Il giallo mai risolto di una 16enne trovata senza vita alle pendici di un canyon in Sardegna. 

I canyon evocano meraviglia, con la loro bellezza incontaminata, disegnata dalla penna di Madre Natura.

Tuttavia per una famiglia, il canyon di Tuvixeddu (Cagliari) è solo il simbolo di un dolore lacerante: è qui che nel 1995 viene trovato il corpo senza vita di Manuela Murgia, una ragazza di appena 16 anni.

Dalla domenica del ritrovamento, il luogo selvaggio — ai margini della città di Cagliari — si trasforma in un palcoscenico del mistero: la scena di un caso di cronaca nera irrisolto.

Se all’inizio infatti gli inquirenti pensano ad un omicidio, col tempo le indagini si muovono verso la pista del suicidio. Una teoria che, tuttavia, non ha mai convinto né la famiglia né chi ha continuato a seguire con attenzione la vicenda.

Nel 1997, quando il giallo viene chiuso, sono infatti ancora troppe le domande senza risposta. Quesiti che continuano a generare infinite teorie sul cold case.

In questo articolo — grazie al minuzioso lavoro di giornalismo d’inchiesta del progetto Crimini Dimenticati — seguiremo il caso, soffermandoci sulle incongruenze del delitto di Tuvixeddu.

La misteriosa morte di Manuela Murgia: il caso irrisolto di Tuvixeddu

Il 5 febbraio 1995 è una domenica mattina nel commissariato di Cagliari quando arriva una telefonata anonima.

La voce misteriosa segnala alla polizia un corpo senza vita nel canyon di Tuvixeddu: un luogo isolato, vicino alla cementeria della città. 

Poco dopo le forze dell’ordine identificano la vittima. È Manuela Murgia, una ragazza di 16 anni, scomparsa da casa il giorno prima. 

CHI ERA MANUELA MURGIA? PROFILO DELLA GIOVANE VITTIMA

Manuela era una ragazza dolce e sensibile, cresciuta in una famiglia numerosa, tra l’affetto dei genitori e un forte amore per i fratelli Elisabetta, Anna e Gioele.

Nel 1995, la famiglia si trasferisce a Cagliari, nel quartiere Is Mirrionis, un’area che all’epoca godeva di una difficile reputazione. 

A causa di questo trasferimento, la ragazza decide di non iniziare una nuova scuola. Per concludere gli studi, programma quindi di iscriversi ad un corso serale il settembre successivo.

Nonostante non frequenti la scuola, la 16enne trova comunque un nuovo gruppo di amici, con cui trascorre il tempo durante le sue libere uscite pomeridiane. 

Poco prima di morire, infine, Manuela sperimenta anche un primo fugace amore, che a febbraio si è concluso da poco.

Quello che ne segue è in realtà un periodo di lieve malinconia: una reazione normale per un adolescente che sperimenta per la prima volta una delusione sentimentale. 

Tuttavia, col senno di poi, i cambiamenti nella ragazza nell’ultimo periodo della sua vita sembravano nascondere un’ombra più inquietante agli occhi della sua famiglia.

Manuela Murgia e canyon Tuxiveddu, foto fi Cristiano Cani (flickr) (https://www.flickr.com/photos/cristianocani/2676023669)

LA SCOMPARSA DI MANUELA: 4 FEBBRAIO 1995

Il 4 febbraio 1995, un sabato mattina, Manuela esce di casa senza permesso. 

Viene scoperta per caso dalla madre, rientrata per pochi istanti da lavoro, giusto il tempo di lasciare la nipote — una bambina con sindrome di Down — alla figlia. 

In quel breve momento, la donna nota la 16enne intenta a nascondere alcuni oggetti sotto le lenzuola, tra cui i vestiti usati poco prima per uscire. Ma non è finita qui.

Intorno a mezzogiorno, la giovane esce di nuovo senza permesso, questa volta lasciando sola la cuginetta: una bambina molto amata e che richiede un’attenzione particolare. 

Anche questa seconda uscita ha qualcosa di strano.

Oltre a disubbidire ai suoi impegni, la ragazza indossa infatti i pantaloni del pigiama sotto i jeans e lascia in disordine sopra il tavolo diversi oggetti: un beauty case, un profumo e delle bucce d’arancia. Porta invece con sé le chiavi di casa. 

Poco dopo è il padre della ragazza a scoprire l’ennesimo allontanamento della figlia. Una trasgressione che tuttavia non lo mette subito in allarme. La giovane ha pur sempre 16 anni.

Tutto suggerisce inoltre una breve uscita improvvisata, come se Manuela dovesse tornare da un momento all’altro. 

Come sappiamo, invece, la ragazza dal sorriso scarlatto non farà più ritorno dalla sua famiglia. 

RITROVAMENTO DEL CORPO

Il giorno dopo la scomparsa, il corpo di Manuela Murgia viene ritrovato in un dirupo nel canyon di Tuvixeddu a Cagliari, un luogo isolato e di difficile accesso.

Il corpo della vittima è disteso a faccia in giù, alle pendici del canyon, noto per la sua necropoli punica.

Già ad un primo sguardo, il cadavere non sembra essere caduto da 30/35 metri, insinuando i primi tragici dubbi. Infatti: 

  • il corpo non mostra segni tipici di un impatto dall’alto. Il viso e il cranio della ragazza sono intatti: un’anomalia per una caduta simile;
  • sotto gli abiti — sporchi ma senza lacerazioni — la vittima presenta inoltre graffi sulla schiena e segni sul collo;
  • gli abiti sono sporchi di terra. Il cappotto, invece, è inspiegabilmente pulito. Gli inquirenti ipotizzano quindi che la vittima sia stata trascinata e poi rivestita con il Montgomery; 
  • la 16enne inoltre non indossa più la canottiera con cui è uscita di casa;
  • infine, i suoi stivaletti — con tacco di 5 cm — sono puliti sulla suola, nonostante il terreno umido per la pioggia. Le tomaie sono invece sporche: sembra quindi che la ragazza non abbia camminato sul terreno del canyon.

LA PRESUNTA SCENA DEL CRIMINE

Il canyon di Tuvixeddu è un luogo remoto, difficile da raggiungere. 

Per arrivare nel punto esatto in cui è stato trovato il corpo è quindi necessario conoscere bene la zona. E superare diversi ostacoli. 

Come riporta Fanpage, infatti, l’area è ben recintata, in quanto «zona militare, abitata da famiglie della Marina militare». Persone che non sono mai state sentite dagli inquirenti.

Infine, dove non ha messo mano l’uomo, ci ha pensato la natura, inserendo nel paesaggio bucolico alcune insidiose trappole. 

L’AUTOPSIA: OMICIDIO, SUICIDIO O INCIDENTE?

L’autopsia si fa attendere per ben due anni, lasciando l’amaro in bocca. 

La morte di Manuela viene collocata tra le 18 e le 20 del giorno della sua scomparsa, ma le cause restano incerte, oscillando tra omicidio, suicidio o incidente — con successivo occultamento del corpo.

Dopo due anni, nel 1997 le piste aperte sono quindi ancora tre. 

A favore dell’omicidio ci sono per esempio:

Allo stesso tempo, però, queste lesioni non escludono una morte causata da un incidente stradale.

E l’ombra del suicidio sta comunque ancora frullando nella mente degli inquirenti.

Necropoli di Tuvixeddu, foto di Cristiano Cani

IL SEMOLINO: L’ULTIMO PASTO

Durante l’autopsia, i medici legali trovano nello stomaco della vittima tracce di semolino, consumato tra le 14:30 e le 15:00, quando la ragazza era già fuori casa.

Questo dettaglio apre l’ennesima pista: è probabile che la 16enne abbia infatti mangiato il suo ultimo pasto in un ambiente domestico sconosciuto.

L’ipotesi si basa su un dato semplice ma convincente: il semolino — una minestrina da malati o per i bambini piccoli— è una pietanza da cucinare sui fornelli di casa, e non da ordinare dal listino di un ristorante. 

È possibile quindi che Manuela Murgia sia stata a casa di qualcuno prima di morire?

LA POSSIBILE MESSINSCENA DEL DELITTO

L’ipotesi di occultamento di cadavere è rafforzata da una misteriosa scia di indizi, che — dal cancello in via Maglias, al cadavere — segnano un ipotetico percorso del male.

Gli indizi sparsi nel canyon — come le briciole di pane nella fiaba Hansel e Gretel — sono alcuni oggetti della vittima, tra cui:

  • un portamonete,
  • un fazzoletto usato per togliersi il rossetto,
  • e un cerchietto di velluto nero, trovato a soli due metri dal corpo.

Non viene invece recuperato il mazzo di chiavi di casa della ragazza, ad oggi scomparso nel nulla.

Infine, sulla scena la 16enne viene rinvenuta con il cappuccio del Montgomery calato sulla testa. Un elemento fuori posto nel quadro di un ipotetico suicidio. 

Questo ultimo dettaglio è stato infatti interpretato da alcuni esperti come un tentativo di coprire la sofferenza della giovane, come spesso accade nei casi di omicidio.

L’AVVISTAMENTO DI MANUELA SULLA MACCHINA BLU

Manuela Murgia esce di casa verso mezzogiorno, ma l’autopsia colloca la sua morte tra le 18 e le 20.

Resta dunque un vuoto temporale di diverse ore: dove si reca la ragazza quel pomeriggio? E chi incontra? 

Considerando l’esame autoptico e l’ultimo pasto consumato dalla vittima prima di morire, la 16enne deve essere stata da qualche parte il 4 febbraio 1995. Ma il luogo rimane ancora sconosciuto. 

Nessuno infatti ha mai sostenuto di aver visto la 16enne quel giorno. Nessuno, se non un’amica di famiglia, una testimone preziosa, in parte tralasciata dalle indagini.

L’amica dei Murgia — nonché madrina di una sorella della vittima — riferisce infatti di aver visto la giovane salire su un’auto blu metallizzata, in compagnia di un uomo, il giorno della scomparsa. 

Nonostante la rilevanza di questa informazione, le indagini non hanno però mai approfondito l’identità del conducente.

LE MISTERIOSE TELEFONATE 

Le indagini sul caso di cronaca nera hanno tralasciato anche un secondo elemento: le misteriose chiamate in casa Murgia.

Nelle settimane precedenti la sua morte, la ragazza riceve infatti un consistente numero di telefonate.

E sono chiamate che turbano l’adolescente, lasciandola perfino in lacrime, come ricorda la sorella Elisabetta per Crimini Dimenticati. 

LE INDAGINI: IL SUICIDIO E LA CHIUSURA CON RISERVA

Le indagini sul caso Murgia sollevano molti dubbi, soprattutto per le evidenti lacune investigative.

Nonostante le numerose incongruenze — tra l’autopsia e la scena del crimine, i buchi temporali e la testimonianza ignorata — la pista dell’omicidio viene alla fine scartata a favore del suicidio.

E il caso viene così chiuso con riserbo nel 1997, lasciando la famiglia disorientata nel dolore.

Un ruolo cruciale nel cambio di rotta delle indagini lo giocano in realtà anche i media, che dipingono la ragazza come una malinconica Cenerentola: una giovane donna imprigionata tra le mura domestiche, con pochi amici e rigide restrizioni.

Una rappresentazione in realtà fantasiosa e soprattutto falsa, come ripetono spesso i fratelli Murgia su Facebook, nella pagina dedicata alla sorella. 

LA RIAPERTURA DEL CASO MURGIA NEL 2012

Nel 2012, Elisabetta Murgia, sorella di Manuela, ottiene la riapertura del caso. Dopo anni di silenzio e dolore, la donna trova infatti la forza di riportare l’attenzione sulla vicenda, superando il suo pesante trauma personale.

Tuttavia — come lei stessa racconta nel video di Crimini Dimenticati — quelle che seguono sono delle “non indagini”, senza nuovi esami o testimonianze rilevanti.

Nel 2024, infine, è arrivato un ennesimo doloroso rigetto per una nuova richiesta di riapertura.

Ciò nonostante, la famiglia Murgia non si è mai arresa: ogni giorno combatte per ottenere giustizia e per dare voce a una sorella e una figlia mai dimenticata. 

Perché parlare di Manuela Murgia

«Dobbiamo dimostrare l’ovvio: che Manuela non si è suicidata», afferma Elisabetta Murgia, determinata a mantenere viva la memoria della sorella per ottenere giustizia. 

E finalmente, nel 2023, la famiglia ha fatto un grande passo avanti, ottenendo l’accesso ai fascicoli del caso. 

Tuttavia, alcuni documenti sono scomparsi, aggiungendo ulteriore mistero a una vicenda già oscura. 

Non è purtroppo un episodio isolato: altre carte sono infatti svanite nei bui archivi della Procura e della Questura di Cagliari, agitando le acque della Sardegna.

SPERANZE E NUOVE INDAGINI 

Elisabetta, Anna e Gioele Murgia non hanno mai smesso di cercare la verità.

Con l’aiuto dei legali e di una criminologa, i tre fratelli stanno seguendo nuove piste che escludono la motivazione passionale — spesso indicata negli anni — basandosi sul profilo psicologico di Manuela.

Quel giorno la ragazza era infatti a casa con un compito importante: accudire l’amata cuginetta. Lasciarla da sola significava avere un motivo urgente.

O, in alternativa, la ragazza era convinta che sarebbe tornata a casa in fretta, come suggeriscono i pantaloni sotto i jeans. 

Una riesumazione del corpo, nuovi esami del DNA e le moderne tecnologie investigative oggi potrebbero ancora fare la differenza. E, soprattutto, fornire le risposte che la famiglia della giovane vittima attende dal 1995.  

Marcello Randazzo e Simona Cascio, crimini dimenticati - anello di carta

Crimini Dimenticati: il potere del ricordo

«Non a tutti i più deboli è concesso avere giustizia» — ricorda Gioele Murgia — «esistono morti e morti».

Crimini Dimenticati — il canale YouTube di Simona Cascio e Marcello Randazzo — però non ci sta e si è quindi dato un obiettivo importante: riportare alla luce casi irrisolti caduti nell’oblio della cronaca nera. Proprio come il giallo di Tuvixeddu. 

Attraverso il prezioso progetto di video giornalismo dei due professionisti televisivi, la famiglia ha così avuto un’ulteriore opportunità di raccontare la propria storia.

Anche perché da decenni, i Murgia devono combattere per mantenere alta l’attenzione su una vicenda che rischia ogni giorno di essere dimenticata. Un destino che non possono permettere.

Raccontare la storia di Manuela non è infatti solo un atto di memoria: è una battaglia per la giustizia di una giovane donna. Perché la verità non dovrebbe mai essere un privilegio di alcuni, ma un diritto di tutti.

Anna Ceroni
Agenzia Corte&Media
Data di pubblicazione: 30.11.2024

Al canale Crimini Dimenticati abbiamo dedicato un articolo introduttivo, che celebra il loro ammirevole lavoro di giornalismo investigativo.

Ogni mese su questo blog pubblicheremo inoltre un nuovo articolo dedicato ai casi trattati da Simona Cascio e Marcello Randazzo, per continuare a tenere viva la memoria di chi non ha ancora trovato giustizia:

Manuela Murgia. Il video di Crimini Dimenticati | Anello di carta

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