Vi è un rapporto stretto fra narrazioni dei giornali e visione che la gente ha della giustizia.

I media hanno un ruolo fondamentale nel portare l’attenzione dei cittadini sul crimine e sulla giustizia. Per questo è importante il rapporto fra crimine, giustizia e media.

Come osserva Paola Ghirardelli, nel libro Il Processo Mediatico. Quando i media si sostituiscono ai tribunali, “i mezzi di comunicazione di massa, in quest’ottica, riferiscono ciò che la giustizia fa: la mettono sotto i riflettori, la criticano o ne supportano l’azione divenendo un veicolo amplificatore del fenomeno giurisdizionale“.

Vi è da aggiungere che i media – non solo quelli tradizionali di massa, ma anche i social media dove scrivono singoli cittadini – riferiscono innanzi tutto ciò che le forze dell’ordine fanno.

Non a caso, è proprio dalle forze di polizia che spesso escono indiscrezioni e soprattutto le prime informazioni e la prima narrazione di un evento criminale.

È interessante il recente caso di un tribunale indiano che ha ordinato a Netflix la sospensione della trasmissione del primo episodio di una docu-serie, Crime Stories: India Detectives.

Il motivo? La versione di un fatto di cronaca nera, sbilanciata dalla parte della polizia indiana, danneggia uno degli accusati di un omicidio.

Il ruolo dei media nel mondo del crimine

Per capire come il crimine viene portato all’attenzione della pubblica opinione, è necessario riflettere sul ruolo dei giornalisti e dei media professionali, rispetto alle attività della polizia e del sistema giudiziario penale.

Spesso è nell’interesse sia dei giornalisti che della polizia lavorare insieme per ottenere aiuto, da un lato, per risolvere il caso. E, dall’altro, per ottenere una storia degna di nota e attirare, così, l’attenzione di un’audience sempre più vasta.

Questa frenesia mediatica emerge in tutta la sua evidenza nel caso del biondino della spider rossa (Genova, maggio 1971).

I giornali hanno svolto un ruolo fondamentale nella costruzione del personaggio di Lorenzo Bozano; e nella narrazione del “rapimento” di Milena Sutter presentata, pur avendo 13 anni, come una “bambina”.

Un ruolo fondamentale i media l’hanno svolto in un altro caso, questa volta del 1967, sempre in Liguria: la morte di Luigi Tenco, presentata come un “suicidio”, mentre oggi sappiamo che suicidio non fu.

Sappiamo che Tenco non si è ucciso grazie a un’inchiesta e a uno studio investigativo, alternativo a quello di polizia e magistratura, che ha smascherato le narrazioni fallaci e fuorvianti.

Milena Sutter - Lorenzo Bozano - magazine Il Biondino della Spider Rossa - ProsMedia - Agenzia Corte&Media-
La notizia dell’omicidio di Milena Sutter, pubblicata prima ancora di un esame scientifico (che non vi sarà) delle reali cause della morte

STORYTELLING GIUDIZIARIO E VERITÀ DI COMODO

Sia nel Caso Sutter-Bozano che nel Caso Tenco abbiamo assistito – e continuiamo ancora oggi, a distanza di oltre mezzo secolo, ad assistere – a uno storytelling giudiziario pilotato e fuorviante.

È uno storytelling costruito con immagini e narrazioni affascinanti. Ma che di fatto diffonde informazioni non vere, versioni dei fatti non verificate e soprattutto una verità di comodo.

Non vi è aderenza, fra la verità sostanziale dei fatti e le narrazioni giudiziarie e mediatiche.

Tant’è che questo modo, pur intrigante, di comunicare ha portato l’informazione a scivolare in una serie di fake news che hanno avuto i più svariati effetti sulla
pubblica opinione. E su come essa ha recepito le informazioni riguardo i casi giudiziari raccontati; e su come quelle informazioni sono state poi elaborate.

I tagli interpretativi degli eventi sono nelle mani dei giornalisti, per come essi presentano un certo fatto di cronaca o giudiziario.

L’atto informativo, nel momento in cui entrano in campo le opinioni e i pareri di altri attori, porta sempre ad esiti comunicativi differenti.

Ecco che il risultato, a livello di narrazione, risulta essere il frutto di continue spinte e contro spinte tra soggetti differenti.

È quella che gli studiosi di massmediologia chiamano la costruzione dell’agenda degli avvenimenti raccontati (agenda building). È la scaletta degli eventi con una chiara indicazione di un ordine di priorità, per cui un fatto viene considerato più importante di altri.

Si tratta di un’agenda che, sia a livello di informazioni che di interpretazione, è frutto dell’azione di più soggetti, in un gioco (agenda game) dagli esiti non scontati.

I processi di spettacolarizzazione, distorsione dei fatti e mutazione delle persone in “personaggi” dimostrano chiaramente, come nel Caso Sutter, che si può iniziare da un Lorenzo Bozano o da una ragazzina qualunque, per arrivare poi a toccare tutti.

Nessuno può sentirsi al riparo da una drammatizzazione di persone e fatti. E dalla sovrapposizione di un personaggio alla persona reale al centro di una notizia.

Nel caso di Lorenzo Bozano, il giovane nel 1971 viene chiamato il biondino della spider rossa senza essere biondo, né magrolino. 

Per tutta la vita, e anche dopo essere morto il 30 giugno 2021 all’Isola d’Elba, Lorenzo Bozano viene considerato un maniaco sessuale, un depravato, da molta parte della pubblica opinione. Eppure, perizia alla mano, egli non è un maniaco, né è mai stato un depravato a livello sessuale (per usare un’espressione non scientifica).

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Gli effetti dei media sulla pubblica opinione in tema di giustizia

Calcolare gli effetti dei media sulla pubblica opinione è sempre un processo complesso. Non possiamo definire quegli effetti in modo preciso, ma certo possiamo affermare che vi sono.

Molto dipende – come rileva la teoria degli effetti limitati dei media – dalle persone che raccolgono i messaggi dei media.

La cultura, lo status economico, le condizioni sociali, le relazioni interpersonali incidono su come tutti noi ascoltiamo, accettiamo o rifiutiamo quanto i media – siano essi di massa o social – ci propongono.

Sarebbe fuori luogo affermare l’onnipotenza dei media. Sarebbe altrettanto fuori luogo sottovalutarne l’influenza.

Luigi Tenco - Festival di Sanremo - 1967 - magazine ilbiondino.org - ProsMedia - Agenzia Corte&Media
Il cantautore Luigi Tenco, a Sanremo, nel 1967, poche ore prima di morire

La massiccia copertura mediatica riguardo il crimine e la giustizia – e la diffusione dei social media – ci racconta quanto le notizie su delitti e persone coinvolte interessino la pubblica opinione.

Dall’altro verso, possiamo anche affermare che proprio quella massiccia copertura, quell’offerta di informazione, contribuisce a creare l’interesse verso il crimine.

È un processo che si autoalimenta, un po’ come accade con il gossip politico: io lo creo e tu te ne occupi, poi siccome ti vedo incuriosito dal gossip politico allora lo creo a bella posta.

Così accade per la copertura mediatica – dall’informazione alla fiction – sul crimine e sulla giustizia. Ne è un esempio l’esagerato interesse per il fenomeno dei serial killer.

I serial killer sono soggetti assai rari – nel contesto umano e anche in quello criminale – eppure ricevono dieci o cento volte tanto l’attenzione sulla droga che uccide. O sull’evasione fiscale che impedisce di avere risorse per scuola, sanità e sicurezza.

La domanda da porsi allora è questa: quanto i media contribuiscono a farci comprendere il mondo del crimine e della giustizia? Quanto invece distorcono quel mondo, dandone una visione errata?

Se delitti e processi fanno parte della nostra vita sociale, come tutti i processi sociali vanno trattati e rappresentati rispettando la verità sostanziale dei fatti. E rispettando le persone coinvolte.

Sul tema crimine, giustizia e media puoi leggere il libro, che ho scritto con Laura Baccaro, Il Biondino della Spider Rossa

Leggi il primo articolo sul tema Crimine, Giustizia e Media

Maurizio Corte
corte.media
(crimine, giustizia e media: articolo 2 – segue)

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