NeraVintage / 17 marzo 1957

Tragedia fra giovani sposi in provincia di Alessandria, domenica 17 marzo 1957. Una donna alticcia uccide il marito che le nega il vino: gli ha piantato un coltello nello stomaco.

Davanti ai carabinieri che l’arrestano, prima l’omicida parla di suicidio, poi di disgrazia, infine confessa l’assassinio del marito. Vittima della tragedia è anche un bimbo di pochi mesi, Livio, che si trova orfano del padre e adesso con la madre in carcere.

Quella che raccontiamo è una tragedia, del marzo 1957, tra giovani sposi, lei Rosa V., di 32 anni, e lui Osvaldo G., di 37  anni, genitori di un bimbo, Livio, di 11 mesi. È una tragedia che accade nell’Italia dell’emigrazione interna (dal Veneto al Piemonte, in questo caso) e nell’Italia alla vigilia del boom economico (quello dal 1958 al 1963).

È un’Italia in cui i mezzadri e i lavoratori sono pagati, come da contratto, anche con un tot di litri di vino la settimana.

Del resto, le lunghe ore di lavoro e di fatica si sopportano meglio con l’energia effimera dell’alcol.

Tragedia familiare nell’Italia del boom economico

Quella dove avviene il delitto è un’Italia dove le donne sono spesso presentate sotto una luce negativa; e dove i datori di lavori sono chiamati, persino dai giornali, “padroni”.

La natalità sta crescendo, con oltre 878 mila bambini nati nel 1957, mentre i decessi sono 484 mila.

La popolazione in Italia supera di poco i 49 milioni di abitanti.  

Vediamo, in questo contesto, che cosa ci raccontano i giornali di questa tragedia familiare: un uxoricidio maturato tra violenza domestica, alcol e marginalità legata alla forzata lontananza dai luoghi d’origine.

È interessante osservare come i luoghi d’origine degli immigrati (italiani in Italia) siano ben precisati dai giornali, come oggi si fa con chi viene dal Marocco piuttosto che dall’Albania, o dalla Romania.

Da notare anche che la donna – autrice del delitto – per due volte viene rappresentata dai giornali come colei che “ulula”.

Il significato primario di “ululare” è attribuito di solito ai cani e ai lupi.

È la prima volta che mi capita di leggere “ululare” riferito a una persona, in 50 anni di lettura dei giornali italiani e in oltre 45 anni di giornalismo professionale.

Ecco di seguito, tratta dai giornali del tempo, la cronaca dell’omicidio di Osvaldo. E il seguito delle indagini, nei primi giorni successivi al delitto.

Il caso si inserisce nella sezione NeraVintage di questo magazine.

Per rispetto verso il bimbo superstite, sono stati modificati i nomi e i luoghi di provenienza delle persone coinvolte. La storia, al netto di questi dettagli di scarsa importanza, è vera.

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La cronaca dell’uxoricidio

Una giovane donna ha ucciso il proprio marito per un bicchiere di vino. Questa la tragica sintesi di un diverbio che ha costato la vita al bracciante fisso Osvaldo G., di 37 anni.

Domenica 17 marzo 1957, pochi minuti dopo le ore 13, grida strazianti di donna partono dalla cosiddetta cascina “Lupa” che, in realtà è soltanto una modesta casa colonica, isolata, in provincia di Alessandria.

Chi grida così è Rosa V., di anni 32, moglie di Osvaldo G. Riescono a udirla, quantunque lontani, i ragazzi Domenico e Vincenzo Castelli, calabresi, che subito accorrono.

Essi trovano il signor Osvaldo, già cadavere, presso la porta di casa sua, con la testa poggiata sulla soglia. Nella cucina, per terra, un lungo coltello intriso di sangue.

La donna ulula, pronunciando parole incomprensibili, con le mani tra i capelli che si tira a gran pugni.

Ben presto, avvertiti, sono sul posto i carabinieri della locale stazione dei carabinieri.

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La versione della donna sul delitto

La donna, calmatasi, dà una versione stranissima dell’accaduto. Tutto “per un goto de vin”, ella ripete più volte, ossia “per un bicchiere di vino”, detto in veneto, poiché lei è originaria della provincia di Vicenza.

Lei aveva chiesto a suo marito ancora un bicchiere di vino. Egli aveva risposto di no: l’aveva rimproverata, pare, di non aver preparato un buon pranzo per il giorno di feste.

Di parola in parola, salendo di tono la disputa, l’uomo aveva afferrato un lungo coltello da cucina, dalla punta molto acuminata, e uscito all’aperto se l’era immerso nel ventre.

La versione fornita, sembra molto sospetta ai carabinieri che, in attesa del pretore, sorvegliano attentamente la donna.

Lei va e viene per le due stanze che compongono la sua abitazione. Ogni tento si mette in ginocchio riprendendo a ululare (senza una lagrima) e coprendo d’invettive il morto che accusa di essersi voluto uccidere “per togliere il pane al la famiglia”.

Oppure corre verso la cuna dove giace il figlioletto Livio di 11 mesi e, presolo tra le braccia, vuole aprirsi un passaggio verso il cadavere del suo marito, per fargli vedere “come li ha ridotti suo padre”.

Ad un’inchiesta più serrata, la donna ripiega sull’ipotesi della disgrazia.

I due stavano a tavola, lui con le spalle verso la porta, racconta Rosa.

ScoppiatA la disputa, visto che accanto al tagliere, sulla stessa tavola, c’era il coltello, egli lo aveva preso per evitare che lo afferrasse sua moglie, quindi potesse usarlo contro di lui, ed era fuggito.

Inciampando, l’uomo era caduto e poi…

La versione risulta subito assurda. Tant’è che lei ritorna all’ipotesi del suicidio.

Però, come mai il coltello è cosi lontano dall’uomo? E poi, la direzione del colpo, dal basso verso l’alto. La sua profondità, 6 centimetri, sembra anch’essa sospetta.

DODICI LITRI DI VINO PER LA PAGA DEL MEZZADRO

Infine, vien fuori che sabato sera, il loro padrone, signor Paolino Turini, aveva portato nella “cascina” i dodici litri settimanali di vino, previsti dal contratto di lavoro.

Nella mattina di domenica, i due coniugi dopo aver lavorato pochissimo a collocar patate in un solco senza coprirle di terra, ne avevano bevuti oltre nove litri.

E aveva bevuto più lei che lui. Di lì, il rifiuto di lui a dargliene ancora “un goto”.

Di lì la disputa, di lì le furie infernali impadronitesi della donna, già fuori di sé per l’alcool ingerito.

È nel tardo pomeriggio della domenica che lei, insisti insisti, finirà per confessare il suo gesto folle nelle carceri piemontesi in cui è stata rinchiusa

STORIA DI UN MATRIMONIO COMBINATO

Rosa V. aveva sposato Osvaldo G. circa due anni fa, nel 1955. Lei cercava marito, lui cercava moglie, e amici comuni li misero a contatto.

L’uomo, padovano, lavorava in Piemonte e ogni tanto andava a trovarla. Dopo sei mesi d’una relazione così saltuaria, si sposarono «sperando in Dio».

Il padrone che li aveva alle proprie dipendenze dal dicembre scorso, e che li aveva assunti fino a San Martino, era molto contento di tutt’e due, per quanto concerne il lavoro. Specialmente di lui.

Nelle vicinanze li conoscevano poco, ma sembra che ogni domenica, più o meno, fossero ubriachi.

Dal Vicentino sono giunti il padre e un fratello della donna, i quali si limitano a dire che sembravano una coppia “pulita”. L’autopsia, eseguita oggi dal medico legale, ritiene che la morte di Osvaldo G. sia stata istantanea per la perforazione profonda dell’intestino e la recisione di un’arteria.

 
Omicidio - NeraVintage - 1954 - Photo Nathan-Wright-r5MFG0AgUdY-Unsplash

Il sopralluogo nella casa dell’omicidio

Oggi, mercoledì 20 marzo 1957, Rosa V. dovrebbe uscire dal carcere per tornare nella vecchia casa sui colli piemontesi dove domenica scorsa uccise il marito, Osvaldo G., piantandogli un coltello nello stomaco.

Il delitto è stato compiuto alle 13 e per quest’ora è fissato il sopralluogo.

L’imputata, salvo decisioni contrarie dell’ultima ora, dovrà ricostruire davanti al magistrato ed ai carabinieri la scena violenta e spaventosa che si svolse nella cucina fra lei alticcia, ed il marito, che le negava un ultimo bicchiere di vino.

La donna ha 32 anni, ma ne dimostra qualcuno di più.

Di media statura, molto robusta, la voce imperiosa ed un po’ velata quasi rauca, viene descritta di carattere autoritario e duro.

Non aveva amicizie, anche perché soltanto da poco tempo era venuta in Piemonte dal suo paese, in provincia di Vicenza.

Le piaceva bere, soprattutto quando andava a lavorare nei campi; e coloro che la conoscono assicurano che tanto nella sua passione per il vino quanto nella resistenza al lavoro non risultava inferiore a nessun uomo.

Il marito Osvaldo era dotato di un temperamento tutto diverso. Di lui il padrone della cascina dove lavoravano, dice: “Era un mezzadro esemplare, un ometto serio e scrupoloso, come oggi se ne trovano pochi”.

Purtroppo era un “ometto” anche davanti alla dispotica moglie. Una volta che volle far di testa sua, fu minacciato con una scure nel corso di una violenta scenata.

Domenica che, forse per la seconda volta, osò dire di no, cadde trafitto da una lama lunga trenta centimetri.

Le versioni del tragico litigio, al quale nessuno ha assistito, sono state diverse. Com’è noto, Rosa V. in principio ha detto che durante la lite il marito esclamò: “Ma è impossibile vivere con te”, e preso il coltello se lo conficcò nel petto.

Poi ha parlato di una disgrazia sostenendo che il povero Osvalgo G., inciampando, cadde ferendosi a morte.

Infine, ieri sera ha confessato di aver ucciso lei il marito, in un impeto d’ira forsennata.

Oggi alla donna uxoricida è stato notificato il mandato di cattura per omicidio volontario; ed essa avrebbe ancora una volta modificato il suo racconto.

Serial killer - cosa è un omicidio seriale - magazine Il Biondino della Spider Rossa - ProsMedia - Agenzia Corte&Media - photo Arisa Chattasa - 2

L’ultima versione sulla tragedia familiare

Ecco cosa ha detto nell’ultima versione, Rosa V. Lei insisteva per avere del vino, e il marito Osvaldo glielo negava; di qui sarebbe sorta una furibonda discussione con reciproco rinfacciarsi di colpe vere o presunte.

Nella culla il loro unico figlioletto, Livio. di 11 mesi, strillava, ma i genitori non se ne rendevano conto.

Ad un tratto — è la Rosa V. che racconta — essa ebbe l’impressione che il marito volesse ucciderla.

Sul tavolo c’era il grosso coltello, lei lo afferrò cercando di fuggire; lui la rincorse e la raggiunse; nella colluttazione, senza che lei Io volesse, Osvaldo G. riportò la lesione mortale.

La vicenda è ora coperta dal segreto istruttorio; ma da quanto si conosce della perizia necroscopica compiuta sulla salma della vittima, risulta che Osvalgo G. è stato colpito con violenza dal basso verso l’alto.

La lama è penetrata tanto profonda da andare a ledere persino la spina dorsale, recidendo più di una vena o arteria per cui la morte è stata quasi istantanea. Il colpo sembra quindi inferto volontariamente.

Oggi si sono svolti i funerali di Osvaldo G. Seguivano il feretro alcuni suoi parenti venuti da Padova; il padre ed il fratello di Rosa V. arrivati già ieri dal Vicentino, molti contadini del luogo e moltissimi immigrati dal Veneto e dall’Italia meridionale.

A quello “ometto serio e scrupoloso” volevano tutti bene e forse lo compativano per il suo matrimonio non felice. Una grande pietà desta il piccolo Livio, rimasto orfano del padre, con la mamma in prigione.

Ora il bambino orfano è ricoverato in un istituto: dopo i primi momenti di spaurita timidezza ha preso confidenza; ed è tutto sprizzante di gioia nel vedersi circondato di giocattoli mai conosciuti.

Il nonno materno vorrebbe prenderlo con sé: “In famiglia siamo in quindici, lui farà sedici”. Ma i famigliari di Osvaldo G. – l’uomo ucciso – non vogliono, pur non essendo essi in grado di provvedere al piccino.

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Il racconto dei giornali su un fatto di cronaca nera

Ogni notizia ci dice qualcosa in più di quanto racconta, come cerco di spiegare nella sezione MediaAutopsy di questo blog, dedicata alla logica dei media.

Anche in questo resoconto di cronaca giudiziaria, vi sono alcuni strumenti che possiamo utilizzare per leggere in controluce gli articoli di giornale (come i servizi radio, tv e sul web):

  • il linguaggio usato dai media;
  • la scelta degli argomenti da parte dei media;
  • il “frame” (la cornice culturale e valoriale) dei media;
  • i giudizi espressi dai media;
  • il rapporto dei media con le fonti

Il linguaggio utilizzato – si pensi al verbo “ululare” riferito alla donna sospettata dell’omicidio del marito – pone in una luce negativa, quasi animalesca, la figura femminile.

Non si fa alcun cenno alla possibilità che – pur senza togliere la responsabilità e i sospetti su Rosa – il delitto sia maturato in un clima di violenza familiare.

La violenza viene attribuita solo alla moglie, presentandoci Osvaldo come un “ometto”, incapace di violenza e gran lavoratore.

È poi interessante notare la “estraneità” dei protagonisti dalla terra piemontese. Viene evidenziato il loro luogo d’origine – il Veneto – come se fosse un territorio straniero.

Anche i primi due testimoni ad accorrere sulla scena del delitto sono subito classificati come “calabresi”.

È evidente la deduzione che il lettore piemontese o lombardo – i giornali da cui è tratta la cronaca del delitto – penserà al fattaccio come a qualcosa che riguarda degli “immigrati”.

Si tratta. oltretutto, di “immigrati” beoni e di una classe sociale decisamente inferiore – i mezzadri con contratto di lavoro precario – rispetto al lettore medio dei quotidiani del tempo.

 

Anna Politkovskaja - giornalista - Russia - Photo 31850414 Bewuel Dreamstime

LA CORNICE INTERPRETATIVA

La cornice culturale e valoriale, espressa dal resoconto dei giornali, è quella di un’Italia umile, di nessuna cultura, che si muove allo stesso livello degli animali da soma che utilizza nei campi.

Uomini (e donne) e bestie sembrano posti allo stesso livello. L’ubriacatura domenicale di Rosa e Osvaldo, le liti furibonde, la relazione tra i due potremmo traslarla a un conflitto tra animali; e il risultato non cambierebbe.

La donna stessa, Rosa, viene “mascolinizzata”, tratteggiandone il profilo di forza, comportamenti e azioni “come se fosse un uomo”.

Lei non risponde all’immagine della donna debole, che non beve vino e che è sposa amorevole. Uscendo dallo schema del femminile, perde la sua qualità di donna tipica.

Ci si dimentica, a quanto pare, da parte dei giornalisti che scrivono gli articoli, delle donne che – forti e robuste – hanno fatto la guerra partigiana contro il nazifascismo. E lavorano sodo nei campi e nelle case.

IL GIUDIZIO DEI MEDIA E LE FONTI

Il giudizio negativo su Rosa viene espresso meno per il suo gesto omicida – un delitto con lei come assassina, stando a quanto viene riportato – e più per il suo comportamento “maschile”: Rosa beve, Rosa si impone con la forza, Rosa ha un fisico da uomo.

Le fonti del racconto sul delitto, in cui ha perso la vita Osvaldo, sono univoche e senza contraddittorio: i carabinieri.

Senza citare la fonte – com’è consuetudine dei giornali italiani, il che è un problema – abbiamo una rappresentazione di quanto accaduto che suona come oggettiva, imparziale, fondata.

Quanto ci viene detto è, invece, un racconto. E il racconto ha la sua origine dai carabinieri e dal datore di lavoro della coppia. 

Non c’è contraddittorio, innanzi tutto. E non c’è la citazione della fonte, per cui chi legge è indotto a credere di assistere alla rappresentazione della realtà, dell’omicidio come è avvenuto, della testimonianza della donna come è stata resa.

Siamo, invece, di fronte a un racconto. Non viene esposto il fatto delittuoso “in sé”. Viene esposto il racconto fatto da carabinieri e persone vicine alla coppia, senza filtri e contraddittorio.

È la stessa cosa accaduta nel caso di Milena Sutter e Lorenzo Bozano – di cui tratto diffusamente in una sezione di questo magazine.

Nel caso di Milena Sutter e Lorenzo Bozano abbiamo la costruzione del “sequestro”, senza vi siano dati oggettivi per dimostrarlo. E la costruzione del “mostro Bozano” senza una prova scientifica, né fattuale, per fondarla.

Di qui, l’importanza di una lettura critica dei media. Per evitare che il racconto di una parte, senza citare peraltro le fonti, diventi – all’occhio e all’orecchio di chi lo fruisce – un “fatto” oggettivo. Mentre siamo di fronte a una narrazione, peraltro parziale.

Maurizio Corte
corte.media

(Photo di copertina: Orkhan-Farmanli – Unsplash)

Canzone dell’anno 1957: “Casetta in Canada”. Cantano: Carla Boni & Gino Latilla con il Duo Fasano

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