Il film La Giuria, tratto dall’omonimo romanzo di John Grisham (Runaway Jury il titolo originale), è un capolavoro di legal thriller.

È la dimostrazione che i migliori romanzi crime meritano un posto nella letteratura. E che film capolavoro di questo genere appartengono alla storia del cinema.

La pellicola sa mescolare azione e riflessione, tensione etica e machiavellismo giudiziario.

LA TRAMA DEL FILM “LA GIURIA”

La storia comincia con un classico inizio all’americana: un manager nel paesaggio e nel traffico di un lunedì mattina, dopo un weekend di festa in famiglia. Il dramma è però in agguato e prende le forme di uno sparatore che, licenziato da una società, torna in ufficio e ammazza il padre di famiglia che abbiamo visto all’inizio.

Siamo nella città di New Orleans e la giovane vedova del manager ucciso intenta un processo contro la ricca e potente società che ha venduto le armi allo sparatore. La ritiene responsabile dell’omicidio di suo marito.

È una causa difficile da vincere. Ma vi crede il suo avvocato Rohr (interpretato da Dustin Hoffman). 

Gli si contrappone il team di avvocati e consulenti della società d’armi che ricorre a intercettazioni, spionaggio dei candidati della giuria e una macchina informativa degna della Bestia che da anni ha seminato odio e conflitto sui social per conto di qualche politicante italiano.

A guidare la macchina da guerra informativa della società di armi è il consulente Fitch (interpretato da Gene Hackman). Il suo obiettivo è selezionare la giuria perfetta frugando negli angoli più nascosti della vita dei potenziali giurati.

Con la complicità di Nick Easter (interpretato da John Cusack), uno dei giurati, entra in scena la misteriosa Marlee (interpretata da Rachel Weisz) che tenta di vendere la giuria e il verdetto alle due parti.

La storia è un crescendo di colpi di scena, con una chiara presa di posizione contro la vendita incontrollata di armi negli Stati Uniti. E un finale a sorpresa, come sempre accade con i verdetti delle giurie popolari (e non solo).

questo thriller ad alta tensione denuncia come sia possibile manipolare e controllare una giuria. Anche se si tratta solo di una finzione ispirata dal best-seller ‘Runaway Jury’ di John Grisham, ci si può chiedere fino a che punto non si sia vicini alla realtà

Perché il film thriller giudiziario La Giuria merita di essere visto (o rivisto, dato che è del 2003)?

Anche qui, come per il la pellicola Il socio (pure quello da un romanzo di Grisham), la risposta è nell’attualità dei temi di fondo del film diretto dal regista Gary Fleder

  • lo strapotere delle grandi aziende che vogliono controllare le legge e la giustizia;
  • la mancanza di etica in un certo capitalismo che guarda solo agli affari;
  • l’inettitudine di uomini di legge, siano essi avvocati o consulenti, nel gestire in modo umano questioni dalle grandi ricadute sociali;
  • la posizione beota di certi giudici, che guardano più alla forma del processo penale che alle modalità in cui forma il giudizio

Oltre alla recitazione magistrale di tutti gli attori in scena, oltre alla tensione etica che si sente trasparire da più di una parte, oltre all’azzeccata rappresentazione del cinismo di chi snobba il valore della vita, nel legal thriller La Giuria c’è un perché di fondo che merita la visione.

Il perché guardarlo e riflettere sta nello smascheramento dell’inganno che sta dietro la formalità del processo penale. Negli Stati Uniti, come anche in Italia, i giudizi nelle aule di giustizia talvolta non sono frutto di una “divina saggezza”; e neppure tentativi di arrivare alla migliore approssimazione possibile alla verità sostanziale dei fatti.

LA GIUSTIZIA E GLI INTERESSI DIETRO LE QUINTE

Si muovono altri interessi, rispetto, alla giustizia. Agiscono altre miopie rispetto alla capacità di osservare in volto lo stato delle cose. Scendono in campo altri obiettivi e altre magie rispetto a quelli di un modo onesto di fare (o almeno di tentare) l’applicazione della giustizia.

Ne sono una dimostrazione i percorsi giudiziari di casi come quello di Lorenzo Bozano (Genova, maggio 1971, a cui è dedicata una sezione di questo magazine); o di Massimo Giuseppe Bossetti (con la vicenda di Yara Gambirasio, Bergamo, 2010); oppure di Steven Avory (raccontato nel docu-film Making a Murderer).

Si badi bene, non si tratta di affermare l’innocenza piuttosto che la colpevolezza di qualcuno condannato o assolto.

Il problema non è quello: il problema sta in un sistema giudiziario – negli Stati Uniti come in Italia – che si presenta come sacro, pur sapendo di essere imperfetto. E, quel che è peggio, incapace di correggersi e tendere a migliorarsi.

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