Massimo Bossetti, il “muratore di Mapello”, è davvero l’autore dell’omicidio di Yara Gambirasio?

Massimo Giuseppe Bossetti è stato condannato, il primo luglio del 2016, alla pena dell’ergastolo per la sparizione e la morte di Yara Gambirasio, 13 anni, a Brembate di Sopra (Bergamo), nel novembre del 2010.

Davvero Bossetti è l’assassino della ragazzina che amava la ginnastica ritmica? La sentenza che lo condanna – in primo grado, in appello – ha davvero fondamento?

Il processo a Bossetti ha reso giustizia alla giovane vittima? Oppure Bossetti è innocente, come pensano molti italiani, e la verità è un’altra?

La sentenza della Cassazione, nel 2018, ha confermato la pena dell’ergastolo e la colpevolezza di Massimo Bossetti. Ma la stessa Cassazione ha autorizzato le indagini scientifiche, da parte della difesa dell’uomo condanna, per verificare se la cosiddetta “prova regina” del Dna sta in piedi.

Di qui l’importanza di cogliere a fondo la vicenda, di ricostruirne le tappe e di interpretarne i dati di fatto (e le congetture). Solo così possiamo dire se Bossetti è colpevole oltre ogni ragionevole dubbio. Oppure se Bossetti è innocente.

Il riuscire a interpretare i dati di fatto – al di là di pregiudizi colpevolisti o innocentisti – dà anche un senso alla domanda su chi era Bossetti ieri, all’epoca dei fatti, e chi è Bossetti oggi. E su quali siano le sue possibilità di rivedere la condanna al fine pena mai

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Yara Gambirasio, 13 anni, e Massimo Giuseppe Bossetti

La vicenda di Yara Gambirasio

Yara Gambirasio, 13 anni, scompare intorno alle 18.40 del 26 novembre 2010, a Brembate di Sopra (Bergamo), comune dove abita. E scompare poche centinaia di metri da casa sua, da dove è uscita per andare nella palestra dove è solita fare ginnastica ritmica.

Non aveva lezione, quel giorno, e doveva andare la sorella Keba al posto suo, ma Yara ha insistito per consegnare uno stereo che serviva in palestra.

Il corpo di Yara venne trovato tre mesi dopo, il 26 febbraio 2011, in un campo di Chignolo d’Isola, a circa 9 chilometri da Brembate. E vicino a una discoteca. Il corpo si trova in una zona dove vi è già stato un omicidio, proprio durante la sparizione di Yara, prima che ne sia trovato il corpo. 

Rinvenuto nel campo il cadavere di Yara, per una fatalità, da un aeromodellista, la violenza carnale sulla ragazzina viene esclusa.

Sugli slip di Yara, quindi in un indumento intimo, viene tuttavia trovata una traccia genetica: per l’accusa quello è il Dna dell’assassino, che è passato alla storia con il nome di “Ignoto-1”.

ARRESTO E CONDANNA DI BOSSETTI

L’arresto di Massimo Giuseppe Bossetti, che di mestiere fa il carpentiere, avviene nel giugno del 2014. Il “muratore di Mapello”, come sarà soprannominato dai media, viene identificato grazie a un’indagine genetica condotta confrontando il suo Dna con quello di tutta la popolazione maschile della Bergamasca.

Il 12 ottobre 2018 la Corte di Cassazione conferma la condanna Bossetti in via definitiva all’ergastolo, dopo le sentenze del luglio 2016, in primo grado a Bergamo, e del 2017 in Corte d’Assise d’Appello a Brescia.

Yara-Gambirasio-Massimo-Giuseppe-Bossetti-Crimine-giustizia-media

Massimo Bossetti e le cause della morte di Yara

La condotta dell’imputato Bossetti integra, sotto il profilo oggettivo e soggettivo, il delitto di omicidio volontario, aggravato dalla minorata difesa e dalle sevizie.

Sul piano oggettivo, come dimostra l’autopsia, il decesso di Yara Gambirasio è stato determinato dalla combinazione tra le lesioni contusive e da taglio; e l’ipotermia conseguente all’abbandono, in stato sostanzialmente agonico, di notte nel campo di Chignolo d’Isola.

Gli altri dati accertati con sufficiente grado di certezza e sui quali, peraltro, vi è piena convergenza tra consulenti del pubblico ministero, Letizia Ruggeri, e consulente della difesa, guidata dall’avvocato Claudio Salvagni, sono questi:

  • l’assenza di tracce riconducibili a una violenza sessuale;
  • la vitalità di tutte le ferite; 
  • l’impossibilità di dare alle stesse ferite un ordine cronologico

Alcune lesioni da taglio, sul corpo di Yara, sono superficiali o in distretti non vitali (la gamba, il dorso).

La lesione alla gola è invece emblematica, per quanto in concreto non rivelatasi mortale: è emblematica dell’animus necandi (ovvero del “dolo intenzionale”).

Tutte le lesioni, anche quelle più superficiali, sono state inflitte quando la vittima era ancora in vita – non è dato sapere con quale livello di coscienza – e hanno provocato un sanguinamento.

Il corpo è stato ruotato e lesionato sia nella parte anteriore sia in quella posteriore. È stato tagliato in modo lineare e, nel caso dei polsi, simmetrico, ossia con modalità tali da escludere la “furia” dei colpi tipica del dolo d’impeto.

Al contrario, quelle modalità di taglio del corpo sono connotate dall’ansia dell’agente di appagare la propria volontà di arrecare dolore, caratterizzante le sevizie.

In un simile contesto lesivo, tutti i segmenti dell’azione, compreso l’abbandono in stato agonico, non possono che essere ricondotti a unità e ricompresi nel finalismo omicidiario. C’era insomma la volontà di uccidere.

CIRCOSTANZE DELL’OMICIDIO DELLA RAGAZZINA

Passando ad esaminare le circostanze del reato, le sevizie sono definite in giurisprudenza come un quid pluris per la concreta esecuzione del reato, che si sostanzia in sofferenze non necessitate.

Sono sofferenze inflitte alla vittima con lo specifico intento di vederla maggiormente soffrire. La crudeltà concerne, invece, le complessive modalità dell’azione, rivelatrici di un’indole malvagia, priva del più elementare senso di umana pietà.

A questo proposito la Corte di Cassazione (Cassazione Penale Sezione I, 14.2.1980, 5901) ha riconosciuto l’aggravante in parola nella condotta consistita nell’infierire sulla vittima agonizzante con più colpi di coltello.

Sevizie e crudeltà disvelano l’animo malvagio dell’autore di reato: le sevizie in termini oggettivi e prevalentemente fisici; la crudeltà lo disvelano in termini soggettivi e morali, di appagamento dell’istinto di arrecare dolore e di assenza di sentimenti di compassione e pietà (Cassazione Penale Sezione I, 29.5.1995, 9544).

L’azione di Bossetti sul corpo della ragazzina

Nel caso di Yara Gambirasio, Massimo Bossetti non avrebbe agito in modo incontrollato, sferrando una pluralità di fendenti.

Secondo i giudici che hanno condannato Bossetti, egli avrebbe invece operato sul corpo della vittima per un apprezzabile lasso temporale, girandolo, alzando i vestiti e tracciando, mentre la ragazza era ancora in vita, dei tagli lineari e in parte simmetrici.

Si tratta di tagli che in alcuni casi sono superficiali; in altri casi si trovano in distretti non vitali. Si tratta, dunque, di tagli idonei a causare sanguinamento e dolore ma non l’immediato decesso.

Dopodiché, Massimo Bossetti avrebbe lasciato la vittima ad agonizzare in un campo isolato, un campo dove non è stata trovata se non dopo tre mesi.

Stiamo parlando di un campo, quello di Chignolo d’Isola, che – si badi bene – è di ridotte dimensioni; si trova in una zona frequentata; è stato fotografato dal satellite ed è stato solcato dalle ricerche dei volontari che cercavano Yara.

Ignoto 1 - Yara Gambirasio - docu.-serie BBC - blog IlBiondino.org –

L’intenzione dell’assassino di Yara

Quale era l’intenzione di chi ha aggredito Yara Gambirasio e l’ha lasciata poi morire? Che tipo di persona può essere? A quale bisogno dell’aggressore risponde questo comportamento?

E ancora altre domande: perché la ragazzina non viene uccisa? Yara non viene neppure violentata: perché? Siamo quindi di fronte a un’aggressione a scopo o bisogno sessuale dell’aggressore; oppure no?

Se l’aggressore è un sadico che gode nel provocare dolore, poi che fa? Non rimane presente fino alla morte? Non gode nel vedere gli ultimi respiri uscire dalla bocca della sua vittima?

C’è poi un’altra importante domanda. Quella a Yara era un’aggressione organizzata o meno? Da quanto abbiamo letto, sembra che l’uscita di Yara di casa non fosse affatto programmata.

Yara era una ragazza sportiva e in buona salute. Non vi sono elementi emergenti dalle indagini che indichino con certezza violenza o attività sessuale sulla vittima.

Nella relazione si dà atto che al momento dell’autopsia il reggiseno si trovava slacciato. E che all’analisi i gancetti posteriori risultano integri e resistenti alla trazione. Il cadavere, tuttavia, viene ritrovato vestito.

Non sono presenti lesioni tipici da difesa. Il corpo senza vita di Yara presenta segni di almeno otto lesioni da taglio e una da punta e taglio a collo, polsi, torace, dorso e gamba destra relativamente superficiali. Sono ferite insufficienti, da sole, a giustificare il decesso.

Per ciò che riguarda il mezzo produttivo delle lesioni da arma bianca sul corpo della ragazzina, si tratta di uno strumento da punta e taglio, con spessore della lama di almeno 0,2 mm, lunghezza di almeno 2 cm, con possibile copertura in titanio.

Per le caratteristiche rilevate, l’arma da taglio utilizzata per ferire la vittima è meno provabile che sia un taglierino (cutter); ed è piuttosto un coltello.

Il cadavere – per completare il quadro delle ferite alla vittima – presenta poi segni di lesività contusiva al capo: nuca, angolo destro della mandibola e zigomo sinistro. 

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Bossetti: la sentenza di primo grado della Corte d’Assise (luglio 2016)

A pagina 144 delle motivazioni della sentenza di primo grado, con cui Massimo Giuseppe Bossetti il primo luglio 2016 viene condannato all’ergastolo, si legge: “Quanto all’assenza di movente, pure denunciata dalla difesa, Yara aveva il reggiseno slacciato e gli slip tagliati. Sul computer dell’imputato sono state rintracciate tracce di ricerche a carattere latamente pedopornografico, tra cui alcune sicuramente riconducibili a lui”.

Dunque, prosegue la sentenza di primo grado, è “ragionevole ritenere che l’omicidio sia maturato in un contesto di avances a sfondo sessuale, verosimilmente respinte dalla ragazza”.

Si sarebbe trattato di avances “in grado di scatenare nell’imputato una reazione di violenza e sadismo di cui non aveva mai dato prova fino ad allora”.

“Il fatto che sul cadavere, il cui stato di conservazione era oltretutto gravemente compromesso, non siano state rinvenute tracce di una violenza sessuale consumata, del resto”, osserva la sentenza della Corte d’Assise di Bergamo, “non vale ad escludere il movente sessuale inteso in senso lato, testimoniato dagli interventi sul reggiseno e sugli slip. E dalla ripetuta applicazione di un tagliente in diversi distretti corporei, in modo da far sanguinare la vittima mantenendola in vita”.

Ignoto 1 - Massimo Giuseppe Bossetti - blog IlBiondino.org
L’arresto di Massimo Giuseppe Bossetti, nel giugno del 2014, in un cantiere edile dove lavorava

Bossetti: la sentenza della Corte d’Assise d’Appello (luglio 2017)

Veniamo quindi a come la Corte d’Assise d’Appello di Brescia motiva la sentenza del 17 luglio 2017, confermando l’ergastolo a Massimo Bossetti.

Bossetti ha “commesso l’omicidio di Yara Gambirasio, aggravato dall’avere adoperato sevizie ed agito con crudeltà“.

Il comportamento di Bossetti “si sostanzia in sofferenze non necessitate inflitte alla vittima con lo specifico intento di vederla soffrire; e di avere agito con crudeltà”, dando così prova “di un’indole malvagia, priva del più elementare senso di umana pietà”.

Secondo la Corte d’Assise d’Appello, Bossetti ha colpito più volte, con azione prolungata, “vigliaccamente e senza alcun segno di ravvedimento”.

A detta dei giudici, Bossetti ha agito “vigliaccamente nei confronti di una ragazzina indifesa, aggredita per motivi sicuramente spregevoli”, “lasciata morire in preda a spasmi e inaudite sofferenze in un campo abbandonato e lontano a causa del freddo e delle ferite”.

Nella sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Brescia, il movente “può essere circoscritto nell’area delle avances sessuali respinte, della conseguente reazione dell’aggressore a tale rifiuto, unita al sicuro timore dello stesso di essere riconosciuto”.

Contro Bossetti vi è, secondo i giudici, non solo la “granitica prova genetica diretta”, ma anche “un coacervo organico, univoco e armonioso” che consente “di giungere a una sicura affermazione di responsabilità dell’imputato“.

La descrizione della persona Massimo Giuseppe Bossetti

Massimo Bossetti? È il muratore di Mapello! Così viene definito dai media che sembrano amare queste corrispondenze.

Basti pensare, a proposito della tendenza dei media a dare soprannomi ai sospettati, al biondino della spider rossa – Lorenzo Bozano – che non era biondo, né magrolino.

Bossetti chi è? Che tipo di persona può essere stato prima del carcere?

Chissà se era un bravo padre. Chissà con la moglie Marita che complicità e tipo di relazione aveva.

Lo definiscono ossessivo, Massimo Bossetti. E chi in carcere non lo diviene specie se dice di essere innocente?

Di certo la confusione e la ripetizione ossessiva di alcuni punti è determinata dalla condizione di detenzione. Può essere che prima del fatto abbia avuto comportamenti di tipo maniacale o ripetuti. Bossetti viene descritto come meticoloso e preciso nel suo lavoro. 

Con Bossetti si è consumato il vocabolario psicopatologico: narcisista, ossessivo, maniacale, bugiardo, carattere borderline. Si lascia intendere che il “muratore di Mapello” è ai limiti della patologia caratteriale, manipolatorio, pedofilo e ossessionato dal sesso. 

BOSSETTI FRA CURA DI SÉ E NARCISISMO

Di Bossetti sappiamo, in modo amplificato dai media, che amava sottoporsi a lampade abbronzanti; che si depilava i genitali. Sappiamo che amava mostrarsi ed esibirsi nelle fotografie.

A Bossetti piaceva essere in ordine, farsi fare manicure: scelta che, visto il suo mestiere, poteva anche essere di necessità. 

Sembra avere e mostrare un senso estetico, un piacere nel mostrarsi. Non sappiamo se possa essere diagnosticato un disturbo narcisistico della personalità. Non sappiamo neppure se Massimo Bossetti possa essere definito narcisista o meno, dato che non ho trovato alcuna valutazione psicologica sulla sua persona.

Sono stati evidenziati dai mass media alcuni aspetti, del comportamento di Bossetti, che sono stati interpretati come “sintomi di narcisismo” già nella sua quotidianità:

  • almeno  due  volte  la  settimana  si  recava  in un  centro  estetico di Brembate di Sopra, per una doccia total body,
  • La cura di se stesso (definita “eccessiva”) proseguita anche in carcere
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Massimo Giuseppe Bossetti ritratto mentre prende il sole. È noto per la sua passione per la cura del corpo e l’abbronzatura


Scrive Bossetti in una lettera in carcere a Gina, una detenuta che lui chiama Miciona: “La domenica (e nelle giornate di festività) che odio per l’assenza di tutto, allora la spezzo prendendomi cura di me stesso: barba, capelli, depilazione, doccia, una bella incerata tutto il corpo, mi improfumo e poi riprendo a scriverti”

Prosegue la lettera di Bossetti a Gina: “Sai, il mio compagno mi dice sei peggio di una donna. E lo so: anche mia moglie me lo diceva spesso, ma è più forte di me sentirmi a posto con il mio corpo, e poi mi piace essere ben curato dappertutto!”.

Al narcisismo che gli sarebbe proprio, in Bossetti viene aggiunto anche la tendenza alla menzogna. Era soprannominato “favola”, a causa delle storie fantasiose e false che raccontava ai colleghi, usate come  scuse per assentarsi dal lavoro.

Bossetti: maniaco sessuale o pedofilo?

Moglie e video pornografici. Ogni coppia ha la propria intesa sessuale che si suppone non sia priva di “giochi erotici”. Più è elevata la sintonia erotica, più magari quei giochi vengono condivisi.

Possiamo riconoscere nella personalità di Massimo Bossetti un disturbo pedofilico? Dall’anamnesi e dalla sua storia affettiva, e da quanto letto e riportato nei media, non si è mai interessato a bambine o minori.

Nella sentenza della Corte d’Assise di Bergamo, del primo luglio 2016, leggiamo della presenza sul computer in uso alla famiglia dell’imputato di ricerche (al medesimo riconducibili) a carattere latamente pedopornografico.

L’unico indizio è dall’analisi degli apparati informatici in uso da Bossetti. Sono stati individuati numerosi file multimediali di contenuto pornografico. E sono state rilevate tracce di visite all’interno di siti pornografici (tra cui hardteenvideo.com e pratiche sadomaso).

Sono emerse ricerche su internet con espressioni quali “ragazzine con vagine rasate”; e “ragazze vergini rosse”. 

La difesa di Bossetti ha dimostrato, in fase probatoria, che molte non erano ricerche, ma si trattava di pezzi di codice delle pagine componenti i vari siti.

Siamo quindi di fronte a frasi e link inseriti nel sito; ma non non cercati o digitati dall’utente. In pratica, sono termini rimasti memorizzati sul computer solo perché quei siti erano apparsi come finestre di pop-up. Ovvero, finestre pubblicitarie di siti porno che compaiono senza che l’utente le vada a cercare.

Marita Comi, moglie di Massimo Bossetti - processo penale caso Yara Gambirasio - magazine ilbiondino.org - ProsMedia - Agenzia Corte&Media
Marita Comi, moglie di Massimo Giuseppe Bossetti, all’uscita da una delle udienze al processo contro il marito

L’atteggiamento di Bossetti secondo la Corte d’Assise d’Appello

Come si può leggere nella sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Assise di Brescia (luglio 2017), “l’atteggiamento psicologico del Bossetti non è certo quello di colui che è disperato e che continua a protestare la sua innocenza”.

L’atteggiamento di Bossetti, secondo la Corte, “è quello, abbastanza insolito per chi si trova in carcere con accuse così infamanti, di chi cerca di gestire a suo vantaggio, con grande normalità, lucidità ed indifferenza, il clamore mediatico sorto dalla vicenda”.

Inoltre viene sottolineato come “Bossetti avesse una pulsione sessuale così intensa da manifestarla addirittura verso una persona mai vista e contattata personalmente, sol perché la stessa, mediante lettere inviategli dalla sua cella, gli aveva manifestato comprensione per il suo stato di detenzione. Una pulsione sessuale per di più esternata in una situazione di grave disagio materiale; e psicologico, quale quella di trovarsi in carcere” .

Nella sentenza si mette poi in luce come “l’atteggiamento di Bossetti, anche di fronte alla moglie, non è stato (sempre) quello naturale e giustificabile di disperazione, di commozione ma, il più delle volte, un atteggiamento di sfida nei confronti degli inquirenti (“siano loro a portare le prove; siano loro a fornirmi le foto; siano loro a fornirmi le riprese del numero di targa”)”.

L’atteggiamento di Bossetti, secondo i giudici dell’appello, si unisce “a quello, molto più cinico ed utilitaristico, di approfittare economicamente dell’interesse mediatico sul processo e di organizzare, come detto, le interviste della moglie e l’uscita dei memoriali utili a procurarsi consistenti somme di denaro” .

Viene poi contestato a Bossetti di mostrarsi impassibile – durante il processo – davanti alla visione delle foto del cadavere di Yara Gambirasio.

Marita Comi, moglie di Massimo Bossetti - caso Yara Gambirasio - magazine ilbiondino.org - ProsMedia - Agenzia Corte&Media
Marita Comi, a sinistra, la moglie di Massimo Giuseppe Bossetti (a destra)

Lettere di Bossetti a giornalisti e media

Massimo Bossetti scrive molte lettere a giornalisti e testate di giornali.

Poiché è ristretto nel carcere di Bergamo le sue missive sono scritte a mano. Così che molti grafologi cercano nella sua grafia una lettura e interpretazione della sua persona. Alcuni cercano i segni della sua colpevolezza o il segno grafico dell’omicidio.

Interessante è il fatto che Bossetti, almeno dalle lettere che ho potuto leggere online, non scrive che lui non ha ucciso Yara. Lui dice sempre che è innocente, che non ha fatto del male a nessuno. Il che corrisponde a quanto scritto nella sentenza riguardo le cause della morte di Yara Gambirasio.

LETTERA AL SETTIMANALE OGGI

Massimo Bossetti, in carcere a Bergamo dal 16 giugno 2014, è sotto processo dal 3 luglio 2015 con l’accusa di avere ucciso Yara Gambirasio.

Scrive una lunga lettera al rotocalco Oggi e si confida: “Volete sapere come sto veramente? Da schifo!!! Con una dignità completamente distrutta, continuamente stuprata dai media; e tutti i giorni, mesi e forse anni trascorsi ingiustamente in questa cella per i loro dannati sbagli”.

 “Sto terribilmente soffrendo per tutta questa lontananza dal mio amore Marita e i miei fantastici adorabili cuccioli. Tutto perché al giorno d’oggi essere innocente si diventa altamente scomodo per tanti altri”, scrive Bossetti.

 “Dopo aver visto uno straziante, indegno, vergognoso video sul mio arresto, penso che non ci sia altro da dirvi visto le modalità che un italiano viene trattato nella maniera più indegna, schifosa… questa è una vergogna nella vergogna!!”, scrive ancora Bossetti.

 “Il mio dolore, rabbia, sofferenze affondano sempre più il mio desiderio di vita… Mi hanno vivisezionato la vita, la famiglia e dignità completamente distruggendola…”, denuncia Bossetti dal carcere.

Poi prosegue: “Nessuno può riuscire a togliermi, cancellare tutto il dolore che ho subito a causa di persone che hanno giocato sporco su di me, togliendomi tutti gli anni più belli della crescita dei miei cuccioli figli, tantissimo amati e ora terribilmente mancanti”.

Infine Bossetti conclude: “Una volta anch’io tenevo un cuore che gioiva, pulsava tanta voglia di poter vivere la propria vita piena d’amore. Ormai è solo un cuore molto fragile; e infranto da tantissimo dolore che m’è stato causato senza motivo”.

Bossetti e l’omicidio di Yara: il movente è sessuale?

Una domanda ancora mi sorge, quando penso alla vicenda che ha portato Massimo Giuseppe Bossetti in carcere a vita: il movente della morte di Yara è sessuale?

Non sembra che l’aggressore si sia masturbato sul corpo di Yara. Oppure l’uso di un tagliente su alcune parti del corpo, sul reggiseno e sugli slip sono dei rituali sostitutivi (e con significati “altri”) messi in atto da soggetti predatori?

Se così fosse che interpretazione e lettura criminogenetica dovremmo dare della vicenda di Yara?

A pagina 145 delle motivazioni della sentenza di primo grado si legge che il corpo di Yara Gambirasio presentava:

  • una profonda lesione da taglio da un estremo all’altro dell’emicirconferenza anteriore del collo,
  • una lesione superficiale in regione mammaria sinistra lungo tutto il torace, un’estesa lesione a forma di X,
  • una a forma di J in regione dorsale,
  • tagli simmetrici ai polsi,
  • due soluzioni di continuo alla gamba destra,
  • un’intaccatura a forma di mandorla alla mandibola destra, risultato dell’azione di un’arma da punta e da taglio,
  • tre lesioni contusive al capo (allo zigomo sinistro, all’angolo mandibolare destro e alla nuca, frutto di tre distinte azioni traumatiche)

La sentenza della Corte prosegue così a pagina 146: “Tutte le lesioni, anche quelle più superficiali, sono state inflitte quando la vittima era ancora in vita – non è dato sapere con quale livello di coscienza – e hanno provocato un sanguinamento”.

Poi la sentenza ci dice che “il corpo è stato ruotato e lesionato sia nella parte anteriore sia in quella posteriore, tagliato in modo lineare e, nel caso dei polsi, simmetrico“.

Il corpo, spiegano i giudici, è stato lesionato e tagliato “con modalità tali da escludere la ‘furia’ dei colpi tipica del dolo d’impeto e, al contrario, connotate dall’ansia dell’agente di appagare la propria volontà di arrecare dolore, caratterizzante le sevizie”.

Credo che la comprensione e individuazione del reale movente sia ancora da venire stabilita e compresa. Mal si combina con una reazione di rifiuto d’avances la reazione dell’aggressore così come descritta in sentenza.

Piuttosto potrebbe essere interessante assimilare la tipologia e modalità delle lesioni alla cosiddetta “firma” dell’offender, usando un approccio tipico del Criminal Profiling e della Psicologia Investigativa.

Yara - film tv Netflix - magazine ilbiondino.org - ProsMedia - Agenzia Corte&Media - avvocato Claudio Salvagni
Claudio Salvagni, al centro, l’avvocato di Massimo Bossetti. La difesa non ha ottenuto di fare una propria perizia sulle tracce di Dna

Dubbi: perché non rifare la perizia sul Dna?

Da tempo gli avvocati difensori di Bossetti chiedono la ripetizione dell’esame del Dna.

Della richiesta di accesso ai reperti si è discusso il 19 maggio 2021, davanti ai giudici della Corte d’Assise di Bergamo.

Il presidente della Corte aveva dichiarato inammissibile la richiesta degli avvocati, mentre la Corte di Cassazione aveva evidenziato che il presidente non poteva decidere da solo ma era compito dell’intera Corte d’Assise.

Fin qui il succedersi dei fatti per la situazione di Bosseggi oggi. Per dare certezza alla condanna manca l’unica cosa che doveva essere fatta e non è mai stata fatta, benché sia stata richiesta: una perizia sul Dna di Bossetti fatta dalla difesa.

Gli avvocati della difesa inoltre chiedono “quando dal San Raffaele quel materiale genetico, unica vera prova per la condanna di Bossetti, è stato trasferito all’ufficio Corpi di Reato del Tribunale di Bergamo, è stato salvaguardato?”.

Le analisi le ha fatte sempre e solo la pubblica accusa, noi non abbiamo mai potuto partecipare in contraddittorio. Perché dovremmo fidarci?”, sottolineano gli avvocati di Bossetti.

Proseguono i legali, nella loro pubblica denuncia: “Non ci hanno fatto neppure vedere i reperti. Eppure quel Dna secondo noi è pieno di dubbi. A cominciare dal mitocondriale, ma non solo: abbiamo contato 261 criticità“.

BOSSETTI, ANALISI SCIENTIFICHE E DIRITTI NEGATI

L’avvocato Claudio Salvagni è da sempre vicino sia dal punto di vista legale che umano a Massimo Bossetti. 

Salvagni così spiega il momento decisivo, dal punto di vista giudiziario, che si sta vivendo: “La cosa è molto semplice. Noi siamo stati autorizzati nel novembre 2019, quindi a processo finito e già in esecuzione, ad effettuare le analisi sui reperti. Analisi che non sono mai state autorizzate durante il processo”.

Prosegue Salvagni: “Abbiamo sempre chiesto una perizia ma, come detto, non è mai stata concessa. Poi quando abbiamo chiesto le modalità operative per l’effettuazione di questi esami ci hanno detto che la nostra domanda era inammissibile”.

“Ci siamo allora rivolti alla Cassazione che ci ha dato ragione”, spiega l’avvocato di Bossetti. “Nel frattempo, visto che i mesi passavano, abbiamo chiesto di sapere come venivano conservati i reperti. Perché è l’unica possibilità di difesa che ha Massimo Bossetti”.

Su Bossetti, il biologo forense e criminalista Eugenio D’Orio sostiene: “Anche ammesso che le fasi della repertazione e della catena di custodia del reperto contenente la traccia 31G20 siano andate a buon fine, e soprattutto sia stato garantito all’imputato di prenderne visione tramite i suoi consulenti, si dovrà necessariamente indagare che tipo di legame ha quella data traccia genetica con l’atto delittuoso per il quale si indaga”.

“Inoltre, la mancata concessione delle perizie nel precedente grado di giudizio”, denuncia D’Orio, “rappresenta una gravissima lacuna cagionata in danno del signor Bossetti dal punto di vista investigativo-scientifico”.

La vicenda di Massimo Bossetti, quindi, è formalmente chiusa a livello giudiziario.

Tuttavia, sul piano scientifico non vi sono quelle certezze – oltre ogni ragionevole dubbio – che attraverso i media, a cominciare dal docu-film Ignoto-1 della Bbc (nel 2017) e dal film Yara su Netflix (nel 2021), si vogliono far credere.

Il ragionevole dubbio, a livello sia scientifico che a livello giudiziario, accompagna ancora la storia umana e giudiziaria di Massimo Bossetti oggi. E con lui, accompagna tutti noi, come studiosi e come cittadini.

Laura Baccaro
www.laurabaccaro.it

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Yara Gambirasio e Milena Sutter: gli articoli sui due casi

Con una serie di articoli, Laura Baccaro, criminologa e psicologa giuridica, ha fatto un confronto fra la vicenda di Yara Gambirasio (provincia di Bergamasca, anno 2010) e il caso di presunto sequestro e presunto omicidio di Milena Sutter (Genova, 1971). 

Due ragazzine di 13 anni. Due vicende con ombre inquietanti sul piano scientifico e medico-legale. Due casi con altrettanti “perfetti colpevoli”: Massimo Giuseppe Bossetti, a Bergamo, e Lorenzo Bozano, a Genova.

Sui casi di cronaca nera di Yara Gambirasio e Milena Sutter, con il confronto fra le due ragazze e le due vicende, puoi leggere anche gli articoli:

Qui puoi leggere l’analisi del film Yara (su Netflix) e del docu-film Ignoto-1: