Come leggere, attraverso i giornali, un fatto di cronaca. E non cadere nei pregiudizi perdendo di vista la verità dei fatti.

La vicenda di Elena Del Pozzo è quella di una bambina di neppure 5 anni, uccisa dalla madre Martina Patti, separata dal marito Alessandro Del Pozzo, padre della piccola. L’omicidio è avvenuto in provincia di Catania, il 13 giugno 2022.

È un caso di cronaca nera che ha attirato la nostra attenzione perché coinvolge una bambina, che potrebbe essere nostra figlia, nostra nipote o la nostra sorellina. E perché a ucciderla è stata la madre, una figura che nel nostro immaginario concepiamo come distante dal delitto.

Tant’è che tutte le volte ci stupiamo che una donna, una madre, possa togliere la vita a un bambino o ad una bambina, come accaduto a Elena Del Pozzo, che ha portato in grembo e poi partorito.

LE REAZIONI SUI SOCIAL E I DISCORSI DELL’ODIO

Inutile dire che – accade sempre così – il peggio di noi esseri umani si è espresso non solo nel delitto, che è sempre un fallimento come persone; ma anche nelle reazioni all’omicidio.

Basta leggere solo qualche commento sui social media – Facebook in testa – per capire l’odio che si è scatenato contro Martina Patti, 23 anni, la madre omicida della piccola Elena.

Sul perché una donna uccida un proprio figlio, ci interroghiamo con angoscia e dolore e tristezza ogni volta.

Ci spiega bene questa immagine di madre omicida la criminologa e psicologa giuridica, Laura Baccaro, in un articolo di questo magazine dedicato al caso di Catania e alla figura della madre omicida.

Qui voglio spiegare come noi, lettori e lettrici, possiamo avvicinarci a un caso di cronaca nera. E come possiamo informarci nel modo più efficace.

Il peggio che ci possa capitare è quello di aderire, in modo supino, a una narrazione dominante. E interessata. Dove qualcuno vuole manipolarci.

CINQUE FATTORI DELL’INFLUENZA DEI MEDIA

Il tema del rapporto fra crimine, giustizia e media riguarda il modo in cui i media rappresentano il crimine e la giustizia. E quali influenze esercitino, in tema di delitti e processi giudiziari, su di noi.

Su come la narrazione dei media ci influenzi, del resto, vi sono cinque fattori con cui siamo chiamati a misurarci:

  • l’angolazione, il punto di vista, il frame, il quadro mentale con cui guardiamo a un certo evento raccontato;
  • gli argomenti che sono proposti dalle fonti delle notizie e dai media a noi che leggiamo, ascoltiamo e guardiamo;
  • il linguaggio che viene adoperato per raccontare la vicenda;
  • le fonti da cui scaturiscono le informazioni
  • come i media lavorano: come le fonti e la narrazione sono interrogate, considerate, trattate e filtrate da giornali, talk show, social media;

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Elena e la madre che uccide: la nostra dipendenza dai media

Il caso di cronaca nera di Catania, con l’omicidio di Elena Del Pozzo, è una delle situazioni che dimostrano la nostra dipendenza cognitiva dai media.

Lo stesso vale per la guerra in Ucraina. O per l’approvazione della riforma dell’ordinamento giudiziario.

Noi non siamo sul campo. Solo pochissimi di noi hanno contatti con le scene degli eventi e fonti dirette da ascoltare. Non solo: quand’anche avessimo contatti diretti con i luoghi e le persone dove accadono i fatti, avremmo una visione assai parziale.

Non dobbiamo infatti dimenticare che la “notizia” è il racconto su un fatto, un evento, una persona. Non è il fatto stesso: è una narrazione frutto di una ricerca, una selezione e l’impiego di un certo linguaggio che la esprime.

Il risultato è che noi abbiamo una dipendenza cognitiva – ovvero a livello di conoscenza, di sapere sui fatti – dai media. I quali media dipendono poi dalle fonti che li informano, in quanto succede assai di rado che un giornalista sia là dove il fatto accade; o che assista all’accadere di un certo evento.

La dipendenza cognitiva dai media è direttamente proporzionale alla nostra distanza (fisica o psicologica o culturale) da un evento. E dalla nostra ignoranza rispetto all’evento, alle sue condizioni, al sapere che è necessario per comprenderlo e interpretarlo.

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Caso di cronaca nera di Catania e narrazione dei giornali

Nella vicenda di Catania abbiamo avuto subito una chiara narrazione. Siamo partiti con la notizia della sparizione di una bambina di neppure cinque anni.

Una volta che la madre, Martina Patti, ha confessato l’omicidio e ha portato i carabinieri sul luogo in cui ha nascosto il corpo della piccola Elena, è cominciata la rappresentazione della madre cinica, brutale, agghiacciante nella sua fredda determinazione a uccidere.

Abbiamo visto il video di Martina che abbraccia Elena, quando la va a prendere all’asilo. Poi ci è stato raccontato come Martina ha colpito la figlia, come l’ha nascosta senza vita, come ha inventato una storia di rapimento. 

Ci si è spostati sul male fatto dalla donna e madre alla figlia, sul dolore arrecato all’ex marito, Alessandro Del Pozzo, e ai famigliari di lui. Nessuna notizia, invece, dei famigliari di lei, della sua vita prima dell’omicidio, di come sia vissuta, dei problemi che ha sofferto.

Infine, la solita caccia al “movente”, a cui tutti si appassionano. E su cui tornerò più avanti nell’articolo.

LA CONTRO-NARRAZIONE

Proviamo a fare intervenire un bravo comunicatore che, assieme all’avvocato di Martina Patti, possa esserci nel momento in cui i carabinieri rendono noto il delitto e la confessione.

Il comunicatore ci proporrebbe una contro-narrazione. Il delitto resta, ma potremmo avere la madre pentita, distrutta, che ha agito in preda a uno stato di tensione incontrollabile. Avremmo allora il raptus; la follia.

Potremmo avere una madre con un passato familiare difficile; con i patimenti per la carcerazione dell’ex marito (poi assolto); con il dolore per essere stata abbandonata da lui.

Insomma, Elena sarebbe comunque stata uccisa. Martina sarebbe comunque una madre assassina. Ma le nostre reazioni, i pensieri, le emozioni che proveremmo sarebbero ben differenti.

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Le fonti del caso giudiziario e le nostre reazioni

Ci hai fatto caso? Quando c’è un fatto di cronaca nera, ad esempio al Tg1 delle 13.30, con al centro indagini dei carabinieri; stai certo che il servizio successivo di “nera” vedrà al centro dell’investigazione la polizia. E il contrario.

Questo ci dimostra che le narrazioni dei due fatti di cronaca sono state fornite dalle forze dell’ordine.

Carabinieri e polizia raccontano l’evento di cui abbiamo notizia. Propongono un certo linguaggio, stabiliscono la scelta del tema e ci portano dritti alle conclusioni che vogliono loro.

Azione legittima, quella di carabinieri e polizia. Tutte le fonti, in tutti gli ambiti, fanno così. Pure io, nello scrivere questo articolo ti propongo determinati argomenti, un certo linguaggio, uno specifico frame (una “finestra mentale”) con cui guardare il tema di quest’articolo.

Le fonti fanno il loro mestiere. Il problema è: i media esercitano il ruolo che sono chiamati a esercitare?

GIORNALISMO COME MAPPA PER CAPIRE LA SOCIETÀ

Sergio Lepri, per molti anni direttore dell’agenzia Ansa, morto a inizio 2022 alla bella età di 102 anni, che ho avuto l’onore di avere come insegnante di giornalismo, parla chiaro.

Nel suo libro Professione Giornalista, Lepri rimarca il ruolo di “mediazione” del giornalista: di filtro e tramite tra le fonti e il pubblico.

Non solo. Sergio Lepri sottolinea che il giornalismo non si occupa solo della “notizia”, intesa come il racconto di un fatto che rompe il corso normale delle cose e che è originale.

Il giornalismo, ci dice Lepri, dà conto anche della “continuità”, delle costanti, dei fiumi duraturi, potremmo dire, che vi sono in una società.

Importante, quindi, la notizia fresca ed eclatante, la hard news. Tuttavia è importante anche cogliere il basso continuo di una società, di una comunità. Le costanti. La struttura e i fenomeni ricorrenti. Grazie a questa conoscenza, infatti, possiamo vivere in una comunità; e prevederne gli sviluppi.

A questo proposito, nel libro The Elements of Journalism, gli autori, Bill Kovach e Tom Rosenstiel, definiscono il giornalismo una “cartografia dell’esistente”.

Il giornalismo deve insomma essere una mappa con cui percorrere e capire e tracciare la società in cui viviamo.

E non è tutto. Per Kovach e Rosenstiel – la cui opera è frutto di anni di dibattito con decine di migliaia di giornalisti americani – il giornalismo ha anche una “funzione educativa”. Udite, udite! Il giornalismo educa. Quindi, se educa e forma, ha precise responsabilità.

Da come le notizie sono date. Dal linguaggio usato. Dalla cornice interpretativa che viene utilizzata davanti a un certo fatto. Dagli argomenti scelti, come la teoria dell’agenda setting dimostra. Da tutti questi fattori dipende la narrazione di una vicenda. E la nostra reazione ad essa.

LE STORIE BUGIARDE DI POTENTI E TERRORISTI

Il presidente russo, Putin, non vuole che si parli di guerra, a proposito dell’invasione dell’Ucraina, il 24 febbraio 2022.

Putin la definisce una lotta di liberazione dai nazifascisti amici del presidente ucraino; e una battaglia per la libertà di territori (il Donbass) che vogliono essere russi come sono.

Il presidente turco, Erdogan, non vuol sentire parlare di genocidio degli armeni perché, secondo lui, non è mai avvenuto. I brigatisti rossi vogliono farci credere che sono stati loro, terroristi, a progettare, attuare e gestire il rapimento di Aldo Moro (nel 1978) e l’uccisione della sua scorta.

Sappiamo che Putin, Erdogan e i brigatisti rossi mentono. Il fatto è che non sono solo quei due capi di Stato per nulla democratici e un branco di terroristi a mentire. Non sono solo loro a dare la una narrazione e versione dei fatti assai di comodo.

Tutte le fonti – in un modo o nell’altro – costruiscono una loro narrazione. L’ho dimostrato con lo studio e la ricostruzione, assieme a Laura Baccaro, della figura di Lorenzo Bozano e del caso di Milena Sutter, a cui questo magazine dedica una sezione.

Stiamo, allora attenti, a chi sono le fonti dei media che utilizziamo per conoscere una certa vicenda. Cerchiamo di comprendere se quei media filtrano, verificano, controllano le narrazioni delle fonti.

Poniamoci la domanda se i media che usiamo – sia i mass media mainstream, professionali, che i social media (personal media) – ci raccontano una storia fondata, attendibile. O se vanno a farfalle. O se ci vogliono, addirittura, fregare con la loro storia.

Da come ci poniamo – e come si pongono le fonti e i media – dipendono le nostre reazioni. Quanto sentiamo nell’anima. E quanto la mente nostra elabora.

ANSA E VANITY FAIR: LA STESSA NOTIZIA IN MODI DIVERSI

L’agenzia Ansa ha il potere di irritarmi, come giornalista e come studioso. È nata come fonte di notizie per noi giornalisti all’insegna dell’imparzialità, dell’equilibrio e del racconto oggettivo dei fatti.

Sappiamo che non è vero, come ci dimostra il libro Colonia Italia, di Giovanni Fasanella. Ma facciamo finta di crederci.

Vanity Fair, già dal titolo, ti viene – a torto – da pensare che sia un “magazine leggero”.

Ebbene, da Vanity Fair abbiamo un esempio di come dare una notizia ghiotta, ma scomoda, qual è la dichiarazione ai giornalisti del padre di Elena Del Pozzo, senza alimentare l’immagine della madre-mostro in Martina Patti.

A margine, mi sento di dire che di sicuro Alessandro Del Pozzo ha avuto un avvocato e/o un esperto di comunicazione che gli ha consigliato cosa scrivere. Obiettivo: mettere nella luce peggiore possibile la ex moglie omicida. E parare in anticipo eventuali colpi bassi sul quadro familiare, che potrebbe farci rivedere con occhi diversi il delitto.

Lascio a te confrontare i titoli dell’agenzia Ansa e del magazine Vanity Fair.

AGENZIA ANSA E LA “MADRE MOSTRO”

Elena Del Pozzo - omicidio Catania - Agenzia Ansa - media crimine e giustizia


VANITY FAIR E LE RAGIONI DI UN PADRE

Elena Del Pozzo - omicidio Catania - Vanity Fair - media crimine e giustizia


Il titolo dell’Ansa, credo sia di per sé evidente, ci restituisce una madre-mostro. Già molto odiata sui social media, Martina Patti con questo titolo sarà ancor più odiata.

Non solo. L’Ansa, lo sappiamo bene noi giornalisti, influenza linguaggio, temi e frame delle notizie di tutti i media.

Vanity Fair, con grande professionalità, si smarca però dalla lettura “mostruosa” dell’agenzia Ansa. E punta su un altro aspetto, che può certo avere un fondamento, della dichiarazione di Alessandro Del Pozzo, papà della piccola Elena.

- Elena Del Pozzo - bimba uccisa - Catania - mass media - social media - magazine ilbiondino.org - Photo 19336644 : Mass Media © Lucian Milasan | Dreamstime

Il “movente” e la scatola nera della mente

C’è un modo infallibile per rischiare di non capire un caso di cronaca nera: cercare il movente di un omicidio, se si tratta di omicidio; o di qualche altro delitto.

Non sono io, a dirlo. È il fondatore della Psicologia Investigativa, David Canter, a sottolineare che il movente non serve a nulla. E ci porta fuori strada.

Meglio chiedersi lo scopo di una certa azione. Ad esempio: quale scopo ha avuto Martina Patti, nell’uccidere la figlioletta Elena, avuta dal marito Alessandro Del Pozzo, da cui si era separata?

Meglio chiedersi – specie nei casi dubbi, oppure dove l’offender è ancora da trovare – quali sono gli elementi importanti della scena del crimine.

Meglio osservare e registrare le azioni compiute, come l’occultare il corpo della persona uccisa. Meglio concentrarsi sui fattori e i dati da esaminare, trovando poi nelle statistiche e nella letteratura scientifica le comparazioni e i confronti per capire.

Grazie al metodo di David Canter – che nel 2011 ho intervistato all’Università di Huddersfield, in Inghilterra – ho messo in dubbio, in modo fondato, sia il rapimento che l’omicidio di Milena Sutter.

LA MENTE È UNA SCATOLA NERA

Come ci ricorda la Scuola di Palo Alto – quella dell’assioma “non si può non comunicare” – la mente è una scatola nera. Come fai tu a entrare nella mente di Martina Patti e trovare il movente? Un movente che magari neppure lei conosce appieno?

Davanti a una birra, una sera, nella sala dove fu fondata la lega inglese del rugby, chiesi (era il dicembre 2011) al professor David Canter: “Perché, professore, lei non crede al movente? Perché non lo ritiene importante?”.

Canter mi rispose con una domanda: “Se io mi chiedo qual è il movente che l’ha spinta a venire da Verona sin qui a intervistarmi, pensa che ne ricaverò qualcosa? Preferisco osservare che lei ha fatto un certo viaggio, prima ancora ha letto i miei libri. Dopo, davanti ai miei dottorandi lei ha esposto il Caso Sutter; e si è trattenuto con noi a cena”.

Poi Canter proseguì così: “Questi elementi su di lei, confrontati anche con altri comportamenti e scelte simili, mi portano a certe conclusioni. E a cogliere il suo scopo. Se rifletto sul movente, rischio di non capire. Anzi, di fermarmi al livello del pregiudizio”.

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Il professor David Canter, padre della Psicologia Investigativa

Come leggere un fatto di cronaca nera per comprenderlo

Come leggere, allora, un fatto di cronaca nera (o qualsiasi altro evento)? E come leggerlo, attraverso i media, per comprenderlo? E per evitare il pregiudizio e l’errore?

Innanzi tutto, stiamo attenti al linguaggio utilizzato dai media a cui ci rivolgiamo. Diverso è dire che “Una mamma ha ammazzato per gelosia la figlioletta, un angioletto di 4 anni”, rispetto a dire che “Una bambina di 4 anni è stata uccisa dalla madre”.

Il fatto è lo stesso. Ma l’impatto emotivo è diverso. L’uso di “parole potenti” (power words) come “mamma”, “gelosia”, “angioletto” ci arriva diritto al cuore; alla nostra parte emotiva.

Diverso è scrivere che “l’aviazione di un certo paese ha assassinato cinque persone in una certa zona”, rispetto allo scrivere che “cinque persone sono morte in un attacco aereo in una certa zona”. Il fatto è identico; l’impatto e le responsabilità sono resi in modo differente.

Osserviamo e cerchiamo, in seconda battuta, di cogliere il modo in cui un certo medium (oppure un giornalista, il conduttore di un talk show) si pone verso l’evento che vuole raccontarci: come lo tratta, da quale angolazione lo presenta, quale linguaggio utilizza, su quali aspetti si sofferma, su quali argomenti insiste.

DUE MODI DIVERSI DI NARRARE UNO STESSO FATTO

Nell’esempio dell’uccisione della piccola Elena Del Pozzo, abbiamo visto media insistere sulla brutalità del gesto, su quanto sia “degenere” una madre che si comporta così, sul giudizio dato dall’ex marito, sui giudizi espressi dalla suocera e dalla nuora di Martina Patti, la donna omicida.

In altri casi – prova a notarlo – un delitto non meno brutale viene rappresentato, grazie ad abili avvocati della difesa, dal punto di vista dell’omicida: era fuori di sé, ha perso il controllo, adesso è disperato, si è già pentito, chiede perdono. Oppure è assente a sé stesso, come in un incubo, non realizza cosa ha combinato.

Un avvocato abile nella comunicazione con i media avrebbe saputo costruire una contro-narrazione dell’omicidio di Elena Del Pozzo. L’evento è uguale, ha la stessa brutalità e cagiona lo stesso dolore. Ma noi lo cogliamo con spirito diverso. Ci può rassicurare, fino a compatire la donna assassina.

In terza battuta, stiamo attenti alle fonti. Gli investigatori non solo dei: non hanno la verità rivelata, tant’è che stanno investigando.

Il Dna non è l’oggetto magico che tutto risolve, ma va contestualizzato. Evitiamo di cadere nell’illusione e nella cieca fiducia che le fonti siano perfette; che la scienza tutto spieghi; che la verità si sveli grazie a inquirenti infallibili e a scienziati dal tocco divino.

La scienza, come la conoscenza, è processo. È fatica. È ricerca, dibattito, confronto.

Infine, sospendiamo il giudizio. Evitiamo di farci giudici, specie se non abbiamo – come non abbiamo – tutti gli elementi. Possiamo di sicuro discuterne. Possiamo avanzare ipotesi. Possiamo cercare di comprendere.

Una funzione, nobilissima e dal forte valore sociale, dei media nel raccontare la cronaca nera e la giustizia – di qui il tema crimine, giustizia e media – è di rendere conto, a noi cittadini, dell’operato dei sistemi di sicurezza (la polizia) e di giustizia (le indagini e il processo).

INDAGINI E PROCESSI: IL CONTROLLO DEI CITTADINI

All’insegna della trasparenza e del valore sociale, siamo chiamati a informarci, a discutere, a interessarci della cronaca nera. Abbiamo un ruolo anche di controllo del sistema di sicurezza, gli investigatori, e di quello giudiziario.

Di qui la pubblicità del processo, aperto a chi vuole assistervi e ai giornalisti, tranne in casi particolari.

Sospendiamo il giudizio definitivo – anche nel caso dell’uccisione di Elena Del Pozzo, a Catania da parte della madre Martina Patti – e interroghiamoci su cosa possa essere accaduto. Su come lavorano gli investigatori; e poi il magistrato inquirente; e poi il collegio giudicante l’accusata.

Interroghiamoci di continuo, evitando di partire dalla fine: dal giudizio su fatti e persone. E lasciando alle fantasie della ragione la suggestione del “movente”, su cui possiamo solo fantasticare. Non avendo gli elementi per coglierlo, anche se la sua ricerca ci affascina.

Maurizio Corte
corte.media

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