La sentenza che condanna Bossetti è da analizzare per capire i punti oscuri del caso di Yara Gambirasio.

La vicenda di Yara Gambirasio e quella di Massimo Bossetti sono d’interesse per tutti noi, sia come cittadine e cittadini; sia come studiosi di Psicologia Investigativa.

Il caso di Yara è un emblematico e molto grave, dove la tutela dei diritti della vittima non vengono messi in primo piano.

Va detto infatti che solo quando una persona è riconosciuta colpevole oltre ogni ragionevole dubbio e sconta la giusta pena, solo allora possiamo dire di aver tutelato e reso giustizia alla vittima.

Non è questo il caso. I dubbi sulla colpevolezza di Massimo Giuseppe Bossetti sono molti; e sono assai fondati.

Un giudice e una funzionaria responsabile dell’Ufficio Corpi di Reato del Tribunale di Bergamo sono stati oggetto di indagine – al tribunale di Venezia – per frode in processo e depistaggio.

Ricordiamo che Yara Gambirasio, 13enne di Brembate di Sopra (Bergamo), scompare il venerdì 26 novembre del 2010 e il suo corpo è ritrovato esattamente 3 mesi dopo, cioè il 26 febbraio 2011, in un campo di Chignolo d’Isola.

Vediamo, allora, di ripercorrere il caso per arrivare alla figura di Massimo Giuseppe Bossetti, perché le Bossetti News oggi continuano a essere di grande interesse.

Voglio compiere questo percorso trattando una serie di argomenti che ci portano ad affrontare con metodo un’indagine complessa.

Caso Yara Gambirasio: il fideismo

Una riflessione sulla scienza assoluta che sembra assunta a credo, con seguaci fedeli e sul cosiddetto metodo scientifico va fatta.

La scienza non è mai assoluta, offre “certezze” ma che sono momentanee e metodologicamente determinate.

La scienza intesa come risultato raggiunto, e come metodo di lavoro replicabile e confrontabile, è tale solo se diventa confrontabile nelle sue procedure e mai assunta come atto fideistico.

La ricerca è lo strumento principe della scienza, proprio perché consente di superare i risultati e gli aspetti metodologici.

Insomma la scienza è tale solo se è superata da sé stessa nel tempo, nella ricerca e negli studi che si continuano a fare.

Le ricerche recenti sull’appropriatezza dell’uso forense del Dna ci confermano questa evoluzione scientifica, che fino a qualche decennio fa era impensabile.

In ambito criminologico e d’indagine è fondamentale che la cosiddetta “prova regina” del caso (esempio, il Dna) venga inserita in una lettura di contesto criminogenetico, criminodinamico e anche personologico del fatto-reato, nella logica della contro-prova, di procedure di validazione delle prove nel corso del contraddittorio e della presunzione d’innocenza dell’imputato.

La vittima Yara, ragazza precisa

Yara Gambirasio, ci viene detto, è una ragazza quasi teutonica nei suoi comportamenti, precisissima, con un rapporto straordinario con la mamma, con la quale si confidava su tutto.

Non aveva alcuna frequentazione con uomini più grandi e al processo sono emersi alcuni dati importanti, che ci fanno dire che anche sotto la sfera sessuale, Yara era ancora veramente acerba.

Per questo non avrebbe avuto nessuna possibilità di interagire con uomini più grandi.

Né dal suo diario, né dai computer, né dai tabulati telefonici della sua utenza, né dalla memoria della Sim del cellulare emergevano contatti con soggetti estranei alla rete relazionale nota alla famiglia.

Perché Yara diventa vittima di un omicidio? Quale legame tra la scelta della vittima e l’autore o autori del reato?

Questa vittima era adatta a rispondere ai bisogni dell’autore/i del reato? E quindi è logico chiedersi a quale reato rispondeva Yara come vittima. Era sufficiente e adatta una ragazzina qualsiasi?

Comunque è (sembra) casuale che Yara quella sera esca e vada in palestra. Lei frequentava un corso di ginnastica ritmica il lunedì e il mercoledì dalle 15.30 alle 18.00.

Ci chiediamo, allora: sono le circostanze (ad esempio la data del calendario, la giovane età) che ne faranno una vittima designata?

Oppure c’è un legame tra autore/i e vittima? Una relazione di conoscenza, d’amicizia, di vendetta o altro?

Le scene del crimine

Il crimine della morte di Yara è l’atto finale di comportamenti criminali che non hanno trovato prove oggettive nelle indagini.

Così come il luogo del crimine, pur identificato nel campo di Chignolo d’Isola durante il processo, lascia qualche perplessità.

In più è da chiedersi se in quel lasso temporale del venerdì della sparizione di Yara, il campo di Chignolo d’Isola potesse essere un luogo “sicuro” per l’offender.

L’offender, in questi casi, cerca di sicuro un luogo poco frequentato. E quindi non a rischio di essere riconosciuto; o da rendersi riconoscibile in un secondo momento.

Ricordo che il luogo del ritrovamento del corpo della tredicenne è vicino ad una discoteca. Inoltre, è un luogo di sgambate di cani e di incontri tra fidanzatini. Insomma, un posto poco isolato e assai poco protetto da esterne interferenze.

C’è da chiedersi: le lesioni e i tagli sul corpo di Yara, dove li avrebbe fatti l’offender? In un furgone? Sul prato? Dove l’avrebbe spogliata e rivestita, dal momento che i vestiti sono integri e non risulta che siano imbevuti di sangue?

A mio parere sono presenti alcune scene del crimine:

  • Il luogo dove Yara Gambirasio è sparita
  • Il mezzo di trasporto dalla palestra di Brembate al campo di Chignolo d’Isola
  • Mapello (il cantiere edile)
  • Il luogo dove sono avvenute le lesioni al corpo di Yara
  • Il luogo in cui Yara è stata ritrovata

Di queste non è facile individuare quale possa essere la principale scena del crimine.

RICOSTRUZIONE DELLA VICENDA: LE LACUNE

Alla ricostruzione della vicenda, mancano poi alcune scene:

  • Yara non è ripresa quando esce dalla palestra (mentre è ripresa quando entra)
  • Mancano testimonianze sulla strada del ritorno
  • Mancano testimoni che abbiano notato il trasporto di una persona (viva? già cadavere?) nel campo di Chignolo d’Isola

Come insegna David Canter, padre della Psicologia Investigativa, inoltre che significato può avere la scelta del luogo della sparizione per l’autore o autori del reato? E il luogo del ritrovamento?

Potrei continuare a pormi altre domande, perché ogni scena in un reato ha una vita. Ogni scena del crimine racconta una storia collegata allo svolgersi del delitto.

Ogni particolare è un indizio significativo rispetto al movente del crimine; ed è indicativo dell’autore del reato.

La scena di un crimine si fonda su paradigmi certi, il primo dei quali, principio base della criminalistica, lo dobbiamo a Edmond Locard (1910) che enuncia il suo celebre principio di interscambio.

Dice Locard: “Quando due oggetti entrano in contatto tra loro, ne deriva un trasferimento di materiale dall’oggetto A all’oggetto B o viceversa, oppure si ha un trasferimento reciproco”.

In sostanza: ogni criminale lascia traccia di sé sulla scena del crimine; e in ogni scena rimane traccia nel criminale.

Ignoto 1 - Yara Gambirasio - docu.-serie BBC - blog IlBiondino.org --
Yara Gambirasio, sparisce a Brembate di Sopra il 26 novembre del 2010

L’ora della sparizione di Yara

I giudici hanno stabilito che Yara è uscita dalla palestra di Brembate di Sopra (Bergamo), dove era andata quella sera del 26 novembre 2010, per restituire un apparecchio di registrazione.

La telecamera della palestra, tuttavia, non funzionava e nessuno dei testimoni l’ha vista uscire. Non abbiamo, quindi, la certezza che la ragazzina sia uscita, quel venerdì sera, dalla palestra.

Ora della morte della vittima

L’ora del decesso di Yara Gambirasio è stata stabilita sulla base del contenuto gastrico.

Ci si riferisce all’ora dell’ultimo pasto; e si tiene conto dei tempi medi di digestione.

“Essendo il decesso intervenuto dopo un prolungato processo agonico, come meglio si vedrà nell’analizzare gli spostamenti dell’imputato del 26 novembre 2010, non si comprende quale rilevanza possa avere che la morte sia avvenuta nelle prime ore del mattino del 27 o nella tarda serata del 26″, leggiamo in sentenza.

Criminal Profiling - Crimine - Investigazione - magazine ilbiondino.org - Photo 33654328 Andrei Morosan Dreamstime

Cause e dinamica della morte di Yara

In relazione alla ricostruzione della dinamica dell’omicidio, la pubblico ministero Letizia Ruggeri ha detto che “non c’è, non esiste lo strangolamento. Non so da dove escano certi dettagli, anche il fatto che ci sarebbero segni sul collo della ragazza. Non ci sono e non abbiamo ancora certezze sulle cause della morte“.

Il processo in più non ha portato chiarezza sulle cause della morte di Yara: le ferite non erano mortali e non è chiaro l’effetto dell’ipotermia.

È stata riscontrata una lesione al capo causata da un “corpo contundente”, che non è mai stato identificato. E nel campo di Chignolo d’Isola, distante 10 km circa da Brembate di Sopra, non è stato ritrovato nulla che possa essere riconducibile a ciò.

Nella sentenza di primo grado del Tribunale di Bergamo si legge:
“Il corpo di Yara Gambirasio presentava una profonda lesione da taglio da un estremo all’altro dell’emicirconferenza anteriore del collo, una lesione superficiale in lesione mammaria sinistra lungo tutto il torace, tagli simmetrici ai polsi e due soluzioni di continuo alla gamba destra”.

Prosegue poi la sentenza rilevando quanto segue sul corpo della tredicenne: “un’intaccatura a forma di mandorla alla mandibola destra, risultato dell’azione di un’arma da punta e da taglio, e tre lesioni contusive al capo (allo zigomo sinistro, all’angolo mandibolare destro e alla nuca), frutto di tre distinte azioni traumatiche e giaceva in inverno in un campo, in cui era così poco visibile da non essere trovato che tre mesi dopo il decesso”.

In sintesi, ecco quanto è stato rilevato sul corpo di Yara:

  • un taglio profondo anteriormente lungo tutto il collo
  • un taglio superficiale sulla mammella di sinistra lungo tutto il torace
  • tagli simmetrici ai polsi
  • due tagli sovrapposti alla gamba destra
  • intaccatura a forma di mandorla alla mandibola destra
  • una lesione a forma di X in regione dorsale
  • una lesione a forma di J sul gluteo destro

Venivano inoltre rilevate lesioni contusive alla testa, indicative di un trauma cranico tale da far perdere conoscenza ma non cagionarne la morte.

Secondo il referto dell’anatomo-patologa, Cristina Cattaneo, le diverse ferite da taglio sono state inferte in vita.

LA VITTIMA NON SI È DIFESA

“I tagli sul corpo di Yara Gambirasio furono inflitti mentre la ragazza ormai non si muoveva più”, dichiara la professoressa Cattaneo. “Erano tagli precisi che, pertanto furono fatti mentre Yara non si muoveva e, inoltre, non vi è alcuna ferita da difesa“.

Nessuna delle ferite da arma da taglio è risultata mortale. Inoltre, ci viene detto che Yara non è stata narcotizzata; né è stata trascinata nel campo. Non si sarebbe neppure difesa.

In sentenza, a pagina 19, leggiamo: “La causa della morte, intervenuta tra le ore 22 del 26 novembre 2010 e le prime ore del giorno successivo, deve essere ricondotta al concorso tra le plurime lesioni da taglio, da punta e taglio e di natura contusiva – tutte cagionate mentre la vittima era viva e nessuna di per sé mortale e che conclamano la volontà dell’agente di infliggere sofferenze non strettamente funzionali alla morte, che fonda la contestazione dell’aggravante delle sevizie – e lo stato di ipotermia derivante dall’abbandono del corpo all’aperto”.

Tuttavia, le cause della morte non sono state indicate con certezza. I vestiti non mostravano tracce di sangue; e vi sono una serie di interrogativi sulla decomposizione del corpo di Yara Gambirasio.

Nella relazione dell’anatomo-patologa Cristina Cattaneo, quanto alle cause della morte della ragazzina, si legge: “Il cattivo stato di conservazione della salma” non ha reso possibili indagini approfondite. E non ha potuto stabilirle con certezza.

“Tuttavia la durata dell’agonia nel contesto di elementi climatici sfavorevoli e il concorrere di lesioni traumatiche contusive e da taglio”, prosegue la professoressa Cattaneo, “ben si accordano con una morte concausata da ipotermia; e dagli effetti combinati delle lesioni“.

Secondo Cristina Cattaneo, Yara morì la sera stessa del giorno della scomparsa. Il suo corpo rimase, con “elevata probabilità”, “nel campo di Chignolo d’lsola dal momento della sua morte al momento del ritrovamento”.

Per i magistrati e in base all’autopsia i resti della vittima non erano trasportabili, a meno di ridurli in pezzi.

IL CAMPO DI CHIGNOLO D’ISOLA E IL CORPO DELLA RAGAZZINA

A proposito della permanenza, per tre mesi, del corpo di Yara nel campo di Chignolo d’Isola va ricordato quanto affermato da uno dei piloti che più volte hanno sorvolato la zona, alla ricerca della ragazzina.

“Volando a una quota di 150 metri e a una velocità bassissima di 10 nodi il corpo della ragazza non poteva sfuggirmi, non posso non averlo visto malgrado le sterpaglie”, dichiara Ivo Rovedatti, nel settembre del 2014 al rotocalco Oggi. “La visione dall’alto è tutta un’altra cosa rispetto a chi lo attraversa a piedi. Difficile ti sfugga anche la più piccola macchia di colore”.

Qual è il movente dell’omicidio di Yara Gambirasio?

Già dai primi giorni della scomparsa, quello di Yara sembra un rapimento, anche se “strano”: non viene avanzata alcuna richiesta di riscatto; e inoltre la famiglia Gambirasio non è ricca.

Il processo a Massimo Giuseppe Bossetti si chiude, così, in Corte d’Assise senza accertare in modo chiaro e inequivocabile alcun tipo di movente, considerato non essenziale.

A dire il vero, una qualche forma di movente è stata individuata dai giudici “in un contesto di avances a sfondo sessuale“.

Scrivono i giudici in sentenza: “Quanto all’assenza di movente, pure denunciata dalla difesa, Yara aveva il reggiseno slacciato e gli slip tagliati. E sul computer dell’imputato sono state rintracciate tracce di ricerche a carattere latamente pedopornografico, tra cui alcune sicuramente riconducibili a lui”.

Prosegue poi la sentenza della Corte d’Assise che “è, dunque, ragionevole ritenere che l’omicidio sia maturato in un contesto di avances a sfondo sessuale, verosimilmente respinte dalla ragazza, in grado di scatenare nell’imputato una reazione di violenza e sadismo di cui non aveva mai dato prova fino ad allora”.

NESSUNA TRACCIA DI VIOLENZA SESSUALE

“Il fatto che sul cadavere, il cui stato di conservazione era oltretutto gravemente compromesso, non siano state rinvenute tracce di una violenza sessuale consumata, del resto”, osservano i giudici, “non vale ad escludere il movente sessuale inteso in senso lato, testimoniato dagli interventi sul reggiseno e sugli slip e dalla ripetuta applicazione di un tagliente in diversi distretti corporei in modo da far sanguinare la vittima mantenendola in vita”.

“Come ripetutamente affermato dalla Suprema Corte, del resto, in presenza della prova dell’attribuibilità dell’azione all’imputato”, leggiamo ancora in sentenza, “l’accertamento del movente, inteso come la ragione specifica scatenante l’impeto omicida, non è essenziale (e questo, tra l’altro, sia che si tratti di un
processo fondato sulla prova diretta sia che si tratti di un processo indiziario”.

Qui si fa riferimento a ex pluribus, Cass. Pen. Sez. I, 8.1.2015, 25199, Cass. Pen.Sez. V, 12.12.2015, 25799, come si legge nella sentenza della Corte d’Assise di Bergamo, 2016, pagine 145-146.

Massimo Bossetti - Yara Gambirasio - Photo 32174671 Rafael Ben Ari Dreamstime

Yara, si tratta di un movente sessuale?

Dall’esame autoptico si rileva che la vittima non ha subito abuso sessuale e i suoi organi genitali erano integri. È stata denudata, questo sembra emergere dai tagli rilevati sul tronco.

Quindi che altro movente è possibile trarre dalla tipologia delle lesioni, dalla modalità sadica di condurre alla morte una ragazzina, dalla cronostoria della sparizione-rapimento e dalla completa analisi della vicenda?

Serviva proprio forse il dolore della vittima per raggiungere l’obbiettivo dell’autore/i di questa morte?

Oppure il movente era proprio dare la morte dolorosa ad una ragazzina?

L’autore del reato è un sex offender?

Sul corpo della vittima sono presenti “tagli precisi che, pertanto furono fatti mentre Yara non si muoveva e, inoltre, non vi è alcuna ferita da difesa”.

Risulta che Yara non sia stata narcotizzata; ma non risultano ferite da difesa, secondo la perizia della professoressa Cristina Cattaneo, che esegue l’autopsia.

“Le plurime lesioni da taglio, da punta e taglio e di natura contusiva – tutte cagionate mentre la vittima era viva e nessuna di per sé mortale e che conclamano la volontà dell’agente di infliggere sofferenze non strettamente funzionali alla morte…”, scrive l’anatomo-partologa, “in modo da far sanguinare la vittima mantenendola in vita”.

Secondo quanto leggiamo nella sentenza Corte d’Assise di Bergamo, anno 2016, le conclusioni dell’autopsia rimandano a uno scenario di estrema violenza, voluta e gestita in modo razionale.

Assistere ad una morte lenta, può essere stata fonte di piacere non solamente sessuale per chi assisteva.

La morte della vittima era, insomma, necessaria. Saremmo davanti a un sacrificio, un atto dovuto, secondo la mente dell’offender o degli offender (se gli autori di reato sono più di uno).

Pista rituale sulla vicenda di Yara

La pubblico ministero Letizia Ruggeri non esclude tra le piste possibili quella dell’omicidio rituale.

La dottoressa Ruggeri, dopo essersi lamentata delle “troppe invenzioni giornalistiche negli ultimi giorni” ha precisato che “ci sono tre aree di infiltrazioni di sangue anomale al volto e al capo. Se si è trattato di pugni o di un corpo contundente è difficile dirlo. Comunque non ci sono riflessi di quei colpi sulle ossa del volto e del cranio”.

La pubblico ministero ha aggiunto poi che “è un mistero l’assenza di una certa quantità di sangue sui vestiti di Yara (…) Ci sono solo alcune infiltrazioni di carattere putrefattivo sul terreno, che contengono anche sangue, probabilmente non derivato però dalle ferite con arma da taglio. E non è stata individuata nessuna scia di sangue sul terreno tale da pensare ad un trascinamento del corpo (…)”.

Prosegue Letizia Ruggeri: “Abbiamo davvero lavorato su tutto. Ogni ambiente possibile è stato battuto, dai cantieri della zona agli amici e alle persone più conosciute da Yara, fino a potenziali stupratori seriali. Il delitto a sfondo sessuale resta l’ipotesi prevalente, ma ad esempio si è presa davvero in considerazione anche la pista satanica“.

Leggiamo queste affermazioni in un articolo del 2011, poi la tematica della pista satanica è sparita.

Yara Gambirasio - Pista Satanica - Photo 81531944 Samiramay Dreamstime

Il modus operandi dell’offender

Yara sparisce di venerdi: era il 26 novembre 2010, in un orario compreso tra le 18.40 – quando, secondo un testimone, Yara sarebbe stata vista avviarsi verso l’uscita della palestra – e le ore 19.

L’ultimo a vedere la tredicenne è Fabrizio Francese che la incrocia, mentre si dirige verso il portone di uscita della palestra di ginnastica ritmica, tra le 18.40 e le 18.45.

Gli è stato chiesto ripetutamente se avesse udito il rumore della porta che si chiudeva dietro Yara, ma ha risposto di non rammentarlo.

Quella sera le telecamere della palestra non erano funzionanti.

Sappiamo che Yara ha risposto, sul cellulare, al messaggio di una sua amica alle 18.44.

Perché avrebbe dovuto salire su un’automobile per percorrere poche centinaia di metri, tanto dista la sua casa dalla palestra? Poteva farlo solo se conosceva la persona.

Altre domande che siamo chiamati a porci su quanto accaduto a Yara quel 26 novembre 2010:

  • cosa avrebbe fatto Yara nel rendersi conto che non andava a casa?
  • quale reazione poteva avere?
  • avrebbe potuto, per esempio, telefonare?
  • oppure aggredire la persona che guidava?
  • era poi davvero una persona sola quella con cui Yara si trovava?

Se quello di Yara Gambirasio è un rapimento da sconosciuti, dovevano essere più persone, di cui una alla guida. Oppure, la ragazzina non è mai salita viva su nessuna automobile o altro mezzo.

Mi chiedo, poi: perché Yara sparisce proprio quella sera? Qual è stata l’occasione? Oppure era tutto organizzato?

YARA ERA LA VITTIMA PRESCELTA? O CASUALE?

E ancora: chi sapeva che proprio Yara sarebbe andata quella sera in palestra? Oppure non era Yara la vittima prescelta, ma “bastava” una delle ragazzine Gambirasio? Oppure “bastava” una ragazzina, di qualsiasi appartenenza?

Altre domande che siamo chiamati a porci: chi ha rapito Yara era attento agli orari di uscita ed entrata delle ragazzine dalla palestra?
E perché la sparizione avviene di venerdì?

Staging: la messinscena

Lo staging è l’organizzazione della messa in scena. Si tratta di una deliberata alterazione della scena del crimine, prima dell’arrivo delle forze di polizia. 

Il tentativo è quello di modificare l’ambiente in cui avviene un crimine; e depistare gli investigatori.

La motivazione alla base dello staging è l’esigenza di confondere gli investigatori, portandoli su altre strade e allontanando i sospetti dall’autore del reato.

Sono azioni anche fortemente simboliche e significative per gli autori del reato.

A mio avviso, siamo di fronte a un’azione di staging nella modalità in cui viene fatto ritrovare il corpo di Yara Gambirasio; e il luogo scelto per il ritrovamento.

Il corpo, a quanto scritto dagli inquirenti, viene ritrovato in posizione supina con gambe e braccia divaricate. La posizione sembra rimandare a due persone che sollevano e trasportano il corpo, dal momento che non sono state trovate tracce di trascinamento.

Dalla sentenza della Corte d’Assise di Bergamo si ricava una dettagliata descrizione dello stato di ritrovamento del corpo della vittima.

LA CONDIZIONE DEL CORPO

“Il cadavere giace supino, con la testa reclinata a sinistra, gli arti superiori parzialmente flessi ed extraruotati, gli arti inferiori estesi e divaricati; la mano destra sporge dagli indumenti è serrata a pugno, mentre la mano sinistra è parzialmente flessa e coperta dalla manica del giubbotto”.

E ancora: “La caviglia destra è avvolta da sterpaglia. Indossa: un giubbotto di colore nero, una felpa nera con cappuccio con chiusura lampo allacciata in corrispondenza dell’addome per il terzo inferiore alla sua estensione, una maglietta blu con bordo superiore bianco e scritte, un reggiseno di colore viola slacciato posteriormente”.

La sentenza ci dice, poi, che Yara indossa anche “un paio di pantaloni elasticizzati neri con la parte inferiore lacerata, un paio di slip fantasia, scarpe da ginnastica nere con le stringhe della scarpa sinistra slacciate quella destra invece allacciata con un solo nodo”.

Yara Gambirasio - signature offender - Photo 194477618 Animaflora Dreamstime

Signature: la firma dell’offender

Sembra che siano stati ritrovati dei segni poco profondi incisi sulla pelle del tronco del corpo di Yara: sono descritti come una X e due linee parallele.

Non è chiara la disposizione sul corpo; e quindi non è possibile dare un significato preciso a ciò.

Sicuramente sono segni che l’offender ha lasciato, sono una firma. È qualcosa che era necessario fare sul corpo della ragazzina. Forse la ragazzina serviva proprio a questo?

Mi chiedo, inoltre, perché i tagli siano stati tracciati su entrambi i polsi. Che significato possono avere? È stata legata?

Dove? Il luogo del crimine

Il luogo geografico è la quarta dimensione del crimine. Nel nostro caso è il luogo del ritrovamento, unico dato certo.

Non si sa dove sia sparita. Poco dopo le 18.30 era a Brembate di Sopra, in palestra. Poi sappiamo che il suo telefonino aggancia l’antenna di Mapello, un paesino limitrofo a Brembate, dove si trova il cantiere nel quale i cani molecolari trovano tracce di Yara. In linea quasi rettilinea si trova, poi, Chignolo d’Isola.

L’assunto fondamentale che sta alla base del geographical profiling è che un crimine possiede una distinta localizzazione nello spazio; e che questo luogo può dare importanti informazioni sul criminale.

“Tutti abbiamo un modo particolare di rapportarci con il mondo, e i criminali seriali non fanno differenza. La loro indole si rivela nel modo, nel luogo e nel momento in cui commettono i crimini; ma soprattutto nel luogo”, scrive David Canter, 2007.

Possiamo dire che il luogo geografico è l’impronta dell’offender. Rivela uno schema mentale e che può essere associato a comportamenti spaziali rivelatori d’informazioni.

Inoltre, i luoghi assumono valenze simboliche personali, sociali e collettive nonché significati specifici per gruppi di persone.

Quindi, c’è da domandarsi: perché proprio il campo di Chignolo?

In Mapping murder. The secret of geographical profiling, Canter scrive: “Il segreto del geografical profiling è andare oltre i punti sulla mappa, per comprendere il significato che il criminale dà ai posti che sceglie; e pensare ad essi come parte di un viaggio interiore che sta compiendo. C’è sempre una scelta razionale alla base della scelta di dove commettere un reato”.

IL RITROVAMENTO DEL CORPO SENZA VITA

Va anche ricordato che c’è una scelta razionale anche nel lasciare un cadavere in un certo luogo. Le “sabbie mobili” del campo di Chignolo: il ritrovamento Il corpo di Yara è stato trovato, per caso, poco lontano da quello che era il centro di coordinamento delle ricerche della ragazza.

Nessuno aveva visto nulla perché, come si legge in sentenza, per vedere il corpo ci si doveva trovarsi a circa un metro di distanza. Altrimenti i rovi e le sterpaglie nascondevano il corpo. Neppure i cani hanno annusato nulla.

I volontari avevano perlustrato il campo. “Ci siamo stati di sicuro il 12 dicembre, alla battuta parteciparono 50 persone”, conferma Ennio Bonetti responsabile dei volontari di Filago. Poi ci sono ritornate altre squadre.

Il campo era stato battuto anche perché, a poche centinaia di metri dal prato dov’è stato trovato il corpo di Yara, il 16 gennaio 2011 era stato rinvenuto il cadavere di Eddy Castillo, dominicano di 26 anni, che era stato ucciso probabilmente dopo una lite nella limitrofa discoteca “Sabbie Mobili”.

Per la Procura della Repubblica è stato evidente che chi aveva portato il corpo di Yara nel campo di Chignolo d’Isola era nato in quella zona. Oppure ci viveva o la frequentava per motivi di lavoro.

Questo perché il tragitto dalla palestra, a Brembate, al campo di Chignolo d’Isola, a circa 10 km di distanza, contempla strade secondarie, note solo a chi è del luogo.

L’arma del delitto

Le ferite, secondo quanto si presume, sono state causate da un coltello e da un oggetto contundente. Tuttavia, nessun oggetto è stato trovato che possa essere indicato come arma usata.

I vestiti della ragazzina di Brembate

Gli indumenti di Yara, il giubbotto e quelli del tronco, erano abbastanza integri e coprivano le ferite. I leggins erano lacerati e gli slip tagliati.

Vediamo che cosa Yara indossava quando è stato trovato il corpo senza vita nel campo di Chignolo d’Isola:

  • un giubbotto di colore nero con chiusura lampo allacciata in corrispondenza dell’addome fino a metà. Nella tasca destra c’è un lettore Mp3 con auricolari, due chiavi unite da un nastro blu, una scheda Sim, una paio di guanti e una batteria per telefono marca LG. La tasca sinistra e quella interna sono vuote;
  • una felpa nera con cappuccio con chiusura lampo allacciata in corrispondenza dell’addome per il terzo inferiore alla sua estensione;
  • una maglietta blu con bordo superiore bianco e scritte;
  • un reggiseno di colore viola slacciato posteriormente;
  • un paio di pantaloni elasticizzati neri con la parte inferiore lacerata;
  • un paio di slip fantasia, che presentano in corrispondenza del lato destro una soluzione di continuo a tutto spessore del tessuto e il cui lembo mediale sporge dal bordo superiore dei pantaloni e vi si ripiega in corrispondenza dell’ombelico;
  • calzini colorati;
  • scarpe da ginnastica nere con le stringhe della scarpa sinistra slacciate e quelle della destra allacciate con il solo nodo e fiocco slacciato e normoinserite nei passanti.

Leggiamo ancora, nei documenti sul ritrovamento del corpo: “Soluzione di continuo lineare parallela all’asse anatomico dell’arto sul polsino sinistro parte anteriore. Due soluzioni di continuo a tutto spessore, una triangolare e una ovale sul bordo inferiore della felpa. Presenza di numerose soluzioni di continuo in corrispondenza della porzione sternale dell’indumento, che si presenta diffusamente imbrattato di materiale bruno-rossastro sia anteriormente che posteriormente”.

E ancora: “Ampiamente lacerati i pantaloni. Le scarpe sono nel complesso integre e imbrattate di fango. I calzini sono diffusamente imbrattati di materiale bruno-nerastro e sfilacciati a livello del margine superiore”.

Poi ancora: “Interessante soluzione di continuo a margini piuttosto netti della porzione postero laterale destra delle mutande. Tale soluzione di continuo, a indumento ancora indossato, appare essere perfettamente sovrapponibile alla lesione da taglio in regione glutea destra“.

Questo che ho elencato e trascritto lo leggiamo nei documenti ufficiali del caso.

Voglio far notare alcuni dati di fatto interessanti:

  • nonostante l’esposizione ad agenti atmosferici e l’intervento degli animali, gli indumenti dalla vita in su, indossati dalla vittima, erano ben conservati e piuttosto composti;
  • il giubbotto era allacciato con la cerniera fino a
    metà torace, la felpa chiusa fino allo sterno; e coprivano la maggioranza delle lesioni;
  • i pantaloni erano, invece, ampiamente lacerati;
  • lo slip era palesemente tagliato

I RISULTATI DEI RILIEVI SU YARA GAMBIRASIO

Vediamo cosa dicono poi i documenti ufficiali. Già ad una prima ispezione, il corpo presentava soluzioni di continuo a margini netti riconducibili all’azione di uno strumento da taglio: al collo, da un estremo all’altro per la sua emicirconferenza anteriore; ai due i polsi, in maniera simmetrica; in regione mammaria sinistra, lungo tutto il torace; sul dorso, una sagoma ad X e poco sotto un altro taglio a J; sulla gamba destra, due soluzioni di continuo sovrapposte lunghe circa 4 centimetri.

Il giubbotto aveva delle piccole intaccature ai polsi; la felpa aveva delle intaccature ai margini inferiori, poi interpretate come da taglio, e delle intaccature all’attaccatura del cappuccio; la maglietta presentava molte lesioni, perlopiù di natura tafonomica 42, oltre a piccoli tagli nella parte inferiore; i pantaloni erano chiaramente lacerati dagli animali ma presentavano anche tagli sui fianchi e sulla superficie anteriore della coscia; le mutandine erano discontinuate sul lato di
destra.

L’esame autoptico offriva un quadro più chiaro delle lesioni intuite in sede di sopralluogo e di esame esterno, consentendo di apprezzare un’intaccatura a forma di mandorla sotto la mandibola destra, dovuta all’azione di un’arma da punta e da taglio, e di confermare le lesioni al collo, ai polsi, la grossa lesione a forma di X e quella a forma di J e la stria escoriativa che percorreva l’emitorace di sinistra.

Sicuramente significativa, come leggiamo dai documenti ufficiali sul caso “la corrispondenza tra i tagli ai vestiti e quelli presenti sul corpo, in particolare, per mutande e gluteo, risultando il taglio sullo slip netto e in corrispondenza con uno dei taglietti della parte alta dei leggings..”.

Possiamo leggere tutto quanto ho rilevato in questo paragrafo nella sentenza di condanna di Massimo Giuseppe Bossetti, alle pagine 30-31 e alla pagina 35.

Sempre a pagina 35 della sentenza, emessa dalla Corte d’Assise di Bergamo, è scritto: “Inoltre, non possiamo non sottolineare come alcune lesioni (in particolare, quelle al dorso) presentino distribuzione ed andamento che sembrerebbe non casuale e riportano alla memoria le tecniche di ferimento proprie di alcune arti marziali orientali”.

Mi domando come possano essere presenti i tagli netti e precisi, ma in una condizione “superficialissima”, così come scritto in sentenza, sul torace e sulle braccia di Yara senza una precisa corrispondenza con i tagli di un giubbotto.

Mi sorge il dubbio che possa essere stata spogliata e poi rivestita. Quest’ipotesi è però considerata un’ipotesi “fantasiosa”, dalla Corte d’Assise, così si legge nella sentenza.

Mi chiedo, tuttavia, perché sarebbe stata rivestita. Forse non si voleva far sapere che era stata spogliata e che era morta senza abiti? Era quindi essenziale far credere che fosse “solo” un movente per abuso sessuale “normale”?

Il telefono cellulare di Yara

Ed il ritrovamento di quasi tutti gli oggetti che Yara aveva con sé quel giorno, eccetto uno: il telefono?

In sentenza, a pagina 55, leggiamo che nella tasca destra del giubbotto di Yara erano rinvenuti un paio di guanti grigi, una batteria per telefono cellulare, due chiavi con laccio di colore azzurro e ciondolo, un lettore Mp3 bianco marca Samsung, una scheda Sim con memorizzati settantotto numeri telefonici”.

Dei 68 numeri telefonici sono stati acquisiti i tabulati e individuati intestatario e utilizzatore, in parte intercettati in concomitanza con la loro audizione. Sono stati oggetto di prelievo salivare, senza acquisire elementi in grado di indirizzare le indagini, ci dice la sentenza.

La tasca sinistra e quella interna di Yara erano vuote. L’ultimo aggancio del cellulare alla rete telefonica, localizzato da parte della Vodafone, è alle ore 18.55.

Il cellulare non è mai stato ritrovato. Ma viene smontato. Chi era con lei l’ha fatto sparire. Come mai? Per non essere rintracciato? E quindi lo smonta subito dopo aver preso Yara?

Chi fa sparire il cellulare, lascia tuttavia batteria e scheda Sim. Quasi a voler far ritrovare la scheda Sim. Domanda: nella memoria del dispositivo potevano esserci foto e video non presenti nella scheda?

Il telefono cellulare è stato usato per fotografare Yara nella sua agonia?
È il “trofeo” di un omicidio di natura sadica?

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Processo Bossetti: una condanna annunciata

Il processo a Massimo Giuseppe Bossetti non è stato “solo” un processo mediatico. È stato soprattutto un processo politico.

Innanzitutto è stato preceduto da un’analisi di circa 20 mila profili genetici: un’inchiesta senza precedenti.

Definisco, poi, “politico” il processo a Bossetti perché la sentenza di condanna dell’unico imputato era già definita dal giorno del suo arresto, nel 2014.

Voglio ricordare che l’allora ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ebbe a dichiarare che “le forze dell’ordine, d’intesa con la magistratura, hanno individuato l’assassino di Yara Gambirasio“.

L’allora presidente del Consiglio, Matteo Renzi, dichiarava poi: “L’Italia è un Paese dove chi uccide e chi delinque viene arrestato e finisce in galera. Può passare del tempo o può finirci subito. Ma questo è il destino che attende i criminali.”

Siamo di fronte a una sorta di condanna extragiudiziale. E infatti per la morte di Yara è stato condannato nel 2018 all’ergastolo Massimo Bossetti, il cosiddetto “muratore di Mapello”.

È stato un processo sommamente indiziario, senza alcuna considerazione della presunzione di innocenza; e senza nessuna concezione garantista della giustizia.

Sottolineo che anche il diritto di Bossetti alla difesa per quanto riguarda la cosiddetta prova principe, cioè il Dna, è stato annientato.

Ricordiamo, in breve, che il Dna nucleare di Bossetti era risultato compatibile con quello di Ignoto 1, ovvero il Dna rinvenuto sugli indumenti intimi di Yara Gambirasio.

Bossetti aveva nel corso della vicenda giudiziaria più volte chiesto l’accesso ai reperti.

LA NEGAZIONE DEL DIRITTO ALL’ANALISI DEI REPERTI

Tuttavia nel 2021 la Corte d’Assise di Bergamo, su richiesta della Procura della Repubblica, ha respinto l’istanza di analizzare i reperti e i campioni di materiale biologico raccolti nel corso delle indagini che hanno portato all’arresto di Bossetti.

La Corte d’Assise bergamasca ha anche disposto la trasmissione degli atti alla Procura di Venezia. I legali sono andati avanti con l’ulteriore richiesta di conoscere lo stato e il luogo di conservazione dei campioni di Dna.

La Corte d’Assise di Bergamo, a gennaio 2022, ha dichiarato inammissibile la richiesta, dopo l’annullamento con rinvio disposto dalla Cassazione il 26 luglio 2021.

Ricordiamo che già altre due volte i giudici avevano rifiutato la richiesta dei legali di Bossetti di rianalizzare i campioni del Dna e i campioni trovati sugli abiti di Yara.

La vicenda di Bossetti ha a che fare con una procedura di analisi del Dna, e dei reperti, svolta in assenza della difesa, non filmata e non ripetibile poiché le tracce “risultano essere esaurite” negli esami dell’indagine.

Scrive il giornale Il Riformista del 31 marzo 2022: “Stando alla denuncia presentata da Bossetti tramite il suo legale, l’avvocato Claudio Salvagni, vi sarebbero campioni ‘prima scomparsi e poi ricomparsi’ e l’ipotesi che il materiale confiscato ‘sia stato conservato in modo tale da farlo deteriorare’, vanificando così ogni tentativo di nuove indagini.”

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Bossetti innocente? Gli orari e la cena

Non esistono prove che Bossetti fosse nella zona della palestra di Brembate di Sopra, nel lasso di tempo in cui è avvenuta la sparizione di Yara.

Ci sono i racconti della moglie del muratore, che ricorda come alle 19.30 o massimo alle 20, Bossetti era a casa, per la cena.

Quindi se era davanti alla palestra, ha caricato Yara in macchina, l’ha portata nel campo di Chignolo d’Isola, poiché dicono sia il luogo del reato e della morte della ragazzina, l’ha picchiata e tagliata, nascosto il corpo e tornato a casa. Di venerdì sera tra le 18.45 e le 20.00 al massimo.

Teniamo conto che Massimo Giuseppe Bossetti non conosceva Yara Gambirasio. C’è allora da chiedersi come sia riuscito a farla salire sul suo furgone.

Inoltre il luogo del ritrovamento è pieno di arbusti spinosi, come si legge nella sentenza, e quindi magari qualche segno sulle mani e sui vestiti di Bossetti si sarebbe dovuto vedere. La moglie del muratore di Mapello non nota, invece, alcun segno o abrasione sul corpo del marito.

Massimo-Bossetti - caso Yara Gambirasio
Massimo Bossetti, condannato per l’uccisione di Yara Gambirasio

Bossetti innocente? Il movente sessuale

Bossetti maniaco sessuale omicida? Vediamo di riflettere anche su questa ipotesi.

Nel computer di casa di Bossetti sono stati ritrovati video pornografici del genere “teen”. Gli stessi giudici che condannano l’imputato affermano, comunque, che “non era rilevata nessuna traccia di navigazione in siti dal contenuto palesemente pedo-pornografico o nel cosiddetto dark web”.

Specifico che il circuito “teen” – guardato da decine di migliaia di persone – non è un circuito pedo-pornografico. Ci sono video con contenuti erotici, con ragazze giovani, e non sono illegali.

Nessuna prova poi che solo Bossetti accedesse al computer di casa, perché all’epoca suo figlio era un ragazzino tredicenne.

Bossetti fino a quel momento era sempre stato una persona con abitudini e tendenze sessuali considerate “normali”. Non si registra alcuna pulsione verso ragazzine; né alcuna ricerca di materiale pedo-pornografico.

Cosa sarebbe, allora, accaduto in Bossetti da portarlo a essere preda di un raptus sessuale tale da rapire, non abusare ma seviziare sadicamente Yara? Questo tipo di comportamento gli corrisponde dal punto di vista personologico?

Scrive il padre francescano Agostino Gemelli, medico e psicologo: “Per ogni delinquente, per ogni delitto, sorge un problema:

  • quale significato ha questo delitto?
  • come lo si può collocare nel quadro di quella personalità?
  • come si deve ritenere che abbiano agito i vari fattori che hanno agito da stimolo remoto o prossimo?
  • quale quadro si deve dare dello sviluppo della personalità in ordine alla preparazione remota o prossima e alla realizzazione dell’atto delittuoso?

Bossetti innocente? Le coincidenze

Concludo questo esame della vicenda di Massimo Giuseppe Bossetti – a cui siamo arrivati ripercorrendo quanto rilevato nella sparizione e nell’omicidio di Yara Gambirasio – con la segnalazione di un’interessante coincidenza.

La coincidenza è nei tempi di sparizione e ritrovamento dei corpi di Yara Gambirasio e Milena Sutter, entrambe ragazzine.

Yara Gambirasio, 13 anni, sparisce a Brembate di Sopra (Bergamo) il 26 novembre del 2010. Il suo corpo è ritrovato tre mesi esatti dopo: il 26 gennaio 2011.

Milena Sutter, 13 anni, sparisce a Genova giovedì 6 maggio 1971, poco dopo le 17, il suo corpo è ritrovato dopo quindici giorni esatti, giovedì 20 maggio, poco dopo le 17.

Come Lorenzo Bozano, condannato all’ergastolo nel 1975 per aver rapito e ucciso Milena Sutter, anche per Massimo Giuseppe Bossetti abbiamo una condanna all’ergastolo frutto di un processo indiziario. Ed emessa tra molti e fondati dubbi.

Laura Baccaro
www.laurabaccaro.it

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