marzo 1990, mentre Erik — in Israele per un torneo di tennis — si consegna alla polizia tre giorni dopo.
Lo stesso anno, il giudice James Albrecht decide di ammettere i nastri dello psicologo come prove in aula, dopo un quesito etico-legale non da poco. Si può quindi procedere con i processi.
I PROCESSI: 1993 E 1996
Durante i processi — prima quelli separati del 1993 e poi il processo con giuria unica del 1996 — i fratelli Menéndez e i loro legali costruiscono una difesa inaspettata, che sconvolge la percezione pubblica sul caso: Lyle ed Erik dichiarano di aver ucciso i genitori, per paura che il padre, dopo anni di abusi sessuali, emotivi e fisici, li uccidesse.
I fratelli di sangue descrivono il padre come un crudele maniaco del controllo. Mentre la madre Kitty viene rappresentata come un’alcolista tossicodipendente e mentalmente instabile, che con un’alta dose di egoismo non si è mai opposta alle violenze. Anzi.
Secondo gli imputati, la madre ha incoraggiato il comportamento violento del marito, prendendo perfino parte agli abusi sui figli.
La strategia della difesa non si basa solo sulle dichiarazioni dei fratelli Menéndez. Come prova degli abusi, gli avvocati portano in aula:
- Una testimonianza di Andy Caso, cugino dei fratelli. Il testimone richiama i racconti d’infanzia dei cugini, che parlavano di “massaggi al pene” e “rapporti orali” del padre.
- Una seconda testimonianza, della cugina Diane Vander Molen. La donna dichiara di aver confidato a Kitty i terribili racconti dei cugini, senza però essere creduta.
- Alcune fotografie dei genitali dei fratelli, probabilmente scattate da José Menéndez, quando i figli erano bambini.
Nonostante le prove e la determinazione dell’avvocata Leslie Abramson, la difesa perde il confronto in aula con l’accusa, che continua a sostenere il movente finanziario: Lyle ed Erik Menéndez sono condannati all’ergastolo.
LA RICHIESTA DI RIAPERTURA DEI FRATELLI MENÉNDEZ
Nel 2023 i fratelli Menéndez hanno richiesto una nuova udienza alla luce di inediti documenti e prove mai viste, in grado di dimostrare le molestie del padre.
Tra le prove, anche una dichiarazione sconcertante di Roy Rosselló, leader della boy band portoricana “Menudo”. Il musicista ha svelato che, quando aveva solo 14 anni, José Menéndez lo ha drogato e violentato più volte.
La seconda prova è una a lettera di Erik Menéndez, inviata al cugino, in cui rivela gli abusi subiti dal padre, come analizzeremo nelle prossime righe.
LA REVISIONE DEL CASO: OTTOBRE 2024
«Il procuratore distrettuale di Los Angeles George Gascón ha annunciato» il 10 ottobre 2024 — scrive The Washington Post — che il suo ufficio ha preso in esame «due nuovi elementi di prova» sul caso Menéndez.
I due elementi — una lettera di Erik al cugino e la testimonianza di abuso di Roy Rosselló, come vedremo nelle prossime righe nel dettaglio — possono fornire una base per un nuovo processo o per una variazione della condanna. Le prove sembrano infatti confermare le accuse sugli abusi familiari da parte di José Menéndez, base della difesa di Lyle ed Erik negli anni ‘90.
VERSO LA NUOVA SENTENZA: AMMESSE LE NUOVE PROVE DI ABUSI
Giovedì 24 ottobre 2024 arriva l’incredibile svolta sul caso Menéndez: la procura di Los Angeles ha ammesso le nuove prove di Lyle ed Erik sugli abusi familiari subiti fin da piccoli.
Le nuove prove hanno il potenziali di aprire la strada verso la libertà condizionale ai fratelli di sangue: l’ultima parola spetta ora al giudice, che ha fissato un’udienza per il 26 novembre 2024.
Nel frattempo il procuratore della contea di Los Angeles, George Gascón, ha fatto una considerazione sul caso: secondo lui, «alla luce delle molestie subite», i fratelli all’epoca dovevano essere giudicati per omicidio di secondo grado (pena di 50 anni).
Inoltre, vista la giovane età ai tempi del delitto e il fatto che hanno già scontato 35 anni, il magistrato ha ipotizzato che i fratelli «potrebbero già chiedere la condizionale e uscire».
I FRATELLI MENENDEZ OGGI
I fratelli Menéndez stanno scontando due condanne all’ergastolo dopo essere stati condannati nel 1996 per gli omicidi di primo grado di Jose e Kitty Menéndez.
Lyle ed Erik, dopo essere rimasti separati per 22 anni, dal 2018 si trovano entrambi nella prigione di Richard J. Donovan Correctional Facility, a San Diego (California).
A seguito della serie tv di Ryan Murphy, le loro voci sono tornate a farsi sentire, anche con un documentario inedito Netflix, uscito ad ottobre 2024.
La lettura criminologica del caso Menéndez: il dilemma psicologico e legale
Negli ultimi anni, nuove interpretazioni sul caso hanno riportato alla ribalta il dibattito sulla colpevolezza dei Menéndez, sia a livello mediatico che giudiziario.
La domanda principale è la seguente: le nuove prove possono condurre alla liberazione dei fratelli Menéndez? Oppure alla riduzione della loro pena?
Per rispondere al quesito, prenderò in esame l’analisi proposta dalla psicologa clinica Michelle Charness, ex assistente del procuratore distrettuale della contea di Middlesex (Massachusetts), pubblicata su Psychology Today.
Ecco i punti principali della sua valutazione:
- La lettera firmata da Erik Menéndez, inviata al cugino, in cui rivela gli abusi subiti dal padre e descrive i sintomi del disturbo da stress post-traumatico (PTSD).
- La testimonianza del cantante Roy Rosselló, che ha accusato José Menéndez di averlo drogato e violentato ripetutamente, come già analizzato.
- La valutazione psichiatrica degli abusi subiti dai fratelli e la relazione con lo sviluppo del PTSD.
- Il ruolo difensivo del PTSD nei procedimenti penali.
IL QUADRO FAMILIARE E GLI ABUSI
«He raped me». «Mi ha violentato». Con queste parole e alcune descrizioni Lyle accusa il padre durante i processi. Entrambi i fratelli Menéndez si sono dipinti da allora come vittime di abusi familiari, iniziati dall’età di sei anni. Inoltre, i fratelli di sangue dicono di aver temuto più volte per la loro vita.
A tal proposito, la psicologa clinica Michelle Charness ha ricordato un elemento giudiziario interessante: quando nel 1993 i pubblici ministeri hanno esaminato il caso, il giudice ha escluso le prove sugli abusi sessuali. E in questo modo i fratelli sono stati condannati con poche esitazioni all’ergastolo.
Secondo gli avvocati della difesa, però, le nuove prove del 2023 non possono essere ignorate, perché dimostrano senza ombra di dubbio la situazione abusante della famiglia Menéndez.
E non solo. Di fatto, le accuse di abuso, continua Charness, costituiscono una base per ipotizzare una dinamica di trauma complesso nei fratelli, come il disturbo da stress post-traumatico (PTSD).
La letteratura scientifica dimostra infatti come l’abuso sistematico familiare possa provocare nelle vittime sentimenti di impotenza, rabbia e disperazione: emozioni che possono sfociare anche in una violenza estrema.
LA LETTERA DI ERIK MENÉNDEZ
Nel 2018, la sorella minore di José Menéndez ha scovato una vecchia lettera di Erik inviata al cugino Andy Cano, già testimone della difesa.
Nel dettaglio, nella lettera datata 1988, Erik scrive: «Ho cercato di evitare papà. Sta ancora succedendo, Andy, ma ora è peggio per me. Non so mai quando succederà e mi sta facendo impazzire. Ogni notte resto sveglio pensando che potrebbe entrare».
Secondo la difesa, questa lettera contiene le prove delle molestie costanti nella famiglia Menéndez, che ancora si consumavano poco prima dell’omicidio, come dimostra la data sul documento.
PTSD DA ABUSO
Concentriamoci ora sul disturbo da stress post-traumatico (PTSD).
Come scrive Michelle Charness, «il PTSD è un disturbo psichiatrico che può manifestarsi in persone che hanno subito abusi sessuali o fisici, in particolare da bambini». Tra i sintomi che include ci sono:
- il poter essere facilmente spaventati, tesi o nervosi;
- difficoltà di concentrazione;
- scoppi di irritabilità o rabbia.
Proprio nella lettera del 1988, secondo la psicologa clinica, si possono individuare degli indizi della «sintomatologia del PTSD causata dall’abuso». Come per esempio paura, iper-vigilanza e ansia.
PTSD NEI PROCEDIMENTI PENALI
L’ex assistente del procuratore distrettuale Michelle Charness scrive che «i tribunali riconoscono il PTSD come una valida difesa nei procedimenti penali, per insanità mentale, incoscienza e legittima difesa».
Tuttavia, nei due processi Menéndez, questa narrativa medico-legale non è mai stata accettata. Perché?
Secondo Berger, McNiel e Binder, citati dalla psicologa, «nei casi in cui il PTSD è stato utilizzato con successo come autodifesa, la testimonianza degli esperti si focalizzava su sintomi quali l’ipereccitazione, una maggiore impulsività, il disagio psicologico davanti all’abusante o ai ricordi dei traumi passati, e una sopravvalutazione del pericolo imminente».
Al contrario, nei due processi Menéndez ha preso il sopravvento un’altra teoria psicologica, secondo cui il comportamento dei fratelli indicava semmai i tratti di una personalità antisociale o narcisistica. E quindi un omicidio mosso dalla brama di denaro e non da un trauma.
Tuttavia, con le prove presentate nel 2023, una difesa tramite PTSD potrebbe avere maggiori possibilità di successo.
Anche perché, conclude Charness, a differenza del 1993, «oggi i tribunali tendono a riconoscere la testimonianza di esperti sul PTSD come base legittima per una difesa».
Pertanto, se la lettera di Erik e le accuse di Rosselló vengono ammesse, «i fratelli potrebbero vedere la condanna ridotta a omicidio colposo».
A dare ulteriore speranza ai fratelli Menéndez, ci sono infine alcuni precedenti legali, in cui la difesa basata sul PTSD ha portato a un ribaltamento della sentenza, come nel caso State v. Kelly (1984).
Linguaggio e comunicazione: dalla narrazione giudiziaria alla serie tv
Il caso Menéndez ha una forte componente mediatica. Anche perché, il primo processo viene trasmesso in toto da Court TV, trasformando il delitto in un macabro spettacolo.
Per il profondo interesse mediale sul caso, ricambiato dai fratelli, si è fatta largo un’interpretazione sulla comunicazione in aula dei due assassini.
Secondo questa teoria, l’uso delle narrativa difensiva — basata sulle accuse a José Menéndez di abusi familiari — altro non è che una strategia manipolativa, volta a guadagnare la simpatia del pubblico e della giuria.
«Emozione, emozione, emozione, emozione»: questa è stata la sensazione del reporter Alan Abrahamson (Los Angeles Times) sulla comunicazione della difesa.
Come Abrahamson, anche altri esperti ritengono che i fratelli Menéndez abbiano sfruttato con furbizia la narrativa dell’abuso, per distogliere l’attenzione dal vero movente, ovvero quello economico.
Facendo leva sull’emotività del caso e utilizzando i media, i fratelli di sangue hanno così cercato di presentarsi come vittime e non come carnefici, manipolando l’opinione pubblica e il processo. Insomma, costruendo una recita quasi perfetta.
LA SERIE TV SUL CASO: LA SECONDA STAGIONE DI MONSTERS
La storia dei fratelli Lyle ed Erik è a prima vista lineare nella sua brutalità. Tuttavia il caso Menéndez nasconde delle insidie psicologiche, legali e criminologiche. Argomenti spinosi e provocanti, che hanno nel tempo attirato l’appetito dei media.
Come nel 2024, con la scelta del regista Ryan Murphy di esplorare le pieghe nascoste del delitto, nella seconda stagione della serie tv thriller Monsters: la serie antologica targata Netflix, dedicata ai più sanguinosi assassini della cronaca nera degli Stati Uniti.
Dopo aver infatti raccontato la disturbante storia del serial killer Jeffrey Dahmer — arrestato nel 1991 — Murphy si è occupato ancora una volta di un caso mediatico degli anni Novanta.
La serie disponibile sulla piattaforma Netflix — con 9 episodi — prevede la produzione di un documentario ad accompagnamento narrativo, con inedite testimonianze degli assassini. L’ennesima rimasticazione mediale del fatto di cronaca nera.
IL CAST DELLA SERIE TV
Ryan Murphy non risparmia sul cast della serie Monsters. Come da tradizione del regista, d’altronde, scegliendo attori di alto profilo per dare vita televisiva ai protagonisti della tragica storia di sangue.
Chloë Sevigny — già vista in altre produzioni di Murphy — interpreta la madre Kitty Menéndez, mentre il camaleontico attore Javier Bardem veste i panni del padre José.
Nei ruoli dei fratelli Menéndez troviamo invece due attori emergenti, Nicholas Chavez (Lyle) e Cooper Koch (Erik), scelti per dare nuova luce ai due assassini.
Accanto a loro, Nathan Lane interpreta il giornalista investigativo Dominick Dunne, inviato da Vanity Fair a seguire quella che sarebbe diventata una delle vicende più discusse d’America.
Infine, a completare il cast Ari Graynor — nel ruolo della combattiva avvocata della difesa Leslie Abramson — e un’altra immancabile attrice di Murphy, Leslie Grossman — che interpreta Judalon Smyth, figura chiave nell’arresto dei due fratelli.
La storia dei fratelli Menéndez: mostri o vittime?
All’inizio, il caso scelto da Ryan Murphy per la seconda stagione di Monsters mi ha sorpreso.
Dopo la cruda e devastante storia di Jeffrey Dahmer, mi aspettavo che il regista optasse per casi altrettanto neri.
Studiando la vicenda, però, mi è diventato chiaro cosa abbia colpito Murphy: il caso Menéndez è complesso e sfida le nostre percezioni su temi delicati come l’abuso familiare, l’omicidio per motivi futili e le interpretazioni psichiatriche nei processi penali.
Il duplice omicidio Menéndez merita quindi di essere esplorato, anche nella sua forma di serie televisiva, che può in ogni caso stimolare riflessioni profonde.
Tuttavia dalla prima puntata Murphy ha deciso di schierarsi, appoggiando la fazione della colpevolezza senza attenuanti dei Menéndez: una posizione comunque condita con qualche dubbio.
Si tratta di una presa di posizione che in televisione paga, ma sminuisce la complessità del caso. Oltre al suo interesse per la società.
Perché, ricordiamolo, non si parla di omicidi per intrattenimento, ma per le vite umane perdute, per analizzare — come in questo caso — dinamiche familiari complesse e un sistema giudiziario che deve confrontarsi con questioni spinose.
Raccontare casi come quello dei fratelli Menéndez implica affrontare dilemmi etici e giuridici che devono andare oltre la narrazione di un racconto o la spettacolarizzazione del male. È a questo che dovrebbe servire la cronaca nera.
Anna Ceroni
Agenzia Corte&Media
Data di pubblicazione: 21.09.2024
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Crimine. Giustizia. Media. ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER MediaMentor™
Autrice e copywriter. Laureata magistrale cum laude in Editoria e Giornalismo, ama analizzare e divulgare crimini e ingiustizie di ogni tipo: dai misfatti di Hollywood ai reati ambientali.


