Cosa racconta l’autopsia? Che ruolo ha avuto la maestra della ragazzina? Quali sono gli aggiornamenti sul caso? E Massimo Bossetti è innocente?

L’omicidio di Yara Gambirasio è un caso di cronaca nera del 2010, in provincia di Bergamo.

La vittima è Yara Gambirasio. Ha 13 anni, essendo nata il 21 maggio 1997 a Brembate di Sopra (Bergami). Scompare il 26 novembre 2010, nel tardo pomeriggio nei pressi del centro sportivo dove va di solito a fare ginnastica ritmica.

Il corpo della ragazzina viene trovato tre mesi esatti dopo la sparizione: il 26 febbraio 2011 a Chignola d’Isola, in un campo, a circa 9 chilometri dal suo comune di residenza.

Yara Gambirasio - campo di Chignola d'Isola - magazine ilbiondino.org - ProsMedia - Agenzia Corte&Media-
Il campo di Chignola d’Isola (Bergamo) dove fu trovato il corpo di Yara Gambirasio, il 26 febbraio 2011

L’autopsia sul corpo di Yara Gambirasio

Ad eseguire l’autopsia sul corpo senza vita di Yara è l’anatomo-patologa Cristina Cattaneo, di Milano.

Ecco quanto è emerso dalla testimonianza della dottoressa Cattaneo al processo contro Massimo Giuseppe Bossetti, l’uomo accusato e poi condannato all’ergastolo per l’omicidio della tredicenne bergamasca.

Yara Gambirasio è stata colpita “con una lama molto affilata, da vestita” sia al corpo che alla gola.

Le ferite le sono state procurate nel campo di Chignolo d’Isola – sostiene il medico-legale Cattaneo – dove è stata ritrovata morta il 26 febbraio 2011.

Secondo la dottoressa Cattaneo, Yara è morta in quel luogo “intorno alla mezzanotte” di quello stesso giorno, venerdì 26 novembre, in cui è sparita. E comunque “non oltre le primissime ore del giorno successivo”.

L’anatomo-patologa ha poi dichiarato che la giovane nella “mano destra stringeva arbusti” tipici di quella zona. Sotto le unghie e perfino “nel braccialettino di stoffa che portava” risultavano “attaccate spine di quel campo”.

Quali le cause della morte di Yara Gambirasio? Dall’autopsia è emerso che a provocare la morte sono stati il sanguinamento delle ferite e di alcune lesioni al capo – comunque “non mortali” – e l’ipotermia.

La ragazzina è insomma morta di stenti, con una lunga agonia e un passaggio parecchio doloroso dalla vita alla morte. Possiamo quindi dedurne che l’assassino l’ha lasciata morire: al delitto del togliere la vita a un altro essere umano, c’è in questo caso anche la crudeltà del lasciar soffrire una ragazzina in un campo, da sola.

La scomparsa della ragazzina

Sono circa le 17.30 di venerdì 26 novembre 2010, quando Yara Gambirasio, 13 anni, residente con i genitori e una sorella a Brembate di Sopra, va al centro sportivo del suo paese. Lì è di casa, dato che vi si reca di frequente per allenarsi nella ginnastica ritmica.

Secondo le testimonianze, Yara resta al centro sportivo almeno fino alle ore 18.40 circa. È da quell’ora che si perdono le tracce della ragazzina.

Come mai non si vede la ragazzina uscire – se è uscita da sola e in salute – dal centro sportivo? La risposta è nelle telecamere di sorveglianza del centro sportivo: sono tutte fuori uso e non aiutano, pertanto, nel ricostruire i movimenti della ragazza.

Alle 18.44 il telefono cellulare di Yara Gambirasio, stando ai rilievi tecnici, aggancia la cella di Ponte San Pietro in via Adamello. Alle 18.49 il telefonino aggancia la cella di Mapello, a tre chilometri da Brembate di Sopra. Infine, sono le 18.55 quando il cellulare aggancia la cella di Brembate di Sopra in via Ruggeri.

È l’ultimo aggancio, quello delle 18.55 in via Ruggeri a Brembate di Sopra. Poi il segnale sparisce. E con il segnale del cellulare sparisce anche Yara.

Ignoto 1 - Yara Gambirasio - docu.-serie BBC - blog IlBiondino.org –
Yara Gambirasio nella palestra di Brembate di Sopra (Bergamo)

La storia di Yara: le prime indagini sulla sparizione

È domenica 5 dicembre 2010 quando a bordo di una nave diretta a Tangeri (Marocco), la polizia ferma un operaio del cantiere di Mapello.

Si tratta di Mohammed Fikri, 22 anni, originario del Marocco, che sta tornando a casa dai famigliari per un certo periodo. Perché viene fermato? La ragione è importante: i cani molecolari hanno rilevato l’ultima traccia di Yara in quel cantiere.

L’operaio marocchino viene indagato per la scomparsa della ragazza a causa di un’intercettazione telefonica. Nell’intercettazione, mentre parla in arabo, l’operaio dice “che Allah mi protegga”; mentre una prima traduzione sbagliata la interpreta come “che Allah mi perdoni”.

Gli inquirenti sospettano che il giovane sia coinvolto nella sparizione di Yara. L’essere cittadino marocchino e il trovarsi in viaggio verso il suo paese di origine a quanto pare alimenta i sospetti. Mohammed Fikri è invece estraneo ai fatti; e qualche anno dopo esce del tutto dall’indagine.

Questo non gli risparmia tuttavia la detenzione, in attesa che la sua posizione sia chiarita; e il solito pregiudizio sulla “caccia all’immigrato colpevole”. Il suo viaggio in Marocco era programmato da tempo, non era una fuga; e lui con Yara Gambirasio non c’entra nulla.

IL CADAVERE DI YARA TROVATO IL 26 FEBBRAIO 2011

Il corpo di Yara Gambirasio viene trovato sabato 26 febbraio 2011 fra gli sterpi di un campo, a Chignolo d’Isola, a circa 9 km da Brembate.

È un ritrovamento casuale. Ilario Scotti, 48 anni, impiegato di Bonate Sotto è un aeromodellista che coltiva quel giorno la sua passione in un campo di Chignolo d’Isola.

Quando il suo modellino di aereo atterra in una porzione di campo, scopre fra gli sterpagli il corpo di Yara Gambirasio. Sarebbe anzi il caso di dire che scopre i resti del corpo della ragazzina, con ancora i vestiti addosso di quanto è sparita, tre mesi prima.

Su Yara vengono rilevati numerosi colpi di spranga, un trauma cranico, una profonda ferita al collo e almeno sei ferite da arma da taglio sul corpo.

Come ha dichiarato l’anatomo-patologa Cristina Cattaneo, che ha eseguito l’autopsia, Yara è deceduta a causa del freddo e dell’indebolimento dovuto alle lesioni. Sul corpo non appaiono segni di violenza carnale.

Yara-Gambirasio-Massimo-Giuseppe-Bossetti-Crimine-giustizia-media

Massimo Bossetti è innocente?

La soluzione del caso viene affidata all’esame del Dna trovato sul corpo di Yara Gambirasio. 

Per individuare a chi appartenga quella traccia di Dna che identifica il possibile assassino, viene fatto uno screening a tappeto. Sono migliaia le persone controllate, seguendo sia criteri geografici che di appartenenza a determinate categorie.

Resta sempre sullo sfondo l’ambiente dell’edilizia: i cani molecolari hanno portato al cantiere di Mapello; sul corpo di Yara sono trovate sostanze riconducibili al mondo edile.

Non è quindi un caso che il grande accusato – poi condannato all’ergastolo – sia un muratore: Massimo Giuseppe Bossetti, nato a Clusone vicino Bergamo il 28 ottobre 1970.

Bossetti viene arrestato il 16 giugno 2014. Ha 44 anni, fa il muratore ed è incensurato. Perché viene arrestato?

La risposta sta nel fatto che il suo Dna nucleare è risultato sovrapponibile con quello dell’uomo definito “Ignoto 1”, rilevato sugli indumenti intimi di Yara nella zona colpita da arma da taglio e ritenuto dall’accusa l’unico riconducibile all’assassino.

A Bossetti si arriva attraverso un lungo percorso, iniziatosi dalla scoperta che una parte del Dna di “Ignoto 1” è identico a quello di un frequentatore di una discoteca vicina al luogo del ritrovamento del corpo.

Quella persona è estranea ai fatti ed è uno fra i tanti sottoposti a prelievo del Dna nel corso delle indagini. Da quella persona si risale ai soggetti del ramo familiare con profilo genetico più pertinente.

A un certo punto si arriva a Giuseppe Guerinoni, autista di autobus di Gorno (Bergamo, a 44 km da Brembate) deceduto nel 1999. È lui il padre naturale di “Ignoto 1”. Da qui si cerca di individuare la figura femminile da cui “Ignoto 1” ha ereditato l’allele 26 dalle madre, dato che non è presente nel Dna di Guerinoni.

Grazie alle confidenze di un collega di Guerinoni e alla ricostruzione dei movimenti che egli faceva come autista di autobus, si scopre che l’uomo ha avuto una relazione con tale Ester Arzuffi. Lei è la madre del possibile assassino di Yara Gambirasio.

La donna ha due gemelli, una femmina e un maschio. Il maschio è Massimo Bossetti, a cui viene prelevato il Dna grazie a un controllo del tasso alcolico attraverso un etilometro. Quello dell’etilometro è un trucco per indurlo a fermarsi, mentre è in auto, davanti a una pattuglia della polizia e a lasciare traccia del suo Dna senza saperlo.

Si arrivare in questo modo a constatare la corrispondenza del Dna nucleare di Bossetti con quello rinvenuto su Yara. Il pubblico ministero, sulla base della prova genetica, identifica Bossetti come “Ignoto 1”.

Vi è poi un altro indizio messo in campo dall’accusa: le telecamere di sorveglianza della strada della palestra di Yara avrebbero filmato più passaggi del furgone di Bossetti davanti al centro sportivo di Brembate. È un furgone di colore bianco, che ha alcune caratteristiche che lo rendono identificabile.

C’è da specificare, in questo caso, che il filmato mostrato dal Ris dei Carabinieri sarebbe stato fatto, in accordo con la Procura di Bergamo, per esigenze di comunicazione alla stampa. È quindi un video che non corrisponde al succedersi reale degli eventi.

Qui ci ritroviamo ancora – come in altri casi giudiziari – alla divaricazione fra ciò che davvero è e ciò che viene mostrato.

MASSIMO BOSSETTI: LA DIFESA AL CONTRATTACCO

La difesa del muratore sospettato contesta la prova genetica che incastrerebbe Massimo Giuseppe Bossetti. Per quali motivi? Perché manca il Dna mitocondriale di Bossetti nella traccia genetica rinvenuta sul corpo di Yara.

Inoltre, vi è un Dna mitocondriale minoritario presente sul corpo della ragazzina, non appartenente né alla vittima né a Bossetti. Si tratta di una traccia di Dna che porta, secondo i legali del muratore di Mapello, a un’altra persona.

Da parte sua, la Procura sostiene che tale traccia genetica potrebbe essere eteroplasmia di Yara, ovvero la presenza di mitocondri (organelli delle cellule viventi) con una differente sequenza. Da parte loro, alcuni genetisti sottolineano comunque la validità del test anche se relativo al solo Dna nucleare.

Massimo Bossetti si dichiara fin da subito innocente e sostiene il trasferimento accidentale di Dna da alcuni attrezzi che gli sarebbero stati rubati, sporchi del suo sangue a causa di epistassi, di cui soffrirebbe regolarmente.

La moglie di Bossetti afferma che il marito era con lei a casa la sera del delitto, mentre la sorella gemella denuncia misteriose aggressioni, accuse che per la Procura sono infondate.

BOSSETTI OGGI: L’ATTACCO DEL SUO AVVOCATO AI GIUDICI DI BERGAMO

Chi considera Massimo Bossetti innocente, ancora oggi, è il suo legale, l’avvocato Claudio Salvagni, che nel giugno 2021 ha attaccato su Facebook i giudici della Corte d’Assise di Bergamo.

I giudici hanno negato l’accesso ai reperti del processo che hanno portato il muratore di Mapello a una condanna definitiva all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio.

In un lungo post condiviso sul proprio profilo Facebook, l’avvocato ha sottolineato l’innocenza del proprio assistito. E ha attaccato in modo diretto “quei giudici, così sordi alle istanze difensive“.

“Massimo Bossetti è innocente”, ha scritto l’avvocato Claudio Salvagni. “Se mai avessi avuto dei dubbi, ora ne ho la certezza. Il non risultato ottenuto con la nuova pronuncia della Assise di Bergamo è, nuovamente, la dimostrazione della piena innocenza di Bossetti e che è semplicemente, al pari di tanti e tanti altri ingiustamente condannati, vittima di un sistema sordo e cieco”.

“Solo che a Massimo non è data neppure la possibilità di dimostrarlo, mai gli è stata data! Cosa nascondono quei reperti e campioni di così tremendo? Cosa si vuole celare alla difesa? Perché negare pervicacemente qualcosa a cui eravamo già stati autorizzati?”, ha chiesto l’avvocato di Bossetti.

L’avvocato di Bossetti si riferisce alle sentenze della Corte di Cassazione che aveva dato ragione ai legali di Bossetti, in merito al ricorso rispetto alla decisione della Corte d’Assise sull’istanza presentata per l’accesso ai reperti.

All’innocenza di Bossetti è dedicato il sito web Io sto con Bossetti. Sul sito sono pubblicati materiali e documenti a sostegno dell’estraneità del muratore di Mapello all’omicidio di Yara Gambirasio.

Va ricordato che le posizioni di chiusura dei giudici territoriali, di fronte alla richiesta di analizzare di nuovo i reperti, non sono una peculiarità italiana.

Come abbiamo modo di registrare anche nel caso di Steven Avery (Stato dello Wisconsin, Stati Uniti), a fronte di affermazioni e riconoscimenti di diritti a livello di magistratura centrale, la situazione in concreto poi è differente.

Come racconta l’autorevole docu-film Making a Murderer, la persona condannata in via definitiva fatica a trovare un luogo e un tempo per presentare nuove prove a sostegno della sua posizione di innocenza.

Se è giusto ed è nell’interesse di tutti che vi sia un inizio e una fine nel procedimento penale, è incomprensibile negare il diritto di presentare nuove prove. Quelle prove che, valutate da un diverso collegio di giudici, si può decidere di riconoscere e di dare avvio a un nuovo processo; oppure di valutarne l’inconsistenza.

La domanda, a questo punto, è: siamo in uno Stato diritto che ci garantisce la difesa? Oppure siamo in una Monarchia di Diritto Divino, dove le verità sono immutabili e di valore assoluto?

Ignoto 1 - Massimo Giuseppe Bossetti - blog IlBiondino.org
Massimo Giuseppe Bossetti il giorno dell’arresto mentre era al lavoro in un cantiere

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I sospetti sulla maestra di ginnastica di Yara Gambirasio

In un caso complesso come quello di Yara Gambirasio, dove i punti oscuri sono più di uno, è normale fioriscano varie ipotesi. Anche le più strampalate.

Una delle ipotesi, alternative alla colpevolezza di Bossetti, riguarda l’insegnante di ginnastica ritmica di Yara.

Tracce del Dna della donna sono state trovate sul corpo della ragazzina. Come fa notare la criminologa e criminal profiler, Roberta Bruzzone, in un audiolibro dedicato a questo caso, è normale che si lascino tracce di Dna in giro quando si va a contatto con altre persone.

È così giustificato che qualcosa del Dna della maestra di ginnastica di Yara sia rimasta sul corpo della vittima.

Sulla manica del giubbotto della vittima fu rinvenuta una traccia di Dna – la cui natura non è stata mai attestata –  appartenente all’istruttrice di ginnastica di Yara.

L’insegnante, all’epoca dei fatti, fu indagata come atto dovuto ma un suo possibile coinvolgimento nel delitto fu poi escluso.

Nella trasmissione televisiva Quarto Grado, ancora nel 2017, è stato detto che quella traccia biologica sarebbe sangue. Non si tratterebbe di saliva o sudore – che sul giubbino della ginnasta possono essersi trasferiti per motivi comprensibili – ma sangue.

La traccia in questione sarebbe inoltre copiosa, più di quella su leggings e slip che ha fatto condannare Bossetti.

Trattandosi di un’indiscrezione giornalistica, tuttavia, va presa come informazione. Nulla più.

 

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Gli elementi pro e contro Bossetti

Il 26 febbraio 2015 la Procura della Repubblica di Bergamo ha chiuso le indagini e indicato Massimo Giuseppe Bossetti quale colpevole dell’omicidio di Yara Gambirasio. Ne ha così chiesto il rinvio a giudizio.

La difesa di Bossetti ha invece chiesto di scarcerarlo e ha chiesto il rito abbreviato. Per quali motivi: il Dna mitocondriale minoritario apparterrebbe ad un altro individuo, definito dagli avvocati “Ignoto 2”.

Inoltre, sostenuta dal criminologo Alessandro Meluzzi, consulente di parte, la difesa ha contestato il processo di identificazione di Bossetti con Ignoto 1 in quanto il Dna sarebbe stato contaminato

La difesa di Bossetti ha anche chiesto un’indagine sugli intestatari dei numeri di telefono presenti nella rubrica del cellulare di Yara Gambirasio, molti dei quali sono stati ascoltati dagli investigatori.

Gli avvocati di Bossetti hanno contestato anche la presunta non ripetibilità del test del Dna, realizzato senza la presenza della difesa.

All’inizio di luglio 2015, davanti alla Corte d’Assise si è celebrato il processo a Massimo Bossetti

Il primo luglio 2016 la Corte d’Assise di Bergamo ha condannato Massimo Giuseppe Bossetti all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio.

Il processo davanti alla Corte d’Assise d’Appello ha avuto inizio il 30 giugno 2017. La difesa portato come nuova prova: una foto satellitare del campo di Chignola d’Isola.

La difesa di Bossetti sostiene che il corpo della vittima sarebbe stato spostato e il Dna depositato molto dopo il delitto.

Il 17 luglio 2017 la Corte d’Assise d’Appello di Brescia ha confermato la sentenza del primo grado di giudizio, giudicando Bossetti colpevole e condannandolo all’ergastolo.

Il 12 ottobre 2018 la Corte di Cassazione ha confermato la condanna di Massimo Bossetti all’ergastolo.

Il 29 novembre 2019, la Corte d’Assise di Bergamo ha autorizzato la difesa di Massimo Bossetti a riesaminare i reperti, tra cui gli indumenti della ragazza e le tracce di Dna conservate all’ospedale San Raffaele di Milano.

Il 3 giugno 2021 tutte le istanze presentate dagli avvocati di Massimo Bossetti sono state rigettate dalla Corte d’Assise di Bergamo: la difesa aveva chiesto di potere rianalizzare i reperti delle indagini, confiscati dopo la sentenza definitiva, al fine di una possibile revisione del processo.

L’interesse, in particolare, verteva sui campioni di Dna, anche se, per stessa ammissione dei legali, a dibattimento era emerso che la traccia decisiva, quella da cui fu estratto il Dna di “Ignoto 1”, non è più utilizzabile.

Quella traccia di Dna sarebbe “definitivamente esaurita”. I difensori non potranno nemmeno effettuare la ricognizione di altri reperti.

PERCHÉ BOSSETTI AVREBBE UCCISO YARA GAMBIRASIO

Il movente è stato individuato dai giudici “in un contesto di avances a sfondo sessuale”. Non si sa invece come sia avvenuto il contatto fra Bossetti e Yara: la ragazzina è salita sul furgone di Bossetti in modo volontario oppure no?

La domanda da porsi – a cui possono dare risposta i criminologi – è quale profilo psicologico possa avere un assassino che, senza compiere atti sessuali sulla vittima, lascia Yara morire a causa delle ferite, con un’agonia lunga e dolorosa.

La personalità di Massimo Bossetti coincide con il profilo di un offender che si comporta in quel modo?

La Psicologia Investigativa potrebbe fornire risposte interessanti a questo e ad altri interrogativi.

Di cosa sia e possa fare Psicologia Investigativa, in questo magazine, tratta l’esperta, Laura Baccaro, criminologa e psicologa giuridica.

LA PISTA DEL CANTIERE

Nel 2013 lo scrittore e giornalista Roberto Saviano, nel suo libro ZeroZeroZero, scrisse di ritenere possibili alcuni legami tra l’omicidio di Yara, i cantieri edili della Bergamasca, la criminalità organizzata e il traffico di cocaina.

Cosa disse Saviano? Lo scrittore affermò che il padre di Yara, il geometra Fulvio Gambirasio, nel 2011 lavorava per la Lopav, un’impresa edile di Ponte San Pietro che all’epoca era amministrata da Patrizio Locatelli, figlio di Pasquale Claudio Locatelli, imprenditore considerato coinvolto nel narcotraffico ad opera della camorra.

Secondo Saviano, Fulvio Gambirasio era stato testimone in un processo contro la famiglia Locatelli. Lo scrittore avanzata così l’ipotesi che l’omicidio della figlia Yara sarebbe stato una ritorsione malavitosa.

Questa circostanza fu in seguito smentita. Il geometra Gambirasio, interrogato dal pubblico ministero Maria Cristina Rota, dichiarò di non aver mai testimoniato contro Locatelli. .

Lo scrittore Saviano fu così accusato di diffamazione nei confronti di Gambirasio e Locatelli. L’accusa fu poi archiviata.

Tuttavia nel 2016 Saviano è tornato sulla questione. Ha definito “inquietante” il fatto che le indagini non abbiano mai toccato la Lopav, dato che l’impresa aveva un appalto proprio nel cantiere di Mapello.

Fu in quel cantiere edile che tre cani molecolari, usati nelle indagini per cercare Yara, avevano condotto gli investigatori.

Yara - film tv Netflix - magazine ilbiondino.org - ProsMedia - Agenzia Corte&Media---

Il film sul caso di Yara Gambirasio

L’omicidio di Yara Gambirasio è diventato un film thriller per la televisione e lo streaming. Il titolo del film (Yara) è tutto nel nome della ragazzina scomparsa e uccisa il 26 novembre del 2010 a Brembate di Sopra (Bergamo).

Il film YARA lo puoi vedere su Netflix, in italiano ma anche in inglese, francese, tedesco e spagnolo

Si tratta di un film a senso unico e con unica fonte – il magistrato inquirente – ma che merita di essere visto con occhio critico.

Law and Order e Casefile

L’omicidio di Yara Gambirasio e la vicenda di Massimo Bossetti hanno avuto, com’era prevedibile, un rilievo internazionale.

Una puntata di Law and Order, del novembre 2015, s’intitola Melancholy Pursuit, in italiano ricerca malinconica. Questa la storia dell’episodio della serie tv crime: viene rinvenuto il cadavere di un ragazzina di 15 anni sotto un cavalcavia di New York; e si parte con l’indagine da alcune tracce di Dna repertate dalla scientifica sul corpo della vittima.

Il materiale genetico porta all’associazione, ma non alla coincidenza perfetta, con una persona schedata. Da qui si arriva all’individuazione del padre dell’assassino. Proprio come Giuseppe Guerinoni, l’autista di Gorno che è secondo la scienza il padre biologico di Bossetti, la polizia di New York arriva ad uomo, anche lui guidatore di autobus, deceduto 5 anni prima insieme al suo segreto: un figlio illegittimo, per di più omicida.

La vicenda di Yara viene poi trattata in un podcast di 45 minuti – il Case 47 – di Casefile, serie di registrano audio su delitti memorabili.

Casefile è un podcast pluripremiato che si occupa di crimini veri. Presenta le storie di delitti in un formato audio prodotto in modo professionale. Il podcast cominciato il proprio viaggio nel mondo crime nel 2016.

Cold Case Milena Sutter - Sequestro e omicidio - blog ilbiondino.org - Agenzia Corte&Media Verona

Yara Gambirasio e Milena Sutter

La vicenda di Yara Gambirasio (novembre 2010) ha interessanti punti di contatto con quella di Milena Sutter (maggio 1971).

Al caso di Milena Sutter abbiamo dedicato una sezione di questo magazine: Il Caso Sutter-Bozano. L’Analisi.

La criminologa Laura Baccaro, psicologa giuridica, ha scritto una serie di articoli che confrontano le vicende di queste due ragazzine – Yara  e Milena – di 13 anni.

Come per Massimo Bossetti anche Lorenzo Bozano protestava la propria innocenza. E ha sognato sino all’ultimo di poter avere un nuovo processo.

Lorenzo Bozano – nei tanti e lunghi colloqui che abbiamo avuto – non amava essere accostato a Massimo Bossetti. Non perché lo considerasse colpevole, ma perché temeva che un caso giudiziario ancora “caldo” potesse influire su una lettura fondata, razionale e meditata del caso di Milena Sutter.

Leggi gli articoli di Laura Baccaro su Yara e Milena:

Ho qui voluto ripercorrere la vicenda di Yara Gambirasio. Una vicenda che, comunque vada, pone serie riflessioni sui diritti costituzionali della difesa nel processo penale; e sul ruolo della Scienza nelle indagini sui delitti.

Sul caso di Yara Gambirasio sono stati scritti alcuni libri. Vi ho dedicato un articolo su questo magazine:

I libri sul caso di Yara Gambirasio

L’omicidio di Yara Gambirasio, le risultanze dell’autopsia, i dubbi sulla colpevolezza di Massimo Bossetti rendono il caso complesso; e per questo da approfondire.

Il film Yara, su Netflix, ci può aiutare a capire se la narrazione su questa dolorosa vicenda resta quella di sempre. Oppure se hanno spazio i dubbi sul racconto ufficiale e sulla colpevolezza di Massimo Bossetti che, da parte sua, mostra di non volersi arrendere.

Maurizio Corte
corte.media

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