Narrazione: la strategia narrativa della serie tv crime sulla giornalista scomparsa.

“Si chiama True Investigation ed è un genere a metà strada tra fiction e documentario”.

Così lo sceneggiatore e regista Tobias Lindholm, candidato per il miglior film straniero ai Premi Oscar 2016 per la pellicola Krigen. definisce The Investigation, il suo ultimo lavoro a livello di serie televisive.

Il danese Lindholm è anche lo sceneggiatore del film Premio Oscar Un altro giro, con la regia di Thomas Vinterberg.

La sua frase ci introduce al tema della narrazione e dello stile espositivo della serie tv crime The Investigation.

Quali sono le peculiarità di The Investigation?

La serie televisiva in sei puntate ripercorre in ordine cronologico le tappe del “caso del sottomarino”, avvenuto in Danimarca nell’estate del 2017.  

Al centro della narrazione c’è il giallo sulla morte della giornalista svedese Kim Wall.

La giovane donna sale sul sottomarino artigianale dell’imprenditore Peter Madsen per un’intervista, inconsapevole del tragico destino che l’attende a bordo.

Adesso l’imprenditore, giudicato colpevole di aver ucciso e poi fatto a pezzi il corpo della vittima, ora si trova in carcere con una condanna all’ergastolo da scontare.

La narrazione applicata ai casi di cronaca nera

La serie tv danese, scritta e diretta da Tobias Lindholm, accende i riflettori su un nuovo modo di raccontare i casi di omicidio nelle serie televisive.

Si tratta di un modo di raccontare a livello di serie televisiva che rispetta le persone coinvolte in situazioni di dolore così estreme.

Questo nuovo genere mette al centro dell’attenzione la collaborazione tra persone, la sinergia che si instaura tra professionisti alla ricerca di un bene comune: la verità.

È lo stesso regista a spiegare come il suo lavoro di scrittura si sia concentrato su due filoni narrativi.

Da una parte si ripercorrono le tappe del caso fino al resoconto delle indagini.

Dall’altra spicca il racconto della relazione intrecciata ai tempi del caso tra il capo della Squadra Omicidi e la famiglia della vittima.

“I protagonisti sono persone che collaborano per portare ordine nel caos”, queste le parole utilizzate dallo sceneggiatore in un’intervista alla HBO per il lancio della serie.

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Di cosa parla “The Investigation”?

“Di umanità, amicizia, spirito di sacrificio. Parla di persone avvolte dall’oscurità che insieme cercano di trovare una strada verso la luce”

Tobias Lindholm

La ricostruzione del caso avviene grazie a una stretta collaborazione tra i  protagonisti della vicenda e il team di produzione della serie.

Il capo della Squadra Omicidi, Jens Møller, interpretato dall’attore Søren Dyrberg Malling nella serie televisiva The Investigation, spiega come la sua vicinanza alla famiglia della vittima. durante le indagini, lo abbia coinvolto a livello personale toccando le corde intime della sua anima.

Tanto da condurlo a riflettere sull’importanza di vivere la vita godendosi la presenza delle persone care intorno a sé.

“Ecco perché questo è stato il mio ultimo caso. A indagini concluse, ho lasciato il mio ruolo alla Omicidi per dedicarmi alla famiglia”, afferma Jens Møller nell’intervista per la HBO sul lancio della serie.

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L’esposizione dei fatti senza colpi di scena

La struttura della serie televisiva è atipica.

La sua narrazione, invece, rimane lineare.

“The Investigation” non segue le classiche regole della fiction. E allo stesso tempo utilizza toni coinvolgenti che poco hanno a che vedere con lo stile documentaristico.

Sono assenti elementi d’intrattenimento come colpi di scena e cambiamenti sbalorditivi di trama.

Si preferisce una narrazione statica dei fatti di cui si conosce ogni dettaglio, compreso il finale.

Le indagini non vengono spettacolarizzate con sovrastrutture narrative esposte su un palcoscenico mediatico

Va anche detto che la serie si discosta dallo stile documentaristico. Lo fa presentando talvolta una realtà soggettiva e non proprio oggettiva dei fatti

Quali sono, quindi, gli elementi che rendono unico questa produzione televisiva?

Prima di tutto, vittima e autore di reato non vengono mai visti in alcuno dei sei episodi della serie.

Nessun attore interpreta la giornalista d’inchiesta Kim Wall e l’omicida, che tempo fa ha confessato il delitto, l’imprenditore e inventore Peter Madsen.

Ma non solo. L’omicida non viene mai nemmeno nominato. Non si sente mai il nome di Peter Madsen; né se ne vedono le immagini.

Quanto al nome della vittima, Kim Wall, viene fatto solo nel terzo episodio, quando arriva la conferma che il tronco trovato in mare appartiene alla giornalista svedese scomparsa.

Il rispetto per la vittima passa soprattutto dalla sua tacita presenza.

Dopo l’identificazione del corpo, infatti, continuerà a non essere nominata.

Il ritmo della narrazione è lento. Quasi piatto. Sembra incapace di generare enfasi ed emozione.

Eppure, si nota un certo coinvolgimento emotivo grazie a come viene utilizzata la macchina da presa.

Riprese e inquadrature giocano un ruolo fondamentale nel lavoro di coinvolgimento del pubblico nella serie televisiva.

Come viene catturata l’attenzione di chi guarda la serie tv The Investigation?

Attraverso la capacità di far entrare lo spettatore negli ambienti fisici della serie.

Come?

Attraverso riprese di spalle dei personali, mentre camminano.

Oppure grazie a movimenti di camera e inquadrature dal basso, ad altezza uomo, mentre i protagonisti sono seduti in riunione a fare il punto della situazione.

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In questo modo, con questo modo di usare la macchina da presa, come spettatori seguiamo i personaggi all’interno della narrazione. Assistiamo in silenzio allo svolgersi delle attività di investigazione.

Prendiamo addirittura parte alle riunioni, voltandoci ogni volta verso chi dice qualcosa sulla vicenda.

In The Investigation, lo spettatore è sempre presente, non si perde un aggiornamento.

Solo due volte lo spettatore assiste da lontano al dramma, forse per rispettare il dolore dei genitori della vittima.

Entrambe le volte, infatti, i genitori della giornalista percorrono incurvati e stretti in un abbraccio il lungo corridoio, spoglio e poco illuminato, del commissariato, dopo aver ricevuto gli ultimi aggiornamenti sul caso che riguarda la figlia.

Cercano di sostenersi a vicenda senza parlare.

Allo spettatore non resta che seguirli con gli occhi da lontano, inerme e in silenzio di fronte a tanta angoscia.

La macchina da presa rimane lontana.

Ogni parola sarebbe superflua. Ogni intromissione sarebbe scortese nei confronti di un genitore che sta affrontando un dolore così lancinante e acuto, come può essere la perdita di una figlia.

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La vittima, presenza invisibile della narrazione

The Investigation non vuole essere un elogio alla vittima.

Frammenti della sua vita vengono snocciolati nel corso delle puntate attraverso le parole del papà.

I suoi ricordi permettono al pubblico di conoscere l’essenziale della vita della giornalista Kim Wall, che pure ha girato parecchio il mondo per scrivere inchieste per grandi giornali.

Sono assenti descrizioni approfondite, ricche di pathos e malinconia, della giovane.  
Quel poco che viene raccontato basta per avere un quadro generale della vittima all’interno della narrazione a stampo documentaristico.

Nel tipo di narrazione scelto da The Investigation non esistono personaggi, ma persone.

Nulla viene enfatizzato senza una valida ragione.

C’è sempre un motivo se il padre della vittima parla di sua figlia e della sua passione per il lavoro.

“Mia figlia ha vinto diversi premi per gli articoli che denunciano questo disastro ambientale alle Isole Marshall”, dice il padre di Kim Wall.

Quest’informazione sottolinea la bravura e l’impegno sociale della giornalista.

In un’altra conversazione, il papà afferma con orgoglio quanto la figlia fosse appassionata di viaggi.

Il signor Wall mostra la mappa con tutti i posti dove la figlia è andata.

Confida al Capo della Squadra Omicidi il progetto, che aveva la giovane reporter, di trasferirsi presto in Cina con il fidanzato.

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Anche la mamma della vittima gioca un ruolo importante nella narrazione.

Il suo compito è quello di stimolare il ragionamento nel pubblico, attraverso una serie di domande taglienti che arrivano dritte al cuore del dramma.

Talvolta si ha l’impressione che la madre di Kim Wall tiri delle vere e proprie frecciatine.

“Che razza di giornalisti sono?”, chiede la donna, irritata dal ruolo di sciacalli di certi reporter in questa triste vicenda, pronti a pubblicare prove non accertate e supposizioni articolate solo per avidità.

Altre volte, invece, sembra che la madre della giornalista diventi portavoce dei pensieri del pubblico.

Pone le domande giuste al momento giusto per soddisfare la curiosità dello spettatore.

“Come facciamo a sapere cos’è successo?”, chiede la madre della giornalista.

Lo fa riferendosi al fatto che non ci sono ancora prove concrete per incriminare l’indagato.

Anche se il sospettato Peter Madsen ha mentito riguardo la ferita sulla testa e ha ritrattato la sua versione dei fatti, l’omicidio ancora non può essere provato.

Movente e causa della morte di Kim Wall – a mano a mano che il racconto si snocciola – continuano a essere un mistero.

Il capo della Squadra Omicidi, invece, si sbilancia. Altre informazioni sulla vittima le fornisce proprio lui durante i briefing sul caso.

Tramite la sua ricostruzione dei fatti, il pubblico viene a sapere che Kim Wall era una ragazza estroversa, felice e sorridente.

“Curiosa, ottimista, coraggiosa, la figlia che tutti vorrebbero”, così Jens Møller esprime un giudizio sulla vittima, alla fine delle sue indagini, quando ormai sente di averla conosciuta a fondo.

Per evitare di spettacolarizzare il dolore dei genitori, il commissario comunica via telefono alla famiglia gli aggiornamenti sul caso.

In questo modo il pubblico non vede la reazione dei due genitori e nemmeno ne sente la voce rotta dal pianto.

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La vittima in sei episodi, sei ruoli e sei funzionalità

La serie televisiva è caratterizzata da un ritmo lento, privo di colpi di scena.

The Investigation cerca di sprigionare il suo potenziale narrativo attraverso altri strumenti di coinvolgimento.

Come si mantiene alto l’interesse nel pubblico quando non si hanno a disposizione effetti speciali?

The Investigation ci prova introducendo nel racconto un ruolo e una funzione della vittima inediti per ogni episodio.

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Nel primo episodio Kim Wall è la giornalista scomparsa.

La sua funzione si riallaccia al dolore dei genitori, sottolineando l’angoscia di entrambi per la scomparsa della figlia.

“Trovate mia figlia”, è l’appello commosso della madre durante il primo incontro al commissariato.

Proprio questa frase diventa il manifesto della sofferenza.

Perché in realtà questo è il racconto di chi sopravvive a una tragedia di questa portata, di chi resta a combattere per la giustizia nonostante il dolore nel petto.

E’ infatti la mamma che pone domande scomode, in grado di sconvolgere e scuotere l’anima del pubblico.

“Lei ha figli?”, questa domanda diretta della madre di Kim Wall al Capo della Omicidi, in realtà chiama in causa anche il pubblico.

Colpisce per il suo disarmante significato implicito.

La vittima diventa, quindi, il simbolo della paura di ogni genitore di fronte all’improvvisa consapevolezza di essere incapaci di proteggere sempre i propri figli dai pericoli della vita.

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Nel secondo episodio Kim Wall veste i panni della giornalista complice dell’omicida.

La sua funzione è quella di co-protagonista di uno scandalo.

L’episodio si apre con l’ipotesi che la vittima abbia architettato una messinscena con il presunto colpevole.

Le congetture del Capo della Omicidi vertono sull’idea che la giornalista in realtà non sia scomparsa, ma che si sia nascosta da qualche parte a scrivere un articolo in accordo con l’indagato.

Da dove salta fuori questa nuova teoria?

Dalla scoperta fatta durante le indagini sugli interessi del presunto colpevole: il bondage e l’idea di architettare un piano per il delitto perfetto.

E se fosse tutta una messinscena allestita dai due per creare uno scandalo?

Si tratta di un possibile scenario, certo, da non sottovalutare.

“C’è una mera differenza tra ciò che sappiamo e quello che ipotizziamo. Ciò che ipotizziamo non possiamo provarlo, ciò che sappiamo dobbiamo provarlo. E se si tratta di omicidio dobbiamo dimostrarlo oppure sarà libero”

Jakob Buch-Jepsen

Con quest’affermazione il procuratore capo della Polizia di Copenaghen, Jakob Buch-Jepsen, pone l’attenzione sull’esigenza di continuare le ricerche per scoprire la verità.

Le sue parole incentivano il racconto a proseguire fino al nuovo ruolo della vittima.

Nel terzo episodio, infatti, Kim Wall diventa la giornalista assassinata.

Il suo corpo senza vita assume la funzione di strumento d’indagine.

Il tronco della ragazza viene rinvenuto su una spiaggia; e presenta alcune ferite da taglio.

Purtroppo solo il tronco non basta a stabilire la causa del decesso; ecco allora che le prove si trovano altrove. Bisogna trovare la testa.

Le ricerche in mare continuano. Il lavoro dietro la ricostruzione del caso si fa estenuante.

Cos’è successo in quel sottomarino?

Il tronco non è una prova valida, il processo sta per iniziare e nessuna prova d’omicidio è capace di sostenere il caso in tribunale.

Il presunto colpevole rischia di farla franca, perché senza causa di morte certa per omicidio il sospettato non può essere condannato.

Può essere al massimo accusato di distruzione e soppressione di cadavere: la condanna sarebbe a qualche anno di carcere.

A questo punto il corpo della vittima viene visto in una nuova luce: è lo strumento indispensabile a costruire in tribunale il caso di omicidio contro un uomo dichiarato già colpevole dal Capo della Omicidi.

Il “colpo di scena” di metà narrazione

Nel quarto episodio Kim Wall è un corpo disperso in mare.

Le ricerche da parte dei sommozzatori continuano.

Senza corpo non c’è prova dell’omicidio. Senza prova non c’è reato.

Anche con il ritrovamento della testa di Kim Wall, però, le cose non cambiano.

Sulla testa non ci sono ferite, nessun segno di trauma cranico.

Com’è morta la giornalista?

Il corpo della vittima continua a essere un rompicapo.

Ecco, allora, che nel quinto episodio le indagini subiscono una svolta. C’è il plot twist, il colpo di scena.

Siccome il corpo non fornisce risposte, risulta impossibile stabilire la causa della morte.

Il Capo della Omicidi decide, allora, di cambiare strategia d’indagine

Si passa ad indagare sul movente.

Perché la giornalista è stata uccisa, fatta a pezzi e poi gettata in mare?

Il computer dell’indagato inizia a fornire dettagli che vanno a completare il suo quadro psicologico.

Tali dettagli conducono verso l’ipotesi di un movente a sfondo sessuale

Sul suo computer viene rinvenuto il video della decapitazione di una donna.

Inoltre, le parole più cercate in internet dal sospettato risultano essere proprio decapitazione, agonia e ragazza.

Nel sesto episodio il tempo sta per scadere.

Il cerchio si stringe intorno all’uomo in carcere, Peter Madsen, di cui non sappiamo né sapremo mai il nome, nel corso della serie televisiva.

Intanto il corpo della vittima continua a non fornire con certezza un movente e una causa di morte.

Ogni ragionevole dubbio va a vantaggio del sospettato.

Costruire il caso, prima di portarlo in tribunale, non è semplice. È difficile riuscire a mostrare con prove certe che si tratta di un delitto.

Il cadavere della giornalista è un corpo senza prove che non presenta una causa di morte; né indica il motivo dell’omicidio.

L’enigma resta mentre il tempo sta per finire. Gli elementi raccolti fino a quel punto non sono sufficienti. Sono quasi inutili.

“In dubbio pro reo”: senza certezze svanisce anche la possibilità di accusare di omicidio il sospettato.

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Poco prima che il processo abbia inizio, la Squadra Omicidi trova una nota stonata tra la testimonianza del sospettato e il cadavere della donna.

A questo punto tutte le tessere del caso sono al loro posto.

Il processo può iniziare.

La funzione della vittima viene, così, svelata solo alla fine dell’episodio.

Il 25 aprile 2018 l’imprenditore Peter Madsen viene condannato all’ergastolo.

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Un personaggio chiave della ricostruzione di questo caso è la mamma della vittima.

E’ lei che ci fa sapere dell’associazione aperta a nome della figlia che supporta il lavoro di altre giovani giornaliste motivate dalla stessa forte passione per la ricerca della verità.

“Non potremo mai riportare Kim in vita, ma possiamo fare in modo che il suo spirito continui a vivere ispirando altre giovani giornaliste a scovare storie interessanti in giro per il mondo. Ora più che mai, abbiamo bisogno di giornaliste coraggiose che diano voce alle persone che non ce l’hanno e che, quindi, fanno fatica a farsi sentire”

Ingrid e Joachim Wall

Con queste parole i genitori di Kim Wall intendono onorare il ricordo della figlia.

Perché proprio il ricordo è l’unico motore in grado di motivare l’esistenza di chi subisce una grave perdita.

Con la sua narrazione, The Investigation dimostra al pubblico come la ricostruzione di un caso di cronaca sui media non abbia bisogno di sovrastrutture narrative per impressionare.

Il genere True Investigation toglie la patina edulcorata della fiction e racconta i fatti attraverso uno storytelling documentaristico, privo di spettacolarizzazioni e di spinte emotive al dramma.

In che modo coinvolge il pubblico?

The Investigation ci coinvolge, come spettatori, grazie a una narrazione che fornisce informazioni giuste nel momento adatto.

Lo fa, come ho sottolineato più sopra, con un approccio umano particolare al dramma, quello del capo della Squadra Omicidi.

Lo fa utilizzando parole in grado di attivare in chi assiste alla serie televisiva veri e propri spunti di riflessione.

Stimolare il pensiero attraverso parole, gesti ed espressioni è un meccanismo narrativo coinvolgente da cui è difficile distogliere lo sguardo.

Sulla serie tv crime The Investigation, di cui ho qui analizzato la narrazione e lo stile del racconto, puoi leggere la recensione e l’analisi critica.

Nicoletta Apolito
Esperta di Transmedia Storytelling e Comunicazione

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