Questo che segue è il testo del quarto episodio del podcast Il Colpevole Perfetto. La storia sbagliata di Lorenzo Bozano e Milena Sutter.

Il quarto episodio si intitola “Il rapitore sbaglia numero”.

Puoi ascoltare il podcast su tutte le piattaforme. Oppure su questo sito, andando alla pagina dedicata a Il Colpevole Perfetto.

La strana telefonata del “rapitore”

C’è una cabina del telefono, di quelle di alluminio e plastica trasparente e rossa.

Un uomo inserisce i gettoni nella fessura collocata sopra il telefono di freddo metallo. L’uomo aspetta che, dopo gli squilli, qualcuno risponda dalla casa dell’industriale Arturo Sutter.

“Pronto?”, dice una voce di uomo anziano dall’altro capo del filo.

L’uomo che chiama dalla cabina preme il tasto del registratore Philips K7: si tratta di un registratore portatile, come si usava nel 1971.

È la mattina del 7 maggio 1971, infatti, e una voce incolore, metallica, che sillaba le parole, inizia la sua recita: “Se vo-le-te Mi-le-na vi-va pri-ma a-i-uo-la Cor-so I-ta-lia”.

La frase viene ripetuta tre volte.

Finisce la registrazione. Il nastro è arrivato a fine corsa. L’uomo del registratore sta per riattaccare.

L’anziano signore dall’altro capo del filo si intromette: “Chiunque lei sia, guardi che ha sbagliato numero. Sono il nonno di Milena. Mio figlio abita qui di fronte, in un’altra casa”.

L’uomo del registratore chiude la telefonata. Si lascia sfuggire un’imprecazione. E apre la rubrica del telefono di Genova per verificare: “Ebbene sì”, ammette con se stesso. “Adolfo Sutter, il nonno, viene prima di Arturo Sutter. Occorre rifare tutto daccapo”.

Ricostruzione di cosa accadde il 7 maggio 1971

Rieccomi qui a continuare il racconto sul caso di Milena Sutter. La ricostruzione, da parte degli inquirenti, di questa triste vicenda è parecchio lacunosa.

Chi indaga, del resto, non ha alcun interesse scientifico. Nel caso di Milena non vi è alcun interesse per la verità sostanziale dei fatti.

Chi indaga non ha a cuore l’obiettivo a cui deve tendere ogni giornalista. E ogni studioso. Ovvero, la verità scientifica.

Il caso di Milena Sutter è stato presentato come rapimento e omicidio. L’autore è stato individuato in Lorenzo Bozano.

Lo scopo, ci è stato detto, è quello di estorcere denaro alla famiglia della vittima. Il padre di Milena – come abbiamo visto – è infatti un ricco industriale della cera, di origini svizzere.

La verità giudiziaria è tuttavia una cosa. La verità sostanziale dei fatti è talvolta altra cosa.

Vi sono infatti alcune domande inquietanti che ci dobbiamo porre. Vediamole:

  • Siamo davvero sicuri che si tratti di rapimento?
  • Oppure è accaduto qualche cosa di differente a Milena?

Non c’è di meglio da fare che andare sui dettagli. E vedere se i conti tornano. E qui i conti, lo dico subito, non tornano proprio.

I DETTAGLI E I CONTI CHE NON TORNANO

Milena, 13 anni, è sparita, come sappiamo, all’uscita della Scuola Svizzera, a Genova, dove frequenta la terza media.

La sparizione avviene qualche minuto dopo le ore 17 del 6 maggio 1971, un giovedì.

Alla sera, intorno alle 21, i genitori della ragazzina, accompagnati dall’avvocato di fiducia, vanno in Questura. E denunciano la sparizione di Milena.

Qui abbiamo la prima scelta importante: a fare le indagini sarà la Polizia, che allora si chiamava Guardia di Pubblica Sicurezza.

Nel caso di Milena, la Polizia giudiziaria agisce sotto la guida del sostituto procuratore della Repubblica, Nicola Marvulli.

Si tratta di un valente magistrato dell’ala conservatrice della magistratura. Marvulli, molti anni dopo, diventerà primo presidente della Corte di Cassazione.

Si pensa subito a un rapimento. Così ci è stato raccontato dai giornali e dai documenti giudiziari.

Vedremo che anche su questo punto – il credere a un rapimento – c’è qualcosa che stona.

L’ASCOLTO DELLA CHIAMATA DEL SEQUESTRATORE

Nella casa di Milena Sutter, nel quartiere borghese di Albaro, all’alba di venerdì 7 maggio 1971, due persone sono in ascolto. Da ore attendono la possibile telefonata dei rapitori.

Le due persone sono il papà della ragazza sparita a Genova il giorno prima, Arturo Sutter, e il maresciallo di Pubblica Sicurezza, Luigi Calanchi.

Dalla sera prima, gli investigatori hanno avuto una felice intuizione, a quanto pare.

La ragazza è seria, non ha grilli per testa e ha un padre assai ricco, viene fatto notare. È il sesto contribuente di Genova. Quindi… deve per forza trattarsi di un rapimento.

Dichiara il maresciallo Calanchi al giudice istruttore, all’inizio di novembre 1971, durante l’inchiesta formale: “Il mattino del 7 maggio 1971 mi trovavo presso l’abitazione del dottor Sutter. Avevamo applicato un microfono all’apparecchio telefonico, in modo da consentirmi di ascoltare le telefonate in arrivo”.

“Alle ore 9.34 del mattino predetto giunse una telefonata”, prosegue Calanchi nella sua deposizione. “Il dottor Sutter si recò all’apparecchio. Udii distintamente una voce – dal timbro maschile – che parlava staccando accuratamente le sillabe. Tant’è che non mi fu possibile cogliere alcuna speciale inflessione. Ecco la frase che fu pronunciata al telefono: ‘Se vuole vedere Milena viva, cinquanta milioni prima aiuola Corso Italia’”.

Prosegue poi il maresciallo Calanchi: “Ci fu possibile trascrivere subito e con sicurezza la frase. Ci fu possibile in quanto l’ignoto interlocutore la ripeté più volte, sempre sillabando. Quindi più non parlò, né rispose alle sollecitudini del dottor Sutter”.

La deposizione al processo a Lorenzo Bozano

Il 9 maggio del 1973, all’udienza nel processo di primo grado a Lorenzo Bozano, il maresciallo Luigi Calanchi conferma le dichiarazioni rese in istruttoria.

E aggiunge: “Sentii più volte ripetere la frase. Sembrava quasi un disco”.

Dalla testimonianza del maresciallo Calanchi possiamo trarre una serie di elementi:

  • Calanchi dichiara che vi fu una telefonata al numero della casa di Milena alle ore 9.34;
  • il maresciallo afferma di sentire chiara e ben sillabata la frase del presunto rapitore, tanto da poterla riferire con precisione;
  • Calanchi sottolinea che la frase ripetuta tre volte sembrava incisa su disco;
  • il maresciallo non riconosce nel presunto rapitore la voce di Lorenzo Bozano o comunque non vi fa riferimento. Va infatti detto che Bozano ha una voce molto particolare, impossibile da contraffare;
  • il padre di Milena tenta di interagire, secondo Calanchi. Egli dimostra così di sapere che la telefonata riguarda la figlia.

Tutte le contraddizioni del racconto

Quelli che ho appena elencato sono alcuni punti fermi. Il problema è che i conti non tornano proprio su questi punti.

La realtà sostanziale dei fatti appare ben diversa. Vediamola.

I giornali genovesi del 7 e 8 maggio 1971, ci dicono altre cose. E ce le dicono basandosi su quanto dichiara Arturo Sutter, padre di Milena. Ovvero su una fonte primaria. Ecco cosa scrivono i giornali di Genova:

  • Arturo Sutter dichiara ai giornalisti di aver ricevuto la telefonata alle ore 10.40, non alle 9.34;
  • Arturo Sutter non ha capito quanto ha detto l’uomo che ha sentito al telefono. Tuttavia, se è un rapimento, il dottor Sutter è pronto a pagare la somma richiesta. Insomma, il padre di Milena di fatto non ha capito nulla, tanto meno la frase con richiesta di riscatto.

Perché è importante, anzi: fondamentale, questa telefonata?

La telefonata è fondamentale perché se è stata fatta alle ore 10.40, a telefonare non è stato Lorenzo Bozano: in quel momento, Lorenzo è con la sorella Jolanda per una causa di lavoro di lei.

Quindi, se non è Bozano a telefonare, vuol dire che lui è estraneo al caso oppure che ha un complice.

L’ipotesi del complice, d’altro canto, non regge, dato che i 50 milioni di lire richiesti (circa 500 mila euro di oggi) sono pochi per un solo rapitore, figurarsi per due.

LA MANCATA REGISTRAZIONE DELLA TELEFONATA

La telefonata ai Sutter non viene registrata. Perché?

Perché si inceppa il registratore a nastro della sala di ascolto della Questura, mi è stato detto anni fa da un investigatore di allora.

La telefonata ai Sutter non è neppure intercettata. Perché? Per un non meglio precisato inconveniente tecnico, leggiamo nelle carte giudiziarie.

Viene allora spontaneo fare una certa affermazione: per essere stata una telefonata prevista dagli investigatori sin dalla sera prima, ce l’hanno messa tutta per non avere traccia del rapitore che chiama.

Per questo io penso – ma è solo una mia intuizione da vecchio cronista – che da qualche parte vi sia qualcosa di registrato su quella telefonata.

Credo, allora, che sia lecito porsi una domanda: cosa si nasconde dietro quella sconcertante chiamata del presunto rapitore a Casa Sutter?

Di sicuro, questa è la mia opinione, nella telefonata c’è la risposta a tutte le domande sul caso di Milena Sutter.

In quella telefonata ritengo che vi sia anche la risposta ai dubbi su come siano state svolte le indagini.

Ritengo che vi sia anche la risposta alle domande su come sia stato cucinato, a fuoco lento, il giudizio penale su Lorenzo Bozano. E allora… andiamo a incominciare.

L’orario della telefonata a Casa Sutter

L’orario della telefonata a Casa Sutter da parte del presunto rapitore è fondamentale.

Ci aiuta a capire se e in quale modo Lorenzo Bozano è coinvolto nella sparizione e morte di Milena Sutter.

Non solo questo, comunque: la telefonata è una spia interessante su come siano state svolte le indagini, che si sono concentrate – di fatto – solo contro Lorenzo Bozano. Almeno ufficialmente.

L’orario della telefonata non è l’unico punto strano, peraltro.

C’è la richiesta di riscatto che merita attenzione: dei 50 milioni di lire chiesti dal presunto rapitore parlano solo gli investigatori.

Non vi fa cenno alcuno il diretto interessato, il padre della vittima: Arturo Sutter, infatti, afferma di non essere riuscito a capire le parole del rapitore.

ANALISI DELLA TELEFONATA

Analizziamo allora con attenzione la telefonata a Casa Sutter. Cominciamo dall’orario della chiamata fissato dal maresciallo Calanchi: le ore 9.34.

I giornali genovesi scrivono, al contrario, che la telefonata ha avuto luogo in un altro orario.

Il “Corriere Mercantile”, nel dare la notizia della scomparsa di Milena, già nel pomeriggio del 7 maggio 1971 colloca la telefonata alle ore 10.40.

Anche “Il Cittadino”, quotidiano cattolico, nell’articolo dell’8 maggio 1971, in prima pagina, indica come orario della telefonata le ore 10.40.

L’agenzia Ansa così scrive in un servizio diffuso il 7 maggio 1971: “Stamattina è giunta la telefonata con richiesta del riscatto: 50 milioni. (…) La telefonata è giunta ad Arturo Sutter poco prima delle 11”.  

La fonte dell’agenzia Ansa, voglio ricordarlo, è la Squadra Mobile della Questura: questo vuol dire che la notizia della telefonata del rapitore alle 10.40 arriva – all’Ansa – da una fonte ufficiale e autorevole.

Sulla stessa linea d’orario, con articoli dell’8 maggio 1971, sono anche il Secolo XIX; il quotidiano L’Unità (redazione di Genova); il quotidiano il Lavoro e inoltre il telegiornale Rai del 21 maggio successivo.

C’è anche una voce ufficiale, il questore di Genova Giuseppe Ribizzi, che parla dell’ora della telefonata del presunto rapitore. Lo fa in una dichiarazione al Secolo XIX del 9 maggio 1971. E dà come orario le 10.40.

Sul caso di Milena Sutter abbiamo quindi una certezza, ben oltre i documenti giudiziari: il presunto rapitore ha telefonato alle ore 10.40.

L’uomo che telefona è al corrente della sparizione di Milena in via diretta: è infatti lui a indicare la prima aiuola di Corso Italia. Ed è lì che giorni dopo sarà trovata la borsa della scuola di Milena.

Il rapporto di Polizia e Carabinieri

Tutto a posto allora? Niente è a posto, a dire il vero: nel rapporto di Polizia e Carabinieri e nelle sentenze – del giudice istruttore e delle Corti d’Assise – la versione del questore Ribizzi sul tempo della telefonata ai Sutter (ore 10.40) viene invece sostituita da quella del maresciallo Calanchi (ore 9.34).

La domanda che ci poniamo direi che è sacrosanta: perché questo cambio di orario?

La constatazione è che l’orario delle 9.34 è compatibile con la colpevolezza di Lorenzo Bozano. Mentre l’orario delle 10.40 lo scagiona. O, in alternativa, comporta la presenza di un complice.

IL RAPITORE SBAGLIA NUMERO

La telefonata del 7 maggio, il giorno dopo la sparizione di Milena Sutter, ha un secondo aspetto che non compare in alcun documento ufficiale: non vi fu una sola chiamata ai famigliari della vittima. Le telefonate ai Sutter furono due.

Una prima chiamata giunge a casa del nonno di Milena, Adolfo Sutter, che abita in viale Mosto, in una villa di fronte al figlio Arturo.

La prima telefonata viene fatta quindi alla famiglia sbagliata: non ai genitori di Milena, ma ai nonni.

Il presunto rapitore commette un errore: sbaglia numero di telefono. Perché un rapitore tanto preparato (voce registrata, incolore, assertiva) sbagli a chiamare è un altro argomento che merita di essere annotato.

Ma torniamo allo sbaglio nel comporre il numero di telefono dei Sutter.

Il nonno di Milena spiega all’ignoto interlocutore che ha sbagliato numero e che la famiglia della giovane è quella di Arturo, suo figlio.

Dopo di che, il nonno di Milena attraversa la strada e va ad avvisare il figlio e il maresciallo Calanchi. Di questo scrive anche il Secolo XIX, il primo giugno del 1971, in prima pagina.

IL RACCONTO DEL SECOLO XIX

Vediamo cosa dice il prestigioso quotidiano genovese: “È di ieri la notizia di una nuova perizia elettronica che verrà compiuta nei prossimi giorni sulle registrazioni delle telefonate ricevute dalla famiglia dopo il rapimento della povera Milena. (…). Mancano purtroppo le telefonate più importanti: le prime ricevute venerdì (7 maggio 1971, nda) dal nonno e dal padre di Milena con le quali l’assassino chiedeva di preparare i cinquanta milioni del riscatto. Quando è giunta la seconda telefonata, i tecnici stavano lavorando per collegare il registra- tore all’apparecchio telefonico”.

Delle due telefonate il Secolo XIX scrive anche qualche giorno prima del ritrovamento in mare del corpo di Milena, avvenuto il 20 maggio del 1971.

Delle due telefonate scrive in quei giorni anche la redazione genovese del quotidiano L’Unità, giornale comunista.

Possiamo quindi affermare che sulle azioni del presunto sequestratore non vi è chiarezza. Se sono ben accorti anche i giornalisti genovesi.

Non vi è chiarezza sulle telefonate ai famigliari della vittima, sulla richiesta di riscatto, sull’entità dello stesso. E sullo strano modo di comunicare del presunto rapitore.

Il ruolo dei giornalisti nel raccontare il rapimento

Prima che sia trovato in mare il corpo di Milena abbiamo un eccellente lavoro dei giornalisti di Genova: sia il Secolo XIX che il Cittadino sollevano infatti dubbi sulla tesi del “rapimento” della ragazzina.

Ecco qualche esempio, tratto dai quotidiani del tempo. Sulla prima pagina del Secolo XIX del 9 maggio 1971, vi è un articolo intitolato “Tre punti oscuri della vicenda”.

Quali sono i tre punti oscuri? Eccoli:

  • le telefonate, molto brevi, del rapitore al nonno e al papà di Milena;
  • l’esiguità del riscatto richiesto, 50 milioni di lire;
  • le modalità di rapimento di una ragazzina in pieno giorno, tra la gente

Il Secolo XIX esprime il timore che non si tratti di un rapimento a scopo di estorsione.

Tra gli inquirenti, nel frattempo, si fa strada l’idea di un maniaco e di una messinscena per sviare o ritardare le indagini.

Infine, voglio ricordarlo, il primo a non sapere che si trattava di un rapimento è il padre di Milena.

Ecco cosa dichiara Arturo Sutter al giornalista della Rai, Giorgio Bubba, resa lo stesso giorno della telefonata del rapitore, il 7 maggio del 1971: “Spero che se di questo si possa parlare, della richiesta di un riscatto, questa persona si faccia viva. Con questo non dico che debba essere un rapimento. Ma sa, ci si aggrappa a tutto”.

Abbiamo così chiaro un dato di fatto: Arturo Sutter non ha la certezza che Milena sia stata rapita.

I DUBBI DEGLI INQUIRENTI SUL SEQUESTRO

Non è però finita qui. Neppure gli inquirenti credono al rapimento di Milena, anche se hanno dato la notizia ai giornali. E questo lascia esterrefatti.

Vediamo cosa dice il pubblico ministero, Nicola Marvulli, durante la requisitoria del giugno 1973, al processo di primo grado in Corte d’Assise a Lorenzo Bozano.

Il dottor Nicola Marvulli, capo delle indagini, pronuncia una frase sconcertante.

Eccola: “Il 7 maggio non pensavamo a un sequestro di persona, tanto è vero che siamo andati in casa di Milena a rovistare nel suo diario. Avevamo la certezza che non si trattasse di un sequestro. Anche la telefonata del 7 maggio non ci ha fatto cambiare idea”.

Ma come? Viene da chiedersi. Il 7 maggio 1971 tutti i giornalisti italiani e stranieri scrivono del rapimento di Milena Sutter. Decine di milioni di italiani, compreso me che avevo 14 anni, soffrono con i genitori e il fratellino della ragazzina per quella sparizione.

E invece… al processo contro Bozano del 1973 veniamo a sapere che gli inquirenti non credevano al sequestro. E non vi credono fino a quando non incastrano Lorenzo Bozano… È incredibile!

Cosa ci racconta la telefonata del “sequestratore”

Metto ora i fila le conclusioni che possiamo trarre sulla telefonata del 7 maggio 1971, al mattino, a Casa Sutter:

Prima conclusione
Vi è una serie di contraddizioni nelle versioni ufficiali. Il maresciallo Calanchi dichiara al giudice istruttore, nel novembre del 1971, che vi fu una telefonata alle ore 9.34 e riferisce la frase con la richiesta di riscatto.

Una fonte attendibile qual è il padre di Milena afferma di avere ricevuto la stessa telefonata, ma alle 10.40.

Altre fonti, interne al pool di investigatori o tra i famigliari della vittima, rivelano ai giornalisti che le telefonate sono state due: una al nonno di Milena e l’altra al padre.

Infine, anche il questore di Genova, Giuseppe Ribizzi, fissa alle ore 10.40 la telefonata alla casa della vittima.

Seconda conclusione
Dall’insieme di dati e dichiarazioni risulta chiaro che l’orario ufficiale della telefonata con richiesta di riscatto non è certo. Non è sicura neppure la cifra richiesta, 50 milioni di lire.

Terza conclusione
Non è neppure certo che la richiesta di riscatto sia stata fatta direttamente al padre di Milena. Il padre della vittima dichiara infatti ai giornalisti di avere capito poco o nulla della telefonata.

Sul riscatto, poi, non ha proprio alcuna idea di cosa si tratti.

Lo sconcerto non finisce qui. Dal presunto sequestratore di Milena giunge la sola indicazione della “prima aiuola Corso Italia”, quale luogo dove depositare il riscatto.

Ma alla prima aiuola di Corso Italia non si reca nessuno: nessun poliziotto, nessun magistrato, nessun avvocato di Parte Civile va sul luogo indicato dal presunto rapitore.

NESSUNO VA IN CORSO ITALIA

Il fatto che gli investigatori non abbiano cercato la prima aiuola di Corso Italia, porta a una sola conclusione: la telefonata con richiesta di riscatta non è stata considerata degna di considerazione.

A questo proposito, sono rivelatori i dubbi che attanagliano il capo della Squadra Mobile.

Angelo Costa, fine investigatore, sospetta infatti che vi sia dell’altro dietro la scomparsa di Milena: non si tratterebbe, a suo parere, di un sequestro a scopo di estorsione, ma di un caso a sfondo sessuale.

“L’ipotesi del rapimento a scopo di ricatto comincia a vedere divergenze tra gli stessi investigatori”, scrivono i cronisti del Secolo XIX, Pietro Ferro e Giulio Vignolo42.

“Una domanda precisa è stata posta al capo della Mobile dottor Costa ed ecco la risposta: ‘Vorrei scartare l’ipotesi del maniaco sessuale, è la più preoccupante. Spero che i rapitori attendano con calma che si calmi il clamore della vicenda e si facciano vivi’. Perché si dubita del rapimento al fine di estorsione? Il primo motivo è costituito dal silenzio di coloro che hanno prigioniera la ragazza. Hanno fatto due telefonate, l’indomani della scomparsa di Milena, in ore non sospette, cioè quando la notizia non s’era ancora diffusa”.

Prosegue l’articolo: “Prima telefonarono al nonno che abita in una villa quasi prospicente quella della ragazza, e poi al papà. Cosa dissero? Sicuramente parlarono di milioni, ma pare senza indicare l’ora e il giorno della consegna; si sarebbero limitati ad accennare al luogo dove mettere il riscatto, in un vaso della prima aiuola di Corso Italia. Il padre di Milena, quello stesso giorno, disse ai cronisti: ‘Non ho capito bene, la voce sembrava lontana, come fosse registrata’. Non accennò ai 50 milioni. Oggi, dopo nove giorni, è stato chiesto al capo della Mobile: ‘Si hanno indicazioni precise di queste richieste?’. Il dottor Costa ha risposto: ‘Fu una richiesta un po’ veloce. Ecco, un po’ veloce. Da allora non si sono fatti più vivi’”.

LO SCETTICISMO DEI GIORNALI

Gli autori dell’articolo del Secolo XIX si dichiarano scettici sul sequestro: “I dubbi, insomma, cominciano a farsi strada. Eccone altri. Può essere rapita una ragazza in pieno giorno, in strade se non tutte affollate, sempre frequentate? ‘Secondo logica sembra impossibile’, affermano gli inquirenti. E aggiungono: ‘Milena è una ragazza sportiva, forte, intelligente, avrebbe gridato, si sarebbe difesa’. Può essere salita su un’auto cadendo in un tranello? ‘È possibile, ma potrebbe anche aver accettato un passaggio da una persona che conosceva e che le dava fiducia’”.

“A questo punto”, sottolineano i due cronisti, “ecco sorgere un’ipotesi diversa dal rapimento a scopo di estorsione. C’è la frase di Costa: ‘Vorrei scartare il maniaco sessuale, sarebbe preoccupante’. Ci sono le telefonate ‘veloci’ e ‘incomprensibili’, come se l’autore avesse voluto ritardare o sviare le indagini. E una mossa in questa direzione potrebbe essere la cartella con i libri di scuola di Milena, abbandonata, non si sa quando, nel grande vaso della prima aiuola di Corso Italia, rinvenuta casualmente quattro giorni dopo la scomparsa”.

Le ipotesi avanzate dai due giornalisti del Secolo XIX aprono oggi la strada a una diversa lettura della telefonata del presunto rapitore, che non fu mai presa ufficialmente in considerazione dagli inquirenti: quella della messinscena, dello “staging”, con un’alterazione della scena del crimine.

Con quale obiettivo?

  • Distogliere l’attenzione degli investigatori da quanto era in realtà accaduto alla vittima;
  • far pensare a un offender estraneo all’entourage o alle amicizie di Milena;
  • indurre a credere a un movente economico, lontano quindi da ipotesi sessuali, passionali o di altro genere

I punti oscuri dell’indagine

Vi sono una serie di punti che possiamo fissare a mente su quest’altro aspetto della vicenda di Milena Sutter:

Primo punto
È fondata l’ipotesi che la telefonata del presunto rapitore sia una messinscena: non vi sarebbe stato, insomma, alcun rapimento a scopo estorsivo, ai danni di Milena Sutter.

Il telefonista ha infatti commesso errori che riconducono la sua azione al concetto di “staging”, di messinscena.

Non è peraltro escluso che in quella messinscena vi sia un preciso messaggio in codice: un messaggio legato ai 50 milioni (non 40, non 70, non 200) di richiesta riscatto.

In ogni caso, la messinscena ha di certo uno scopo: coprire un evento criminoso (volontario o involontario) che collegherebbe l’offender, o gli offender, alla vittima.

Ciò porta alla con concreta ipotesi che vi sia un rapporto di conoscenza fra Milena e chi è con lei al momento della morte.

Secondo punto
In caso di messinscena, la telefonata consente all’offender di prendere tempo per capire come si sarebbero mosse le indagini.

E a questo proposito, voglio rivelare un qualcosa che sia la criminologa Laura Baccaro che io abbiamo avvertito nello studiare questo caso: in tutta la vicenda, dalla sparizione di Milena al ritrovamento del corpo, vi è la sgradevole sensazione che l’offender (o gli offender) sia sempre un passo avanti rispetto agli investigatori.

Che li preceda e ne influenzi, in qualche modo, l’azione. Questa è la sensazione che abbiamo avuto. Certo, è solo una sensazione;

Terzo punto
La telefonata ai Sutter ci dice qualcosa dell’autore. Egli vuole nascondersi. Egli mimetizza la voce sillabando le parole: quindi si tratta di una voce che può essere riconosciuta da qualcuno.

L’offender ha insomma le competenze e i mezzi tecnici per fare una registrazione audio, azione non proprio frequente nel 1971: la complessità dell’operazione – unita alla gestione del corpo senza vita di Milena – autorizza peraltro a pensare che gli offender siano più di uno.

Le domande sul ruolo di Lorenzo Bozano 

Lorenzo Bozano era in grado di registrare un messaggio su nastro? Aveva gli strumenti per farlo?

Sarebbe riuscito a mimetizzare la sua voce arrochita dalle tante sigarette Gauloises?

E ancora: Lorenzo Bozano aveva la competenza per gestire, da solo, una situazione così complessa? Sparizione di Milena, morte e gestione del corpo post-mortem, affondamento in mare, telefonata registrata.

La risposta è no. Bozano non sarebbe stato in grado di fare, da solo, tutto questo. E, poi, Lorenzo Bozano non avrebbe sbagliato numero: perché Lorenzo tanto era inadeguato con i progetti complessi, tanto era meticoloso e attento nei dettagli.

Le domande inquietanti sul caso di Milena Sutter

Non sono, queste, le sole e uniche domande inquietanti sul caso di Milena Sutter.

Ci sono altre domande che sono fondamentali, dirimenti e angosciose, dopo quelle che smentiscono la storia del sequestro.

Eccole le altre domande:

  • Di che cos’è davvero morta Milena?
  • Quando e dove è morta?
  • Cosa ne ha cagionato il decesso?

Le risposte ci svelano altri aspetti di questo caso che, a una lettura attenta, dimostra di essere assai diverso da come appare.

Fine Episodio 4. Il Colpevole Perfetto – “Il rapitore sbaglia numero”

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