Questo che segue è il testo del secondo episodio del podcast Il Colpevole Perfetto. La storia sbagliata di Lorenzo Bozano e Milena Sutter.

Il secondo episodio si intitola “Il biondino che non c’è”.

Puoi ascoltare il podcast su tutte le piattaforme. Oppure su questo sito, andando alla pagina dedicata a Il Colpevole Perfetto.

Il biondino che non c’è

Era un caldo pomeriggio d’agosto del 1971. Ero seduto nel soggiorno di casa, in Valpolicella, provincia di Verona. Avevo appoggiato il rotocalco “Gente”, un settimanale con copertina a colori, sul tavolo di ciliegio scuro su cui in famiglia eravamo soliti desinare.

Sentivo in sottofondo il rilassante canto delle cicale ,fuori della portafinestra che dava sull’ampio giardino. Le piante di betulle proteggevano dal sole la stanza dove mi ero riparato.

Avevo 14 anni, giusto un anno in più di Milena Sutter, 13 anni, sparita a Genova il 6 maggio del 1971. Il suo corpo, senza vita, era stato trovato in mare a due settimane dalla scomparsa.

Non ricordo per quale motivo mi misi a leggere il memoriale di Lorenzo Bozano, pubblicato sul rotocalco Gente a tre mesi dal dramma di Milena.

Lorenzo Bozano, 25 anni, era chiamato “il biondino della spider rossa”. Era accusato di aver rapito e ucciso Milena Sutter, figlia di un ricco industriale della cera.

Un rapimento, così ci raccontavano i giornali, avvenuto il 6 maggio di quell’anno, all’uscita della Scuola Svizzera, dove la ragazzina frequentava la scuola media.

Lorenzo era così in carcere, nella galera genovese di Marassi. Su di lui un’accusa infamante: da lì il prigioniero scriveva la sua storia, la sua versione dei fatti e si professava innocente.

Nessuno avrebbe scommesso una lira sulla sua innocenza. Forse neppure io, a quel tempo.

Il racconto su Milena e Lorenzo

Le cronache ci avevano raccontato che Milena Sutter era la figlia di un ricco industriale della cera. Bozano aveva pensato bene di fare i soldi sequestrandola.

L’aveva fatta salire con l’inganno sulla sua spider rossa, giusto pochi minuti dopo che lei era uscita di fretta dalla Scuola Svizzera.

Bozano l’aveva aggredita dentro l’abitacolo della spider: l’aveva poi strozzata con le sue mani grassocce, a tradimento.

Ore dopo l’aveva gettata in mare, con i favori della notte, come si getta un sacco dei rifiuti.

La mattina seguente, Lorenzo Bozano aveva quindi telefonato alla famiglia Sutter chiedendo un riscatto di 50 milioni di lire (circa 500 mila euro di oggi).

Il suo piano criminale, tuttavia, si era infranto grazie a un paio di comari. Alcune vicine di casa dei Sutter l’avevano notato, quel tizio identificato poi in Lorenzo Bozano.

L’avevano visto aggirarsi per giorni fuori della casa dei signori Sutter, prima che Milena sparisse: camminava avanti e indietro, fumando con la sigaretta (una Gauloise senza filtro) nella mano destra.

Sembrava un appostamento in piena regola, che altri avevano notato anche fuori della scuola media privata frequentata dalla vittima, nella zona della stazione ferroviaria di Genova Brignole.

Storia coinvolgente, nel suo dramma, quella di Milena. Quella storia ce la raccontavano, con dovizia di particolari, i giornali e la televisione. E noi, ovviamente, si credeva ai giornali e alla televisione.

Cosa pensai, in quel caldo giorno d’agosto del 1971, leggendo il memoriale di Lorenzo Bozano nel soggiorno di casa?

Pensai, con la mia testa di 14enne, che Lorenzo doveva avere la passione per le ragazze: così me l’avevano rappresentato.

Me lo immaginavo davanti alle scuole con la sua auto sportiva. Un po’ quello che accadeva davanti alla mia scuola media, a Verona, con alcuni giovani ventenni che si facevano notare grazie alla macchina di papà.

Quei giovani poi caricavano le ragazzine di seconda e terza media, pronte a farsi abbagliare.

Il racconto di un rapimento per denaro

Gli inquirenti e i giudici, quei giudici che in appello condanneranno Lorenzo Bozano all’ergastolo, si sono innamorati di quella storia di rapimento e omicidio per denaro.

Una storia che non regge sul piano scientifico e sul piano della verità sostanziale dei fatti.

Una storia – il rapimento e l’omicidio premeditato di Milena Sutter – che i giornali, le radio, la tv (e oggi il web) si sono bevuti. Senza pensarci su. Senza notare i dettagli.  

I giornali si sono storditi, come fanno gli ubriachi, bevendosi la storia.

E sono andati dietro agli accusatori e ai giudici di Lorenzo Bozano, prendendo una sola direzione. La direzione del Grande Abbaglio. Un abbaglio che da qui ai prossimi episodi del podcast metterò, pensiero critico alla mano, in luce. 

L’unico sospettato: Lorenzo Bozano

Sin dalla sparizione di Milena Sutter, l’unico sospettato è Lorenzo Bozano.

È un giovane di 25 anni, alto poco più di un metro e 80, fisico robusto, grassottello, capelli castano scuro, occhi chiari.

Bozano è nato il 3 ottobre 1945. È di famiglia alto borghese. Vive nel quartiere di Albaro (lo stesso della vittima): un quartiere di ricchi e di potenti, nella parte di Genova legata al Potere.

È la Genova che si contrappone – a livello sociale ed economico – a quella degli operai, delle fabbriche, del porto.

È la Genova dei liberali, dei massoni, a loro volta contrapposti ai potenti legati alla Chiesa del cardinale Siri. La Genova del quartiere di Albaro la Genova dove qualcuno ha strizzato l’occhio – e qualcuno ha aperto il portafoglio – al principe Junio Valerio Borghese, quello del colpo di Stato neofascista, per fortuna mancato, del dicembre 1970.

Lorenzo Bozano ha una stanza nell’appartamento di un’affittacamere.

Passa le giornate tra bar, giocate con gli amici e una sua rivista di articoli per il mare. L’ha chiamata Il Marcatalogo.

Di fatto, tira a campare grazie ai soldi che gli allunga il padre e grazie ai prestiti che gli fa qualche amico. Lorenzo ha piccoli precedenti penali, per alcuni furti in famiglia.

Non solo: grazie al padre Paolo Bozano, il giovane Lorenzo si vede attribuito un particolare interesse per il sesso.

Lui, Lorenzo, è poi tanto furbo da alimentare quella diceria sulla sua voglia smodata di donne.

Racconta, vantandosene, di andare ai grandi magazzini con uno specchietto per guardare proprio sotto le gonne delle donne. Donne che nel 1971 sono cortissime: dubito che una signora, oggi, le indosserebbe.

A dire il vero, ci provavamo tutti a sbirciare nelle scollature e sotto le generose minigonne delle donne. Ma noi, si sa, non facevamo notizia, come guardoni. Lorenzo Bozano sì.

Le soste con la spider rossa

A parte i precedenti penali e la nomea di maniaco del sesso, che gli appiccicano subito in fronte, c’è ben altro a complicare la vita di Lorenzo Bozano, nel maggio del 1971, dopo la sparizione di Milena Sutter.

È stato notato sostare in piedi, vicino alla casa vittima, nelle settimane precedenti la scomparsa della ragazzina. Viale Antonio Mosto, dove abitano i Sutter, è una stradina stretta e corta.

Proprio lì, alcune vicine dei Sutter raccontano ai giornalisti di aver osservato un biondiccio, robusto, male in arnese, con un’auto sportiva ammaccata che aveva conosciuto tempi migliori.

È Lorenzo Bozano, su questo non abbiamo dubbi.

L’hanno visto anche nei giorni precedenti la scomparsa di Milena. Una signora ha pensato che fosse il basista di una qualche banda di ladri; un’altra l’ha scambiato per il corteggiatore della cameriera di una qualche famiglia borghese della zona di Albaro.

Tutte le testimoni lo ritraggono biondo. O biondiccio. Lorenzo Bozano è invece castano scuro, di capelli.

Ma non è finita qui. Lorenzo Bozano è stato visto anche in via Peschiera, davanti alla Scuola Svizzera, dove Milena frequenta la terza media, senza infamia e senza lode.

Lorenzo Bozano si riconosce nella descrizione di quelle signore, vicine di casa dei Sutter. Legge la sua descrizione sul Corriere Mercantile, un quotidiano genovese del pomeriggio, giusto il giorno dopo che Milena è sparita, nell’edizione di venerdì 7 maggio 1971.

Nel frattempo, grazie alla segnalazione delle vicine dei Sutter, gli inquirenti si mettono al lavoro: cercano il biondiccio e la sua spider.

Trovare la spider è un gioco da ragazzi: Bozano non sposta la sua auto sportiva rossa e ammaccata dalla zona dove vive.

Tra l’affittacamere dove Lorenzo ha una stanza e la casa dei Sutter la distanza è di circa mezzo chilometro. E lì Lorenzo torna a parcheggiare la spider.

La polizia ferma Lorenzo Bozano

Il giovane “biondiccio”, insomma, non si nasconde, nonostante sia stato notato e ritratto sui giornali. Tant’è che viene fermato da una pattuglia della polizia, nella notte tra sabato 8 e domenica 9 maggio 1971.

Arrivare a lui è stato un gioco da ragazzi: un commerciante ha incrociato la spider rossa raccontata dai giornali, mentre era come al solito parcheggiata in divieto di sosta. E l’ha segnalata ai vigili urbani di Albaro.

Dalla targa, gli investigatori sono risaliti a Lorenzo Bozano e al suo fascicolo penale. Fermato dai poliziotti, Lorenzo è condotto in Questura di Genova e interrogato.

Da lì comincia la sua traversata nel deserto delle bugie. Non solo le sue, sia detto per inciso. Anche le balle degli inquirenti e dei giornali.

Come Bozano giustifica le sue soste con la spider rossa

Lorenzo Bozano giustifica le soste nei pressi di casa Sutter con il fatto di voler ammirare le gambe di una cameriera: il fatto è confermato dall’interessata, ben lusingata dagli sguardi del giovane in giacca e con spider rossa al seguito. Bozano nega, invece, le soste in via Peschiera, alla Scuola Svizzera.

Una bugia stupida, la sua, che attira subito l’attenzione degli inquirenti. Per quasi 40 anni Lorenzo Bozano mantiene la stessa versione.

E dice: “In via Peschiera mi sono fermato solo una volta, perché mi si era guastata la spider. Vi passavo, questo sì, per andare a mangiare alla trattoria da Giovanni, evitando così il traffico del centro”.

C’è però ben altro che mette nei guai il cosiddetto “biondino della spider rossa”, che biondo non è.

Nella pensioncina dove vive Lorenzo Bozano, gli inquirenti trovano alcuni fogli con un piano di rapimento.  Su uno dei fogli possiamo leggere tre verbi che fanno gelare il sangue: affondare, seppellire, murare.

Su un altro foglio i poliziotti trovano il cronoprogramma di un sequestro di persona: ore 8 ora X, ore 8.30 richiesta di riscatto… fino a 19 30. È il progetto di un rapimento-lampo, come lo chiameremmo oggi.

Un progetto che tuttavia non corrisponde con i tempi e i modi della sparizione di Milena Sutter. E non corrisponde al comportamento del soggetto che la mattina del 7 maggio ha chiamato la famiglia Sutter al telefono e ha pronunciato la famosa frase: “Se volete Milena viva, 50 milioni prima aiuola corso Italia”.

Chi è il giovane chiamato “il biondino” (senza essere biondo)

Lorenzo è di famiglia altoborghese come Milena Sutter. Il papà di Lorenzo, Paolo Bozano, è un funzionario degli armatori Costa.

Ci muoviamo, quindi, in area cattolica, che sappiamo essere in conflitto con l’area comunista e, a livello di Potere, con i massoni di Genova.

Paolo Bozano è laureato in giurisprudenza. Già dal 1947, è separato dalla moglie, che è la mamma di Lorenzo, la quale di nome fa Noris Agata Aulino. Si sono sposati nel 1945.

Al matrimonio, la signora Noris, donna di evidente bellezza e di umili origini, arriva incinta del primogenito Lorenzo; e ha 12 anni meno del marito.

Dal 1947 al 1959 i genitori di Lorenzo si separano, si incontrano, si separano e dopo ogni incontro nasce un figlio.

Delle tensioni familiari, il biondino della spider rossa che biondo non è, soffrirà molto. Quella sofferenza la ritroviamo nelle sue azioni; e lo segnerà per sempre.

Il ritratto familiare che fanno i servizi sociali di Genova Pontedecimo parla di un uomo, Paolo Bozano padre di Lorenzo, dalla forte personalità.

È una personalità considerata dagli operatori sociali «eccessivamente rigida, scrupolosa, pedante, troppo autoritaria ed esigente».

Di segno contrario è la figura della moglie, la mamma di Lorenzo, che i servizi sociali definiscono «controllata e obiettiva, curata e di bell’aspetto; abbastanza fine, non rivela le modeste origini né la sua scarsa istruzione».

La figura giovanile di Lorenzo

Lorenzo Bozano nel suo curriculum vitae ha una serie di episodi che sono tipici di chi si oppone all’autorità paterna, di chi protesta contro un ambiente che lo rifiuta e di chi risponde con l’abulia e le azioni fallimentari a figure che non credono in lui.

A 17 anni Lorenzo è stato arrestato perché trovato su un’auto in sosta, denunciato per furto e per porto d’armi abusivo: l’hanno trovato in possesso di una rivoltella sottratta al padre. Come mai il papà di Bozano avesse una pistola non è dato saperlo.

A 19 anni Lorenzo viene condannato a undici mesi di reclusione con l’accusa di furto: si è impossessato di alcuni libri antichi di notevole valore e di pezzi di antiquariato, tutti oggetti della famiglia Bozano, conservati nella sontuosa villa nel quartiere borghese di Albaro: Villa Bozano, appunto.

Ecco cosa scrive l’Istituto di osservazione per minorenni di Genova Pontedecimo, che ha in carico Lorenzo Bozano dal 1959 al 1965, ovvero dai 14 ai 20 anni (allora la maggiore età era a 21 anni): «Nelle sue azioni ai danni del padre e della zia il giovane sembra essere stato spinto, oltre che dal bisogno di procurarsi denaro, che pare abbia sperperato nei nights, anche da un desiderio di vendetta e di rivalsa nei riguardi dei congiunti dai quali si è sentito abbandonato ed incompreso».

Che Lorenzo sia stato abbandonato lo conferma il fatto che viene messo in collegio all’età di sette anni e vi rimane fino ai 12 anni, tornando a casa solo nel fine settimana.

In quel periodo ha rapporti separati con la madre e il padre, toccando con mano la rottura familiare.

La figura di Paolo Bozano, padre di Lorenzo

Il padre, Paolo Bozano, nel corso di tutta la adolescenza di Lorenzo mette in modo una strategia comunicativa che ritroviamo poi nei documenti giudiziari del tribunale di Genova.

E che troviamo ricalcata, purtroppo, anche nei giornali genovesi, a segnare una netta dipendenza dei media dai magistrati e dai giudizi formulati dall’autoritario padre.

Paolo Bozano, in una serie di lettere al Tribunale dei Minorenni di Genova e ai Servizi Sociali di Genova Pontedecimo, denuncia tre aspetti del figlio che non sopporta più: il commettere furti in casa, l’interesse abnorme per il sesso, la vita di ozio di Lorenzo.

In tutto questo quadro, Paolo Bozano definisce il figlio un bugiardo senza redenzione, capace di qualsiasi azione riprovevole, addirittura un delinquente senza possibilità di recupero.

Sono, aggettivo più o aggettivo meno, le stesse parole che sono usate dal giudice istruttore, Bruno Noli, che nel 1972 rinvia a processo Lorenzo Bozano.

E sono le stesse parole dei giudici che, in appello, nel 1975, condannano Lorenzo quale rapitore e omicida di Milena Sutter, dopo che era stato assolto in primo grado.

I giudizi di Paolo Bozano sul figlio Lorenzo sono di sicuro fuorvianti. Mescolano dati obiettivi, come i furti in casa, a giudizi morali e comportamentali che spettano a uno psicologo.

La realtà è che il padre di Lorenzo è un uomo messo alle corde dalla situazione in cui vive, tra la figura materna (la nonna di Lorenzo) incombente, la separazione dalla donna che pure ha amato e un figlio che ogni giorno gli dà problemi.

I Servizi Sociali che lavorano per il Tribunale dei Minorenni di Genova arrivano a definire “psicopatico” il padre di Lorenzo. E ridimensionano sia le accuse sul fronte sessuale fatte da Paolo Bozano al figlio; e sia le considerazioni sulla personalità di Lorenzo.

I giudizi fuorvianti del padre e la perizia psichiatrica

Abbiamo, quindi, i giudizi del padre di Lorenzo smentiti da figure specializzate, quali sono gli psicologi e assistenti sociali che seguono il minore.

Di certo c’è che il padre di Lorenzo si trova di fronte un figlio che commette piccoli furti (in ambito familiare), che non rispetta le regole, che non mostra di impegnarsi a scuola e sul lavoro.

Paolo Bozano si trova con un figlio primogenito che delude le aspettative familiari, assume comportamenti riprovevoli e di sicuro sconcertanti. A confermarlo è lo stesso Lorenzo in età matura.

Proprio Lorenzo Bozano, in un’intervista video del 2017 al Porto di Genova, ha preso le distanze dal se stesso giovanile, con giudizi severi sui propri comportamenti prima del maggio 1971.

C’è un documento che merita la nostra attenzione. È la perizia psichiatrica del 1971 su Lorenzo Bozano. La scrivono i medici legali Franchini e Chiozza, gli stessi dell’autopsia sul corpo di Milena.

Nel redigere la perizia psichiatrica su Lorenzo Bozano, i periti esprimono un loro giudizio di personalità su Lorenzo.

Fondano quel loro giudizio anche sulle considerazioni che il padre Paolo Bozano ha scritto in anni di lettere e di esposti all’autorità giudiziaria.

Considerazioni, si badi bene, che si riferiscono al Lorenzo minorenne. E che quindi risalgono ad almeno 5 anni prima del 1971.

Risalgono a quel periodo in cui i Servizi Sociali liquidano come “psicopatico” il padre di Lorenzo e ne invalidano i giudizi.

C’è allora da porsi qualche domanda sulla perizia psichiatrica dei professori Franchini e Chiozza.

Che valore ha citare, in una perizia, uno psicopatico quale fonte? Nessuno, io credo. Cosa nasconde la scelta dei periti nel voler  travisare la persona Lorenzo Bozano?

Siamo di fronte a un lavoro scientifico; oppure dobbiamo subire una relazione funzionale agli obiettivi degli inquirenti?

Sono domande come macigni, perché dalle risposte dipende la differenza fra ergastolo e libertà; fra gogna mediatica e giudiziaria e rispetto della persona; la differenza tra verità scientifica e manipolazione delle folle, oltre che dei giudizi penali.    .

Vi è un elemento paradossale, peraltro, nel ritratto che viene fatto di Lorenzo Bozano. Mi riferisco al ritratto dei periti del tribunale, al ritratto dei giudici che lo dannano all’ergastolo nel 1975 e al ritratto dei giornali genovesi.

Tutti ci disegnano un Lorenzo cinico, freddo e determinato nella sua azione criminale.

Eppure la criminologa e psicologa giuridica Laura Baccaro, con cui ho scritto il libro Il Biondino della Spider Rossa. Crimine, giustizia e media, è lapidaria: “Lorenzo Bozano non era in grado di gestire e realizzare compiti complessi”.

La costruzione del “personaggio Bozano”

È un dato di fatto che Lorenzo Bozano era una persona molto intelligente, oltre che colta e dai tratti garbati e gentili.

Tuttavia, sia da giovane che in età matura, era capace di realizzare solo compiti limitati, finalizzati a piccoli risultati.

Eppure, nonostante questo, i giudici che nel 1975, in appello, lo condannano all’ergastolo, fanno una scelta sconcertante: attribuiscono a Bozano la personalità e le azioni di un killer strategico, organizzato e capace di studiare e attuare piani complicati.

Qualcuno ha idea di che cosa significhi gestire un corpo morto? Nasconderlo per ore senza essere visti, gettarlo in mare con il favore delle tenebre e telefonare alla famiglia della vittima per chiedere un riscatto?

Tutti i colpevolisti continuano, ancora oggi, a domandarsi come mai Milena mai salita sulla spider rossa e ammaccata di Lorenzo Bozano.

Tanto che mi chiedo: lo fanno apposta di porsi domande inutili? I colpevolisti possiedono miopia di visione; oppure le loro inutili domande distraggono soltanto dal contesto in cui Milena Sutter è sparita e poi è morta?

Ripugnante come storia, quella attribuita a Lorenzo Bozano. Peccato, per i colpevolisti, che su questa storia raccontata, il giovane Lorenzo possa solo inciampare, non certo realizzarla.

Perché Lorenzo Bozano poteva essere al massimo un “mona” del crimine, dove “mona” in lingua veneta sta per idiota.

Non poteva certo essere all’altezza di quella storia criminale e raffinata che ci è stata fatta credere, con la complicità dei giornali.

Il piano tanto complesso su Milena Sutter, che i colpevolisti continuano ad attribuire a Lorenzo Bozano, comincia a realizzarsi giovedì 6 maggio del 1971.

Sono da poco passate le 17, quando Milena Sutter – una sportiva, ingenua e generosa ragazzina – esce dalla Scuola Svizzera di Genova.

È lì che si mette in moto la narrazione giudiziaria e mediatica. Ed è lì, in quel fresco giorno di maggio, che i conti cominciano a non tornare. È da lì, dall’uscita frettolosa di Milena da scuola, che occorre partire per comprendere la storia. Per comprendere il grande imbroglio.

Fine Episodio 2. Il Colpevole Perfetto – “Il biondino che non c’è”

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